Fonti greche

Nota a seguire: I testi di riferimento delle nostre fonti sono scelti, ove possibile, fra edizioni recenti in italiano, con testi greci a fronte, di facile reperimento.

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Omero  (E.A.)
᾿Ιλιάς,

Testo di riferimento: Omero, Iliade. Traduzione di Guido Paduano. Saggi introduttivi di Guido Paduano e Maria Serena Mirto. Commento di Maria Serena Mirto. Illustrazioni originali di Luigi Mainolfi (= I millenni), Giulio Einaudi editore, Torino 2012.

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VI, 288-304: un peplo sidonio donato ad Atena: «…lei stessa [Ecuba] scese nel magazzino fragrante/ dove erano i pepli, opere ornate di donne/ di Sidone, che Paride, simile a un dio, aveva portato/ da Sidone nel viaggio che fece attraversando/ il vasto mare e portando la nobile Elena;/ Ecuba ne scelse uno come dono per Pallade,/ il più ricco di ricami e il più grande;/ splendeva come una stella e stava in fondo a tutti gli altri./ Si mosse dunque e la seguirono molte anziane./ Quando giunsero al tempio di Atena, in cima alla rocca,/ aprí loro la porta Teano dal bel viso, figlia/ di Cisseo, sposa di Antenore, abile nel domare i cavalli,/ che i Troiani avevano fatto sacerdotessa di Atena./ Tesero tutte le mani verso la dea con il grido rituale,/ e Teano dal bel viso, prendendo il peplo,/ lo pose sulle ginocchia di Atena, la dea dai bei capelli,/ e pregò in questo modo la figlia del grande Zeus:…» (pp. 177, 179).

Giulio Romano e aiuti (1492/1499-1546), Il sogno di Ecuba. Mantova, Pa-lazzo Ducale, Sala di Troia.
Giulio Romano e aiuti (1492/1499-1546), “Il sogno di Ecuba”. Mantova, Palazzo Ducale, Sala di Troia.

XXIII, 740-749: un cratere dei Sidonî fra i premi per la gara di corsa in onore di Patroclo: «…Il figlio di Peleo bandí la gara di corsa:/ i premi , un cratere d’argento sbalzato/ di sei misure che per bellezza non aveva uguali/ sulla terra; l’avevano lavorato gli esperti Sidoni,/ e i Fenici l’avevano portato sul mare nebbioso:/ approdarono in porto e lo diedero in dono a Toante./ Euneo figlio di Giasone lo diede a Patroclo,/ prezzo per l’acquisto del figlio di Priamo Licaone./ Achille lo mise in palio in onore del suo compagno,/ per l’uomo più veloce nella corsa a piedi:..» (p. 707).

coppa-fenicia
Patera fenicia in argento dorato, decorato a sbalzo, dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). 675-650 a.C. Città del Vaticano, Museo Gregoriano Etrusco.

‘Oδύσσεια

Testo di riferimento: Omero, Odissea. A cura di Guido Paduano. Illustrazioni di Luigi Mainolfi (= I millenni), Giulio Einaudi editore, Torino 2010.

IV, 83-85: il pellegrinare di Menelao: «…Vagando per Cipro, la Fenicia e l’Egitto,/ giunsi presso gli Etiopi, i Sidonî, gli Erembi,/ e in Libia, dove gli agnelli hanno subito corna…» (p. 77).

IV, 613-619: il dono di Menelao a Telemaco. «…Tra gli oggetti preziosi nel mio palazzo/ ti darò il più bello e il più ricco;/ un cratere sbalzato, che è tutto d’argento,/ ma gli orli sono cesellati di oro,/ lavoro di Efesto; me lo donò Fedimo,/ re di Sidone, quando mi accolse nel suo palazzo/ durante il mio viaggio; e ora voglio donartelo” » (p. 101).

XIII, 271-286: Odisseo e gli onesti Fenici: «…Ma dopo che l’ebbi ucciso col bronzo aguzzo,/ andai su una nave dei Fenici a pregarli,/ e diedi loro un’abbondante parte di preda/ perché mi portassero con loro e mi sbarcassero/ a Pilo o nell’Elide illustre, regno/ degli Epei. Ma la forza del vento li respinse di là/ nonostante i loro sforzi (perché non volevano/ ingannarmi); vagando giungemmo qui nella notte,/ e a remi entrammo nel porto senza darci pensiero/ del cibo, benché ne avessimo tanto bisogno;/ appena sbarcati, come eravamo ci mettemmo a dormire./ Allora, sfinito com’ero, mi prese il dolce sonno;/ loro sbarcarono dalla nave i miei beni/ e li misero dove giacevo sopra la sabbia./ Poi salparono verso la popolosa città di Sidone, e io rimasi qui, afflitto nell’animo”» (pp.325, 327).

XIV, 285-309: Odisseo in Egitto e il Fenicio esperto d’inganni: «Restai là sette anni e raccolsi molte ricchezze/ tra gli Egizi: me ne davano tutti./ Quando venne, compiendo il ciclo, l’ottavo anno,/ giunse un Fenicio, esperto d’inganni,/ un ladrone che già aveva fatto tanto male tra gli uomini./ Lui mi portò via, persuadendomi con la sua astuzia,/ finché giungemmo in Fenicia, dove aveva casa e ricchezze,/ Là rimasi con lui un intero anno,/ Ma quando si compirono i mesi e i giorni/ e al compiersi di un anno tornò la primavera,/ mi imbarcò su una nave diretta in Libia:/ tramava inganni; io dovevo portare il carico/ con lui, ma là mi avrebbe venduto a caro prezzo,/ Pur avendo capito, lo seguii sulla nave per forza. La nave/ correva con un forte e bel vento di tramontana/ oltre Creta, Ma Zeus meditava la loro rovina,/ Ma quando avevamo lasciato l’isola e non appariva/ nessun’altra terra, ma solo il cielo e il mare,/ allora il figlio di Crono distese una nube scura/ sopra la nave, e sotto si annebbiò il mare./ Zeus insieme tuonò e scagliò il fulmine sopra la nave;/ colpita dal fulmine di Zeus, girò su se stessa/ e si riempí di zolfo; tutti caddero fuori,/ e come cornacchie attorno alla nave nera/ li portavano via le onde, un dio tolse loro il ritorno» (p. 351).

XV, 110-122: ancora sul dono di Menelao a Telemaco: «…e a lui si rivolse il biondo Menelao: “Telemaco, il ritorno che il tuo cuore desidera/ lo compia Zeus, lo sposo tonante di Era./ Tra gli oggetti preziosi nel mio palazzo/ ti darò in dono il più bello e piú ricco;/ un cratere sbalzato, tutto d’argento,/ ma gli orli sono cesellati di oro,/ lavoro di Efesto; me lo donò l’eroe Fedimo,/ re di Sidone, quando mi accolse nel suo palazzo/durante il mio viaggio; e ora voglio donartelo”./ Cosí dicendo, gli mise in mano la coppa a due anse/ il figlio di Atreo, e il forte Megapente gli portò e gli mise/ dinanzi il cratere d’argento, splendente…» (pp. 367, 369).

XV, 415-484: i Fenici famosi navigatori, furfanti, astuti rapiscono il porcaro Eumeo: “[il porcaro Eumeo]…Arrivarono dei Fenici, Famosi navigatori,/ furfanti, portando sulla loro nave paccottiglie infinite,/ In casa di mio padre c’era una donna fenicia/ alta e bella, esperta di bei lavori./ Gli astuti Fenici la sedussero mentre lavava i panni,/ e uno di loro presso la nave fece/ l’amore con lei, l’amore che turba l’animo/ delle donne, anche quelle che si comportano bene./ Poi qualcuno le chiese chi era e da dove veniva,/ e lei vantò l’alta casa del padre,/ ‘Mi vanto di essere di Sidone, la città ricca di bronzo,/ e sono la figlia del ricchissimo Aribante;/ mi rapirono pirati di Tafo mentre tornavo/ dai campi, mi portarono qui e mi vendettero/ nella casa di quest’uomo, che ha pagato un prezzo congruo’./ Le rispose l’uomo che di nascosto si era unito con lei:/ ‘Non vorresti seguirci e tornare a casa,/ e rivedere l’alta casa del padre e della madre/ e loro stessi? Sono ancora vivi e hanno fama di ricchi’./ La donna gli rispose in questo modo:/ ‘Potrebbe essere, marinai, se vi impegnate/ con giuramento a riportarmi illesa in patria’./ Cosí disse, e tutti giurarono come aveva richiesto./ Quando ebbero giurato e pronunciato la formula,/ tra loro riprese a parlare la donna:/ ‘Adesso tacete, e nessuno dei vostri compagni,/ trovandomi per strada oppure alla fonte,/ mi rivolga la parola; temo che qualcuno vada/ a dirlo al vecchio e lui, venendolo a sapere, mi leghi/ in amara prigionia, e a voi prepari la morte,/ Tenete per voi le parole, e affrettate l’acquisto delle merci./ Quando la nave sarà carica di viveri,/ venite subito al palazzo a riferirmelo:/ porterò tutto l’oro che avrò sottomano./ Un altro compenso posso darvi poi, se lo voglio:/ allevo a casa un figlio del mio padrone,/ un ragazzino sveglio, che mi viene sempre dietro;/ lo porterò alla nave e vi frutterà un prezzo altissimo/ se lo venderete in un paese straniero’./ Ciò detto, tornò al palazzo, e quelli restarono/ per un intero anno presso di noi,/ ammucchiando nella nave molte ricchezze./ Quando la nave fu carica e pronta a partire,/ mandarono un messo che lo riferisse alla donna./ Alla casa di mia madre venne un uomo astutissimo/ con una collana d’oro, incastonata con l’ambra. Nella sala le ancelle e la mia nobile madre/ la guardavano e la rigiravano tra le mani,/ offrendo un prezzo; lui fece un cenno in silenzio/ alla donna e poi tornò sulla nave./ Lei mi prese per mano e mi portò fuori di casa;/ nell’atrio trovò le tazze e le mense/ dei convitati che frequentavano mio padre, ed erano/ andati a sedere al consiglio del popolo./ Subito si nascose in seno tre coppe/ e le portò via: la seguivo senza capire./ Tramontò il sole e si rabbuiavano tutte le strade;/ rapidamente arrivammo al porto famoso/ dove stava la rapida nave dei Fenici./ Si imbarcarono e percorrevano le vie del mare dopo/ aver imbarcato anche noi. Zeus mandava un vento propizio./ Navigammo per sei giorni di giorno e di notte;/ quando Zeus figlio di Crono mandò il settimo giorno,/ Artemide arciera colpí la donna,/ che piombò rumorosamente nella sentina come un gabbiano:/ la gettarono in pasto alle foche e ai pesci./ Io rimasi afflitto nell’animo; il vento e l’acqua/ spinsero quelli a Itaca, dove Laerte/ mi comprò coi suoi averi; in questo modo/ ho visto questa terra coi miei occhi”» (pp. 383, 285).

Il mare in tempesta dell’Odissea (da http://www.sardegnareporter.it/san-vero-milis-i-piu-piccoli-riscoprono-lodissea).
Il mare in tempesta dell’Odissea (da http://www.sardegnareporter.it/san-vero-milis-i-piu-piccoli-riscoprono-lodissea).

I poemi omerici sono alla radice stessa della memoria dei Greci e dei Latini su i Fenici: proverbiale la loro abilità nella navigazione, nel commercio e nella lavorazione dei tessuti e dei metalli, ricordati nell’Iliade e nell’Odissea. Nel Mediterraneo omerico i Fenici e la loro terra sono pienamente inseriti nelle rotte e negli itinerari da Oriente ad Occidente. Da qui anche la perfidia che sarà ampiamente ereditata dai Punici (cf. G. Devallet, Perfidia plus quam Punica. L’image des Carthaginois dans la littérature latine, de la fin de la République à l’époque des Flaviens, in Lalies 16 [1996], pp. 17-28) e che rimarrà a lungo come topos antisemitico ereditato dai Giudei anche nel Medioevo ed oltre (cf. A. Meyuhas Ginio, El concepto de perfidia judaica de la época visigoda en la perspectiva castellana del siglo XV, in Helmantica 46. 139-141 [1995], pp. 299-312). Perfidia e disonestà che tuttavia proprio in un passo qui citato (Odissea, XIII, 271-286) trova una significativa eccezione.

Gli studi storici hanno da tempo indagato su i Fenici ed Omero. Ne diamo di seguito qualche titolo: V. Bérard, Les Phéniciens et l’Odyssée, I-II (II ed.), Paris 1927; D. Aubriot, Remarques sur le personnage de Phénix au chant IX de l’Iliade, in Bulletin de l’Association Guillaume Budé, 1984, pp. 349-62; D. Arnould, Mourir de rire dans “Odyssée”: les rapports avec le rire sardonique et le rire dément, in Bulletin de l’Association Guillaume Budé, 1985, pp. 177-86; G. Germain, Genèse de l’Odyssée, Paris 1954; S. Moscati, I Fenici e il mondo Mediterraneo al tempo di Omero, in Rivista di studi fenici 13. 2 (1985), pp. 179-87; M. Gigante, Civiltà corsara nel Mediterraneo. Racconto del falso mendico a Eumeo: Odissea XIV, in Aufidus 16 (1992), pp. 7-29; G.F. Bass, Beneath the Wine Dark Sea: Nautical Archaeology and the Phoenicians of the Odyssey, in J. Coleman – C.A. Walz (edd.), Greeks and Barbarians. Essays on the Interactions between Greeks and Non-Greeks in Antiquity and the Consequences for Eurocentrisme, Bethesda 1997, pp. 71-101; G. Broccia, Riso sardanio e riso sardonio da Omero a Nonno. Una storia di destini incrociati, in Annali della Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Macerata, 34 (2001), pp. 9-54; C. Dougherty, The Raft of Odysseus. The ethnographic Imagination of Homer’s Odyssey, Oxford 2001; J.M. Galán, La Odisea desde la Egyptología, in Gerión, 19 (2001), pp. 75-97; N. Marinatos, The Cosmic Jourey of Odysseus, in Numen 48 (2001), pp. 381-416; P. Bernardini, Omero e i Fenici: alle origini di una ambiguità, in P. Donati Giacomini – M.L. Uberti (edd.), Fra Cartagine e Roma. II Seminario di studi italo-tunisino, Faenza 2003, pp. 29-39; E. Cantarella, Ulisse tra Oriente e Occidente: vecchie e nuove ipotesi sul diritto in Omero, in D.F. Leão (ed.), Nomos. Direito e sociedade na antiguidade clássica, Coimbra 2004, pp. 91-112; M.F. Kitts, Sanctified Violence in Homeric Society. Oath-Making Rituals and Narratives in the Iliad, New York 2005; F. Létoublon, À propos de parallèles entre l’Iliade et le Moyen-Orient non indo-européen, et de la méthode comparative, in Gaia. Revue interdisciplinaire sur la Grèce Archaïque 14 (2011), pp. 191-99.

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Esiodo (primi VII secolo a.C.?) (E.A.)
Θεογονία

Testo di riferimento: Esiodo, Teogonia. Introduzione di Ettore Cingano. A cura di Eleonora Vasta. Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2004.

Jacob Jordaens (1593-1678), Zeus allattato dalla capra Amáltheia.
Jacob Jordaens (1593-1678), “Zeus allattato dalla capra Amáltheia”.

940-942: la fenicia Semele genera Dioniso: «A lui [a Zeus] la cadmea Semele generò un celebre figlio unita in amore, Dioniso molto gioioso,/ lei mortale un immortale: ma ora entrambi sono dèi» (p. 63).

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Inni omerici: Inno a Dioniso (metà del VII – metà del VI secolo a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Inni omerici. A cura di Silvia Poli. Introduzione di Franco Ferrari. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 2010.

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ΕΙΣ ΔΙΟΝΥΣΟΝ

vv. 9-10: il monte Nisa: «…C’è un monte altissimo, Nisa, fiorente di bosco, lontano dalla Fenicia, vicino alle correnti d’Egitto…» (p. 71).

Libagione di Dioniso. Eraclea, Bassorilievo in marmo. Secolo III a.C. Policoro, Museo Nazionale della Siritide.

La lontananza dalla Fenicia contribuisce a rendere remota e immaginaria la collocazione dell’ ὄρος rifugio di Dioniso.

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Esopo (VI secolo a.C.) (E.A.)

Aἰσώπου μῦθοι

Testo di riferimento: Esopo, Favole. Introduzione di Antonio La Penna. A cura di Cecilia Benedetti. Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996.

252. Gli alberi e l’olivo: i cedri del Libano: «Un giorno gli alberi, che avevano l’intenzione di eleggersi un re, dissero all’olivo: “Regna su di noi”. Ma rispose loro l’olivo: “Dovrei lasciare il mio grasso olio, apprezzato dagli dei e dagli uomini, per andare a regnare sugli alberi?” E dissero gli alberi al fico: “Vieni a regnare su di noi”. Ma anche il fico rispose: “Dovrei lasciare i miei frutti dolci e buoni per andare a regnare sugli alberi?”. E dissero gli alberi al rovo: “Vieni a regnare su di noi”. Rispose loro il rovo: “Se davvero voi mi ungete come re su di voi, venite qui a ripararvi sotto di me; se no, esca il fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”» (p. 263).

La favola è tratta dall’Antico Testamento, Giudici 9, 8-15: «Un giorno, gli alberi si misero in cammino per ungere un re che regnasse su loro; e dissero all’ulivo: Regna tu su noi. Ma l’ulivo rispose loro: Rinunzierei io al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me, per andare ad agitarmi al disopra degli alberi? Allora gli alberi dissero al fico: Vieni tu a regnare su noi. Ma il fico rispose loro: Rinunzierei io alla mia dolcezza e al mio frutto squisito per andare ad agitarmi al disopra degli alberi? Poi gli alberi dissero alla vite: Vieni tu a regnare su noi. Ma la vite rispose loro: Rinunzierei io al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al disopra degli alberi? Allora tutti gli alberi dissero al pruno: Vieni tu a regnare su noi. E il pruno rispose agli alberi: Se è proprio in buona fede che volete ungermi re per regnare su voi, venite a rifugiarvi sotto l’ombra mia; se no, esca un fuoco dal pruno e divori i cedri del Libano!».

I cedri dei monti del Libano sono legati da sempre alla cultura cananea ed israelitica: il suo legno è stato utilizzato nel corso dei secoli non solo da Israele (cf. Nili Liphshitz – Gideon Biger, Cedar of Lebanon (Cedrus libani) in Israel during Antiquity, in Israel Exploration Journal 41 [1991], pp. 167-75), ma anche dagli Assiri e dai Babilonesi (cf. Josette Elayi, L’exploitation des cèdres du Mont Liban par les rois assyriens et néo-babyloniens, in Journal of the Economic and Social History of the Orient 31 [1988], pp. 14-41).

Paul Gustave Louis Cristophe Doré, Il taglio dei cedri del Libano, incisione del 1865, da “La Sacra Bibbia”, Milano 1931, I Re, 5, 19.
Paul Gustave Louis Cristophe Doré, Il taglio dei cedri del Libano, incisione del 1865, da “La Sacra Bibbia”, Milano 1931, I Re, 5, 19.

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Eschilo (525 circa – 456/455 a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Eschilo – Sofocle – Euripide, Tutte le tragedie. A cura di Angelo Tonelli. Bompiani Edizioni. Milano 2011.

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Eschilo. Busto rinascimentale in bronzo. Museo Archeologico Nazionale, Firenze.

Πέρσαι

408-411: nello scontro navale di Salamina una nave fenicia perde la struttura ornamentale di poppa: «MESSAGGERO: …E già nave contro nave/ cozzava il rostro di bronzo; uno scafo greco/ diede inizio all’attacco e ruppe tutti gli aplustri/ a un’imbarcazione fenicia…» (p. 65).

958-965: i capitani di Serse su una nave di Tiro: «CORO…Dove sono i tuoi capitani?…SERSE Caduti da una nave di Tiro/ sulle spiagge di Salamina,/ sbattuti contro la costa dura» (p. 95).

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Ἱκέτιδες

119-121: le figlie di Danao lacerano il loro velo sidonio: «CORO:…E tu, o Terra, intendi la mia voce barbarica?/ Senza tregua la mano si abbatte,/ squarcia il velo sidonio, il manto di lino» (p. 179).

279-283: le Supplici, che si dicono argive, appaiono agli occhi di Pelasgo come donne libiche, egizie o cipriote: «RE O straniere, per me è incredibile a udirsi quello che dite: di avere origine argiva./ Siete molto più somiglianti alle donne libiche/ che non alle nostre donne: il Nilo potrebbe allevare una simile pianta;/ e vi assomiglia l’impronta cipria, che artisti virili/ impressero nelle immagini delle loro femmine» (p. 187).

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Nei Persiani Eschilo racconta nel 472 a.C., otto anni dopo anni la disfatta di Serse a Salamina (480 a.C.), preannunciata da un sogno di Atossa, vedova di Dario e madre di Serse, e voluta dalla giustizia divina. Nei brani riportati si coglie appieno il coinvolgimento nello scontro dei Fenici, che offrono ai Persiani la loro flotta, cf. da ultimo, Ida Oggiano – Tatiana Pedrazzi, La Fenicia in età persiana. Un ponte tra il mondo iranico e il Mediterraneo (= Rivista di studi fenici, Suppl., 29, 2011), Pisa – Roma 2011.

Nelle Supplici si evidenziano alcune osservazioni antropologiche e fisiche che riportano alla geografia di Eschilo, dall’Europa all’Asia, all’Africa: Serena Bianchetti, Il confine Europa – Asia in Eschilo, in Sileno. Rivista di studi classici e cristiani 14.1-2 (1988), pp. 205-14; Andrea Blasina, Geografie africane in Eschilo, in J. González – P. Ruggeri – C. Vismara – R. Zucca (edd.), L’Africa romana. Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi. Atti del XVII Convegno di studio, Sevilla, 14 -17 dicembre 2006, Roma 2008, pp. 1949-60.

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Pindaro (518 – 438 a.C.)

Testo di riferimento: Pindaro, Tutte le opere. A cura di Enzo Mandruzzato. Bompiani Editore, Milano 2010.

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Πύϑια

I, Per Ierone e per Etna, 133-153: la battaglia d’Imera: «…Io ti prego, Cronide, fa’ che i Fenici/ indugino nella quiete delle case,/ frena il grido di guerra degli Etruschi/ poiché hanno veduto innanzi a Cuma/ il loro orgoglio piangere le navi,/ e molto hanno sofferto quando/ il primo dei Siracusani li domava/ e ne gettava dalle svelte navi/ la gioventù nel mare e ricacciava/ il peso della schiavitù dell’Ellade./ E io da Salamina pregherò/ gratitudine per Atene/ che mi sarà mercede,/ ed a Sparta dirò della battaglia/ davanti al Citerone, e l’una e l’altra/ stancarono i Persiani dai curvi archi,/ dopo che avrò compiuto/ presso le belle rive dell’Imera/ l’inno dei Dinomènidi,/ ricevuto da loro per virtù,/ quando i loro nemici si stancarono…» (pp. 215, 217).

II, Per Ierone, 104-105: la merce fenicia si muove sul bianco mare: «…Salve! Ti giunga questo canto come/ merce fenicia sopra il bianco mare…» (p. 227).

III, Messaggio a Ierone,141-148: Cadmo simile a un dio: «…Ma il tempo non fu certezza/ neppure per Peleo figlio di Eaco,/ neppure a Cadmo simile agli Dei,/ che raggiunsero, come si racconta,/ la più alta fortuna tra i mortali,/ e quando in Tebe ebbero spose/ l’uno Armonia dai grandi occhi calmi/ l’altro Tedide figlia di Nereo…» (p. 243).

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Ίσθμια

IV, Per Melisso di Tebe, 92-106: Eracle contro Anteo libico: «…Così un tempo anche/ venne da Tebe alle case di Anteo/ nella Libia fertile di grano/ un Eroe dalla piccola statura/ ma di anima inflessibile/ per lottare con lui/ e di crani di pellegrini/ non si coprisse più/ il tempio di Posidone:/era il figlio di Alcmena,/assunto nell’Olimpo:/ che scoprì tutte le terre ed il palmo/ del mare bianco dalle fonde rocce rasserenando il varco ai naviganti…» (pp. 531, 533).

Cerveteri. Cratere attico, particolare (VI secolo a.C.), Eracle lotta con Anteo. Parigi, Musée du Louvre.
Cerveteri. Cratere attico, particolare (VI secolo a.C.), “Eracle lotta con Anteo”. Parigi, Musée du Louvre.

Per le Colonne d’Ercole in Pindaro, cf. Adolfo J. Dominguez- Monedero, Pindaro y las Columnas de Hércules, in Actas del Congreso Internacional «El Estrecho de Gibraltar» Ceuta (Noviembre 1987), I, Madrid 1988, pp. 716-24. Per la memoria dei Fenici alle Colonne d’Ercole, cf. Paolo Bernardini, I Fenici ai confini del mondo: le isole erranti e le colonne di Melqart, in Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae. International Journal of Archaeology 1 (2003), pp. 111-21.

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Ermippo (V secolo a.C.) (E.A.)

Frammenti

Testo di riferimento: I comici greci. Introduzione, traduzione e note di Simone Beta. Biblioteca universale Rizzoli, Milano 2009.

Diego Velázquez, "Il trionfo di Dioniso/Bacco" (1628 circa). Madrid, Museo del Prado.
Diego Velázquez, “Il trionfo di Dioniso/Bacco” (1628 circa). Madrid, Museo del Prado.

I facchini, fr. 63: prodotti egiziani, sirî, fenici e cartaginesi ad Atene: «…Ditemi ora, o Muse che avete casa sull’Olimpo,/ quanti beni Dioniso ha portato qua agli uomini/ dal giorno in cui ha cominciato a navigare/ sul mare colore del vino con la nave nera…Dall’Egitto ha portato vele da appendere alle navi/ e papiri, dalla Siria l’incenso./ …La Fenicia offre il frutto della palma e farina sottile,/ Cartagine tappeti e cuscini variopinti…».

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Il frammento seleziona i prodotti più richiesti nell’Atene del V secolo a.C.

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Sofocle (497/496 – 406 a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Sofocle, Tragedie e frammenti, Volume secondo. A cura di Guido Paduano. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1982.

Hartmann Schedel, «Liber Chronicarum», Norimberga 1493.
Hartmann Schedel, «Liber Chronicarum», Norimberga 1493.

Frammenti

909: «Hai venduto e comprato come un Fenicio, un mercante di Sidone» (p. 1037).

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Erodoto (490/480 – 424 a.C. circa) (E.A.)
Busto di Erodoto. Marmo greco, copia romana di un originale greco degli inizi del IV secolo a.C. Roma, Museo Nazionale Romano. Palazzo Massimo alle Terme.
Busto di Erodoto. Marmo greco, copia romana di un originale greco degli inizi del IV secolo a.C. Roma, Museo Nazionale Romano. Palazzo Massimo alle Terme.

ΙΣΤΟΡΙΑΙ

Testi di riferimento: Le storie, di Erodoto. A cura di Aristide Colonna e Fiorenza Bevilacqua. Volume primo. Libri I-IV. Volume secondo. Libri V-IX. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1996.

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Libro I. KΛΕΙΩ [1, 1-5]: i Fenici responsabili dell’inimicizia fra Greci e Barbari: «I dotti Persiani sostengono che furono i Fenici la causa del contrasto [fra Greci e barbari: essi infatti, arrivati dal Mare Eritreo sulle coste del nostro mare, si stanziarono dove vivono ancora tuttora e subito intrapresero lunghi viaggi per mare; trasportando merci provenienti dall’Egitto e dall’Anatolia, giunsero in molte località, tra le quali Argo. Argo a quell’epoca era, sotto tutti gli aspetti, la più importante tra le città della regione che oggi viene chiamata Grecia. I Fenici, dunque, arrivati in questa città di Argo, mettevano in vendita il loro carico. Quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, quando ormai avevano venduto quasi tutto, vennero sulla riva del mare molte donne, tra cui anche la figlia del re: il suo nome, a quanto dicono anche i Greci, era Io figlia di Inaco. Mentre queste se ne stavano presso la poppa della nave e compravano gli oggetti che più piacevano loro, i Fenici, fattisi coraggio a vicenda, si gettarono su di esse. La maggior parte delle donne riuscì a fuggire, ma Io insieme ad altre venne rapita: i Fenici, dopo averle imbarcate sulla loro nave, salparono e si diressero verso l’Egitto. I Persiani dunque affermano che Io giunse in Egitto in tal modo, diversamente da quanto asseriscono i Greci, e che questo fatto segnò l’inizio di una serie di torti reciproci. In seguito, dicono ancora i Persiani, alcuni Greci (di cui essi non sono in grado di fare il nome), sbarcati a Tiro, in Fenicia, rapirono la figlia del re, Europa: costoro sarebbero stati dei Cretesi. A questo punto erano pari: ma poi i Greci si resero responsabili della seconda offesa. Arrivati con una nave lunga a Ea nella Colchide, vicino al fiume Fasi, dopo aver sbrigato gli affari per cui erano venuti, rapirono la figlia del re, Medea. Il re dei Colchi, allora, inviò un araldo in Grecia per chiedere soddisfazione del rapimento e per reclamare la restituzione della figlia: ma i Greci risposero che i barbari non avevano dato loro soddisfazione del rapimento dell’argiva Io: perciò loro avrebbero fatto altrettanto. Narrano che, nel corso della generazione successiva, Alessandro figlio di Priamo, avendo sentito parlare di questi avvenimenti, volle procurarsi una moglie in Grecia per mezzo di un rapimento, sicuro che sarebbe sfuggito a qualsiasi punizione: infatti costoro non erano stati puniti. Quando dunque ebbe rapito Elena, i greci decisero di inviare dei messi per reclamare la restituzione di Elena e per domandare soddisfazione del rapimento. Ma quando avanzarono tali richieste, fu rinfacciato loro il rapimento di Medea e il fatto che essi, che non avevano dato alcuna soddisfazione né avevano restituito quanto reclamato, pretendevano ora di ricevere soddisfazione da altri. Fino ad allora vi erano stati semplicemente dei rapimenti, commessi dagli uni contro gli altri, ma a partire da quel momento i Greci si resero gravemente colpevoli: infatti cominciarono a portare guerra in Asia prima che i Persiani la portassero in Europa. Ora, essi ritengono che rapire donne è un’azione da uomini ingiusti, ma darsi da fare per vendicare i rapimenti è da insensati, mentre è proprio dei saggi non preoccuparsi affatto delle donne rapite: è evidente infatti che, se non lo avessero voluto esse stesse, non sarebbero state rapite. Loro, gli abitanti dell’Asia – dicono i Persiani – non si sono mai curati delle donne rapite, i greci invece per una donna spartana raccolsero un grande esercito e giunti in Asia, distrussero la potenza di Priamo. Da allora hanno sempre pensato che ciò che è greco sia loro nemico. In effetti i Persiani considerano come cosa di loro proprietà l’Asia e i popoli barbari che vi abitano, mentre ritengono che l’Europa e il mondo greco siano un paese a parte. Così sono andate le cose secondo i Persiani ed è nella distruzione di Troia che essi individuano l’origine del loro odio verso i Greci. Riguardo a Io, però, i Fenici non sono d’accordo con i Persiani: affermano di non essere ricorsi a un rapimento per condurla in Egitto, ma che Io ad Argo aveva una relazione con il proprietario della nave e, quando si accorse di essere incinta, temendo la reazione dei suoi genitori, si imbarcò con i Fenici di sua spontanea volontà per non essere scoperta. Ecco dunque la versione dei Persiani e dei Fenici. Da parte mia, non intendo pronunciarmi su questi fatti affermando che le cose andarono in un modo o nell’altro, indicherò invece colui che, a quanto so personalmente, per primo prese l’iniziativa do compiere azioni ingiuste contro i Greci e quindi proseguirò il discorso occupandomi indistintamente di città grandi e piccole: infatti quelle che un tempo erano grandi sono per lo più diventate piccole e quelle che erano grandi ai miei tempi, pria erano piccole; ben consapevole che la prosperità umana non rimase mai a lungo nello stesso luogo, farò ugualmente menzione sia delle une che delle altre» (Volume primo, pp. 59-65).

Sebastiano Ricci (1659-1734), "Ratto di Elena". Parma, Galleria Nazionale.
Sebastiano Ricci (1659-1734), “Ratto di Elena”. Parma, Galleria Nazionale.

Libro I. KΛΕΙΩ [105, 1-4]: il santuario di Astarte e la fondazione fenicia del tempio di Afrodite a Citera: «Quando [gli Sciti] arrivarono nella Siria Palestina, il re dell’Egitto Psammetico si fece loro incontro, e con doni e con preghiere li convinse a non avanzare ulteriormente. In seguito, nel corso della loro ritirata, giunsero nella città di Ascalona in Siria e, mentre la maggior parte di loro passò oltre senza recare alcun danno, un piccolo gruppo, rimasto indietro, saccheggiò il santuario di Afrodite Urania [Astarte]. Tale santuario, a quanto ricavo dalle mie informazioni, è il più antico di tutti quelli consacrati a questa dea: infatti quello di Cipro [a Pafo], come ammettono i Ciprioti sessi, trasse origine appunto da qui e quello di Citerea lo eressero dei Fenici provenienti appunto da questa parte della Siria. Gli Sciti che saccheggiarono il santuario di Ascalona e tutti i loro discendenti furono colpiti dalla dea con la “malattia femminile”: gli Sciti spiegano così la malattia di costoro e i viaggiatori che si recano nella Scizia possono constatare in che condizioni si trovino quelli che gli Sciti chiamano “Enarei”» (Volume primo, p. 171).

Libro I. KΛΕΙΩ [143, 1]: al tempo dell’alleanza tra gli Ioni e gli Spartani i Fenici non erano ancora assoggettati ai Persiani (lo furono a partire dal 539 a.C.): «Tra questi Ioni, i Milesi erano a riparo da ogni pericolo, in quanto avevano concluso un patto, e anche gli abitanti delle isole non avevano nulla da temere, perché i Fenici non erano ancora soggetti ai Persiani e i Persiani stessi non erano dei marinai» (Volume primo, p. 209).

Libro I. KΛΕΙΩ [163, 1-2]: i Focesi a Tartesso: «…Gli abitanti di questa città [Focea] sono stati i primi fra i Greci a compiere lunghi viaggi per mare e sono loro che hanno scoperto l’Adriatico, la Tirrenia, l’Iberia e Tartesso; non usavano navi da carico, bensì penteconteri. Quando giunsero a Tartesso, si guadagnarono l’amicizia del re di Tartesso, di nome Argantonio, il quale regnò su Tartesso per ottanta anni e ne visse in tutto centoventi» (Volume primo, p. 225).

Libro I. KΛΕΙΩ [166, 1-3 – 167, 1]: Focesi, Etruschi, Cartaginesi e la battaglia di Alalia (circa 540 a.C.): «Quando [i Focesi] giunsero a Cirno [Corsica], per cinque anni abitarono insieme a quelli che erano arrivati prima di loro e costruirono dei templi. Ma poiché depredavano e derubavano tutti i popoli confinanti, Tirreni e Cartaginesi di comune accordo mossero contro di loro, entrambi con una flotta di sessanta navi. I Focei armarono anch’essi le loro navi, in numero di sessanta, e affrontarono il nemico nel mare detto di Sardegna. Attaccata battaglia, i Focei riportarono una vittoria cadmea: delle loro navi quaranta furono distrutte e le venti erano inutilizzabili avendo i rostri rivolti all’indietro. Approdati ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e tutti gli altri beni che le navi potevano trasportare e, abbandonata Cirno, fecero vela alla volta di Reggio [Elea, Velia]. Quanto agli uomini delle navi distrutte, la maggior parte di essi li presero i Cartaginesi e i Tirreni e, dopo averli condotti fuori dalla città, li lapidarono…» (Volume primo, pp. 227-29).

Libro I. KΛΕΙΩ [170, 3]: origine fenicia di Talete di Mileto: «…Un’altra valida proposta, prima della disfatta, era stata avanzata [agli Ioni] da Talete di Mileto, la cui famiglia era di origine fenicia…» (Volume primo, p. 231).

Resti del teatro di Mileto, in Asia Minore. Talete, Anassimandro ed Ecateo fecero della città un centro di rilievo per lo studio della filosofia, delle scienze naturali, della geografia e della storia.
Resti del teatro di Mileto, in Asia Minore. Talete, Anassimandro ed Ecateo fecero della città un centro di rilievo per lo studio della filosofia, delle scienze naturali, della geografia e della storia.

Libro I. KΛΕΙΩ [199, 1-5]: la prostituzione sacra nei santuari di Babilonia e di Cipro, a Pafo e ad Amatunte: «L’usanza più vergognosa dei Babilonesi consiste in questo: ogni donna del paese deve, una volta nella sua vita, sedere nel santuario di Afrodite e unirsi a uno straniero. Molte, orgogliose come sono della loro ricchezza, disdegnando di mescolarsi alle altre, si recano al santuario su carri coperti e si fermano lì con un grande seguito di servi. La maggior parte invece si comporta nel modo seguente; stanno sedute in folla nel recinto sacro di Afrodite, con una corona di corda intorno alla testa: alcune arrivano, altre se ne vanno; in mezzo alle donne corrono in ogni direzione dei passaggi liberi delimitati da funi, attraverso i quali gli stranieri circolano e fanno la loro scelta. Quando una donna ha preso posto là, non può tornare a casa finché uno straniero non le abbia gettato del denaro sulle ginocchia e non si sia unito a lei fuori del santuario. Nel gettarle il denaro deve pronunciare questa frase: “Ti chiamo in nume della dea Militta” (Militta è il nome che gli Assiri danno ad Afrodite. La somma è quanto uno vuole: non vi è rischio che la donna la rifiuti, perché non ne ha il diritto: quel denaro infatti diviene sacro. Essa segue il primo che glielo getta e non respinge nessuno. Dopo aver fatto l’amore, è libera da ogni obbligo verso la dea e torna a casa; e da questo momento in poi non potrai possederla per nessuna cifra al mondo. Quelle dotate di bell’aspetto e di alta statura se ne vanno ben presto, mentre quelle brutte, non riuscendo ad adempiere alla norma, vi rimangono per molto tempo, alcune restano lì anche per tre o quattro anni. Una simile usanza vige anche in qualche località di Cipro» (Volume primo, pp. 265-67).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [12, 3]: natura dei suoli della Libia e della Siria: «.…La Libia invece sappiamo che ha un suolo piuttosto rossiccio e sabbioso, mentre l’Arabia e la Siria piuttosto argilloso e pietroso» (Volume primo, p. 293).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [15, 3 – 16, 1-2]: la geografia di Erodoto: «…Anticamente dunque veniva chiamata Egitto la regione di Tebe, il cui perimetro misura seimilacentoventi stadi. Se dunque la nostra opinione è corretta, gli Ioni hanno torto sull’Egitto. Se è invece è giusta l’opinione degli Ioni, allora io posso dimostrare che i Greci e gli Ioni stessi non sanno contare, quando affermano che tutta la terra si divide in tre parti, Europa, Asia e Libia. In tal caso essi dovrebbero aggiungere come quarta parte il Delta dell’Egitto, se esso non appartiene né all’Asia né alla Libia infatti, secondo questo ragionamento, non è il Nilo che separa l’Asia dalla Libia: il Nilo si divide al vertice del Delta, cosicché il Delta verrebbe a trovarsi in mezzo fra l’Asia e la Libia» (Volume primo, p. 299).

Ripresa satellitare delle regioni del Delta del Nilo.
Ripresa satellitare delle regioni del Delta del Nilo.

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [20. 1-3]: i fiumi di Siria e Libia e la teoria di Talete di Mileto: «Ma alcuni Greci, volendo distinguersi per sapienza, hanno formulato tre spiegazioni diverse riguardo alle variazioni di portata di questo fiume [il Nilo]: di esse due non le ritengo degne di essere illustrate, ma mi limito a segnalarle. Una afferma che i venti etesii sono la causa delle piene del fiume, in quanto impedirebbero al Nilo di riversarsi nel mare. Ma spesso i venti etesii non spirano affatto, eppure il Nilo si comporta nello stesso modo. Inoltre, se la causa fosse costituita dai venti etesii, anche gli altri fiumi che scorrono in direzione opposta a quella di questi venti, dovrebbero essere soggetti allo stesso fenomeno del Nilo e in misura ancora più rilevante dal momento che, essendo più piccoli, hanno una corrente più debole: invece ci sono molti fiumi in Siria e molti in Libia per i quali non si verifica nulla di simile a ciò che accade con il Nilo» (Volume primo, p. 303).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [44, 1-5]: templi di Eracle/Melqart a Tiro e a Taso: «Poiché sull’argomento volevo avere informazioni precise da chi fosse in grado di fornirmele, mi recai per mare anche a Tiro in Fenicia, dove avevo saputo che si trovava un santuario sacro a Eracle. E lo vidi, riccamente adorno di molte offerte, tra le quali vi erano due colonne, una di oro puro, l’altra di smeraldo, che di notte brillava di grande splendore. Conversando con i sacerdoti del dio, chiesi quanto tempo fosse passato da quando era stato eretto il santuario; e scoprii che neppure costoro concordavano con i Greci: mi risposero infatti che il santuario era stato costruito all’epoca della fondazione di Tiro e che Tiro era abitata da duemilatrecento anni. A Tiro vidi anche un altro santuario di Eracle Tasio. Andai anche a Taso, dove trovai un santuario di Eracle innalzato da quei Fenici che, salpati alla ricerca di Europa, colonizzarono Taso; e questi avvenimenti risalgono a cinque generazioni prima che in Grecia nascesse Eracle figlio di Anfitrione. Le mie ricerche dimostrano dunque chiaramente che Eracle è una divinità antica: e a me sembra che il comportamento più corretto sia quello di quei Greci che hanno elevato templi dedicati a due Eracle e a uno, che chiamano Olimpio, offrono sacrifici come a un immortale, mentre all’altro rendono onori funebri come a un eroe» (Volume primo, pp. 331-33).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [49, 3]: Cadmo di Tiro e i riti di Dioniso: «…La cosa più verosimile mi sembra invece che [l’indovino] Melampo abbia appreso il culto di Dioniso da Cadmo di Tiro e da quei Fenici che giunsero insieme a lui nella regione ora chiamata Beozia» (Volume primo, p. 537).

Dioniso seduto con khantaros. Particolare di un vaso attico a figure nere di Psiax (520-500 a.C.) da Vulci. Londra, British Museum.
Dioniso seduto con khantaros. Particolare di un vaso attico a figure nere di Psiax (520-500 a.C.) da Vulci. Londra, British Museum.

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [54, 1-2 – 56, 1-3]: il ratto delle sacerdotesse tebane da parte dei Fenici e gli oracoli di Zeus a Dodona nell’Epiro e di Ammone nell’oasi libica di Siwa: «Riguardo ai due oracoli – quello di Grecia e quello in Libia – gli Egizî narrano questa storia. I sacerdoti di Zeus Tebano mi raccontano che due donne consacrate al dio erano state rapite da Tebe a opera dei Fenici e che essi avevano appreso che erano state vendute una in Libia e l’altra in Grecia e furono queste donne che per prime istituirono gli oracoli presso i popoli suddetti. Domandai loro da dove traessero le informazioni necessarie a fornire notizie così precise e mi risposero che essi avevano cercato a lungo quelle donne senza riuscire a trovarle: in seguito però erano venuti a sapere ciò che mi avevano riferito…Quanto a me, la mia opinione è la seguente. Se veramente i Fenici rapirono le due donne consacrate al dio e le vendettero una in Libia e l’altra in Grecia, io credo che quest’ultima sia stata venduta in quella regione dell’attuale Grecia (che allora si chiamava Pelasgia) dove abitano i Tesproti: poi, vivendo come schiava, fondò un santuario di Zeus sotto una quercia cresciuta spontaneamente; del resto era naturale che essa, che a Tebe aveva servito in un santuario di Zeus, si ricordasse di lui nel luogo dove era arrivata. Più tardi istituì un oracolo, appena ebbe imparato la lingua greca. E fu lei che rivelò che sua sorella era stata venduta in Libia da quegli stessi Fenici che avevano venduto lei» (Volume primo, pp. 341-43).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [79, 1]: il canto di Lino: «[Gli Egizî] osservano i costumi dei loro antenati e non ne adottano di nuovi. Fra le altre tradizioni degne di essere ricordate vi è anche il fatto che esiste un solo canto, il canto in onore di Lino, che è in uso in Fenicia, a Cipro e altrove: il nome varia a secondo dei popoli, ma si è d’accordo nel ritenere che si tratti dello stesso personaggio che i Greci cantano sotto il nome di Lino» (Volume primo, p. 363).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [104, 2-4]: la circoncisione e i Fenici: «…I Colchi, gli Egizî e gli Etiopi sono gli unici popoli a praticare, fin dai tempi più remoti, la circoncisione. I Fenici e i Siri della Palestina riconoscono essi stessi di avere appreso tale usanza dagli Egizî…che la sua diffusione sia dovuta alle frequenti relazioni con gli Egizî per me è dimostrato in modo significativo da questo fatto: quei Fenici che hanno contatti con i Greci non seguono più l’influenza egizia per quanto riguarda i genitali e non circoncidono più i loro figli» (Volume primo, pp. 383-85).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [106, 1]: le stele di Sesostri in Siria Palestina: «Le stele che il re dell’Egitto Sesostri erigeva nei vari paesi per la maggior parte non esistono più: tuttavia nella Siria Palestina io stesso ne ho viste di superstiti, con sopra le iscrizioni che ho ricordato e i genitali femminili» (Volume primo, p. 385).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [112, 1-2]: il Campo dei Tiri a Menfi: «Dopo Ferone, dicevano i sacerdoti, il regno passò a un uomo di Menfi, il cui nome in greco è Proteo. A Menfi attualmente esiste un suo recinto sacro, molto bello e ben decorato, situato a sud del santuario di Efesto. Intorno a questo recinto abitano dei Fenici di Tiro e tutta la località è chiamata Campo dei Tiri…» (Volume primo, p. 393).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [116, 1-6]: Paride ed Elena a Sidone: «In tal modo, raccontavano i sacerdoti, Elena arrivò da Proteo. A me sembra che anche Omero fosse al corrente di questa storia, ma, poiché non era adatta alla composizione epica quanto quella di cui si servì, la lasciò da parte, pur facendo capire di conoscerla. Lo si vede chiaramente dal modo in cui nell’Iliade (senza smentirsi in nessun altro punto) parla del girovagare di Alessandro: di come, mentre conduceva con sé Elena venne deviato dalla sua rotta, vagando di qua e di là, e di come giunse a Sidone in Fenicia. Omero ne fa menzione nelle Gesta di Diomede; i versi dicono: “dov’erano i suoi pepli opere tutte a ricami di donne/ sidonie, che Alessandro simile a un dio/ portò da Sidone. Vasto mar navigando/ nel viaggio in cui condusse Elena figlia di avi gloriosi.” [Il. VI, 289-292]. Ne parla anche nell’Odissea nei versi seguenti: “Tali rimedi efficaci possedeva la figlia di Zeus,/ benigni, che a lei Polidamma diede, la sposa di Tone,/ L’Egizia. La terra che dona le biade produce moltissimi/ farmaci, lì: molti, mischiati, benigni, molti funesti” [Od., IV, 227-230]. E altrove Menelao rivolge a Telemaco queste parole: “Pur desiderando io tornare, gli dei mi trattennero ancora/ in Egitto, perché non gli feci ecatombi perfette” [Od., IV, 351-352]. In questi versi è evidente che Omero era a conoscenza del viaggio di Alessandro in Egitto; la Siri, infatti, confina con l’Egitto e i Fenici, a cui appartiene Sidone, abitano nella Siria» (Volume primo, pp. 395-97).

Libro II. ΕΥΤΕΡΠΕ [161, 1-2]: Apris contro Sidone e Tiro: «Psammi regnò sull’Egitto soltanto sei anni [dal 594 al 588 a.C.]: morì subito dopo una spedizione in Etiopia e gli successe il figlio Apries. Costui, dopo il suo bisavolo Psammetico, fu il più felice dei re che avevano regnato fino ad allora; regnò per venticinque anni [sino al 560 a.C.], durante i quali marciò con le sue truppe contro Sidone e combatté per mare contro il re di Tiro» (Volume primo, p. 455).

Libro III. ΘΑΛΕΙΑ [6, 1-2]: il vino di Grecia e di Fenicia e l’approvvigionamento idrico in Siria, da Ieniso al monte Casio: «Adesso passo a parlare di una cosa sulla quale ben pochi di quanti si recano per mare in Egitto hanno riflettuto. In Egitto vengono importate due volte all’anno, da tutta la Grecia e anche dalla Fenicia, giare piene di vino: eppure una sola giara di vino vuota, una di numero, per così dire, non è possibile vederla. Allora, ci si potrebbe chiedere, dove vanno a finire? Spiegherò anche questo. Il governatore di ogni nomo ha il dovere di raccogliere tutte le giare che si trovano nella sua città e di farle portare a Menfi; gli abitanti di Menfi devono riempirle di acqua e trasportarle in quelle zone senz’acqua della Siria che ho menzionato. Così ogni giara che arriva in Egitto viene messa da parte e poi inviata in Siria, dove si aggiunge alle precedenti» (Volume primo, pp. 481-83).

Libro III. ΘΑΛΕΙΑ [19, 1-3]: la mancata spedizione di Cambise II contro Cartagine: «Cambise, appena ebbe deciso di inviare gli osservatori, subito mandò a chiamare dalla città di Elefantina degli Ittiofagi che conoscevano la lingua etiopica. Mentre si andava a cercarli, comandò alla flotta di dirigersi contro Cartagine. Ma i Fenici si rifiutarono di eseguire quest’ordine: sostenevano di essere legati ai Cartaginesi da giuramenti solenni e che avrebbero agito in modo empio se avessero mosso guerra contro i loro stessi figli. Dal momento che i Fenici non erano disposti a battersi, gli altri non erano in grado di affrontare il combattimento da soli. Così i Cartaginesi scamparono all’asservimento a opera dei Persiani. Cambise infatti non ritenne giusto usare la forza nei confronti dei Fenici, sia perché si erano consegnati spontaneamente ai Persiani, sia perché da loro dipendeva tutta la flotta. Anche i Ciprioti si erano consegnati spontaneamente ai Persiani e partecipavano alla spedizione contro l’Egitto» (Volume primo, p. 497).

Libro III. ΘΑΛΕΙΑ [37, 1-3]: i Pateci fenici ed i Cabiri: «Cambise compì molte follie di tal genere contro i Persiani e i loro alleati durante il suo soggiorno a Menfi, dove aprì anche tombe per esaminare i cadaveri. Analogamente entrò nel santuario di Efesio e rise a lungo della statua del dio [Ptah]. In effetti la statua di Efesto è molto somigliante ai Pateci della Fenicia, che i Fenici, che i Fenici portano in giro sulla prua delle loro triremi; per chi non li ha mai visti, darò questa indicazione: raffigurano dei Pigmei. Entrò anche nel santuario dei Cabiri, nel quale a nessuno è lecito entrare tranne che al sacerdote e bruciò addirittura le statue che vi si trovavano, dopo averle a lungo derise. Anche queste statue sono simili a quello di Efesto, anzi dicono che i Cabiri siano suoi figli» (Volume primo, pp. 517-19).

Amuleto di Bes-Pateco. Pasta silicea. Firenze, Museo Archeologico Nazionale Egizio.
Amuleto di Bes-Pateco. Pasta silicea. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, sez. Museo Egizio.

Libro III. ΘΑΛΕΙΑ [91, 1]: la Fenicia distretto achemenide: «A partire dalla città di Poseideio (fondata da Anfiloco figlio di Anfiarao al confine fra la Cilicia e la Siria), a partire da questa città fino all’Egitto, eccettuato il territorio degli Arabi che era esente da imposte, il tributo era di trecentocinquanta talenti: in tale distretto sono comprese tutta la Fenicia, la Siria chiamata Palestina e Cipro; e questo era il quinto distretto» (Volume primo, p. 579).

Libro III. ΘΑΛΕΙΑ [107, 2]: i Fenici esportatori di storace: «…L’incenso [gli Arabi] lo raccolgono bruciando lo storace [gomma-resina], una sostanza che i Fenici esportano in Grecia; bruciando appunto lo storace, riescono a impadronirsene; gli alberi che producono l’incenso sono custoditi da serpenti alati, di piccole dimensioni e di diversi colori, che stanno in gran numero intorno a ogni albero…» (Volume primo, p. 593).

Lo styrax officinale produce lo storace, resina profumata bruciata come incenso.
Lo styrax officinale produce lo storace, resina profumata bruciata come incenso.

Libro III. ΘΑΛΕΙΑ [111, 1-2]: cinnamomo è nome mutuato dal fenicio: «Il cinnamomo poi lo raccolgono in maniera ancora più straordinaria. Dove nasca e quale sia la terra che lo produce non sanno dirlo, salvo il fatto che alcuni, attenendosi a una tradizione verosimile, sostengono che cresca nel paese in cui fu allevato Dioniso [in Etiopia]. Raccontano che sarebbero dei grandi uccelli a trasportare i fuscelli che noi, con un termine appreso dai Fenici, chiamiamo cinnamomo: li trasporterebbero per la costruzione dei loro nidi, fatti di fango a ridosso di monti scoscesi, assolutamente inaccessibili all’uomo» (Volume primo, pp. 595-97).

Libro III. ΘΑΛΕΙΑ [136, 1]: da Sidone parte la perlustrazione della Grecia: «Essi discesero in Fenicia e precisamente nella città di Sidone, dove senza indugio equipaggiarono due triremi e, oltre ad esse, una grande nave rotonda [da carico] che fu riempita di beni di ogni tipo, ultimati tutti i preparativi, salparono alla volta della Grecia…» (Volume primo, p. 621).

Libro IV. ΜΕΛΠΟΜΕΝΗ [41, 2 – 43, 1]: il periplo di Necao: «La Libia risulta che sia circondata dal mare, tranne che per il tratto in cui confina con l’Asia: il primo a dimostrarlo, a nostra conoscenza, fu Neco, re dell’Egitto, il quale, dopo aver interrotto lo scavo che andava dal Nilo al golfo Arabico, fece partire dei Fenici su delle navi, ordinando loro di passare, sulla rotta del ritorno, attraverso le colonne d’Eracle fino a giungere nel mare settentrionale e così in Egitto. I Fenici quindi, partiti dal Mare Eritreo [Mar Rosso], navigavano nel mare meridionale [Oceano Indiano]: quando veniva l’autunno, sbarcavano e seminavano la terra in quel punto della Libia dove, di volta in volta, erano arrivati nel corso della navigazione, e attendevano il tempo della mietitura; dopo il raccolto, riprendevano il mare, cosicché, trascorsi due anni, durante il terzo doppiarono le colonne d’Eracle e approdarono in Egitto. E raccontavano – cosa che per qualcun altro può essere credibile, ma non per me – che mentre circumnavigavano la Libia avevano il sole a destra. Così si seppe per la prima volta com’è fatta la Libia: in seguito sono stati i Cartaginesi a rivelarlo…» (Volume primo, pp. 681-83).

Libro IV. ΜΕΛΠΟΜΕΝΗ [44, 1-2]: il periplo di Scillace di Carianda: «La maggior parte dell’Asia fu esplorata per iniziativa di Dario, il quale voleva sapere dove sfocia in mare il fiume Indo, che è uno dei due soli fiumi in cui vivano i coccodrilli: inviò dunque su navi degli uomini di cui era certo che gli avrebbero riferito la verità, tra i quali Scillace di Carianda. Costoro partirono dalla città di Caspatiro e dalla regione Pattica e discesero il fiume, dirigendosi verso l’aurora e il sol levante, fino al mare; poi, navigando per mare verso occidente, nel giro di trenta mesi giunsero nello stesso punto dal quale il re dell’Egitto aveva mandato a circumnavigare la Libia quei Fenici di cui ho parlato poco sopra» (Volume primo, p. 685).

Libro IV. ΜΕΛΠΟΜΕΝΗ [192, 1]:le cetre fenicie: «Nel paese dei nomadi [nella Libia orientale] non vi è nessuno di questi animali, ma altri, e cioè: antilopi dalle natiche bianche, gazzelle, bubali, asini – non gli asini con le corna, ma altri, i “non bevitori” (e in effetti non bevono proprio) – e gli orii, con le cui corna si fabbricano i bracci delle cetre fenicie (si tratta di un animale che ha le dimensioni di un bue» (Volume primo, p. 811).

Libro IV. ΜΕΛΠΟΜΕΝΗ [195, 1-2]: i Cartaginesi e le isole Kerkenna: «Di fronte al territorio dei Gizanti si trova, secondo i Cartaginesi, un’isola chiamata Ciraui, lunga duecento stadi, ma stretta, raggiungibile a piedi dal continente, piena di olivi e di viti; in essa vi sarebbe un lago dalla cui melma le ragazze del luogo, mediante piume di uccello spalmate di pece, estrarrebbero pagliuzze d’oro. Se questo sia vero non lo so: scrivo quello che si dice…» (Volume primo, p. 813).

Libro IV. ΜΕΛΠΟΜΕΝΗ [196, 1-3]: i Cartaginesi e il baratto silenzioso: «I cartaginesi affermano anche quanto segue: esiste una regione della Libia, con relativi abitanti, al di là delle colonne d’Eracle; quando i Cartaginesi si recano presso di loro, scaricano le proprie mercanzie, le dispongono in ordine lungo la spiaggia e, tornati sulle navi, innalzano un segnale di fumo: allora gli abitanti del luogo, vedendo il fumo, accorrono al mare, depongono dell’oro in cambio delle merci e poi si ritirano, lasciando lì le merci stesse. I Cartaginesi sbarcano, esaminano l’oro e, se appare loro adeguato al valore delle merci, lo prendono e se ne vanno; altrimenti risalgono sulle navi e aspettano: gli indigeni si avvicinano e aggiungono altro oro, finché non li hanno accontentati. Non cercano di imbrogliarsi a vicenda: né gli uni toccano l’oro prima che abbia raggiunto a loro avviso un valore equivalente a quello delle merci, né gli altri toccano le merci prima che i Cartaginesi abbiano preso l’oro» (Volume primo, pp. 813-15).

Libro IV. ΜΕΛΠΟΜΕΝΗ [197, 2]: Greci e Fenici immigranti in Libia: «Riguardo a questa regione [la Libia] posso aggiungere che è abitata da quattro stirpi e non di più, a quanto ne sappiamo, due di esse sono autoctone, le altre due no: i Libî e gli Etiopi sono autoctoni e occupano rispettivamente la parte settentrionale e la parte meridionale della Libia, mentre i Fenici e i Greci sono immigrati» (Volume primo, p. 815).

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [42, 3]: Dorieo spartano in Libia: «[Dorieo] giunto nel paese di Cinipe [odierna Tripolitania], coloni, dai Libzzò una bellissima località della Libia sulla riva di un fiume. Ma dopo due anni fu cacciato via dai Maci, dai Libî e dai Cartaginesi e ritornò nel Peloponneso» (Volume secondo, p. 59).

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [43]: il territorio di Erice appartiene agli Eraclidi: «Qui [nel Peloponneso] Anticare, un uomo di Eleone [in Beozia], gli consigliò, in base ai vaticini di Laio, di colonizzare la terra di Eracle in Sicilia, asserendo che tutta la regione di Erice apparteneva agli Eraclidi, dal momento che Eracle in persona se ne era assicurato il possesso…» (Volume secondo, p. 59).

La città e le saline di Trapani viste dal Castello Normanno di Erice.
La città e le saline di Trapani viste dal Castello Normanno di Erice.

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [46, 1]: Fenici e Segestani sconfiggono Dorieo: «Con Dorieo si erano imbarcati, per fondare la colonia insieme a lui, anche altri Spartiati…, i quali, arrivati in Sicilia insieme a tutta la spedizione, morirono sconfitti in battaglia da Fenici e Segestani…» (Volume secondo, p. 63).

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [57 – 58, 1-2]: i Gefirei, i Fenici e l’introduzione dell’alfabeto: «I Gefirei, a cui appartenevano gli uccisori di Ipparco [514 a.C.], sostengono di essere originari di Eretria, ma, in base a quanto ho scoperto io personalmente con le mie ricerche, erano invece Fenici, di quelli arrivati con Cadmo nella regione attualmente chiamata Beozia: essi si stanziarono nel territorio che avevano ottenuto in sorte, quello di Tanafra. Da là, dopo che i Cadmei erano stati cacciati una prima volta dagli Argivi, i Gefirei, cacciati una seconda volta dai Beoti, si recarono ad Atene; gli Ateniesi accettarono che divenissero loro concittadini a determinate condizioni, cioè imponendo loro l’esclusione da alcuni diritti, non molti tuttavia e che non vale la pena di ricordare. I Fenici venuti insieme a Cadmo, dei quali facevano parte i Gefirei, stabilitisi in questa regione, introdussero fra i Greci molte nuove conoscenze e, in particolare, l’alfabeto, di cui in precedenza i Greci, secondo me, erano sprovvisti; in un primo tempo si servirono di caratteri ancora usati da tutti i Fenici; in seguito, col passar del tempo, cambiando lingua cambiarono anche la forma delle lettere. Intorno a loro, a quell’epoca, abitavano prevalentemente Greci di stirpe ionica: essi impararono dai Fenici la scrittura e la utilizzarono con piccole modifiche; usando dunque tali lettere, le chiamarono fenicie, come era giusto, dato che erano stati i Fenici a introdurle in Grecia» (Volume secondo, pp. 73-75).

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [106, 1-6]: Istieo di Mileto promette la Sardegna a Dario: «[Dario] convocò alla sua presenza Istieo di Mileto, che tratteneva presso di sé ormai da molto tempo…Isteo replicò: “…E quando avrò sistemato le cose secondo i tuoi desideri, giuro in nome degli dei della famiglia reale che non mi toglierò la tunica con la quale giungerò nella Ionia prima di aver reso tua tributaria la Sardegna, la più grande delle isole”» (Volume secondo, pp. 127-29).

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [109, 1-3]: la flotta degli Ioni contro i Fenici: «…i tiranni di Cipro, convocati i comandanti degli Ioni, dissero loro: “Uomini della Ionia, noi Ciprioti vi lasciamo scegliere che preferite attaccare, i Persiani o i Fenici. Se volete misurarvi con i Persiani in una battaglia sulla terraferma, è tempo per voi di scendere dalle navi e di schierare la fanteria, e per noi di imbarcarci sulla vostra flotta per affrontare i Fenici. Se invece preferite battervi con i Fenici, dovete comunque, qualunque sia la vostra scelta, impegnarvi ad assicurare, per quanto dipende da voi, la libertà della Ionia e di Cipro”. A tali parole gli Ioni risposero: “Il consiglio comune degli Ioni ci ha mandati qui per presidiare il mare, non per consegnare le navi ai Ciprioti e combattere sula terraferma contro i Persiani. Noi dunque nel posto che ci è stato assegnato, là cercheremo di essere valorosi…» (Volume secondo, p. 129).

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [112, 1]: gli Ioni sconfiggono in mare i Fenici: «…Sul mare gli Ioni, che quel giorno furono valorosissimi, surclassarono i Fenici; tra loro i migliori risultarono i Sami…» (Volume secondo, p. 131).

Libro V. ΤΕΡΨΙΧΟΡΗ [124, 2]: Aristagora di Mileto e la Sardegna possibile rifugio dalla vendetta di Dario: «…[Aristagora] convocò i suoi seguaci e si consultò con loro: dichiarò che era meglio per loro avere a disposizione un luogo dove rifugiarsi nel caso che fossero stati cacciati da Mileto, sia che da lì dovesse condurli a fondare una colonia in Sardegna…» (Volume secondo, p. 139).

Libro VI. ΕΡΑΤΩ [3]: Artafene riferisce agli Ioni di un progetto di Dario: trapianto degli Ioni in Fenicia e dei Fenici in Ionia: «…[Artafene] rispose che il re Dario aveva progettato di deportare i Fenici da loro paese e di stanziarli nella Ionia, e di trasferire gli Ioni in Fenicia…» (Volume secondo, pp. 143-45).

Libro VI. ΕΡΑΤΩ [6]: composizione della flotta persiana e protagonismo fenicio: «…Nella flotta i più desiderosi di combattere erano i Fenici; partecipavano alla spedizione anche i Ciprioti, assoggettati di recente, i Cilici e gli Egizî» (Volume secondo, p. 147).

Libro VI. ΕΡΑΤΩ [14, 1-3]: la flotta fenicia mette in fuga quella ionica: «…Quando i Fenici mossero all’attacco, gli Ioni presero anch’essi il largo con le navi in colonna. Giunsero vicini e si scontrarono: a partire da quel momento non sono in grado di dire con sicurezza quali tra gli Ioni si mostrarono valorosi o vili in questa battaglia navale: infatti si accusano a vicenda…I Lesbi, avendo visto fuggire i propri vicini, imitarono i Sami, e altrettanto fece la maggior parte degli Ioni» (Volume secondo, p. 153).

Libro VI. ΕΡΑΤΩ [17]: Dionisio di Focea in Fenicia e in Sicilia: atti di pirateria contro i Cartaginesi: «Dionisio di Focea, quando comprese che la causa degli Ioni era perduta, dopo aver catturato tre navi nemiche, si allontanò, ma non più alla volta di Focea, perché sapeva benissimo che essa sarebbe stata ridotta in schiavitù insieme al resto della Ionia: navigò invece direttamente, così come si trovava, verso la Fenicia; là affondò delle navi da carico, si impadronì di grandi ricchezze e fece vela verso la Sicilia: servendosi di quest’ultima come base, si diede alla pirateria contro i Cartaginesi e i Tirreni, senza attaccare nessuno dei Greci» (Volume secondo, p. 155).

Ripresa satellitare con la localizzazione di Focea.
Ripresa satellitare con la localizzazione di Focea.

Libro VI. ΕΡΑΤΩ [25, 1]: i Fenici riportano al potere, a Samo, il filo-persiano Eace: « Dopo la battaglia navale combattuta per Mileto, I Fenici, per ordine dei Persiani, riportarono a Samo Eace figlio di Silosonte, considerato un uomo di grandi meriti e che aveva reso loro grandi servigi» (Volume secondo, p. 161).

Libro VI. ΕΡΑΤΩ [41, 1-4]: Metioco, figlio di Milziade catturato dai Fenici: «Allora, [Milziade] informato che i Fenici si trovavano a Tenedo…Stava costeggiando il Chersoneso, quando i Fenici piombarono sulle sue navi. Milziade con quattro navi riuscì a rifugiarsi a Imbro, mentre la quinta i Fenici la inseguirono e la catturarono. Era comandante di quest’ultima il figlio maggiore di Milziade… I Fenici lo presero insieme alla nave e, saputo che era figlio di Milziade, lo condussero dal re, convinti di guadagnarsi grande riconoscenza…Ma Dario, allorché i Fenici gli portarono Metioco figlio di Milziade, non gli fece alcun male, anzi lo colmò di ricchezze: gli donò una casa, una proprietà e una moglie persiana, dalla quale gli nacquero figli che furono ammessi nei ranghi dei Persiani…» (Volume secondo, pp. 173-75).

Libro VI. ΕΡΑΤΩ [47, 1-2]: le miniere di Taso scoperte dai Fenici: «Io stesso ho visto queste miniere e le più straordinarie erano di gran lunga quelle scoperte da quei Fenici che insieme a Taso colonizzarono l’isola, la quale tuttora conserva il nome tratto da questo Taso fenicio. Queste miniere fenicie si trovano a Taso fra le località chiamate Enira e Cenira, di fronte a Samotracia; una grande montagna messa sottosopra dagli scavi. Così stanno le cose» (Volume secondo, p. 181).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [23, 1 – 4]: abilità dei Fenici nello scavo del canale ordinato da Serse presso il monte Athos, nella penisola Calcidica: «…Ed ecco come i barbari, dopo aver diviso lo spazio tra i vari popoli, eseguivano lo scavo. Avevano tracciato una linea retta passante per la città di Sane; quando il fossato raggiungeva una certa profondità, alcuni continuavano a scavare restando sul fondo, mentre altri passavano la terra di volta in volta estratta a uomini che stavano più in alto, su dei gradini; questi la prendevano e la passavano ad altri ancora, finché si arrivava a quelli che stavano in cima; questi ultimi la portavano via e la gettavano altrove. A tutti coloro che erano impegnati nello scavo, a eccezione dei Fenici, le pareti del canale procuravano doppia fatica: era inevitabile che accadesse loro una cosa del genere, dal momento che davano la stessa larghezza all’apertura superiore e al fondo del fossato. I Fenici, invece, anche in questo lavoro dimostrarono la medesima abilità che negli altri: nel settore assegnato loro, procedevano allo scavo facendo l’apertura superiore del canale di ampiezza doppia di quella che doveva avere il canale stesso e, man mano che andavano avanti nel lavoro, la restringevano progressivamente: e, quando si arrivava in fondo, il tratto scavato da loro risultava uguale in larghezza a quello degli altri» (Volume secondo, p. 297).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [25, 1]: Serse ordina ai Fenici funi di papiro e di lino bianco: «Serse dunque faceva fare questi lavori; inoltre preparava per i ponti delle funi di papiro e di lino bianco, che ordinò a Fenici ed Egizî…» (Volume secondo, p. 297).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [34]: funi di lino bianco approntate dai Fenici: «Puntando dunque da Abido verso questo promontorio, coloro che ne aveano ricevuto l’incarico costruivano i ponti, con funi di lino bianco i Fenici, con funi di papiro gli Egizî…» (Volume secondo, p. 305).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [44]: i Fenici vincono una regata davanti a Serse: «Allorché furono ad Abido, Serse volle passare in rivista tutto l’esercito. Proprio a tale scopo era stato allestito per lui, su una collina, un trono di marmo bianco (lo avevano costruito gli abitanti di Abido, in seguito a un ordine del re ricevuto in precedenza); appena sedette là, Serse, guardando giù verso la costa, contemplava le truppe di terra e le navi. Mentre le osservava, fu preso dal desiderio di assistere a una gara tra le navi; la gara ebbe luogo e vinsero le navi dei Fenici di Sidone: Serse si sentì soddisfatto sia della gara sia del suo esercito» (Volume secondo, p. 313).

Persepoli, la porta delle nazioni costruita da Serse (519 a.C. circa - 465 a.C.).
Persepoli, la porta delle nazioni costruita da Serse (519 a.C. circa – 465 a.C.).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [71]: i Libî nell’armata di Serse: «I Libî marciavano con vesti di cuoio e usavano giavellotti dalla punta temperata nel fuoco…» (Volume secondo, p. 335).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [86, 2]: i Libî su carro nell’armata di Serse: «Anche i Libî erano armati come la loro fanteria e anch’essi conducevano tutti dei carri…» (Volume secondo, p. 343).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [89, 1-2]: le triremi fenice, loro armamento e provenienza dal Mare Eritreo: «Le triremi assommavano a 1207; ed ecco i popoli che le fornivano. I Fenici insieme ai Siri della Palestina ne fornivano trecento ed erano così equipaggiati: portavano sulla testa elmi di foggia molto simile a quella greca, indossavano corazze di lino e usavano scudi privi di orli rinforzati e giavellotti. I Fenici anticamente vivevano, a quanto affermano essi stessi, lungo il Mare Eritreo: trasferitisi da lì in Siria, abitarono la fascia costiera: questa zona della Siria, fino all’Egitto, si chiama tutta Palestina» (Volume secondo, pp. 343-45).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [90]: il contingente cipriota e sua diversa origine: «…I Ciprioti fornivano centocinquanta navi ed erano così equipaggiati: i loro re avevano la testa avvolta in una mitra, gli altri indossavano tuniche e per il resto erano vestiti come i Greci: Ed ecco quante popolazioni vi sono a Cipro: alcuni sono venuti da Salamina e da Atene, altri dall’Arcadia, altri da Citno, altri dalla Fenicia, altri dall’Etiopia, a quanto dicono i Ciprioti stessi…» (Volume secondo, p. 345).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [96, 1]: le navi fenice, le migliori della flotta di Serse: «Su tutte le navi erano imbarcati Persiani, Medi e Saci. Le navi che tenevano meglio il mare le fornivano i Fenici e, tra i Fenici, quelli di Sidone…» (Volume secondo, p. 349).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [98]: un Sidonio, un Tiro e uno d’Arado fra i personaggi più famosi imbarcati nella flotta di Serse: «Dopo i generali, gli uomini più illustri della flotta erano i seguenti: Tetramnesto figlio di Aniso di Sidone; Metten figlio di Siromo [Hiram, re di Tiro] di Tiro; Merbalo figlio di Agbalo di Arado…» (Volume secondo, p. 349).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [100]: da una nave di Sidone Serse passa in rassegna la flotta: «… tratte in mare le navi, Serse scese allora dal carro e si imbarcò su una nave di Sidone: sedette sotto una tenda dorata e sfilò accanto alle prue delle navi, chiedendo informazioni su ciascuna, come aveva fatto per l’esercito di terra, e facendo mettere per iscritto le risposte» (Volume secondo, p. 351).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [128, 2]: Serse utilizza per spostarsi una nave sidonia: «[Serse] imbarcatosi su una nave di Sidone, quella su cui saliva tutte le volte che voleva fare qualcosa del genere [vedere dei luoghi a lui nuovi], diede anche agli altri il segnale di salpare, lasciando sul posto l’esercito di terra…» (Volume secondo, p. 373).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [158, 1-2]: Gelone di Siracusa ricorda ai Greci il loro mancato aiuto contro i Cartaginesi: «Così parlarono [i messi dei Greci] e Gelone li investì con violenza dicendo: “Uomini della Grecia, con un discorso arrogante avete osato venirmi a chiedere di essere vostro alleato contro il barbaro. Ma voi, quando in passato vi pregai di attaccare insieme a me un esercito barbaro, all’epoca in cui ero in guerra con i Cartaginesi, quando vi scongiuravo di vendicare l’assassinio di Dorieo figlio di Anassandrida, ucciso dai Segestani, quando vi proponevo di collaborare alla liberazione degli empori dai quali avete ricavato grandi vantaggi e guadagni, voi non vi siete mossi né per aiutare me né per vendicare l’uccisione di Dorieo: per quanto è dipeso da voi, tutto questo paese potrebbe essere sotto il dominio dei barbari…”» (Volume secondo, p. 403).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [165]: i precedenti della battaglia d’Imera: le forze in campo agli ordini d’Amilcare: «Tra gli abitanti della Sicilia circola anche questa versione dei fatti, che cioè Gelone, pur dovendo sottostare agli ordini degli Spartani, sarebbe ugualmente accorso in aiuto dei Greci se all’incirca nello stesso periodo Terillo figlio di Crinippo, tiranno di Imera, cacciato da Imera a opera di Terone figlio di Enesidemo, signore di Agrigento, non avesse fatto venire in Sicilia un esercito di trecentomila uomini tra Fenici, Libî, Iberi, Liguri, Elisici, Sardi e Corsi, agli ordini di Amilcare figlio di Annone, re dei Cartaginesi [Geus, Hamilcar, 1, 36-40]. Terillo lo aveva persuaso in nome dei vincoli di ospitalità che li univano e soprattutto grazie all’impegno di Anassilao figlio di Cratina, tiranno di Reggio, il quale aveva dato in ostaggio ad Amilcare i propri figli e lo istigava contro la Sicilia per vendicare suo suocero: Anassilao infatti aveva sposato una figlia di Terillo, di nome Cidippe…» (Volume secondo, pp. 409-11).

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [166]: sincronia fra le battaglie d’Imera e di Salamina, 480 a.C.; scomparsa d’Amilcare, figlio di padre cartaginese e madre siracusana: «Inoltre, aggiungono gli abitanti della Sicilia, accadde che, nello stesso giorno, Gelone e Terone sconfissero il cartaginese Amilcare in Sicilia e i Greci sconfissero il Persiano a Salamina. Amilcare, che era cartaginese da parte di padre e siracusano da parte di madre ed era divenuto re dei Cartaginesi per il suo valore, quando si verificò lo scontro e fu sconfitto col combattimento, a quanto mi è stato detto, scomparve. Non lo si vide più da nessuna parte né vivo né morto. Gelone infatti lo fece cercare dappertutto» (Volume secondo, p. 411).

Siracusa, teatro greco: ricostruito in età ellenistica, dovette essere già in uso alla fine del V secolo a.C.
Siracusa, teatro greco: ricostruito in età ellenistica, dovette essere già in uso alla fine del V secolo a.C.

Libro VII. ΠΟΛΥΜΝΙΑ [167, 1-2]: scomparsa d’Amilcare, suo presunto sacrificio fra le fiamme e dediche di sue statue a Cartagine: «Vi è poi il racconto dei fatti narrato dai cartaginesi, che è verosimile: in Sicilia i barbari combatterono contro i Greci dall’aurora fino a tarda sera (tanto, dicono, si protrasse la battaglia); nel frattempo Amilcare, rimasto nell’accampamento, compiva sacrifici e cercava auspici favorevoli bruciando animali interi su una grande pira; ma quando vide i suoi in fuga, egli, che era intento a versare libagioni sulle vittime, si gettò nel fuoco: così sparì, divorato dalle fiamme. Scomparso Amilcare o nel modo appena narrato, come sostengono i Fenici, o in altro modo, essi gli offrono sacrifici e hanno eretto in suo onore monumenti in tutte le città delle loro colonie e uno, grandissimo, nella stessa Cartagine…(Volume secondo, p. 411).

Libro VIII. ΟΥΡΑΝΙΑ [67, 2]: i re di Sidone e di Tiro primi nella dignità concessa da Serse: «[Serse] appena arrivato, sedette al posto d’onore; convocati, si presentarono i capi dei vari popoli del suo impero e i comandanti della flotta e presero posto a seconda del rango che il re aveva assegnato a ognuno: per primo il re di Sidone, poi quello di Tiro, poi gli altri» (Volume secondo, p. 525).

Libro VIII. ΟΥΡΑΝΙΑ [90, 1-4 – 91]: Serse giustizia dei Fenici per la loro viltà: «In una simile confusione si verificò anche questo episodio: alcuni Fenici, le cui navi erano stare distrutte, si recarono dal re e accusarono gli Ioni di tradimento, affermando che le navi erano state perdute per colpa loro. Ma il caso volle che i comandanti degli Ioni scampassero alla rovina e che i Fenici che li calunniavano ricevessero la seguente ricompensa. Mentre essi stavano ancora parlando, una nave di Samotracia speronò una nave ateniese; quest’ultima stava colando a picco, quando sopraggiunse una nave di Egina che affondò quella dei Samotraci; ma i Samotraci, essendo lanciatori di giavellotti, presero di mira l’equipaggio e lo spazzarono via dalla nave che li aveva affondati, quindi vi salirono sopra e se ne impadronirono. Questo salvò gli Ioni: Serse, vedendo che avevano compiuto una grande impresa, si volse verso i Fenici e, esasperato com’era e pronto a prendersela con chiunque, ordinò di tagliare loro la testa, perché, dopo essersi dimostrati vili, non calunniassero chi era più valoroso di loro. Serse era assiso alle falde del monte che si erge di fronte a Salamina e che si chiama Egaleo; ogni volta che vedeva uno dei suoi compiere un atto di valore nel corso della battaglia, domandava chi fosse e gli scrivani annotavano per iscritto il nome del trierarca, il patronimico e la città. Alla disgrazia dei Fenici contribuì anche il persiano Ariaramne, che era amico degli Ioni e si trovava presente. Alcuni dunque si occuparono dei Fenici…» (Volume secondo, pp. 543-45).

Libro VIII. ΟΥΡΑΝΙΑ [100, 2-4]: la mancata vittoria persiana da imputare allo scarso valore dei Fenici e di altri contingenti, non ai Persiani: «[Mardonio] tenne a Serse il seguente discorso: “…Tu, o re, non devi rendere i Persiani oggetto di scherno per i Greci. In effetti dai Persiani non tiè venuto nessun danno e non potrai indicare una circostanza in cui ci siamo comportati da vili: se i Fenici, gli Egizî. I Ciprioti e i Cilici sono stati vili, la sconfitta non tocca affatto i Persiani» (Volume secondo, p. 553).

Libro VIII. ΟΥΡΑΝΙΑ [118, 1-4]: ritorno di Serse: ricompensa e messa a morte di un pilota fenicio: «Si narra però anche un’altra versione dei fatti. Quando Serse, ritirandosi da Atene, arrivò a Eione sullo Strimone, non proseguì più per via di terra, ma affidò a Idarne l’incarico di condurre l’armata all’Ellesponto e lui si imbarcò su una nave fenicia per tornare in Asia. Mentre era in mare, lo avrebbe sorpreso un vento proveniente dallo Strimone, violento e tempestoso. La tempesta infuriava sempre più e la nave era talmente carica che molti Persiani che viaggiavano con Serse occupavano il ponte; allora il re, in preda al panico, chiese urlando al timoniere se vi era qualche possibilità di salvezza: e quello rispose: “Nessuna, signore, a meno che non ci si sbarazzi in qualche modo di tutti i passeggeri”. Udito ciò, si racconta che Serse avrebbe detto: “Persiani, ora ciascuno di voi dimostri di avere a cuore il re: è da voi, a quanto pare, che dipende la mia salvezza”. Così parlò Serse, ed essi si prostrarono e saltarono giù in mare: in tal modo la nave, alleggerita, riuscì a giungere indenne in Asia. Ed ecco che cosa avrebbe fatto Serse, appena sbarcato: poiché aveva salvato la vita al re, donò al timoniere una corona d’oro, ma poiché aveva provocato la morte di molti Persiani, gli fece tagliare la testa» (Volume secondo, pp. 567-71).

Libro VIII. ΟΥΡΑΝΙΑ [121, 1]: i Greci consacrano triremi fenicie: «[I Greci] innanzi tutto scelsero le primizie per gli dei, fra le quali tre triremi fenicie, da consacrare una all’Istmo, dove era ancora ai miei tempi, un’altra al Sunio e la terza lì a Salamina, in onore di Aiace» (Volume secondo, p. 571).

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Qualsiasi pretesa di un commento esaustivo dei brani prescelti di Erodoto (sulla capacità che l’autore mostra di avere nella trasmissione di tradizioni storiche, cf. fra gli altri, Maurizio Giangiulio [ed.], Erodoto e il ‘modello erodoteo’. Formazione e trasmissione delle tradizioni storiche in Grecia [= Labirinti, 88. Collana del Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche], Trento 2005) sarebbe fuori luogo: ci limiteremo a segnalare qualche citazione alla luce delle recenti ricerche. Sull’opera dello storico nel suo complesso è utile riportare quanto nota su di lui un autore anonimo dell’Antologia Palatina (IX, 160) riproponendo una prima testimonianza di Luciano: «Erodoto accolse in casa le Muse, e ognuna, in cambio dell’ospitalità gli dedicò un libro».

Il ruolo dei Fenici nell’ambito dell’impero Achemenide appare in Erodoto essenziale e primario, dalle loro competenze nautiche alla loro capacità d’inventiva. La memoria fenicia più conosciuta, quella dell’invenzione dell’alfabeto (cf. Giovanni Garbini, All’origine dell’alfabeto, in E. Acquaro – D. Ferrari [edd.], Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture [= Biblioteca di Byrsa. Rivista semestrale di arte, cultura e archeologia del Mediterraneo punico, 5], Lugano 2008, pp. 11-24), nel libro V. Il rimando a Cadmo è inevitabile: Cadmo e la vittoria cadmea è anche presente, nel libro I, con riferimento alla vittoria non certo risolutiva dei Focesi ad Alalia (cf. da ultimo, Anthony J. Papalas, The Battle of Alalia, in Syllecta Classica 24 [2013], pp. 1-28). Erasmo da Rotterdam nei suoi Adagi, Centuria 18, 1734, ripropone la vittoria di Cadmo su Lino, come esempio di una vittoria inutile rispetto a quello che ci si può prefiggere. Nella storia erodotea i Fenici svolgono anche la funzione di contribuire alla diffusione della cultura egizia. L’edizione critica dell’opera di Teofrasto, Sulle pietre, un filosofo greco morto intorno al 287 a. C., ci consente di meglio leggere la notazione che Erodoto fa, nel libro II, sulla seconda colonna, quella di smeraldo, del tempio di Tiro dedicato ad Eracle/Melqart: «…IV. 25. L’esemplare più grande delle pietre dette da molti laconiche si trova invece a Tiro. Nel tempio di Eracle, se ne conserva una stele di notevoli dimensioni; questo però a meno che non si tratti di un esemplare di “smeraldo” finto, una qualità di pietra la cui esistenza è pure attestata. Lo “smeraldo” si trova soprattutto in due luoghi ben accessibili e noti, a Cipro, nelle miniere di rame, e nell’isola antistante a Calcedonia. Qui il rinvenimento ha caratteristiche particolari: la pietra è estratta dalle miniere allo stesso modo che gli altri minerali, mentre a Cipro si estende da sola in numerose vene» (Annibale Mottana, Il libro “Sulle pietre” di Teofrasto. Prima traduzione italiana con un vocabolario dei termini mineralogici, in Rendiconti dell’Accademia Nazionali dei Lincei. Scienze Fisiche e Naturali, s. 9, v. 8 [1997], p. 161).

Prima di passare dall’Asia dei Fenici, sui quali non si noterà mai a sufficienza il ruolo di mediatori dell’arte egizia (cf. da ultimo, Boris De Rachewiltz, Incontro con l’arte egizia, Torino 2016, p. 156), all’Africa dei Cartaginesi (per cui cf. fra gli altri, R. Maciocio, Sul contributo erodoteo alla distinzione onomastica Φοι´νικες – Καρχηδο´νιοι’: Herod. VII 167, in Atti Convegno «Erodoto e l’Occidente», Palermo 27-28 aprile 1998 [= Supplementi a Κωκαλος, 15], Roma 1999, pp. 273-78), vi proponiamo una breve digressione sulla natura della regalità achemenide, che abbiamo visto richiamata in più passi erodotei: «…Los títulos y cualidades morales del Gran Rey de Persia, muchos de los rasgos de la realeza aqueménida, nos revelan sin duda que nos encontramos frente a un monarca absoluto que gobernaba un gran imperio, ante un soberano par excellence. Pero lo que seguramente ha confundido en la interpretación a la hora de considerar al soberano aqueménida como un dios han sido los títulos absolutos e hiperbólicos como “Rey de reyes”, “Gran Rey”, “Rey de los países”, “Rey de los países que contienen todas las razas”, “Rey de esta gran tierra”, “Rey del Universo o de los cuatro extremos de la tierra”, o su deber moral, su imperativo categórico, en tanto que rey guerrero de paz y de justicia de defender la verdad y luchar contra la mentira; su obligación de garantizar y mantener el orden de la sociedad civil frente al caos. Todos esos títulos y funciones, entre otros, han seducido a muchos investigadores para inclinarse a favor de la idea de que nos hallamos frente a un soberano divino, frente a un rey y un dios a la vez, ante un dios entre los hombres. Sería no obstante errado considerar que esas cualidades del Gran Rey y algunos de los gestos y deferencias rituales de la realeza aqueménida o del protocolo real, en especial la proskynesis, nos autorizan a defender que nos hallamos frente a un soberano divino. El Gran Rey de Persia no fue un rey y un dios, sino simplemente un monarca que gobernaba con el apoyo y por la gracia de dios, la del dios supremo, Ahura Mazda, la del Sabio Señor, a saber, un mediador entre los dioses y los hombres, un vicario de dios» (Manel García Sánchez, La realeza aqueménida: ¿reyes o dioses?, in Arys. Antigüedad: religiones y sociedades 12 [2014], pp. 157-58).

Per la storia di Cartagine, si ricorderà il cosiddetto “baratto silenzioso”, uno scambio eticamente corretto al quale i Cartaginesi si prestano “allo scopo di non pregiudicare la prosecuzione di un ménage economicamente vantaggioso”, come nota Raimondo Secci, Erodoto (IV, 196), Cartagine e l’oro africano: alcune riflessioni, in http://www.griseldaonline.it 11 (2011). La figura di Amilcare di Annone, per cui si è rimandato a Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager (= Orientalia Lovaniensia Analecta, 59; Studia Phoenicia, 13), Leuven 1994, pp. 36-40, ci porta ad una considerazione sulla statua a lui dedicata a Cartagine. Così l’edizione critica di Ph.-E. Legrand, Hérodote, Histoires, livre VII. Les Belles Lettres, Paris 1963, p. 167, nota 1: «Hérodote doit commettre ici une confusion avec le culte d’une dieu, probablement du grand dieu Melkart, dont le nom entrait en composition dans celui d’Amilcar (Abd-Melkart), et dont il devait y avoir des temples, des monuments, dans toutes les colonies de Carthage. Le culte des “héros” était inconnu des Phéniciens». Francamente non condividiamo del tutto tale conclusione, che si basa sostanzialmente su un argumentum ex silentio, come nota il nostro testo di riferimento. Tale perplessità attinge anche ad un passo del libro XXXIV, 32 della Storia naturale di Plinio il Vecchio, dove si riferisce della presenza a Roma di tre statue di Annibale elevate dagli abitanti di Turi, probabile bottino di guerra degli alleati di Roma.

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Euripide (480 – 406 a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Eschilo – Sofocle – Euripide, Tutte le tragedie. A cura di Angelo Tonelli. Bompiani Edizioni. Milano 2011.

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Τρώαδες

220-222: la Sicilia di fronte alla Fenicia [Cartagine?]: «CORO:…E la regione etnea di Efesto,/ che fronteggia la Fenicia,/ la madre dei monti di Sicilia…» (p. 2241).

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Ἑλένη

1267-1272: la rapida nave fenicia per ottemperare a un rito in onore degli Inferi: «MENELAO Ci serve una nave con l’equipaggio./ TEOCLIMENO E a che distanza deve tenersi dalla costa?/ MENELAO Si deve distinguere a stento la sua scia./ TEOCLIMENO Perché? Da dove viene questa usanza per i Greci?/ MENELAO Così le onde non rigettano sulla riva i resti impuri del rituale./.TEOCLIMENO Avrete la più rapida delle navi fenicie» (p. 2475).

1410-1415: una nave di Sidone si fa carico di offerte: «ELENA…e per rendere davvero completo il favore che mi fai,/ ordina che portino la nave su cui imbarcare queste offerte./ TEOCLIMENO Su vai./ Porta a costoro una nave sidonia a cinquanta remi con l’equipaggio./ ELENA Colui che officerà il rito sarà anche il comandante della nave?/ TEOCLIMENO Certo: e i miei marinai sono ai suoi ordini…» (p. 2483).

1451-1463: la rapida nave di Sidone: «CORO O nave fenicia di Sidone,/ madre amabile dei rematori tra i flutti,/ tu che guidi la danza stupenda dei delfini/ quando sul mare non soffia vento,/ e Galatea, la figlia azzurra del mare,/ pronuncia queste parole:/ “Dispiegate le vele ai venti marini,/ impugnate i remi di abete,/ o uomini di mare, uomini di mare,/ che scortate Elena alle coste ben fornite di porti/ dove Perseo ha la sua casa!”» (p. 2487).

1530-1535: il varo di una nave di Sidone che imbarca Elena e poi, in incognito, Menelao e i suoi uomini: «MESSAGGERO…Una volta giunti alla darsena dei tuoi cantieri navali,/ caliamo in acqua una nave di Sidone/ che non aveva ancora solcato il mare,/ con il suo equipaggio di cinquanta rematori./ Manovra su manovra, drizziamo l’albero, piazziamo remi e scalmi./ Le vele biancheggiano tutte insieme,/ e sistemiamo il timone con le cinghie…» (p. 2491).

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Jacques-Louis David, “L’amore di Elena e Paride” (1788). Parigi, Musée du Louvre.

Φοίνισσαι

4-6: Cadmo da Tiro a Tebe: «…quando Cadmo venne in questa terra,/ dalla città fenicia sulla riva del mare!/ Qui a Tebe prese in sposa Armonia, figlia di Afrodite…» (p. 2505).

202-222: schiave fenicie di Tiro inviate al tempio di Apollo l’Obliquo, alla guisa di offerte cesellate d’oro: CORO Ho lasciato i flutti di Tiro/ e sono venuta qui dall’isola fenicia,/ offerta consacrata all’Obliquo,/ per diventare serva nel tempio di Apollo,/ dove il dio si insediò/ sotto le vette innevate del Parnaso./ Ho navigato il mare Ionio/ varcando le onde sterili della Sicilia,/ al soffio di Zefiro che cavalca nel cielo/ con sussurri meravigliosi./ Mi scelsero nella mia città,/dono più bello per l’Obliquo,/ e sono venuta alla terra dei Cadmei:/ mi hanno mandata qui, alle torri di Laio,/ fraterne alla discendenza gloriosa di Agenore./ Sono al servizio di Apollo,/ come le offerte cesellate d’oro…» (p. 2517).

239-249: il sangue comune fra la Fenicia e Tebe: «CORO…Ma adesso di fronte alle mura/ è arrivato Ares furente./ Fa avvampare per la città/ – mi auguro che non accada! – bagliori di sangue nello scontro:/ comuni per la Fenicia,/ le sofferenze degli amici,/ comune la sciagura,/ se si abbatterà su questa città dalle sette torri. Phéu phéu/ Comune il sangue, comuni i figli/ di Ió. La vergine dalle corna di giovenca:/ condivido questi tormenti » (p. 2519).

280-283: le schiave fenicie come primizie per Febo: «CORO…La patria che mi ha nutrito è la Fenicia,/ e i discendenti di Agenore mi hanno inviata qui/ come offerta votiva a Apollo, per la vittoria nella guerra…» (p. 2521).

291-295: le donne fenicie si prosternano davanti Polinice secondo l’usanza del proprio paese: «CORO O tu che hai legami di sangue/ con i discendenti di Agenore, i miei sovrani,/ che mi hanno fatta venire qui,/ mi prostro al tuo cospetto, o signore,/ in ossequio all’usanza della mia patria…» (p. 2521).

301-303: la voce fenicia: «GIOCASTA Ho udito la vostra voce fenicia, ragazze,/ e trascino qui il passo tremante/ del mio vecchio piede…» (p. 2521).

638-645: Cadmo di Tiro e la fondazione di Tebe: «CORO Cadmo di Tiro/ venne in questa terra/ e la giovenca non ancora domata/ cadde di fronte a lui,/ segno che la profezia era compiuta;/ e il vaticinio degli dèi/ gli rivelò che lì doveva costruire dimore/ nelle piane fertili di grano…» (p. 2543).

1301-1302: il barbaro grido delle donne fenicie: «CORO…Leverò il canto di lutto gradito ai morti,/ con grido barbarico, in lacrime…» (p. 2585).

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Βάκχαι

1-3: Dioniso stirpe di Cadmo: «DIONISO Eccomi giunto a questa terra dei Tebani,/ io Dioniso, figlio di Zeus, che Semele figlia di Cadmo/ un giorno partorì alla vampa del fulmine…» (p. 2837).

25-42: Dioniso rivendica la sua nascita, non frutto di un’astuzia di Cadmo: «DIONISO…Le sorelle di mia madre/ – proprio loro, che meno di chiunque altro avrebbero dovuto farlo –/ andavano dicendo che Dioniso non era figlio di Zeus,/ e che Semele, dopo essersi congiunta con un mortale qualunque,/ aveva incolpato Zeus dell’amplesso (ingegnosa trovata di Cadmo);/ e menavano vanto che Zeus l’aveva uccisa/ proprio perché aveva raccontato menzogne sul suo connubio./ E per questo che le ho cacciate fuori dalle loro case/ sotto il pungolo della follia,/ e adesso dimorano sui monti, in delirio;/ e le ho costrette a indossare i paramenti dei miei riti,/ e ho cacciato fuori dalle loro case, in preda alla follia/ tutte le femmine della stirpe cadmea, tutte le donne di Tebe./ E adesso, mescolate alle figlie di Cadmo/ stanno sotto gli abeti verdi, sulle rocce, all’aperto./ Questa città, anche se non vuole,/ deve capire che cosa significa non essere ancora iniziata al mio culto,/ e io devo prendere le parti di mio madre,/ mostrandomi ai mortali come il dio che essa ha partorito per Zeus…» (pp. 2837, 2839).

64-98: “il passaggio per il fuoco di Dioniso: «CORO Dalla terra d’Asia,/ lasciato il sacro Tmolo,/ sono accorsa qui, per Bromio,/ dolce travaglio, fatica che è buona fatica,/ per celebrare Bacco gridando l’euoé…Lui che un giorno la madre/ che lo portava nel grembo/ costretta dalle doglie ineluttabili/ partorì, quando la folgore di Zeus spiccò il volo,/ e lei perse la vita sotto il colpo del fulmine;/ e subito l’accolse Zeus figlio di Crono/ nascondendolo nella coscia, riparo puerperale,/ sigillandolo con fermagli d’oro/ per occultarlo allo sguardo di Era» (pp. 2839, 2841).

Nascita di Dioniso. Roma, Musei Vaticani.
Nascita di Dioniso. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

170-173: Cadmo, figlio di Agenore re di Sidone, fondatore di Tebe: «TIRESIA Chi c’è alla porta? Chiama fuori Cadmo, il figlio di Agenore/ che lasciò la città di Sidone/ e circondò di mura questa fortezza dei Tebani…» (p. 2845).

471-483: tutti i barbari danzano i riti dionisiaci: «PENTEO E che forma hanno per te, questi rituali?/ DIONISO Non possono essere rivelati a chi non sia iniziato./ PENTEO E recano qualche vantaggio a chi li celebra?/ DIONISO A te non è lecito sentirne parlare, ma meritano di essere conosciuti./ PENTEO Bell’artificio, per farmi venir voglia di ascoltarlo./ DIONISO I rituali del dio detestano i sacrileghi./ PENTEO Sostieni di aver visto chiaramente il dio: com’era?/ DIONISO Come voleva: non stava a me deciderlo./ PENTEO Hai schivato bene ancora una volta, e senza rispondermi./ DIONISO Chi dice cose sagge sembrerà stolto a un ignorante./ PENTEO È questa la prima città in cui sei venuto a portare il dio?/ DIONISO Tutti i barbari danzano questi suoi rituali…» (p. 2863).

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Nelle Troiane e in Elena si nota la centralità della marineria fenicia nel Mediterraneo, con la significativa svista di collocare la Fenicia al posto dell’Africa punica: cf. Miguel Ángel Cau Ontiveros – Francisco Xavier Nieto Prieto (edd.), Arqueologia nàutica mediterrània (= Monografies del CASC, 8), Girona 2009.

Nelle Fenicie sono in parte protagoniste la lingua e i costumi di donne fenice: cf. Thalia Papadopoulou, Euripides: Phoenician Women, London 2008.

Nelle Baccanti è evidente il legame fra il culto dionisiaco e le culture barbare, in particolare, diremo noi, con i passaggi per il fuoco (cf. Paolo Bernardini, I roghi del passaggio, le camere del silenzio. Aspetti rituali e ideologici del mondo funerario fenicio e punico di Sardegna, in A. González Prats [ed.], El mundo funerario. Actas del III Seminario internacional sobre temas fenicios [Guardamar del Segura, 3-5 de mayo de 2002], Alicante 2004, pp. 131-70) ed i rituali fenici e punici: cf. Paola De Vita, I Comasti nella glittica punica in pietra dura nella Cartagine di Sardegna e nuove letture iconologiche cartaginesi, in P. De Vita – F. Venturi (edd.), Da Tell Afis a Mozia. Culture a confronto tra Oriente e Occidente (= Byrsa VIII, 15-16/2009), Lugano 2011, pp. 109-22; Paola De Vita, Ricerche a Mozia (2009). Culti dionisiaci a Mozia, in E. Acquaro (ed.), Scavi e ricerche a Mozia – II (= Studi e ricerche sui beni culturali, 7; Serie “Monumenti fenici”, III), Lugano 2011, pp. 13-23.

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Tucidide (460 circa – 395 a.C. circa) (E.A.)
Busto di Tucidide. Mosca, Museo Puškin delle belle arti.
Busto di Tucidide. Mosca, Museo Puškin delle belle arti.

ΙΣΤΟΡΙΑΙ

Testi di riferimento: Le storie di Tucidide. A cura di Guido Donini. Volume primo, Volume secondo. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1982.

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I, 5, 1-2: la pirateria legittima attività per i Greci e i Barbari che abitano sulla costa: «Anticamente i Greci, e tra i barbari quelli che occupavano la costa del continente e le isole, appena cominciarono con maggior intensità a viaggiare con le navi l’uno verso il territorio dell’altro, si diedero alla pirateria sotto la guida degli uomini più potenti, che avevano lo scopo di procurare guadagno per sé stessi e sostentamento per i deboli. Attaccavano città prive di mura e che consistevano di villaggi, le saccheggiavano, e da questo traevano la maggior parte dei loro mezzi di sussistenza: questa attività non aveva ancora niente di vergognoso, ma recava anzi una certa gloria. Lo dimostrano ancora oggi alcuni degli abitanti del continente, presso i quali è un onore praticarla con successo; e anche gli antichi porti, che ovunque fanno la stessa domanda ai viaggiatori che approdano, chiedendo loro se sono pirati, segno che coloro ai quali è fatta la domanda non ripudiano tale attività come indegna, e che coloro che desiderano essere informati non la condannano» (I, p. 101).

I, 8, 1: Cari e Fenici pirati: «I più dediti alla pirateria erano gli abitanti delle isole, Cari e Fenici: furono infatti questi a colonizzare la maggior parte delle isole…» (I, p. 103).

I, 13, 6: i Focesi sconfiggono i Cartaginesi: «…E i Focesi quando fondarono Marsiglia furono vittoriosi sui Cartaginesi in una battaglia navale [535 a.C. circa]» (I, p. 115).

I, 16: Dario e la flotta fenicia: «…e in seguito Dario, potente grazie alla flotta dei Fenici, conquistò anche le isole [nel 494 e 493 a.C., dopo la battaglia di Lade]» (I, p. 117).

I, 110, 4: flotta fenicia contro gli Ateniesi in Egitto: «Intanto cinquanta triremi, che navigavano in Egitto da Atene e dalle altre città dell’alleanza per sostituire le altre, approdarono al ramo Mendesio: gli uomini che erano a bordo non sapevano niente di ciò che era accaduto. Truppe terrestri li attaccarono dall’interno e la flotta fenicia dal mare; distrussero la maggior parte delle navi, mentre le poche che rimanevano riuscirono a fuggire e tornarono indietro» (I, p. 231).

II, 69, 1: navi ateniesi a protezione della rotta mercantile dalla Fenicia: «…altre sei [navi] ne inviarono in Caria e in Licia con lo stratego Melesandro perché raccogliessero denaro in queste zone e impedissero che i pirati peloponnesiaci . avendole come basi, ostacolassero il viaggio delle navi mercantili provenienti da Faselide [in Licia], dalla Fenicia e da quelle parti del continente» (I, p. 381).

VI, 2, 6: I Fenici nella Sicilia occidentale: «Anche i Fenici abitavano in Sicilia, tutto intorno, dopo aver occupato i promontori sul mare e le piccole isole vicine alla cista per promuovere il loro commercio con i Siculi: ma quando i Greci cominciarono a giungere in gran numero per mare, lasciarono la maggior parte delle loro sedi, si riunirono in comunità e occuparono Mozia, Solunto e Panormo vicino agli Elimi: avevano fiducia nella loro alleanza con gli Elimi e per il fatto che da queste città la distanza tra Cartagine e la Sicilia richiede un viaggio brevissimo. Tutti questi, dunque, furono i barbari che in tal modo occuparono la Sicilia» (II, p. 917).

VI, 15, 2; 90, 2: Alcibiade e l’ambizione di conquistare Cartagine: «Con il più grande ardore di tutti caldeggiava la spedizione Alcibiade, figlio di Clinia, desiderando opporsi a Nicia, perché anche in tutto il resto dissentiva da lui nella politica, e questi aveva parlato di lui in modo ingiurioso, e soprattutto perché desiderava aver il comando e sperava, grazie ad esso, di conquistare la Sicilia e Cartagine…“…Abbiamo navigato in Sicilia, prima di tutto per assoggettare, se potessimo, i Sicelioti, poi a loro volta anche gli Italioti, e in seguito per far un tentativo anche contro l’impero dei Cartaginesi e Cartagine stessa…» (II, pp. 935, 1041).

VI, 34, 1-2: Ermocrate di Emone invita l’Assemblea dei Siracusani a chiedere aiuto anche ai Cartaginesi, che possiedono grandi ricchezze e temono Atene: «Con fiducia. Dunque, facciamo i nostri preparativi qui e, inviando messaggi ai Siculi, rendiamone alcuni più fermamente legati a noi, e con gli altri cerchiamo di ottenere amicizia e alleanze; e nel resto della Sicilia inviamo ambasciatori per far presente che il pericolo è comune, e inviamone anche in Italia per far sì che le città concludano un’alleanza con noi o non accolgano gli Ateniesi. E mi sembra che sia opportuno inviare un’ambasceria anche a Cartagine: non è un’eventualità che i suoi abitanti non si aspettano, ma anzi hanno sempre paura che un giorno gli Ateniesi vengano ad attaccare la loro città; e così, probabilmente, pensando che, se lasceranno la nostra terra al suo destino, anche loro si troveranno in difficoltà, sarebbero disposti ad aiutarci, o di nascosto o apertamente, in un modo o in un altro. Sono in grado di farlo più di tutti gli uomini di oggi, se vogliono: possiedono infatti una grandissima quantità d’oro e d’argento, con cui la guerra e le altre cose procedono con facilità» (II, pp. 963-65).

VI, 46, 3-4: le ricchezze del tempio di Afrodite ad Erice e vasellami d’oro e d’argento chiesti in prestito alle città fenicie e greche: «I Segestani avevano escogitato un trucco di questo genere proprio nell’occasione in cui i primi ambasciatori ateniesi si erano recati da loro per gli accertamenti riguardanti il denaro: li avevano condotti al tempio di Afrodite ad Erice e avevano mostrato loro le offerte votive, cioè coppe, vasi per versare il vino, incensieri e altri oggetti, che non erano pochi: questi oggetti, essendo d’argento, davano alla vista un’impressione di ricchezza molto maggiore dello scarso valore effettivo. I cittadini, poi, privatamente avevano ospitato gli equipaggi delle triremi [ateniesi] e avevano raccolto le coppe d’oro e d’argento di Segesta stessa e quelle che avevano chiesto in prestito dalle città vicine, sia fenicie sia greche…» (II, p. 981).

Segesta, le fortificazioni.
Segesta, le fortificazioni.

VI, 88, 6: trireme ateniese a Cartagine: «[Gli Ateniesi] mandarono una trireme a Cartagine con proposte d’amicizia, nella speranza di ricevere qualche aiuto…» (II, p. 1037).

VII, 50, 1-2: Neapoli emporio cartaginese prossimo alla Sicilia: «Intanto Gilippo e Sicano erano arrivati a Siracusa [414 a.C.]: Sicano non aveva raggiunto il suo scopo ad Agrigento (mentre era ancora a Gela la fazione favorevole ai Siracusani era stata scacciata); ma Gilippo era venuto con un altro grosso esercito raccolto in Sicilia e con gli opliti che in primavera erano stati mandati dal Peloponneso a bordo delle navi mercantili, ed erano arrivati a Selinunte dalla Libia. Erano stati spinti dal vento in Liba, poi i Cirenei avevano fornito loro triremi e guide per la navigazione; mentre andavano lungo la costa si erano alleati con gli Evespariti [presso l’odierna Bengasi], che erano assediati dai Libî, e sconfitti questi ultimi, da lì avevano seguito la costa fino a Neapoli [sulla costa orientale di Capo Bon], stazione commerciale cartaginese, dove la distanza dalla Sicilia è più breve, cioè due giorni e una notte di viaggio; da questa città avevano attraversato il mare ed erano giunti a Selinunte» (II, pp. 1137-39).

VIII, 87, 3: 412 a.C.: le navi fenice e l’incertezza di Tissaferne, satrapo di Lidia e Caria, fra Sparta ed Atene: «…Che le centoquarantasette navi fenicie arrivarono fino ad Aspendo [in Panfilia] è sicuro, ma sulle ragioni per cui non andarono oltre si fanno molte congetture…Altri pensano che vi andò per far venire i Fenici ad Apendo, e poi farsi dare denaro da loro congedandoli (poiché non aveva comunque nessuna intenzione di servirsi di loro)…» (II, p. 1311).

Spendio, l’agorà.
Spendio, l’agorà.

Il passo di Tucidide VI, 2, 6 su i Fenici nella Sicilia occidentale ha dato origine a diversi studi: si riporta qui di seguito una recente riflessione edita nel 2015 in una nota dedicata alla Selinunte cartaginese: «…In linea con questa più ampia dinamica storica, che va dai primi del IX secolo a.C. ai primi del VI secolo a.C. si propone la seguente rilettura del passo, individuando nell’excursus di Tucidide 6.2.67, più volte rivisitato da Sabatino Moscati in poi, un nuovo soggetto della protostoria siciliana, Cartagine d’Africa: “Erano presenti, tutt’intono alla Sicilia anche dei Fenici, che avevano il possesso dei promontori marini e delle isolette loro vicine per i commerci che intrattenevano con i Siculi; ma da quando i Greci cominciarono ad arrivare in gran numero dal mare, si allontanarono da quei luoghi e [i Cartaginesi], voltisi presso il territorio degli Elimi, occuparono [= rifondarono] Mozia, Solunto e Panormo, contando sull’alleanza con gli Elimi, e sul fatto che in quel punto Cartagine si trova alla minima distanza, via mare, dalla Sicilia”. Si fa notare, per inciso, che la proposta d’individuare nei Cartaginesi i protagonisti di questo disegno politico di contrasto ‘territoriale’ alle colonie e subcolonie greche rende ragione della notata vicinanza con l’Africa, che, se rapportata al contesto storico dell’arrivo dei Greci «in gran numero» non avrebbe dovuto costituire una garanzia «nazionale» per i centri fenici, se non nel quadro dell’appropriazione politica cartaginese delle antiche fondazioni. In Sicilia accade quello che avviene in Sardegna con la campagna di Malco, che dà luogo all’occupazione cartaginese sino alla ripercussione nell’isola tirrenica della cosiddetta “rivolta libica” e il suo passaggio a Roma, con la breve parentesi di Ampsicora» (Enrico Acquaro, La Selinunte di Cartagine. Il modello cartaginese, in A. Iannucci – F. Muccioli – M. Zacarini [edd.], La città inquieta. Selinunte tra lex sacra e defixiones [= Mimesis/ Diádema, 2], Milano – Udine 2015, p. 32).

Sul santuario di Erice (VI, 46, 3-4), cf. da ultimo Beatrice Lietz, Dalla Sicilia al Mediterraneo: l’Afrodite/Astarte di Erice, in A. Russo Tagliente – F. Guarneri (edd.), Santuari mediterranei tra Oriente e Occidente. Interazioni e contatti culturali. Atti del Convegno Internazionale, Civitavecchia – Roma 2014, Roma 2016, pp. 283-92.

Numerosi sono i passi di Tucidide in cui si evince il ruolo centrale che la flotta fenicie ebbe per la politica achemenide.

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Ippocrate (460 circa – 370 a.C. circa) (E.A.)
Robert Alan Thom, “Ippocrate mentre visita un bambino”. 1959. Washington, Art Gallery of the American Pharmacists Association (APhA) Foundation.

Testo di riferimento: Hippocrate. Tome XII. Ier partie. Nature de la femme. Texte établi et traduit par Florence Bourbon. Les Belle Lettres, Paris 2008.

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ΠΕΡΙ ΓΥΝΑΙΚΕΙΗΣ ΦΥΣΙΟΣ

XXXII, 24: cereali di Fenicia concorrono ad espellere il feto morto all’interno dell’utero: «Volendo applicare le regole: cereali di Fenicia in vino: darlo da bere a digiuno» (p. 329).

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Seguendo l’editore del trattato, si fa derivare l’aggettivo dalla Fenicia e non dalla palma da dattero. I cereali erano il nutrimento essenziale dei Fenici, cf. Lorenza Campanella, 10. L’uomo e il cibo, in J.Á. Zamora (ed.), El hombre fenicio. Estudios y materiales, Roma 2003, pp. 113-28.

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Aristofane (445 circa – 385 a.C. circa) (E.A.)

Testo di riferimento: Aristofane, Le Commedie. Acaenesi, Cavalieri, Nuvole. Vespe, Pace, Uccelli, Tesmoforiazuse, Lisistrata, Rane, Ecclessiazuse, Pluto. Traduzione scenica, testo greco integralmente rinnovato, Appendice critica di Benedetto Marzullo. New Compton editori, Roma 2008.

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ΙΠΠΕΙΣ

172-174: Cartagine, l’opposto occidentale rispetto alla Caria: «…I servo: E non ce l’hai così, la sorte? Ora sposta l’occhio: il destro verso la Caria, l’altro a Cartagine…» (p. 109).

1300-1304: cento triremi ateniesi da mandare contro Cartagine: «…Corifero: Dicono che le triremi chiacchierando fra loro, fece una più vecchia delle altre: “Non sapete, ragazze, che succede in Città? Si dice che uno ha richiesto cento di noi, da mandare contro Cartagine, un cittadino mascalzone: Ipèrbolo, l’acetiera”…» (pp. 173-75).

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ΣΦΗΚΕΣ

217-221: il ricordo delle Fenice rappresentate da Frinico nel 470 a.C.: «Bdelicleone: …Perdio, si saranno alzati tardi, questa volta. Passano sempre dopo la mezzanotte. Lo vengono a chiamare, lanterne in mano, canticchiando vecchi motivi di Frinico, tipo Sidone: uno zucchero…» (p. 305).

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ΟΡΝΙΘΕΣ

504-507: il cuculo re dell’Egitto e della Fenicia: «…Pisetero: Dell’Egitto invece e di tutta la Fenicia fu re il Cuculo: appena il cuculo faceva “cucù”, tutti i Fenici a fottere…grano e orzo nei campi…» (p. 521).

fig-1-aristofane
Il cuculo (Cuculus Canorus), noto per la sua peculiare caratteristica del parassitismo di cova, già notato da Aristotele. La famiglia dei Cuculidi adotta tale sistema di cova per il 50%, deponendo le proprie uova nel nido di un’altra specie o in quello di altri individui della stessa specie.

ΒΑΤΡΑΧΟΙ

1225-1226: Sidone città di Cadmo citata nel Frisso di Euripide: «…Euripide: “La sidonia città abbandonata/ un tempo Cadmo di Agènore il figlio…» (p. 891).

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Nelle commedie di Aristofane rimane una tenue traccia della memoria di Sidone e del rapporto, non sempre facile, che Atene ebbe con Cartagine (cf. da ultimo, Emilio Galvagno, Tucidide, Atene e Cartagine, in U. Bultrighini – E. Dimauro [edd.], Omaggio a Domenico Musti. Atti del Convegno internazionale di Chieti [13-14 dicembre 2011], Lanciano 2013, pp. 217-52), qui rapportato ad Ipèrbole, produttore di lucignoli, appartenente alla nuova borghesia ateniese.

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Isocrate (436 – 338 a.C.) (E.A.)
Presunto busto di Isocrate. Roma, Villa Albani.
Presunto busto di Isocrate. Roma, Villa Albani.

Testo di riferimento: Opere di Isocrate. A cura di Mario Marzi. Volume primo. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1991.

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ΝΙΚΟΚΛΗΣ Η ΚΥΠΡΙΩΙ

24: il governo oligarchico di Cartagine: «infine vediamo che i Cartaginesi e i Lacedemoni, questi ultimi i meglio governati degli Elleni, in patria sono retti da oligarchie, ma in guerra sono comandati da re» (p. 139).

28: il governo fenicio a Salamina di Cipro: «Chi ignora che Teucro [mitico figlio di Telamone e della sorella di Priamo, Esione], il capostipite della nostra stirpe, presi con sé i progenitori dei nostri concittadini, venne qui per mare, fondò per loro questa città e distribuì fra loro il territorio; e che mio padre Evàgora recuperò [nel 411 a.C.], a prezzo dei più grandi rischi, il potere perduto da altri e operò una trasformazione così radicale, che non sono più i Fenici a regnare su Salamina, ma la sovranità appartiene agli stessi che l’avevano in origine» (p. 141).

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ΠΑΝΗΓΥΡΙΚΟΣ

160-161: la Fenicia e la Siria e il compromesso dominio persiano: «…Quali vantaggi vorremmo avere, alla vigilia di far guerra al Re, oltre a quelli di cui già disponiamo? L’Egitto e Cipro non sono forse in rivolta contro di lui, la Fenicia e la Siria non sono state devastate dalla guerra, e Tiro, di cui il Re era così orgoglioso, non è stata occupata dai suoi nemici?…» (p. 227).

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ΦΙΛΙΠΠΟΣ

102: la Fenicia ed altre regioni hanno contrastato il dominio persiano e sono utili per la possibile entrata in guerra di Filippo, re di Macedonia: «Inoltre Cipro, la Fenicia, la Cilicia e la regione donde i Persiani traevano la loro flotta, appartenevano allora al Re; ora o si sono ribellate o sono in preda alla guerra e a mali tanto gravi, che nessuno di questi popoli è utile a lui, mentre saranno di vantaggio a te, se vorrai fargli guerra» (p. 285).

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ΑΡΧΙΔΑΜΟΣ

44-45: Dionisio di Siracusa e i Cartaginesi: «L’esempio di questa città non è il solo con cui si può dimostrare di quanti vantaggi sia causa l’audacia nel difendersi dai nemici. C’è anche quello del tiranno Dionisio, che cinto d’assedio dai Cartaginesi, senza che s’intravedesse speranza di salvezza, oppresso dalla guerra e inviso ai suoi concittadini, fu per parte sua nel punto di fuggire per mare. Ma poiché uno dei suoi familiari ebbe l’audacia di dirgli che la tirannide è un bel lenzuolo funebre, si vergognò dei suoi progetti e, avendo ripreso a combattere, uccise molte decine di migliaia di Cartaginesi, rese più salda la sua autorità sui concittadini, acquistò una potenza molto più grande di quella che aveva prima, morì da sovrano assoluto [nel 367 a.C.] e lasciò a suo figlio i medesimi onori che egli stesso aveva avuti» (pp. 325-27).

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ΠΕΡΙ ΕΙΡΗΝΗΣ

85: la smania egemonica di Atene si volge anche verso Cartagine: «e giunsero [gli Ateniesi] a tal grado di follia, che, pur non essendo padroni dei loro sobborghi, sperarono di dominare sull’Italia, la Sicilia e Cartagine. Superarono tanto in stoltezza tutti gli uomini, che mentre le calamità umiliano e rendono più saggi gli altri, essi nemmeno da queste furono ammaestrati…» (p. 429).

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ΕΥΑΓΟΡΑΣ

19-21. I Fenici a Salamina di Cipro: «…Fondata in questo modo la città [Salamina], dapprima vi detennero il potere regale i discendenti di Teucro; ma in un tempo successivo, giunto dalla Fenicia un esule ed entrato nella fiducia del re di allora, acquistò grande potenza, senza però essergliene grato; anzi, diventato malevolo verso il suo ospite, abile com’era a pretendere sempre di più, cacciò il suo benefattore e s’impadronì del trono. Ma diffidando delle conseguenze dei suoi atti e volendo consolidare la sua posizione, consegnò la città ai barbari e asservì l’intera isola al gran re [seconda metà del V secolo a.C.]. Tale è lo stato delle cose e i discendenti dell’usurpatore detengono il potere, quando nasce Evagora…» (pp. 465-67).

Cipro, costa orientale: rovine di Salamina.
Cipro, costa orientale: rovine di Salamina.

62. Evagora conquista Tiro: «…[Evagora] quando fu costretto a fare la guerra, si rivelò tale e trovò un tale alleato in suo figlio Pnitagora che per poco non s’impossessò di Cipro intera, saccheggiò la Fenicia, prese a forza Tiro…» (p. 483).

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ΕΛΕΝΗ

67-68: la Grecia contro i barbari: «…a buon diritto penseremmo che si deve a Elena se non siamo schiavi dei barbari. Troveremo infatti che gli Elleni, raggiunta la concordia grazie a lei, fecero una spedizione comune contro i barbari, e allora per la prima volta l’Europa eresse sull’Asia un trofeo di vittoria. Ne risultò per noi un totale capovolgimento della situazione. In precedenza i barbari, quand’erano nella sventura, pretendevano di dominare le città elleniche: così Danao, fuggitivo dall’Egitto, occupò Argo, Cadmo di Sidone regnò su Tebe, i Carii colonizzarono le isole, Pelope figlio di Tantalo si impadronì dell’intero Peloponneso. Dopo quella guerra, la nostra stirpe fece un tale progresso, da sottrarre ai barbari grandi città e un vasto territorio» (p. 517).

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Testo di riferimento: Opere di Isocrate. A cura di Mario Marzi. Volume secondo. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1991.

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ΠΑΝΑΘΗΝΑΙΚΟΣ

80: Cadmo come invasore della Grecia: «e infine ad affrontare i pericoli e la guerra non per la loro patria e il loro regno, ma, di nome, per Elena moglie di Menelao, di fatto perché l’Ellade non dovesse soffrire ad opera dei barbari un tale oltraggio come quello o come gli altri che già prima le erano toccati, a proposito della conquista dell’intero Peloponneso da parte di Pelope, della città di Argo da parte di Danao e di Tebe da parte di Cadmo…» (p. 75).

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ΠΕΡΙ ΤΟΥ ΖΕΥΓΟΥΣ

18: la flotta fenicia in Panfilia: «Tale era lo stato d’animo dei cittadini [di Atene]; i nemici prevalevano per terra e per mare; voi non avete più denari mentre a quegli altri li forniva il Re; inoltre novanta navi erano giunte dalla Fenicia ad Aspendo, pronte a dar man forte ai Lacedemoni…» (p. 327).

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ΤΡΑΠΕΖΤΙΚΟΣ

4: un meteco fenicio: «…Mio padre pertanto, stivate due navi di grano e fornitomi di denaro, mi fece partire perché, insieme, commerciassi e vedessi il mondo. Pitodòro, il Fenicio, mi presentò Pasione e io divenni cliente della sua banca» (p. 349).

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ΙΣΟΚΡΑΤΗΣ ΔΙΟΝΥΣΙΩΙ ΧΑΙΡΕΙΝ

8: l’impegno per tutta la vita di Diodoro in lotta con i Cartaginesi per la Sicilia: «…Quando i Lacedemoni possedevano l’impero, non ti sarebbe stato facile occuparti delle cose riguardanti il nostro paese, né opporti a loro e insieme far guerra ai Cartaginesi…» (p. 453).

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In Isocrate (cf. Paul Cloché, Isocrate et son temps [= Annales littéraires de l’Université de Besançon, 54], Paris 1978) la Fenicia con il sidonio Cadmo (cf. Ruth B. Edwards, Kadmos the Phoenician, A Study in Greek Legends and the Mycenaean Age, Amsterdam 1979; Carlo Brillante, Cadmo fenicio e la Grecia micenea, in Quaderni urbinati di cultura classica 46 [1984], pp. 167-74) partecipa di quel mitico passato barbaro cui mise fine la guerra di Troia. La citazione in lode comune dei regimi degli Spartani e dei Cartaginesi trova conferma nella Politica di Aristotele, Libro II, 1272b-1273b. Per Salamina di Cipro fenicia, cf. fra gli altri Anna Cannavò, Coesistenza di culture a Cipro in età arcaica, in C. Ampolo (ed.), Immagine e immagini della Sicilia e di altre isole del Mediterraneo antico. Atti delle seste giornate internazionali di studi sull’area elima e la Sicilia occidentale nel contesto mediterraneo (= Seminari e convegni, 22), vol. I, Pisa 2009, pp. 385-400. Quando all’esule fenicio a Salamina, cf. Maddalena Vallozza, L’esule fenicio: realtà e artificio letterario (Isocrate, Evagora 19-21), in S.F. Bondì – M. Vallozza (edd.), Greci, Fenici, Romani: interazioni culturali nel Mediterraneo antico. Atti delle Giornate di Studio (Viterbo, 28-29 maggio 2004) (= Daidalos. Studi e ricerche del Dipartimento di Scienze del mondo antico, 7), Viterbo 2005, pp. 185-92.

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Senofonte (430 – 354 a.C. circa) (E.A.)

ΚΥΡΟΥ ΠΑΙΔΕΙΑ

Testo di riferimento: Senofonte, Ciropedia. Volume primo (Libri I-IV); Volume secondo (Libri V-VIII). Introduzione, traduzione e note di Franco Ferrari. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1995.

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Libro I, 1 [4]: i Fenici e i Ciprioti sottomessi da Ciro insieme ad altri popoli: «…e [Ciro] sottomise Siri, Assiri, Arabi, Cappadoci, gli uni e gli altri Frigi, Lidi, Cari, Fenici, Babilonesi e dominò… su molte altre genti di cui non si saprebbe neppure dire il nome, e soggiogò anche gli Elleni d’Asia e, sceso al mare, Ciprioti ed Egizî…» (p. 81).

Libro VIII, VI [20-21]: le conquiste di Ciro: «…[Ciro] partì per quella spedizione nel corso della quale si racconta che sottomettesse tutte le popolazioni poste fra la frontiera della Siria e il Mar Rosso. Poi avrebbe avuto luogo, si dice, la spedizione in Egitto e la sottomissione anche di questo paese. A questo punto il suo impero ebbe per confini verso oriente il Mar Rosso, a nord il Mare Nero, a occidente Cipro e l’Egitto, a sud l’Etiopia: regioni le cui zone estreme sono comunque inabitabili o per il caldo o per il freddo o per l’eccesso di precipitazioni o per la penuria di esse» (p. 767).

Alexander Zick (1845-1907), Tomiri immerge nel sangue la testa di Ciro (da wikipedia). La regina dei Massageti punisce la superbia di Ciro il Grande immergendone la testa recisa in un vaso di sangue. Cosi Dante Alighieri nel XII canto del Purgatorio della Divina Commedia, 55-57: Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio/ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:/ “Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”. Una fama di crudeltà quella di Ciro il conquistatore che contrasta con le premesse dell’adolescente protagonista della Ciropedia.
Alexander Zick (1845-1907), “Tomiri immerge nel sangue la testa di Ciro” (da wikipedia). La regina dei Massageti punisce la superbia di Ciro il Grande immergendone la testa recisa in un vaso di sangue. Cosi Dante Alighieri nel XII canto del Purgatorio della Divina Commedia, 55-57: «Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio/ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:/ “Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”». Una fama di crudeltà quella di Ciro il conquistatore che contrasta con le premesse dell’adolescente protagonista della “Ciropedia”.

ΚΥΡΟΥ ΑΝΑΒΑΣΙΣ

Testo di riferimento: Anabasi di Senofonte. A cura di Fiorenza Bevilacqua. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 2002.

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Libro primo, 4. 5-7: la Fenicia e la spedizione di Ciro: «…Abrocome invece agì diversamente: non appena fu informato che Ciro si trovava in Cilicia, invertì la direzione di marcia, abbandonò la Fenicia e si diresse dal re, con un’armata, si diceva, di trecentomila uomini. Quindi Ciro, attraverso la Siria, si spinge in una sola tappa di cinque parasanghe fino a Miriando, una città sul mare abitata da Fenici [Alessandretta?: era uno scalo commerciale e vi erano ormeggiate molte navi da carico. Rimasero là sette giorni» (p. 187).

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ΑΠΟΜΝΗΜΟΝΕΥΜΑΤΑ

Testo di riferimento: Memorabili di Senofonte. A cura di Fiorenza Bevilacqua. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 2010.

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Libro secondo, I, 10: in Siria comandano i Persiani, in Libia i Cartaginesi: «“…Innanzi tutto, dei popoli che conosciamo, in Asia comandano i Persiani, mentre Siri, Frigi e Lidi sono comandati; in Europa comandano gli Sciti, mentre i Meoti sono comandati; e nella Libia comandano i Cartaginesi, mentre i Libici sono comandati…» (p. 383).

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ΟΙΚΟΝΟΜΙΚΟΣ

Testo di riferimento: Senofonte, Economico. Introduzione, traduzione e note di Fabio Roscalla con un saggio di Diego Lanza. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2000.

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VIII, 11-14: l’ordine delle navi fenicie: «“…Comunque il più bello e preciso ordine di oggetti mi sembra di averlo visto, o Socrate, quando salii, per fare una visita, su una grossa nave fenicia. Osservai un grandissimo numero di oggetti messi a posto in uno spazio piccolissimo. È proprio “fece” grazie a molti arnesi lignei e a cordame che la nave ormeggia e prende il largo, è grazie a molti dei cosiddetti impianti di vele, che naviga. Con molte macchine è armata contro le navi nemiche; trasporta al seguito degli uomini molte armi e per ciascun drappello di commensali ha tutti gli oggetti di cui gli uomini si servono nelle loro abitazioni. È piena inoltre della merce che il padrone della nave trasporta per guadagno personale. E tutto quanto dico “fece” stava in un posto non molto più grosso di una normale stanza da dieci letti. Capii che tutte le cose stavano in modo che né si impacciavano a vicenda, né avevano bisogno di chi le andasse a cercare. Erano invece subito pronte e non erano difficile da smuovere, così da non far perdere tempo se c’era bisogno di servirsene velocemente. Trovai che l’aiutante del pilota, il cosiddetto uomo di prua della nave, era così a conoscenza del posto di ciascuna cosa che, anche assente, avrebbe potuto dire dove stava ogni cosa e in quale quantità, non meno di chi, conoscendo le lettere dell’alfabeto, potrebbe dire sulla parola Socrate quante sono le lettere e l’ordine in cui ognuna risiede» (pp. 145, 147).

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ΞΕΝΟΦΩΝΤΟΣ ΕΦΕΣΙΟΥ ΤΩΝ ΚΑΤΑ ΑΝΘΙΑΝ ΚΑΙ ΑΒΡΟΚΟΜΗΝ ΕΦΕΣΙΑΚΩΝ ΛΟΓΟΙ

Testo di riferimento: Romanzi greci. Caritone d’Afrodisia. Senofonte Efesio. Longo Sofista. A cura di Alberto Borgogno. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 2005.

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Libro primo, [13, 1-5 – 14, 6]: i pirati fenici: «Per caso a Rodi erano ancorati vicino a loro dei pirati fenici, su una grande trireme: numerosi e disposti a qualunque impresa, stavano ormeggiati come se avessero un carico. Essi erano venuti a sapere che nella nave efesia c’erano oro, argento e molti schiavi di grande valore. Stabilirono dunque di dare l’assalto alla nave e di uccidere quelli che avessero opposto resistenza, mentre avrebbero portato in Fenicia gli altri insieme con le ricchezze, per venderli: in complesso li disprezzavano, ritenendoli incapaci di dare battaglia. Il loro capo si chiamava Corimbo, ed era un giovane di grande statura, dallo sguardo che incuteva timore e dalla lunga chioma incolta. Stabilito il piano, i pirati dapprima navigarono tranquilla mente di conserva con la nave di Abrocome, ma poi – era all’incirca mezzogiorno, e tutti i membri dell’equipaggio efesio giacevano in preda all’ubriachezza e all’indolenza, oppure oziavano storditi – gli uomini di Corimbo si fecero sotto a tutta forza con la loro imbarcazione per attaccare. Dopo aver accostato, balzarono armati sulla nave, con le spade in pugno: allora quelli che accompagnavano Abrocome in parte si gettarono in mare e morirono, mentre altri che tentarono di opporsi vennero scannati…e dopo una navigazione di tre giorni, approdarono a Tiro, città della Fenicia, dove si trovava il loro quartier generale…» (pp. 409, 411).

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Le opere di Senofonte (cf. per studi recenti il numero monografico a lui dedicato nei Cahiers des études anciennes, XLV 2008, l’edizione in italiano dell’Anabasi del 2012: Senofonte, La spedizione verso l’interno [Anabasi] con i racconti paralleli di Diodoro Siculo e Plutarco. Introduzione, traduzione e note di Giuseppe Dino Baldi [= Compagnia Extra, 28, Macerata 2012 e l’articolo: Stephen Eide – Keith Whitaker, A Philosopher and a Gentleman: Xenophon’s Oeconomicus, in Arion: A Journal of Humanities and the Classics 24. 2 [2016], pp. 93-100), toccano diversi aspetti della memoria fenicia, dalla geografia antropologica del Vicino Oriente (cf. Giorgio Bejor, Distribuzione della popolazione nel Vicino Oriente da Senofonte ad Ammiano, in Egitto e Vicino Oriente 14 [1991-92], pp. 73-89) ai valori sociali del mondo antico (cf. Andrea Giardina, Le merci, il tempo, il silenzio. Ricerche su miti e valori sociali nel mondo greco e romano, in Studi Storici 2 [1986[, pp. 277-302) e all’ammirazione per l’ordine nelle navi fenicie dell’Economico, dove «Xénophon a observé deux siècles mais pour ainsi dire traversé deux mondes, depuis les débuts de la Guerre du Péloponnèse jusqu’à l’arrivée de Philippe de Macédonie. Il incarne le lien entre le grand siècle d’Athenes et celui de ca décadence naissante: parfois déconcertant, souvent dérangeant, toujours attachant…» (M.-F. Marein, L’Économique de Xénophon: traité de morale? traité de propagande?, in Bulletin de l’Association Guillaume Budé 3 [1993], pp. 226-44).

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Platone (428/427 – 348/347 a.C.) (E.A.)
Jean Delville, "La Scuola di Platone" (1898). Parigi. Musée d’Orsay.
Jean Delville, “La Scuola di Platone” (1898). Parigi. Musée d’Orsay.

Επιστολαί

Testo di riferimento: Platone, Lettere. A cura di Margherita Isnardi Parente. Traduzione di Maria Grazia Ciani. Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2002.

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Lettera settima, 332e- 333a: Platone consiglia la saggezza e la temperanza a Dionisio di Siracusa, sicuri mezzi per contrastare l’egemonia cartaginese in Sicilia: «Se avesse fatto come dicevamo e avesse acquistato equilibrio e saggezza, se poi avesse ripopolato le città devastate della Sicilia, stabilendo leggi e costituzioni tali da renderle fedeli a lui e concordi fra di loro nella difesa contro i barbari, avrebbe reso l’impero di suo padre non solo due ma molte volte più grande: sarebbe stato in grado infatti di sottomettere i Cartaginesi molto meglio di quanto avesse fatto Gelone: ora invece, nella situazione attuale, suo padre è stato costretto a pagare un tributo ai barbari…» (p. 87).

Lettere ottava, 354d-e: il contrasto fra il partito tirannico e quello democratico dei Greci può portare la Sicilia a provincia fenicia: «…in questo modo sia l’intero partito dei tiranni sia il partito popolare rischiano di essere distrutti, e allora si verificherà un evento tanto probabile quanto deprecabile: tutta la Sicilia sarà perduta alla lingua greca e passerà sotto il dominio dei Fenici o degli Oschi…» (p. 143).

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Πολιτεία (Le Persone: Socrate, Glaucone, Polemarco, Trasimaco, Adimanto, Cefalo)

Testo di riferimento: Dialoghi politici e lettere di Platone. Volume primo. Repubblica, Timeo, Crizia, Politica. A cura di Francesco Adorno. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1970.

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IV, 435e: l’avidità di guadagno dei Fenici e degli Egizî: «…- E in fin dei conti – dissi – non siamo necessariamente costretti a convenire che in ciascuno di noi vi sono le stesse caratteristiche e costumi che sono nello Stato? Per forza, ché lo Stato è i cittadini stessi. Sarebbe ridicolo, infatti, credere che l’indole focosa, propria di quegli Stati ritenuti violenti, come lo sono i Traci, gli Sciti, e in genere tutti i popoli del nord, o l’amore per la scienza, che si può dire propria del nostro paese, o per la ricchezza, tipico dei Fenici e degli Egizi, non sia un generarsi dall’individuo allo Stato» (p. 375).

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Νόμοι (Le Persone: Il forestiero ateniese, Clinia cretese, Megillo spartano)

Testo di riferimento: Opere politiche di Platone. Volume secondo. Politico, Leggi. A cura di Francesco Adorno. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1958.

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637d-e: l’ebbrezza da vino presso i Cartaginesi: «ATENIESE…Discorriamo, dunque, più distesamente ancora dell’ebbrezza in tutti i suoi aspetti, ché non è questo un problema di poca importanza e la sua diagnosi non è da legislatore di scarso valore. Né io parlo del vino, se lo si debba bere oppure no, ma dell’ebbrezza, per sapere se ci si debba bere oppure no, ma dell’ebbrezza, per sapere se ci si debba comportare con essa come fanno gli Sciti ed i Persiani, e anche i Cartaginesi, i Celti, gl’Iberi, i Traci, popoli tutti bellicosi, oppure come fate voi [Spartani], ché voi, tu stesso lo dici, siete completamente astemi…» (pp. 202-203).

674a-c: l’apprezzata legge dei Cartaginesi sul vino: «ATENIESE…adotterei la legge dei Cartaginesi, secondo la quale in guerra nessuno deve gustare di tale bevanda [il vino], ma per tutta la durata della campagna non deve bere che acqua soltanto; in città, né servo né serva debbono assaggiarne, né i magistrati, durante l’anno in cui sono in carica, né coloro che hanno posti direttivi, né i giudici nell’esercizio delle loro funzioni, né chiunque è convocato a importante consiglio; e nessuno durante il giorno tranne che per esercizio fisico o per malattia; nessuno durante la notte, se, uomo o donna, intende procrear figliuoli. E si potrebbero citare infiniti casi, in cui chi abbia mente sana e giusta legge non deve bere vino, onde logicamente ne segue che gli Stati non dovrebbero aver bisogno di molti vigneti, e se le altre culture e tutta l’economia del paese vi saranno regolate, la produzione del vino dovrebbe essere la piccola e la più modesta di tutte…» (pp. 259-60).

III, 693a: sotto i Persiani le diverse etnie vivono disperse: «…ché, se la comune risoluzione degli Ateniesi e degli Spartani non avesse respinto la minaccia della servitù, si potrebbe dire che ormai tutte le stirpi greche sarebbero confuse fra di loro, e confusi sarebbero i barbari, sì come ora quelle stirpi sottomesse ai Persiani, che, smembrate e confuse, miseramente vivono disseminate qua e là… » (p. 289).

V, 747b-d: il virtuoso studio dei numeri divenuta solo una certa abilità professionale presso gli Egizî e i Fenici: «…nessuna scienza, come quella che ha per oggetto i numeri, ha tanta efficacia formativa…Poi se anche con le leggi e provvedimenti si strappi ogni basso sentimento ed ogni cupidigia di denaro dalle anime di coloro che vorranno dedicarsi sul serio e vantaggiosamente a questi studi, allora questi potrebbero divenire un onesto e conveniente strumento educativo. Altrimenti, senza accorgersene, avremo sviluppato una qual certa abilità professionale al posto della sapienza, come oggi possiamo vedere presso gli Egizii, i Fenici e tanti altri popoli, che si sono così formati a causa della bassezza di certe altre loro occupazioni e della loro sete di guadagnare, ridotti a questo ad opera di un cattivo legislatore, o per un disgraziato destino, o per altre diverse ragioni naturali» (pp. 370-71).

VIII, 847b-c: sul divieto d’importare porpora: «Esportazione ed importazione di merci siano nello Stato esenti da qualsiasi tassa. Incenso e profumi, simili all’incenso, di provenienza straniera, che si usano nei sacrifici agli dèi, porpora o altri coloranti, che il paese non produce, o qualsiasi altra materia che un qualche nostro artigiano può avere bisogno d’importare dall’estero per la propria arte, se non vi sia una vera necessità, se ne vieti l’importazione, come d’altra parte sia ugualmente vietato esportare quel che è necessario rimanga nello Stato, ad eccezione dei cinque più anziani, i successivi dodici custodi delle leggi» (p. 506).

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Κριτίας (Le Persone: Timeo, Crizia, Socrate, Ermocrate)

Testo di riferimento: Platone, Tutte le opere. Repubblica – Timeo – Crizia. A cura di Enrico V. Maltese. Con saggio di Francesco Adorno. Traduzioni di Enrico Pegone (Crizia), Newton & Compton editori, Roma 1997.

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114b: Cadice: la fenicia Gadir e la greca Eumelo: «.…CRIZIA il fratello gemello nato dopo di lui [di Atlante], che aveva ricevuto in sorte l’estremità dell’isola [di Atlantide] verso le Colonne di Eracle, di fronte alla regione oggi chiamata Gadirica dal nome di quella località, in greco era Eumelo, mentre nella lingua del luogo Gadiro, il nome che avrebbe appunto fornito la denominazione a questa regione…» (p. 675).

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Φίληβος (Le Persone: Socrate, Protarco, Filebo)

Testo di riferimento: Platone, Tutte le opere. Politico – Parmenide – Filebo – Simposio – Fedro – Alcibiade – Alcibiade secondo – Ipparco – Amanti. A cura di Enrico V. Maltese. Con saggio di Francesco Adorno. Traduzioni di Enrico Pegone (Filebo), Newton & Compton editori, Roma 1997.

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18b-c: il dio egizio Thot, l’infinita estensione della voce e le lettere dell’alfabeto: «…SOCRATE Dopo che un dio o un uomo divino capì che la voce è infinita – in Egitto questi fu un certo Teuth, racconta la tradizione, il quale per primo capì che le vocali, nell’infinitezza della voce, non sono una ma più e che ci sono altri elementi che non appartengono alla voce ma al suono, e che anche queste si possono quantificare numericamente, allora separò una terza classe di lettere che noi chiamiamo consonanti mute -, dopo di ciò separò le consonanti mute dalle consonanti sino a giungere all’unità, e allo stesso modo fece con le vocali e quelle di suono intermedio, finché, conosciuto il loro numero, diede a ciascuna e a tutte il nome di “lettera”: osservando che nessuno di noi neppure una lettera di per sé potrebbe apprendere senza conoscere tutte le altre, e ragionando su questo legame che permette a ciascuna di essere una, ma che le unisce tutte insieme, unì ad esse il meccanismi della grammatica dando loro questo nome» (pp. 235, 237).

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Μίνως (Le Persone: Socrate, Amico)

Testo di riferimento: Platone, Tutte le opere. Minosse – Leggi – Epinomide – Lettere. A cura di Enrico V. Maltese. Con saggio di Francesco Adorno. Premesse, traduzioni e note di Stefania Rubatto (Minosse), Newton & Compton editori, Roma 1997.

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315b-c: i sacrifici umani dei Cartaginesi conformi alle loro leggi: …AMICO Ma, socrate, non è certo difficile sapere che gli uomini non utilizzano sempre le stesse leggi, ma alcuni ne impiegano alcune, altri altre, Poiché per esempio, mentre per noi non è lecito sacrificare uomini, anzi è considerato empietà, i Cartaginesi invece compiono sacrifici umani in quanto per loro è un atto conforme alle leggi umane e divine e in virtù di questo alcuni di loro sacrificano a Crono addirittura i propri figli, come forse anche tu hai sentito dire. E non sono solo i barbari ad usare leggi diverse dalle nostre, ma anche gli abitanti della Licea e i discendenti di Atamante, quali sacrifici compiono, pur essendo Greci!…» (p. 33).

Michelangelo Buonarroti, "Il Giudizio Universale (1535-1541): particolare: Minosse, giudice infernale. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Cappella Sistina.
Michelangelo Buonarroti, “Il Giudizio Universale” (1535-1541): particolare: Minosse, giudice infernale. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Cappella Sistina.

Anche in una rassegna antologica a tema come la nostra non può sfuggire la figura di un Platone convinto difensore della grecità rispetto ai barbari (cf. Philippe Bornet, Platon et les étrangers, in Revue de théologie et de philosophie 50 [2000], pp. 113-29), che tuttavia non fa venir meno il proprio apprezzamento per le buone leggi di Cartagine sull’uso del vino (Leggi 674a-c) (cf. Enrico Acquaro, Le “buone” leggi di Cartagine e l’uso del vino (Dicembre 2008), in E. Acquaro, La memoria dei Fenici [= La memoria dei Fenici, 1], Lugano 2014, pp. 20-22).

Il passo atlantico in Crizia 114b dà menzione della Cadice fenicia, in un ampio contesto mitico (Pierre Vidal-Naquet, L’Atlantide. Petite histoire d’un mythe platonicien, Paris 2005). Non isolato negli scritti platonici è il riferimento all’Egitto ed ai suoi dèi (cf. Aikaterini Lefka, Pourquoi des dieux égyptiens chez Platon?, in Kernos. Revue internationale et pluridisciplinaire de religion grecque antique 7 [1994], pp. 159-68), spesso trasmessi ai Greci con la mediazione fenicia: ne è qui testimone la citazione del dio Thot in Filebo 18b-c.

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Ctesia di Cnido (fine V – primi IV secolo a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Ctésias de Cnide, La Perse, l’Inde, autres fragments. Texte établi, traduit e commenté par Dominique Lenfant. Les Belle Lettres, Paris 2004.

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Περσικά

F1b (3): Nino re dell’Assiria sottomette la Fenicia: «…Sottomise, fra i territori del litorale e quelli a questi prossimi, l’Egitto, e la Fenicia, e anche la Celesiria…» (p. 24).

Alessandro Varotari detto il Padovanino (1588-1648), “Semiramide chiamata alle armi”. Collezione privata.

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Pseudo-Aristotele (prima metà IV secolo a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Pseudo-Aristote, Rhétorique à Alexandre. Texte établi et traduit par Pierre Chiron. Les Belles Lettres, Paris 2002.

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ΡΗΤΟΡΙΚΗ ΠΡΟΣ ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΝ

1429b, 18-24: i Corinzî con poche navi hanno la meglio su i Cartaginesi a Siracusa: «…nello stesso modo i Corinzî, giunti in soccorso ai Siracusani con nove triremi, nonostante le poche navi inviate batterono i Cartaginesi che bloccavano i porti di Siracusa con centocinquanta navi e avevano nelle loro mani tutta la città ad eccezione della cittadella. In breve queste azioni, e quelle simili, riuscirono contro ogni aspettativa, facendo così perdere ogni credibilità alle previsioni più verosimili» (p. 45).

Antica mappa disegnata dai viaggiatori stranieri in terra di Sicilia. Seconda metà del ‘500 – fine del ‘700 (da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Antica_mappa_di_Sicilia_-_Siracusa.jpg).

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Demostene (384 – 322 a.C.) (E.A.)
Busto di Demostene. Cortile della Villa Medicea di Poggio Imperiale, Arcetri.

Lettera di Filippo agli Ateniesi

Testo di riferimento: Demostene, Sulle simmorie e altre orazioni. Introduzione di Luciano Canfora, traduzione e note di Ilaria Sarini. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2003.

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6.: Il Gran Re di Persia occupa la Fenicia nel 343/342 a.C.: «…A parte questo, avete violato il diritto e vi siete mostrati ostili al punto di aver inviato ambasciatori anche al Gran Re di Persia per indurlo a farmi guerra. E ci si potrebbe quanto mai meravigliare di questo fatto. Difatti, prima che egli avesse occupato l’Egitto e la Fenicia avete decretato che, se egli avesse intrapreso qualche nuova iniziativa, avreste chiamato in aiuto me così come tutti gli altri Greci per combatterlo… » (pp. 183-84).

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Sulla Fenicia in età persiana, cf. fra gli altri, Ida Oggiano – Tatiana Pedrazzi, La Fenicia in età persiana. Un ponte tra il mondo iranico e il Mediterraneo (= Rivista di studi fenici, Suppl., 29, 2011), Pisa – Roma 2011.

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Aristotele (384/83 – 322 a.C.) (E.A.)
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Raffaello Sanzio, “La scuola di Atene” (1509-1511 circa). Città del Vaticano, Musei Vaticani.

Πολιτικά

Testo di riferimento: Aristotele, Politica. Volume I (Libri I-IV). Introduzione di Luciano Canfora e Richard Kraut. Traduzione di Roberto Radice e Tristiano Gargiulo. Commento di Trevor J. Saunders e Richard Robinson. Fondazione Valla, Milano 2014.

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Libro II, 1262a: comunione di donne nell’alta Libia: «…alcune popolazioni dell’alta Libia hanno in comune le donne, ma poi i figli che nascono se li dividono in base alla somiglianze…» (p. 63).

Libro II, 1272b – 1273b: la costituzione di Cartagine: «Risulta che anche i Cartaginesi godano di una buona costituzione, addirittura in molti ambiti superiore a quelli degli altri, e soprattutto, per certi aspetti non dissimile da quella dei Laconi. In realtà queste tre costituzioni – quella cretese, quella spartana e, terza fra di esse, quella cartaginese – sono in qualche misura similari e nettamente distinte dalle altre. Presso i Cartaginesi non mancano molte buone disposizioni: segno di una costituzione ben strutturata è il fatto che il popolo rispetta l’ordine costituzionale e – circostanza che non va passata sotto silenzio – non nascono sommosse e neppure episodi di tirannide. Ci sono affinità con la costituzione di Sparta: le mense in comune dei membri delle eterie sono simili ai fidizî, il Consiglio dei Centoquattro è analogo all’eforato (ma non in peggio, perché questi sono scelti fra chi capita, mentre quelli fra chi è meritevole) e il re e il Consiglio degli anziani si corrispondono nelle due città. Anzi, a Cartagine i re sono ancor meglio, perché non vengono sempre dallo stesso casato e neppure da uno qualsiasi, ma c’è una famiglia che per qualche motivo va distinguendosi, si sceglie preferibilmente fra i suoi componenti piuttosto che per l’età. Siccome hanno la responsabilità di scelte importanti, se fossero di scarso valore causerebbero danni molto gravi, come peraltro hanno già fatto alla città di Sparta. La maggior parte delle critiche che si possono muovere a questa costituzione, per le sue deviazioni, sono comuni a tutte le altre costituzioni di cui si è discusso. Rispetto al modello dell’aristocrazia e dei regimi costituzionali, talora inclina troppo verso il popolo, talvolta verso l’oligarchia. I re e gli anziani, una volta raggiunto unanime accordo, hanno la facoltà di portare o non portare le questioni davanti al popolo ma, in caso di disaccordo, è il popolo a decidere anche su queste loro competenze. E, quando essi presentano le questioni al popolo, non lo fanno solo perché questo prenda atto del parere dei governanti, ma perché abbia il potere di decidere e perché chiunque lo voglia abbia la possibilità di contestare le proposte. Una procedura di questo tipo non si trova in nessun’altra costituzione. Che le pentarchie – le quali hanno potere di decisione su molti e importanti affari di stato – si eleggano per cooptazione, che esprimano la carica più alta dello Stato – cioè il Consiglio dei Cento – che restino al potere più a lungo delle altre magistrature (infatti i pentarchi esercitano la loro autorità anche quando la loro carica è scaduta o quando stanno per assumerla), sono tutti segni di un regime oligarchico: il fatto che non ricevano compenso, non vengano scelti per sorteggio, e altre peculiarità del genere, sono pratiche proprie dell’aristocrazia, al pari dell’usanza di far trattare tutte le cause dal collegio dei magistrati, e non di distribuirle ora all’uno ora all’altro giudice, come succede a Sparta. L’ordinamento giuridico dei Cartaginesi si allontana dall’aristocrazia e si orienta piuttosto verso l’oligarchia per un’idea condivisa da molti che la scelta dei governanti tocchi non solo a chi è uomo di valore ma anche a chi è ricco, perché è impossibile che un povero possa esercitare bene una carica e avere tempo da dedicare alle sue occupazioni. Ora, se il voto in base al censo è tipico di un regime oligarchico e quello per merito è tipico di uno aristocratico, ci sarà una terza forma di ordinamento politico, secondo la quale i Cartaginesi articolano la loro costituzione: essi votano, infatti, guardando a entrambi questi criteri, soprattutto quando si tratta delle due massime istituzioni, i re e gli strateghi. Bisogna certamente imputare al legislatore l’errore di aver deviato dalla forma aristocratica, perché eccellenti risultati nell’evitare (rivolgimenti popolari), perché via via hanno articolato una parte del popolo, inviandola verso le città sottomesse. È vero che con tale rimedio hanno dato stabilità alla costituzione, ma in tale modo ci si affida al caso, mentre toccherebbe al legislatore mettere la città al sicuro dalle sommosse. Ora, se in un momento di difficoltà la maggior parte dei cittadini tenuti all’obbedienza si ribella, nella legislazione vigente non si trova alcun rimedio che riporti la calma. Esso dunque come stanno le cose per quanto concerne le costituzioni di Sparta, Creta e Cartagine, giustamente famose» (pp. 117, 199, 121, 123).

Libro III, 1275b: affinità oligarchiche fra le costituzioni di Sparta e di Cartagine: «.…In alcune costituzioni, infatti, non esiste un “popolo”, né è prevista un’assemblea popolare stabile, ma solo dei raduni per convocazione, mentre i processi attinenti ai contratti sono affidati ora ad uno ora all’altro degli efori, mentre gli anziani trattano le cause di omicidio, e parimenti altri magistrati giudicano di altri casi. In modo non dissimile si procede a Cartagine, dove però alcuni giudici si occupano di tutte le cause…» (p. 133).

Libro III, 1280a-b: alleanza fra Etruschi e Cartaginesi: «.…Ma la società si è formata soprattutto per migliorare la qualità di vita e non solo per vivere (altrimenti ci sarebbe anche una città fatta di schiavi e di altri animali: ma ciò non può essere, perché costoro non possono godere della felicità né possono vivere secondo una scelta), né tanto meno per mantenere un’alleanza che tuteli dalle sopraffazioni, o per agevolare i traffici e gli scambi reciproci, perché, in tal caso, gli Etruschi, i Cartaginesi, e tutti quelli che avevano stipulato trattati di nuova collaborazione, sarebbero stati cittadini di un’unica città, per il solo fatto di aver sottoscritto intese commerciali, trattati di non aggressione non ché patti di alleanza militare. Ma tutti costoro non hanno alcuna istituzione in comune, bensì ciascuno ha le sue, e nessuno si sente in dovere di pensare alle qualità degli altri, né alcuno di loro si preoccupa se uno dei soci sia stato ingiusto o abbia commesso atti malvagi: interessa solo che, tra di loro, nessuno faccia torto all’altro…» (p. 157).

Libro III, 1293b: il regime aristocratico di Cartagine: «…Negli stati in cui la costituzione mira alla ricchezza, alla virtù e al favore del popolo, come a Cartagine, c’è un regime aristocratico; e così pure si trova in quelli che guardano solo a due di questi obiettivi – alla virtù e al popolo –, fondendo i due elementi della democrazia e della virtù, come si verifica a Sparta…» (p. 229).

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Testo di riferimento: Aristotele, Politica. A cura di Carlo Augusto Viano. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2002.

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Libro V 1307a: il colpo di stato d’Annone a Cartagine: «Infine, causa di sedizione è anche l’esistenza di un uomo che sia potente e che possa diventarlo ancora di più fino a farsi re, come pare che volesse fare Pausania a Sparta, dopo che era stato fatto generale supremo per la guerra contro i Persiani, e Annone a Cartagine» (p. 439).

Libro V, 1316a: la tirannide si trasforma a Cartagine in un’aristocrazia: «…Ma la tirannide si trasforma anche…in un’aristocrazia, come quella di Carillo a Sparta, o com’ è avvenuto a Cartagine…» (p. 497).

Libro V, 1316b: a Cartagine, in democrazia, s’esercita il commercio: «…Anzi in molte oligarchie non è possibile esercitare gli affari, e ci sono delle leggi che lo proibiscono, mentre a Cartagine, in democrazia, si esercita il commercio, e il regime di quella città non si è ancora mutato…» (p. 499).

Libro V, 1320a-b: i Cartaginesi promuovono i progressi in ricchezza dei poveri: «…Ma chi è sinceramente amante del popolo deve anche badare che esso non sia troppo povero…Con una politica analoga a questa i Cartaginesi si sono reso amico il popolo. Essi mandano sempre qualcuno che proviene dal popolo nei dintorni, dandogli così modo di diventare ricco. Se i maggiorenti hanno garbo e senno, si distribuiscono i poveri, dando loro mezzi necessari per spingerli ad attività lavorative…» (p. 521).

Libro VII, 1324b: a Cartagine l’arte militare riceve il massimo onore: «…Presso tutti quei popoli, poi, che hanno le forze per dominare gli altri, è proprio la forza militare che riceve il massimo onore, come avviene tra gli Sciti, i Persiani, i Traci e i Celti. In alcuni popoli vi sono perfino delle leggi che incitano a questa virtù, come per esempio a Cartagine, dove, si dice, si ha diritto a portare un ornamento costituito da tanti anelli quante sono le campagne militari cui si è preso parte…» (p. 547).

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ΠΕΡΙ ΘΑΥΜΑΣΙΩΝ ΑΚΟΥΣΜΑΤΩΝ

Testo di riferimento: Aristotele, Racconti meravigliosi. Introduzione, traduzione, note e apparati di Gabriella Vanotti. Bompiani, Milano 2007.

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37, a: il Periplo d’Annone e i luoghi infuocati d’Africa: «Si narra che anche al di là delle Colonne d’Eracle vi siano luoghi infuocati; alcuni ardono in continuazione, altri solo di notte, come scrive Annone nel Periplo» (p. 71).

84: l’isola cartaginese oltre le Colonne d’Eracle: «Dicono che nel mare oltre le Colonne d’Eracle i Cartaginesi abbiano scoperto un’isola deserta, completamente ricoperta da una foresta solcata da fiumi navigabili e degna di meraviglia anche per la varietà di frutti. Essa dista diversi giorni di navigazione. Poiché i Cartaginesi si recavano spesso nel luogo, attratti dalla sua prosperità, e alcuni si fermavano persino ad abitarvi, i governanti punici dichiararono che tutti quelli che avessero avuto intenzione per il futuro di recarsi nell’isola sarebbero stati condannati a morte e che tutti gli abitanti sarebbero stati annientati, affinché non divulgassero la notizia, per impedire che convenuta una gran moltitudine nell’isola prendesse il sopravvento su di loro e distruggesse la prosperità cartaginese» (pp. 89, 91).

88: i Baleari, mercenari dei Cartaginesi, sensibili alle grazie femminili: «…Riferiscono che gli Iberi che abitano qui [nelle isole Gimnesie] risultino così sensibili al fascino femminile, che sono disposti a cedere ai mercanti quattro o cinque maschi in cambio di una sola donna. Quando combattono a fianco dei Cartaginesi e percepiscono il soldo, a quanto pare, non si recano al mercato per acquistare altro che donne. Presso di loro nessuno può possedere oro o argento. Il divieto di accumulare ricchezze è dovuto al fatto che Eracle condusse una spedizione contro l’Iberia, attratto dalla prosperità dei suoi abitanti» (p. 93).

96: Dionisio il Vecchio vende ai Cartaginesi una veste purpurea sibarita decorata: «Dicono che al Sibarita Alcistene fosse stata confezionata una veste così sontuosa che veniva esposta durante la festa di Era al Lacinio, alla quale partecipano tutti gli Italioti; e fra tutto ciò che per l’occasione veniva messo in mostra era soprattutto quella a destare meraviglia. Raccontano che se ne impadronì Dionisio il Vecchio, il quale la vendette ai Cartaginesi per centoventi talenti. Essa era purpurea, grande quindici cubiti, e decorata su entrambi i lati con animaletti ricamati, con la città di Susa in alto, di Persepoli in basso, mentre nel mezzo comparivano Zeus, Era, Temis, Atena, Apollo, Afrodite. Su entrambe le estremità era raffigurato Alcistene e su entrambi i lati Sibari» (p. 97).

100, a): la Sardegna e l’intervento dei Cartaginesi che ne compromettono la fertilità: «Dicono che nell’isola di Sardegna vi siano degli edifici costruiti secondo l’antico uso greco, e molti altri bei complessi e in particolare dei tholoi scolpiti con magnifiche raffigurazioni. Narrano che furono edificati da Iolao, figlio di Ifiche, quando, assunta la guida dei Tespiadi, figli di Eracle, fece rotta verso questi luoghi per fondarvi delle colonia, pensando che esse gli spettassero di diritto per i suoi legami di parentela con Eracle, dal momento che quest’ultimo era padrone di tutto l’Occidente. L’isola, a quanto pare, era chiamata in un primo tempo Icnussa, perché risulta molto simile nella forma alla pianta del piede umano. Si dice che fosse prospera ed estremamente fertile un tempo; infatti favoleggiano che Aristeo, che, quanto pare, fu presso gli antichi uno dei più esperti agricoltori, sia stato il primo a coltivarne i campi, infestati in precedenza da numerosi e grandi uccelli. Ora l’isola non è più così fertile, poiché è passata sotto il dominio dei Cartaginesi, che hanno reciso tutti i frutti utili per l’alimentazione e hanno decretato la pena di morte per gli abitanti del luogo, nel caso in cui qualcuno di loro intendesse praticare tali coltivazioni» (p. 99).

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Anfora attica a figure nere, Eracle e Iolao contro l’Idria di Lerne (540-530 a.C. circa). Parigi, Musée du Louvre.

113-114: sorgenti di olio profumato, acque gelide e fuoco nei domini dei Cartaginesi: «Dicono che nei domini dei Cartaginesi si trovi un monte, che si chiama Uranio, completamente coperto da una folta selva e adornato da molti fiori, al punto che i luoghi circostanti, risultando impregnati anch’essi per un lungo tratto del suo buon profumo, allietano i viandanti con dolcissima fragranza. Dicono che vicino a questo luogo si trovi una sorgente di olio, e che essa emani un profumo simile alla spremitura del cedro. Aggiungono che quanti si accostano alla fonte devono essere incontaminati: in tal caso la fonte lascia scaturire una maggior quantità di olio così da poter attingere tranquillamente. Dicono che vicino a questa sorgente si trovi una rupe naturale, di notevole grandezza. Raccontano anche che da essa in estate sorga fuoco, mentre in inverno fuoriesce un fiotto di acqua così gelida, che non differisce affatto dalla neve, se lo si mette a confronto. A quanto dicono, non si tratta di un fenomeno insolito o di breve durata, ma il fuoco arde per tutta l’estate e l’acqua scorre per tutto l’inverno» (p. 111).

132: origine del nome dei Fenici: «Narrano che in una delle cosiddette isole di Eolo cresca una gran quantità di palme, per cui l’isola è chiamata anche Phoinicodes. Non sarebbe dunque vero quanto riferisce Callistene, cioè che l’albero prese nome dai Fenici, che abitavano in Siria lungo i litorali. Ma, come sostengono alcuni, furono i Greci a denominare questo popolo Fenici, perché essi, che avevano solcato per primi il mare, dovunque arrivavano, uccidevano e sterminavano tutti. E nella lingua dei Perrebi spargere sangue si dice phoinixai.

134: il sale fossile di Utica: «In Libia nella città chiamata Utica, che è situata, a quanto si dice, nel golfo compreso fra il promontorio Ermeo e quello di Ippona, a circa duecento stadi da Cartagine, e che sarebbe stata fondata dai Fenici duecentottantasette anni prima della stessa Cartagine, come si legge nelle Storie fenicie, raccontano ci sia del sale fossile che raggiunge tre orgie di profondità, bianco a vedersi e non solido, ma simile a viscosissima gomma; ma esso, quando viene esposto al sole, si consolida, diventando simile al marmo pario. Raccontano che con esso scolpiscono piccoli animali e altri oggettini» (p. 123).

135: i Fenici e l’argento di Tartesso: «Si dice che i primi Fenici che navigarono alla volta di Tartesso vi esportarono olio e altra merce nautica di poco valore, che scambiarono con una tale quantità d’argento che non poterono né riceverne, né trasportarne in misura maggiore; ma, quando se ne andarono da quei luoghi, furono costretti a forgiare in argento non solo tutti gli oggetti di cui si servivano abitualmente, ma persino tutte le ancore» (p. 123).

136: i Fenici, Cartagine e i tonni di Cadice: «Dicono che i Fenici che abitano la città chiamata Gades, navigando al di là delle Colonne d’Ercole per quattro giorni con vento di levante, giunsero in alcuni luoghi disabitati, pieni di alghe e di giunchi, che in caso di bassa marea non sono sommersi, ma in caso di alta marea sono ricoperti dall’acqua; nei pressi si trova una quantità enorme di tonni, che risultano eccezionali per grandezza e per stazza, quando vengono tratti in secco. Messi sotto sale e raccolti in recipienti sono trasportati a Cartagine. Di questi soltanto i Cartaginesi non praticano l’esportazione, ma li consumano personalmente per la loro prelibatezza» (p. 125).

142: il velenoso serpente di Kourion, a Cipro: «Dicono che a Curio nell’isola di Cipro si trovi un genere di serpente, che ha le stesse proprietà dell’aspide egiziano; in inverno, però, se morde, non provoca alcun danno, sia per altri motivi, sia perché si muove a fatica, irrigidito com’è dal freddo, al punto da diventare immobile, se non è ristorato dal calore» (pp. 127, 129).

146: il leontofono di Siria: «Dicono che in Siria ci sia un animale, chiamato leontofono. Infatti, a quanto pare, il leone muore se lo mangia. Quindi non si ciba spontaneamente dell’animale, anzi lo rifugge. Se i cacciatori lo catturano e lo fanno arrostire cospargendolo con la farina bianca, come gli altri animali, non appena lo assaggiano, a quanto si dice, muoiono immediatamente. L’animale provoca danni al leone, anche quando lo cosparge di urina» (p. 129).

149-150: piccole vipere risparmiano solo i Siri: «Dicono che in Mesopotamia in Siria e a Istrunte si trovino alcune piccole vipere, che non mordono gli abitanti del luogo, ma assalgono con violenza gli stranieri. Dicono che ciò accada in modo particolare presso l’Eufrate: infatti se ne possono vedere molte lungo le rive del fiume, dirigersi verso una delle sponde, cosicché se di pomeriggio sono visibili nei pressi di una sponda, di mattina lo sono nei pressi dell’altra; esse non mordono i Siri che si fermano nelle vicinanze, mentre non risparmiano i Greci» (p. 131).

161: un’uva di Libia: In Libia vi è un’uva, che alcuni chiamano “matta”, che ha per breve tempo sia frutti maturi, sia acerbi, sia in fiore».

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ΠΕΡΙ ΖΩΙΩΝ ΜΩΡΙΩΝ

Testo di riferimento: Aristotele, Le parti degli animali. Introduzione, nota bibliografica, traduzione e commento di Andrea L. Carbone. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2002.

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Libro secondo, 16: gli elefanti: «…L’elefante ha questa parte più peculiare rispetto agli altri animali, perché è lunga e ha potenza smisurata. La narice, infatti, è la parte con la quale l’elefante porta alla bocca il nutrimento, solido e liquido, come se usasse una mano, e solleva gli alberi avvinghiandoli: in effetti, la usa proprio come se si servisse di una mano. Per natura l’animale è insieme palustre e terrestre, sicché quando gli accade di prendere il nutrimento dall’acqua ha necessità di respirare, per un verso perché è terrestre e sanguigno, per altro verso perché non si sposta velocemente dall’acqua alla terra ferma, come fanno invece alcuni dei vivipari sanguigni che respirano, giacché la sua grandezza è eccessiva, e quindi era necessario che gli fosse ugualmente possibile utilizzare la narice sia per l’acqua che per la terra ferma. Dunque, come certuni apprestano per i palombari degli strumenti per la respirazione, affinché se rimangono per molto tempo in mare aspirino l’aria sott’acqua, attraverso lo strumento, così la natura ha prodotto la lunghezza della narice per gli elefanti. Perciò questi respirano sollevando la narice in alto attraverso l’acqua, quando appunto si spostano in acqua: infatti, come abbiamo detto, per gli elefanti la proboscide è una narice. Poiché non sarebbe possibile che la narice fosse siffatta, se non fosse molle e se non si potesse piegare …ora, gli elefanti sono tra i polidattili, e non hanno piedi dotati di unghia divisa o di zoccolo; poiché però la grandezza e il peso del corpo sono ingenti, per questa ragione i piedi anteriori sono soltanto in vista di sostegno, e a causa della lentezza alla flessione non sono utili per nient’ altro. Dunque gli elefanti hanno una narice per la respirazione, come anche ciascuno degli altri animali che possiedono polmone, ma a causa del tempo passato in acqua e per la lentezza con cui n’escono, essa è anche atta a piegarsi e lunga; poiché, inoltre, un impiego dei piedi anteriori è rimosso, la natura, come abbiamo detto, fa uso di questa parte anche per la funzione che dovrebbe essere svolta dai piedi» (pp. 287, 289).

Libro quarto, 14: lo struzzo libico: «…lo struzzo libico ha alcune parti d’uccello e altre d’animale quadrupede. Dunque, ha ali come se non fosse quadrupede, e non vola sollevandosi da terra e ha ali che non sono utili per il volo, ma simili a pelame, come se non fosse un uccello. Inoltre, come se fosse un quadrupede ha le palpebre superiori, e ha implumi le parti della testa e quelle superiori del collo, sicché ha le palpebre molto pelose. Come se fosse un uccello è dotato di penne nelle parti inferiori, ed è bipede come un uccello, ma dotato di piedi divisi come un quadrupede, giacché non ha dita, bensì unghioni. Causa di ciò è che non ha la grandezza propria di un uccello, bensì di un quadrupede…» (p. 467).

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ΠΕΡΙ ΠΟΙΗΤΙΚΗΣ

Testo di riferimento: Aristotele, Poetica. Introduzione, traduzione e note di Diego Lanza. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1987.

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Testa di Sofocle tipo “Farnese”. Copia di età antoniniana di un originale greco dei primi del IV a.C. Roma, Musei Capitolini.

16, 19-25: culla a forma di barca occupata dai gemelli Pelia e Neleo protagonisti della tragedia di Sofocle, Tiro: «Che cosa sia il riconoscimento si è detto prima; ora le forme del riconoscimento. Primo il più estraneo all’arte e del quale ci si serve di più per mancanza di risorse, quello per mezzo dei segni. Di questi alcuni sono congeniti, per esempio “la lancia che recano i terrigeni” o le stelle, come nel Tieste Carcino; altri sono acquisiti, e di questi o sul corpo, come le ferite, o esternamente, come le collane o nella Tiro per mezzo della barca…» (pp. 171, 173).

23: la battaglia di Salamina e di Imera: due vittorie greche fra loro distinte senza alcun esito unitario: «Quanto all’imitazione narrativa in versi è chiaro che i racconti si debbono comporre come nelle tragedie alla maniera drammatica, intorno ad un’unica azione intera e compiuta, che abbia un principio, un mezzo e una fine, perché procuri il piacere che le è proprio come un unico animale intero; le composizioni non debbono essere simili alle trattazioni storiche, nelle quali è inevitabile che venga fatta l’esposizione non di un’azione ma di un periodo di tempo: tutti i fatti che in esso sono accaduti ad una o più persone, ciascuno dei quali si trova con gli altri in un rapporto casuale. Come negli stessi tempi si ebbero la battaglia navale di Salamina e in Sicilia la battaglia contro i Cartaginesi, senza che esse tendessero allo stesso fine, così anche nei tempi successivi talvolta accade un fatto dopo l’altro dai quali non si produce alcun esito unitario» (p. 201).

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I passi scelti di Aristotele alla ricerca della memoria dei Fenici si prestano più di ogni altro a riconoscere la missione dei classici nel nostro mondo contemporaneo: cf. Alberto Asor Rosa, Il tempo dei classici, in Critica del testo. I/I, 1998. Il testo e il tempo, pp. 53-83. Una missione, ribadita, fra gli altri, da Niccolò Machiavelli per gli scritti “politici” di Aristotele e Platone: «E è stata stimata tanto questa gloria dagli uomini che non hanno mai atteso ad altro ch’a gloria, che non avendo possuto fare una republica in atto, l’hanno fatta in scritto, come Aristotile, Platone e molt’altri» (Gennaro Maria Barbuto, Machiavelli, Roma 2013, pp. 255-56).

Erodoto, VII, 166 (Πρὸς δὲ καὶ τάδε λέγουσι, ὡς συνέβη τῆς αὐτῆς ἡμέρης ἔν τε τῇ Σικελίῃ Γέλωνα καὶ Θήρωνα νικᾶν Ἀμίλκαν τὸν Καρχηδόνιον καὶ ἐν Σαλαμῖνι τοὺς Ἕλληνας τὸν Πέρσην) colloca le battaglie di Salamina ed Imera (480 a.C.) non solo nello stesso anno, ma anche nello stesso giorno, come simbolo del contemporaneo trionfo dei Greci su Barbari d’Oriente e d’Occidente.

Su i due personaggi cartaginesi citati: Annone in Politica, V 1307a = Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, Hanno, 5, pp. 105-106; Annone in Racconti meravigliosi, 37a = Geus, cit, Hanno, 3, pp. 98-105. Per quest’ultimo e il testo del suo Periplo, cf. Enrique Gozalbes Cravioto, En torno a la transmisión antigua del Periplo de Hannon, in Anuario de estudios atlánticos 60 (2013), pp. 489-513.

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Timeo di Tauromenio (356 circa – 260 a.C. circa) (E.A.)

ΣΙΚΕΛΙΚΑ

Testo di riferimento: Felix Jacoby, Die Fragmente der Griechischen Historiker, Berlin 1926, Fram. 82 = http://studentincrisi.altervista.org/joomla/versioni-di-greco/91-versione-una-versione-inconsueta-della-morte-di-didone-timeo.html.

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«Timeo riferisce che Didone, nella lingua dei Fenici, si chiamava Elissa, che ella era la sorella di Pigmalione, il sovrano degli abitanti di Tiro, e da costei, in Libia, venne poi fondata Cartagine. Difatti, allorchè suo marito venne assassinato da Pigmalione, ella fuggì sulle navi, in compagnia di alcuni concittadini, una volta recate con sè le proprie ricchezze, dunque, dopo aver lungamente patito, s’appropinquò per mare alla Libia, e, a causa della sua travagliata peregrinazione, fu chiamata Didone, secondo il costume locale. Fondata che ella ebbe la succitata città, benchè il sovrano dei Libici desiderasse prenderla in moglie, da un lato ella si opponeva, ma, costretta dall’altro dai propri concittadini, dopo aver finto di celebrare una cerimonia per lo scioglimento dei giuramenti, fatto disporre che ebbe una grandissima pira al di fuori della propria residenza, e, appiccato il fuoco, si gettò dal terrazzo sulla pira».

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Il passo riportato costituisce, insieme al «famoso e fantastico sincronismo delle fondazioni di Roma e Cartagine, entrambe riportate all’813 a.C.» (Arnaldo Momigliano, Terzo contributo alla storia degli studi e del mondo antico, tomo I, Roma 1966, p. 46 e quanto nota Riccardo Vattuone, Timeo di Tauromenio, in R. Vattuone [ed], Storici greci d’Occidente, Bologna 2002, pp. 180-81), una fonte che connota Elissa/Didone di sorte diversa da quella di Virgilio, versione quest’ultima che si imporrà a lungo in letteratura. Un Virgilio che nel libro II, vv. 414-416 dell’Antologia Palatina è così ricordato: «E spiccava il cigno armonioso caro agli Ausoni, Virgilio spirante eloquenza, che un tempo il patrio accento del Tevere fece il secondo Omero, quello di Roma» (Fabrizio Conca – Mario Marzi – Giuseppe Zanetto [edd.], Antologia Palatina. Volume primo, libri I-VII, Torino 2005, p. 169).

Sébastien Bourdon, "Morte di Didone" (1637-1640). San Pietroburgo, Hermitage.
Sébastien Bourdon, “Morte di Didone”. 1637-1640. San Pietroburgo, Hermitage.

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Menandro (344-43 o 342-41 – 293-92 o 291-90 a.C.) (E.A.)

ΣΑΜΙΑ

Testo di riferimento: Menandro, La donna di Samo. Introduzione, traduzione e note di Massimo Vilardo. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2000.

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Atto I: le feste di Adone ad Atene: «…Moschione: …Capitò una volta che io tornai dalla campagna, all’epoca delle feste di Adone, e le sorpresi riunite qui a casa nostra con alcune altre donne. Siccome la festa, com’è naturale, era piena di allegria, già che c’ero, ne divenni, ahimè, spettatore; il baccano, infatti, mi aveva fatto venire un po’ d’insonnia; sparse qua e là, sul tetto, le donne portavano certi loro vasi di fiori, ballavano, stavano sveglie tutta la notte» (pp. 95-97).

John William Waterhouse, "Il risveglio di Adone" (1900). Collezione privata.
John William Waterhouse, “Il risveglio di Adone” (1900). Collezione privata.

Sul culto di Adone in Grecia e la sua trasmissione, cf., fra gli altri, E. Will, Adonis chez les Grecs avant Alexandre, in Transeuphratène. Recherches pluridisciplinaires sur une province de l’empire achémenide 12 (1996), pp. 65-72; Antonio Ruiz de Elvira, Adonis en Teocrito, XV, in Myrtia. Revista de filología clásica 16 (2001), pp. 319-20; Elodie Matricon-Thomas, Adonis à Athènes: le culte en contexte chypro-phénicien, in Rivista di Studi Fenici 39. 1 (2011), pp. 67-80.

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Arato di Soli (circa 315 a.C. – post 240 a.C.) (E.A.)

Testi di riferimento: Arato di Soli, Fenomeni e pronostici. Introduzione, traduzione e note di Giuseppe Zannoni. Sansoni, Firenze 1948; Aratos, Phénoménes. Tomo I, Texte établi, traduit et commenté par Jean Martin. Le Belles Lettres, Paris 1998.

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Φαινόμενα

19-44: le costellazioni delle Orse guida in mare ai Fenici ed ai Greci: «…Questi (astri), tanto quelli che in molti insieme [costellazioni], quanto quelli che errano chi qua e chi là, son trascinati dalla volta celeste ogni giorno, continuamente, sempre; là dove essa appunto nemmeno d’un ombra non si sbanda, ma, con impeccabile uniformità, sempre il suo astro sta saldo e con perfetto equilibrio in ogni parte, tiene la Terra nel suo bel mezzo e volge il cielo stesso intorno (a sé). Lo limitano inoltre da una parte e dall’altra dei poli. Uno dei quali è peraltro invisibile; ma quello invece che gli sta di contro dalla parte di Borea sta alto sull’Oceano. E due Orse, circoscrivendolo, gli ruotano intorno; onde dunque si chiamano Carri. Queste invero si tengono la testa sempre rivolta, ciascuna, contro i lombi dell’altra e sempre si volgono in giro sul dorso, travolte all’indietro contro le spalle. E se dunque è vero, quelle appunto da Creta, per ordine del grande Zeus, salirono al cielo, perché lui, che allora era piccino, là, sull’odoroso Ditte, presso il monte Ida, collocarono dentro un antro e lo nutrirono per un anno; e intanto i Cureti del Ditte ingannavano Crono. L’una poi per soprannome la chiamarono altresì Cinosùra [Coda di cane], e l’altra invece Elice [Elica o Spira]. E d’Elice appunto si servivano gli uomini Achei come indice, nel mare, allorchè occorre guidare navi; e i Fenici invece attraversano il mare affidandosi all’altra. Senonchè Elice è nitida e facile ad essere riconosciuta splendendo d’intensa luce fin dal principio della notte; là dove l’altra è piccina, benchè più preziosa per i naviganti, perché tutta compie la sua rivoluzione con un giro più piccolo: e con questa anche i Sidonii navigano con una rotta esattissima» (Arato di Soli 1948, pp. 1-2).

Orsa Minore di Arato di Soli, da http://www.summagallicana.it/lessico/o/Orsa%20Minore%20e%20Maggiore.htm).

Per le due Orse, cf. Enrico Acquaro, Memorie di Cartagine: dalle epitomi romane a Giuseppe Garibaldi (= La memoria dei Fenici, 4), Lugano 2016, pp. 38-39. Cicerone, in Academica II, 66, cita Arato per far notare che lui, non sapiente, ricorre alla più facile guida dell’Orsa Maggiore: «Nec tamem ego is sum qui nihil umquam falsi adprobem, qui nunquam adsentiar, qui nihil opiner, sed quaerimus de sapiente. Ego vero ipse et magnus quidem eum opinator (non enim sum sapiens) et meas cogitationes sic derigo, non ad illam parvulum Cynosuram qua “fidunt dice nocturna Phoenices in alto”, ut ait Aratus, eoque derectius gubernant quod eam tenent quae “cursu interiore brevi convertitur orbe,” sed Helicen et clarissimos Septentriones, id est rationes has latiore specie, non ad tenue elimatas» (Cicero XIX. De natura deorum. Academica, Traslations by H. Rackham, London 1972, p. 551).

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Teocrito (IV – III secolo a.C.) (E.A.)

ΘΕΟΚΡΙΤΟΥ ΒΟΥΚΟΛΙΚΑ ΕΠΗ

Testo di riferimento: Carmi di Teocrito e dei poeti bucolici greci minori. A cura di Onofrio Vox. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1997.

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XIV. Eschina e Tionico, 12-16: il vino di Biblo: «ESCHINA: L’Argivo ed io e il fantino tessalo Agide e Cleonico il soldato stavamo bevendo in campagna da me. Avevo macellato due polli e un porcellino di latte, e avevo per loro del biblino di quattro anni, profumato quasi che uscisse dal torchio…» (p. 229).

XVI. Le Cariti o Ierone, 76-87: i successi siracusani contro Cartagine: «Già ora i Fenici che sotto il tramonto del sole abitano l’estrema costa di Libia hanno terrore; già i Siracusani impugnano le aste dal mezzo, con le braccia pesanti per gli scudi di vimini; e fra loro Ierone, pari agli eroi antichi, indossa l’armatura, e chiome equine ombreggiano il suo casco. Oh, magari, padre Zeus gloriosissimo e potente Atena, e tu [Persefone], fanciulla, che con tua madre avesti in sorte la grande città dei possidenti Efirei presso le acque di Lisimelia, magari maligne necessità scaccino i nemici dall’isola, sul mare sardonio, ad annunciare la sorte dei loro cari ai figli e alle spose, ridotti un pugno da tanti» (p. 259).

Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745): Gerone II, a destra con Archimede, a sinistra.
Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745): Gerone II, a destra con Archimede, a sinistra.

XVII. Encomio per Tolomeo, 86-87: 273-272 a.C.: Tolomeo II Filadelfo controlla anche la Fenicia e la Siria: «Inoltre si ritaglia parte di Fenicia e di Arabia, e di Siria e Libia, dei neri Etiopi…» (p. 269).

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Nei suoi versi ellenistici Teocrito conserva memoria della vocazione anti-cartaginese di Gerone II, il dux adversus Carthaginienses di Giustino XXII, 4, 2: sulla propaganda anticartaginese a Siracusa, cf. Linda-Maria Hans, Theokrits XVI: Idylle und die Politik Hierons II. Von Syrakus, in Historia 34 (1985), pp. 117-25.

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Eronda (III secolo a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Eronda, Mimiambi (I-IV). A cura di Lamberto Di Gregorio (= Biblioteca di Aevum Antiquum, 9). Vita e Pensiero, Milano 1997.

Frammento dal papiro contenente i Mimiambi (da https://it.wikipedia.org/wiki/Eroda).

I. ΠΟΡΝΟΒΟΣΚΟΣ

vv. 16-18: il lenone con meretrici da Tiro: «…Dirà forse a voi: “Sono venuto da Ace/ con un carico di grano ed ho posto fine alla dura carestia”./ Ed io con meretrici da Tiro al popolo…?» (p. 13).

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Apollonio Rodio (295 circa – 215 a.C. circa) (E.A.)

᾿Αργοναυτκά

Testo di riferimento: Apollonio Rodio, Le Argonautiche. Introduzione e commento di Guido Paduano e Massimo Fusillo. Traduzione di Guido Paduano. Rizzoli Libri, Milano 1986.

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Libro quarto, 916-919: il promontorio di Lilibeo dimora di Bute o del figlio: «…Subito le Sirene gli [a Bute] avrebbe tolto il ritorno,/ ma Afrodite, la dea protettrice di Erice, ebbe pietà:/ gli venne incontro benigna, lo salvò strappandolo ai gorghi,/ e gli assegnò il promontorio di Lilibeo per dimora» (p. 639).

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Charles-Édouard Boutibonne, “Sirene giocano nel mare” (1883). Collezione privata.

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Eratostene di Cirene (276/272 a.C. – 196/192 a.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: Ératosthène de Cyrène, Catastérismes. Édition critique par Jordi Pàmias i Massana, traduction par Arnaud Zucker, introduction et notes par Jordi Pàmias i Massana et Arnaud Zucker. Belles Lettres, Paris 2013.

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ΑΣΤΡΟΘΕΣΙΑΙ ΖΩΙΔΙΩΝ

II: l’Orsa Minore detta la Fenicia: «Si tratta di quella stella che è chiamata “la Piccola Orsa”, ed è spesso chiamata Φοινίκη. Artemide l’aveva tenuta in considerazione, ma dal momento che non sapeva che era stato Zeus a violentarla, la riteneva selvaggia. Si dice che in seguito Artemide, una volta che la giovane ebbe superato il trauma, accrebbe la sua gloria ponendo una seconda figura fra le costellazioni così che ella fu doppiamente onorata. Aglaostene, nelle sue Ναξικὰ [storia di Nasso], dice che si tratta di Cinosura, che allattò Zeus e che era una delle ninfe dell’Ida. E si ritrova il suo nome nella città chiamata Histoi, fondata da Nicostrato e le sue genti: il nome di Cinosura era quello del porto di questa città e della località che è a strapiombo su di essa. Quanto ad Arato, egli la chiama Elice (Spirale) ed afferma che era di Creta: allattò Zeus e per questo ottenne il privilegio di essere onorata in cielo. L’Orsa Minore ha una stella che brilla su ogni angolo del quadrilatero e tre sulla coda: in tutto sette…» (pp. 6-7).

Nicolaes Pieterszoon Berchem, “Cinosura e Zeus bambino”. 1648. L’Aia, Mauritshuis.

Sull’Orsa Minore costellazione dei naviganti fenici, cf. in questo sito Arato di Soli.

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Carneade di Cirene (219/4 – 129 a.C.) (E.A.)
Erma del filosofo Carneade. Marmo. Prima metà del II secolo a.C. Ravenna, Museo Nazionale, Sala delle Erme.

Testo di riferimento: Scettici antichi. A cura di Antonio Russo. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1978.

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Critica della concezione stoica della provvidenza (Cicerone, De nat. Deor.), XXXVIII, 91: la distruzione di Cartagine: «…E fu Critolao, in fin dei conti, a provocare la distruzione di Corinto, e Asdrubale quella di Cartagine: furono costoro a distruggere dalle fondamenta quelle due perle del mare, non un qualche dio adirato, che, per giunta, voi dite che non si può adirare affatto!» (p. 305).

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Sul passo di Cicerone, cf. sul nostro sito Fonti latine: Marco Tullio Cicerone, De natura deorum, III, 91. Quanto al nome Asdrubale, questo ricorre in Diogene Laerzio IV, 67, come riferito al filosofo cartaginese Clitomaco, che «professava filosofia in patria nella propria lingua» (p. 389).

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Apollodoro di Atene (II secolo a.C.) (E.A.)

ΒΙΒΛΙΟΘΗΚΗ

Testo di riferimento: Apollodoro, I miti Greci (Biblioteca). A cura di Paolo Scarpi. Traduzione di Maria Grazia Ciani. Fondazione Lorenzo Valla. Arnoldo Mondadori, Milano 1996.

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Libro secondo, 3-4: genealogie fenicie: «Da Argo e Ismene, figlia di Asopo, nacque Iaso, dal quale dicono sia nata Io…Io era sacerdotessa di Era, e Zeus la violentò…[Io] giunse infine in Egitto e qui, riacquistata la sua antica forma, dà alla luce, sulle rive del fiume Nilo, il figlio Epafo. Era prega i Cureti di farlo scomparire. Essi lo fecero. Zeus viene a saperlo e uccide i Cureti. Intanto Io si era messa alla ricerca del figlio. Errò per tutta la Siria (le avevano detto infatti che veniva allevato là, dalla moglie del re Biblo)…Epafo diventa re d’Egitto, sposa Menfi figlia di Nilo, fonda la città che chiama con il nome di Menfi e ha una figlia, Libia, che dà il nome alla terra omonima. Da Libia e da Poseidone nascono i gemelli Agenore e Belo. Agenore andò in Fenicia, ne divenne re e fu capostipite di una grande stirpe…» (pp. 87-91).

Libro secondo, 5, 10: Eracle, Cadice, Tartesso: «La decima impresa che Euristeo ordinò a Eracle fu di portargli da Erizia le vacche di Gerione. Erizia era un’isola situata vicino all’Oceano, e ora ha il nome Cadice, Vi abitavano Gerione…Eracle si mise in cammino attraverso l’Europa per cercare le vacche di Gerione, uccise molte belve feroci, giunse in Libia e poi a Tartesso, dove collocò, a memoria del suo passaggio, due colonne, una di fronte all’altra, ai confini dell’Europa e della Libia…» (pp. 141-43).

La decima fatica di Eracle: particolare di olpe a ventre globulare raffigurante Eracle che lotta contro Gerione. Ceramica lucana a figure rosse, 380-370 a.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
La decima fatica di Eracle: particolare di olpe a ventre globulare raffigurante Eracle che lotta contro Gerione. Ceramica lucana a figure rosse, 380-370 a.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Libro secondo, 5, 10: Eracle ed Erice: «…A Reggio, un toro si allontana, si tuffa in mare, raggiunge a nuoto la Sicilia, e, dopo aver attraversato il paese vicino [che dal suo nome fu chiamato Italia (i Tirreni chiamano infatti il toro italos)] giunse nella pianura di Erice che regnava sugli Elimi. Erice era figlio di Poseidone; mise il toro tra i suoi armenti…Eracle lo vinse a tre riprese e lo uccise; prese il toro insieme con le altre bestie e le conduceva verso il mar Ionio…» (p. 145).

Libro terzo, 1: Agenore, Fenice e la Fenicia: «…Come abbiamo detto, Libia ebbe da Posidone due figli, Belo e Agenore. Belo fu re d’Egitto e generò i figli di cui abbiamo parlato; Agenore si reca in Fenicia, sposa Telefassa e ha una figlia, Europa, e tre figli, Cadmo, Fenice e Cilice…Quando Europa scomparve, suo padre Agenore mandò i figli a cercarla…Essi compiono ogni ricerca possibile, ma non riuscivano a trovare Europa; rinunciarono allora a tornare a casa e si stabilirono ciascuno in luoghi diversi, Fenice in Fenicia, Cilice nei pressi della Fenicia, e tutto il territorio a lui soggetto, che si estende lungo il fiume Piramo, lo chiamò con il nome di Cilicia…» (pp. 187-89).

Libro terzo, 5, 1: Dioniso scopre la vite e vaga per l’Egitto e la Siria: «Dionisio scopre la pianta della vite, ma Era lo fa impazzire ed egli va errando per l’Egitto e per la Siria…» (p. 207).

Epitome, 3, 4: Elena, causa della guerra fra Europa e Asia, ripara a Sidone, in Fenicia e a Cipro: «…Ma Era suscita contro di loro [Alessandro ed Elena] una violenta tempesta, che li costringe ad approdare a Sidone. Per proteggersi da un eventuale inseguimento, Alessandro indugiò per molto tempo in Fenicia e a Cipro…» (pp. 329-31).

Antonio Canova, "Elena". Marmo (1819). San Pietroburgo, Ermitage.
Antonio Canova, “Elena”. Marmo (1819). San Pietroburgo, Ermitage.

Anche alla più superficiale lettura appare evidente il ruolo che la memoria di una cultura fenicia ha avuto alle origini della mitologia greca, da Eracle ad Elena di Troia (cf. Silvia Chiodi, Eracle tra Oriente e Occidente, in A. Panaino – A. Piras (edd.), Schools of Oriental Studies and the Development of modern Historiography (= Melammu symposia IV), Milano 2004, pp. 93-116).

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Polìbio di Megalopoli (200 circa – 120 a.C. circa) (E.A.)
Alois Duell, Statua di Polibio. 1899. Vienna. Rampa del Palazzo del Parlamento.
Alois Duell, Statua di Polibio. 1899. Vienna. Rampa del Palazzo del Parlamento.

ΙΣΤΟΡΙΑΙ

Testo di riferimento: Polibio, Storie. A cura di Domenico Musti (Libri I-II). Volume primo. Introduzione di Domenico Musti, traduzione di Manuela Mari, note di John Thornton. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2001.

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Libro I, 3, 1-2: la seconda guerra punica o guerra annibalica (219-202 a.C.): «Darà inizio alla nostra opera, per quanto riguarda la cronologia, la centoquarantesima Olimpiade [220-216 a.C.]…in Italia e in Libia quella scoppiata tra Romani e Cartaginesi, che i più chiamano annibalica. Questi avvenimenti sono immediatamente successivi agli ultimi della trattazione di Arato di Sicione…» (p. 197).

Libro I, 3, 6-9: la vittoria su Cartagine come premessa del dominio assoluto di Roma: «…I Romani, infatti, avendo sconfitto i Cartaginesi nella suddetta guerra, e ritenendo di aver compiuto la parte maggiore e decisiva del loro disegno di dominio universale, così sempre allora, per la prima volta, osarono stendere le mani sulle restanti parti del mondo e passare con l’esercito in Grecia e in Asia. Se, dunque, ci fossero familiari e noti gli stati che si contesero l’impero universale, forse non sarebbe necessario che noi scrivessimo sugli avvenimenti precedenti, ossia spinti da quale proposito o forza essi posero mano a tali e tanto grandi imprese. Ma dal momento che né la potenza precedente dello stato dei Romani e di quello dei Cartaginesi né le loro imprese sono accessibili alla conoscenza della maggior parte dei Greci, abbiamo compreso che era necessario premettere alla storia questo libro e quello successivo, affinché nessuno, una volta giunto alla vera e propria esposizione dei fatti, resti nel dubbio, e desideri sapere sulla base di quali progetti o di quali forze e risorse i Romani si accinsero a queste imprese, in virtù delle quali sono diventati ai nostri tempi padroni di tutta la terra e di tutto il mare…» (pp. 197-99).

Libro I, 10, 5-9: i possedimenti cartaginesi all’inizio della prima guerra punica: «Non ignorando ciò, e tuttavia osservando che i Cartaginesi avevano assoggettato non solo la Libia, ma anche molte parti dell’Iberia, ed erano inoltre padroni di tutte le isole nel mare di Sardegna e nel Tirreno, erano in ansia al pensiero che, se questi si fossero impadroniti anche della Sicilia, sarebbero stati per loro dei vicini troppo forti e temibili, che li circondavano da tutti i lati e incalzavano ogni parte dell’Italia. Che avrebbero rapidamente assoggettato la Sicilia, se i Mamertini non avessero trovato un aiuto, era evidente. Una volta che si fossero impadroniti di Messana, che si rimetteva nelle loro mani, infatti, in poco tempo avrebbero tolto di mezzo Siracusa, poiché dominavano su quasi tutto il resto della Sicilia. I Romani prevedevano ciò, e ritenendo che fosse necessario per loro non abbandonare Messana né permettere ai Cartaginesi di prepararsi una sorte di ponte per il passaggio in Italia, per molto tempo discussero» (pp. 213-15).

Libro I, 11, 5: la crocifissione punisce i generali cartaginesi che falliscono il loro compito: «I Cartaginesi crocifissero il loro comandante [a Messana], ritenendo che avesse abbandonato l’acropoli in modo sconsiderato e vile al tempo stesso…» (p. 215).

Libri I, 13, 10-13: natura della prima guerra punica (264-241 a.C.): «Cercheremo tuttavia di esporre un po’ più accuratamente la prima guerra scoppiata tra Romani e Cartaginesi per la Sicilia. Non è facile, infatti, trovare una guerra di più lunga durata di questa, né preparativi più ampi, né avvenimenti più continui, né combattimenti più numerosi, né maggiori rovesci di fortuna di quelli che si verificarono, per gli uni e per gli altri, in questa guerra. In quell’epoca questi stati erano ancora integri nei costumi, di medie fortune e quasi uguali fra loro nelle forze. Perciò chi vuole osservare bene la natura peculiare e la potenza di ciascuno dei due stati deve metterli a confronto sulla base di questa guerra piuttosto che di quelle venute dopo» (pp. 221-23).

Libro I, 14, 3: la parzialità delle cronache di Filino di Agrigento e di Quinto Fabio Pittore nella trattazione della prima guerra punica: «…A causa, infatti, della sua inclinazione e del pieno favore verso di loro, a Filino sembra che i Cartaginesi abbiano sempre agito con saggezza, bene, coraggiosamente, i Romani, invece, in modo opposto, mentre a Fabio sembra il contrario» (p. 223).

Libro I, 17, 4: i mercenari di Cartagine: «Perciò [i Cartaginesi], reclutati come mercenari dalla regione antistante molti Liguri e Celti, e Iberi in numero ancora maggiore di questi, li inviarono tutti in Sicilia» (p. 231).

Libro I, 19, 7: i segnali luminosi di Annibale, figlio di Giscone: «…Ma, dal momento che Annibale [Geus, Hannibal, 3, pp. 70-72] faceva segnali col fuoco e mandava continuamente messaggi dalla città ad Annone, e spiegava che le masse non sopportavano la fame e anche che molti passavano al nemico a causa delle privazioni, il comandante dei Cartaginesi decise di esporsi al pericolo…» (p. 237).

Libro I, 20, 7-10: i Romani competono con l’arte navale cartaginese: «Perciò, vedendo che sempre di più la guerra pendeva a favore dell’una o dell’altra parte per le suddette ragioni, e inoltre che l’Italia era spesso devastata dalle forze navali, mentre la Libia restava del tutto inviolata, si decisero a prendere il mare al pari dei Cartaginesi. E perciò non meno degli altri questo aspetto mi ha spinto a narrare ampiamente la guerra in questione, perché non si ignorasse questo inizio, come, quando e per quali ragioni i Romani entrarono in mare per la prima volta. Considerando che la guerra per loro andava per le lunghe, allora per la prima volta si misero a costruire navi, cento quinqueremi e venti triremi. Ma, essendo i costruttori di navi del tutto inesperti nella fabbricazione di quinqueremi per il fatto che fino ad allora in Italia nessuno aveva mai utilizzato tali navi, questo aspetto provocava loro notevoli difficoltà» (p. 241).

Libro I, 21, 6: Bodo, membro del Consiglio degli anziani di Cartagine, partecipa ad azioni militari: «Il comandante cartaginese Annibale, sentito dell’accaduto a Panormo, invia Bodo [Geus, Bodo, p. 15], che era un membro del Senato, cui aveva assegnato venti navi…» (p. 245).

Libro I, 24, 6: la crocifissione punisce i generali cartaginesi che falliscono: Annibale, figlio di Giscone: «…Dopo non molto tempo, essendo stato bloccato dai Romani in Sardegna, in un porto, avendo perduto molte delle navi, fu arrestato immediatamente dai Cartaginesi che erano scampati e fu crocifisso» (pp. 251-53).

Libro I, 26, 1-2: vulnerabilità del territorio libico: «Era intenzione dei Romani di salpare per la Libia e trasferire lì la guerra, affinché il pericolo per i Cartaginesi, toccasse non la Sicilia, ma loro stessi e il proprio territorio. I Cartaginesi la pensavano in maniera opposta: resisi conto, infatti, che la Libia era facilmente accessibile e che tutta la popolazione del territorio era facile da sottomettere per chi vi fosse penetrato, non erano disposti a permetterlo, ma erano ansiosi di esporsi al pericolo e di combattere sul mare» (p. 255).

Libro I, 29, 2-7: i Romani devastano il territorio cartaginese: «Approdarono [i Romani] con le navi che navigavano in testa alle altre sotto il promontorio denominato Ermeo, che situato davanti all’intero golfo di Cartagine, si protende in mare aperto verso la Sicilia…Ma [i Cartaginesi], quando si accorsero che i Romani erano sbarcati senza problemi e assediavano Aspide, rinunciarono a difendersi dall’attacco navale; raccoglievano, invece, le forze e si dedicavano alla difesa sia della città, sia del territorio…E senza che nessuno opponesse resistenza, [i Romani] distrussero molte abitazioni di magnifica fattura, e presero come bottino una gran quantità di bestiame; e caricarono sulle navi più di ventimila schiavi» (p. 267).

Libro I, 30, 1-2: direzione collegiale delle operazioni di guerra cartaginesi: «I Cartaginesi, osservando che i preparativi dei nemici erano per operazioni di lunga durata, dapprima scelsero fra loro due comandanti, Asdrubale, figlio di Annone [Geus, Hasdrubal, 4, pp. 132-33] e Bostaro [Geus, Bostar, 1, pp. 20-21], e in seguito li inviarono da Amilcare [Geus, Hamilcar, 7, pp. 46-49] a Eraclea per richiamarlo immediatamente. Egli, presi con sé cinquecento cavalieri e cinquemila fanti, si presentò a Cartagine e, nominato terzo comandante, cominciò a consultarsi con Asdrubale su come bisognasse comportarsi nelle attuali circostanze» (p. 269).

Libro I, 30, 8-11: la cavalleria e gli elefanti dei Cartaginesi superiori nei luoghi pianeggianti e valore dei mercenari punici: «Quindi, [i Cartaginesi], benché riponessero le maggiori speranze nella cavalleria e negli elefanti, abbandonando i luoghi pianeggianti e bloccandosi da soli in luoghi forti e inaccessibili avrebbero mostrato ai nemici cosa era opportuno fare contro di loro. E accadde appunto questo. I comandanti romani, infatti, avendo con la loro esperienza compreso che il reparto più efficace e temibile dell’esercito dei nemici era reso inutile dalla natura dei luoghi, non attesero che quelli scendessero in pianura e si schierarono per la battaglia, ma, sfruttando le circostanze loro favorevoli, sul fare del giorno cominciarono a salire sul colle da entrambi i lati. Dunque la cavalleria e gli elefanti furono del tutto inutili per i Cartaginesi; i mercenari, invece, accorsi in aiuto con grande coraggio e ardore, costrinsero la prima legione a ripiegare e fuggire» (pp. 269-71).

Libro I, 30, 15: Tunisi, città strategica della regione: «Impadronitisi della città chiamata Tunisi, che era adatta alle iniziative che si prefiggevano, nonché situata in posizione favorevole per operazioni contro la città e la regione a essa vicina, vi si accamparono» (p. 271).

Libro I, 31, 1: i Cartaginesi sconfitti per mancanza d’iniziativa dei propri comandanti: «I Cartaginesi, sconfitti poco tempo prima sul mare, e ora sulla terra, non per scarso valore dei soldati, ma per la stoltezza dei capi, erano finiti in una situazione difficile sotto ogni profilo» (p. 271).

I, 32, 1, 6-7: Cartagine arruola mercenari in Grecia: la perizia del mercenario Santippo entusiasma i Cartaginesi: «All’incirca in questo momento approda a Cartagine un reclutatore di mercenari, di quelli che in precedenza erano stati inviati in Grecia: costui conduceva moltissimi soldati, tra i quali un certo Santippo, spartano, un uomo che aveva ricevuto la tipica educazione laconica e che aveva la dovuta esperienza militare…Col diffondersi delle parole di Santippo, dunque, sorgevano voci e discussioni piene di speranza presso il volgo; come, poi, egli fece uscire l’esercito davanti alla città, lo dispose in ordine di battaglia e cominciò a far eseguire evoluzioni a qualcuno dei reparti dello schieramento e a impartire ordini secondo le regole, rese così evidente la differenza con l’inesperienza dei precedenti comandanti che i soldati mostravano la loro approvazione con grida, ed erano ansiosi di scontrarsi al più presto possibile con i nemici, convinti che nulla sarebbe stato loro male sotto il comando di Santippo» (p. 275).

Libro I, 39, 11-12: timore dei Romani per gli elefanti schierati dai Cartaginesi: «I Romani, infatti, essendosi diffusa a proposito della battaglia in Libia la notizia che gli animali avevano sia disunito le loro schiere, sia provocato la morte della maggior parte degli uomini, erano così atterriti dagli elefanti che per i due anni successivi alle suddette vicende, schierandosi spesso a battaglia nel territorio di Lilibeo e spesso pure in quello di Selinunte a cinque o sei stadi dai nemici, non osarono mai attaccare, né in assoluto scendere sui terreni pianeggianti, temendo l’attacco degli elefanti» (p. 293).

Libro I, 40, 15: elefanti cartaginesi con guide indiane: «[Lucio Cecilio Metello, nel 251 a.C., nella battaglia di Panormo] prese dieci elefanti con gli stessi Indiani, mentre dei restanti, che avevano sbalzato via gli Indiani, si impadronì dopo la battaglia, dopo averli circondati» (pp. 295-97).

Rovescio di denario in argento (47-46 a.C.) di Q. Cecilio Metello Pio Scipio: dopo il trionfo celebrato da Lucio Cecilio Metello celebrato nel 250 a.C., l’elefante apparve frequentemente sulle monete dei Metelli.
Rovescio di denario in argento (47-46 a.C.) di Q. Cecilio Metello Pio Scipio: dopo il trionfo celebrato da Lucio Cecilio Metello celebrato nel 250 a.C., l’elefante apparve frequentemente sulle monete dei Metelli.

I, 41, 4, 6: la posizione strategica di Lilibeo: «Era il quattordicesimo anno della guerra [250 a.C.]. [I Romani], essendo approdati a Lilibeo, e nello stesso tempo essendo venute loro incontro lì anche le truppe di terra, ponevano l’assedio alla città, perché una volta che si fossero impadroniti di questa facilmente avrebbero trasferito la guerra in Libia…Perciò, [i Cartaginesi] considerando secondario le altre operazioni, erano impegnati a portare soccorso, esporsi al pericolo e sopportare tutto in difesa di questa città, poiché non restava loro più nessuna base militare, e i Romani dominavano su tutto il resto della Sicilia, a eccezione di Drepana [attuale Trapani]» (p. 297).

Libro I, 42, 1-7: la Sicilia e Lilibeo: «La Sicilia, dunque, nel suo insieme è collocata, rispetto all’Italia e alla sua parte terminale, in una posizione analoga a quella del Peloponneso rispetto al resto della Grecia e alle sue estremità, e c’è tra loro questa sola differenza, che questo è una penisola, quella un’isola: lo spazio intermedio, infatti, in un caso è percorribile per via di terra, nell’altro è navigabile. La forma della Sicilia è triangolare e i vertici di ciascuno degli angoli sono costituiti da promontori, dei quali quello teso a mezzogiorno, che si protende nel mare di Sicilia, si chiama Pachino [attuale Capo Passero]; quello rivolto a settentrione delimita la parte occidentale dello stretto, dista dall’Italia circa dodici stadi, ed è denominato Peloro; il terzo è volto verso la stessa Libia, e si trova in favorevole posizione rispetto ai promontori situati davanti a Cartagine, distante circa mille stadi, è rivolto nella direzione del tramonto del sole in inverno e separa il mare libico e quello di Sardegna ed è denominato Lilibeo [attuale Capo Boeo]. Su questo luogo si trova la città omonima, alla quale allora i Romani ponevano l’assedio, fortificata in modo eccellente dalle mura e intorno da un profondo fossato e da bastioni dalla parte del mare, attraverso i quali si ha l’accesso al porto, manovra che richiede molta esperienza e pratica» (pp. 297-99).

Libro I, 43, 1-7: sedizione, poi rientrata, dei mercenari a Lilibeo: «In questo momento alcuni degli ufficiali che ricoprivano i gradi più alti fra i mercenari, che avevano discusso fra loro della possibilità di consegnare la città ai romani ed erano convinti che i loro sottoposti avrebbero loro obbedito, uscirono di notte dalla città diretti all’accampamento, e si misero a discutere di ciò col comandante dei Romani. L’acheo Alessone, che era stato artefice della salvezza degli Agrigentini anche in precedenza, nell’occasione in cui i mercenari dei Siracusani avevano pensato di tradirli, anche allora, accortosi per primo dell’insidia, ne riferì al comandante dei Cartaginesi [Geus, Himilco, 6, pp. 167-68]. Questi, dopo averlo ascoltato, immediatamente riunì quegli ufficiali che restavano, e si rivolse loro con suppliche, promettendo grandi doni e favori nel caso gli fossero rimasti fedeli e non avessero preso parte al disegno dei fuorusciti. Le sue parole trovarono presso di loro favorevole accoglienza, e subito egli inviò con loro dai Celti Annibale, figlio dell’Annibale morto in Sardegna, per la familiarità sorta in precedenza con loro nel corso del servizio militare, mentre mandò dagli altri mercenari Alessone, per il favore e la fiducia di cui godeva presso di loro; essi, radunate ed esortate le truppe, e resisi inoltre garanti dei doni proposti a ciascuno di loro dal comandante, facilmente li convinsero a mantenersi fedeli. Perciò in seguito, quando quelli che erano usciti dalla città vennero apertamente verso le mura, con l’intenzione di esortare i soldati e dire qualcosa sulle promesse dei Romani, non solo non badavano loro, ma non ritenevano opportuno nemmeno ascoltarli, anzi, colpendoli con le pietre e al tempo stesso scagliando frecce, li respinsero dal muro. I cartaginesi, dunque, per le ragioni che ho ricordato per poco non furono perduti, essendo stati traditi dai mercenari» (pp. 301-303).

Libro I, 44, 2: le Egadi sulla rotta fra Lilibeo e Cartagine: «[Annibale, Geus, Hannibal, 5, pp. 72-73], salpato con diecimila soldati e approdato alle cosiddette Egusse, situate fra Lilibeo e Cartagine, aspettava il momento per la navigazione» (pp. 303-305).

Libro I, 46, 2-3: Trapani e il suo porto: «Per favorevole posizione del luogo, infatti, e per la bellezza del porto di Drepana, i Cartaginesi ponevano sempre grande impegno nella sua difesa. Questo luogo si trova a una distanza di circa centoventi stadi da Lilibeo» (p. 309).

Libro I, 46, 4: Annibale Rodio forza ripetutamente il blocco romano a Lilibeo: «A quelli di Cartagine, che volevano avere notizie di Lilibeo [250 a.C.] , ma non ci riuscivano, poiché gli uni erano bloccati all’interno della città, gli altri la sorvegliavano con grande attenzione, uno di notabili, Annibale detto Rodio [Geus, Hannibal, 6, p. 73], promise che avrebbe dato tutte le informazioni, una volta che fosse entrato per mare a Lilibeo e avesse visto con i propri occhi la situazione» (p. 309).

Libro I, 47, 10; 59, 8: i Romani si impadroniscono della nave di Annibale Rodio, che sarà modello per la costruzione delle loro navi: «I Romani, quando si furono impadroniti anche di questa nave ben costruita e l’ebbero messa a punto per le loro necessità, così ostacolarono quelli che tentavano l’audace impresa e navigavano verso Lilibeo…In tal modo essendo state rapidamente approntate duecento navi a cinque ordini di remi, la cui costruzione condussero sul modello della nave del Rodio, in seguito, eletto comandante Gaio Lutazio [console nel 242], lo fecero partire all’inizio dell’estate…» (pp. 213, 341).

Libro I, 51, 3-7: superiorità della marineria cartaginese su quella romana: «…ma sempre più prevalevano i Cartaginesi, poiché, considerando il combattimento nel suo insieme, godevano di molti vantaggi. Erano, infatti, molto superiori nella velocità di navigazione per l’eccellente qualità delle navi e per la capacità degli equipaggi, e li aiutava molto la posizione, in quanto avevano disposto il loro schieramento dalla parte del mare aperto. Se pure, infatti, alcuni venivano pressati dai nemici, tornavano indietro al sicuro, grazie alla rapidità di navigazione, verso il mare aperto; e poi, virato di bordo, ora navigando intorno, ora piombando addosso di fianco ai più avanzati degli inseguitori, dettero ripetuti assalti a quelli mentre si voltavano ed erano in difficoltà per la pesantezza delle imbarcazioni e per l’inesperienza degli equipaggi, e affondavano molti degli scafi; se poi si trovava in pericolo una delle navi amiche, prontamente le portavano soccorso senza correre rischi e in tutta sicurezza, navigando lungo le poppe delle loro navi in mare aperto» (p. 323).

Libro I, 55, 6-9: Lucio Giunio Pullo e il tempio di Afrodite ad Erice (249 a.C.): «Perciò [Giunio], quando gli si offre un piccolo pretesto, assale a tradimento e occupa Erice, e si impadronisce del santuario di afrodite e della città. L’Erice è un monte presso il mare di Sicilia, sulla costa sita dalla parte dell’Italia, tra Drepana e Panormo, più vicino e anzi confinante con Drepana, in altezza di gran lunga superiore agli altri monti della Sicilia, eccetto l’Etna. Proprio sulla sua sommità, che è piana, si trova il santuario di Afrodite Ericina, che è, a giudizio di tutti, il più insigne dei santuari della Sicilia per la ricchezza e per la magnificenza da tutti gli altri punti di vista; la città è posta proprio sotto la sommità del monte, e presenta un’ascesa molto lunga e ripida da ogni parte» (pp. 331-32).

Libro I, 56, 1-8: Amilcare Barca nel 247 a.C. al comando della flotta cartaginese: «I Cartaginesi in seguito, avendo eletto loro comandante Amilcare chiamato Barca [Geus, Hamilcar, 9, pp. 50-58] misero nelle sue mani le operazioni della flotta; egli, rilevate le forze navali, mosse per andare a saccheggiare l’Italia, Era il diciottesimo anno di guerra. Devastato il territorio locrese e quello brettio, allontanatosi da lì approdò con tutta la flotta nel territorio di Panormo, e occupò il luogo chiamato “presso Eircte” [monte Pellegrino ?], che si trova tra Erice e Panormo presso il mare, e sembra di molto più idoneo degli altri luoghi alla sicurezza e a un lungo soggiorno delle truppe. È, infatti, un monte dirupato, che si innalza sul territorio circostante per un’altitudine notevole. Il perimetro del suo ciglio superiore non è inferiore ai cento stadi, e sotto di esso la zona circostante à ricca di pascoli e coltivabile, favorevolmente esposta al soffio dei venti marini, non ché completamente libera da animali pericolosi. È circondato da precipizi inaccessibili sia dalla parte del mare, sia da quella che si stende all’interno, mentre la zona tra queste richiede l’allestimento di una difesa scarsa e modesta. In esso c’è anche un poggio, che ha il ruolo, al tempo stesso, di acropoli e di felice punto di osservazione sul territorio sottostante. Controlla, inoltre, un porto in posizione favorevole sulla rotta da Drepana e Lilibeo verso l’Italia, nel quale è una ricchissima quantità d’acqua. Il monte presenta in tutti tre accessi difficili, due dalla terra, uno dal mare» (pp. 333-35).

Libro I, 61, 4: 241 a.C.: la battaglia delle Egadi e il mancato addestramento nella flotta cartaginese: «Fra i Cartaginesi, invece, la situazione era opposta [rispetto a quella dei Romani]. Le navi, infatti, cariche, erano inservibili per la battaglia, mentre gli equipaggi erano completamente privi di addestramento ed erano stati imbarcati per l’occasione, e i soldati di marina erano appena arruolati e sperimentavano per la prima volta ogni sofferenza e rischio» (p. 345).

Rostro di una nave romana impegnata nella battaglia delle Egadi, 241 a.C.
Rostro di una nave romana impegnata nella battaglia delle Egadi, 241 a.C.

Libro I, 62, 3-9: il senato di Cartagine si rimette ad Amilcare Barca per l’eventuale prosecuzione della guerra; fine della prima guerra punica e trattato di pace: «…Perciò, mandati rapidamente messaggi a Barca, gli conferirono i pieni poteri. Ed egli certamente operò da capo valoroso e accorto. Finché, infatti, vi fu, in base alla logica, una speranza in quella situazione, non trascurò nulla di quanto sembrava temerario o arrischiato, ma mise alla prova, quanto mai un altro generale, tutte le speranze di vincere la guerra. Ma quando la situazione cambiò, e non restava, secondo logica, più nulla da fare per salvare gli uomini che erano ai suoi ordini, cedendo alle circostanze con molta saggezza e senso pratico, cominciò a inviare ambasciatori a trattare la tregua e la fine delle ostilità. Si deve ritenere, infatti, che sia compito precipuo del capo saper riconoscere, come il momento della vittoria, così, allo stesso modo, quello della sconfitta. Avendo Lutazio accolto di buon animo le richieste, poiché era consapevole che la condizione dei suoi era ormai logorata e sfinita dalla guerra, pose fine alla contesa, dopo che furono redatti i seguenti patti: “Ci sia amicizia tra Cartaginesi e Romani a questa condizioni, se anche il popolo dei Romani dà il suo consenso. I Cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano guerra a Ierone né impugnino le armi contro i Siracusani né contro gli alleati dei Siracusani. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto tutti i prigionieri. I Cartaginesi versino ai Romani in vent’anni duemiladuecento talenti euboici d’argento”» (pp. 347-49).

Libro I, 64, 6: Amilcare Barca, il migliore fra i comandanti romani e cartaginesi della prima guerra punica: «…si deve invece ritenere che il comandante migliore, per giudizio e per audacia , sia stato tra quelli di allora Amilcare chiamato Barca, padre dell’Annibale che in seguito fece guerra ai Romani» (p. 353).

Libro I, 65, 3-4: 240 -238 a.C.: la rivolta libica o della guerra inespiabile: «…i Cartaginesi, invece, nello stesso periodo, [erano attesi] da una guerra non piccola né di poco conto, quella contro i mercenari, e contro i Numidi e i Libi che si erano ribellati insieme a loro. Nella quale, dopo aver sopportato molte e gravi minacce, alla fine misero in pericolo non solo il loro territorio, ma anche se stessi e il suolo della patria» (p. 353).

Libro I, 66, 1: Giscone si occupa del trasporto dei mercenari da Lilibeo alla Libia: «Non appena conclusi gli accordi prima ricordati, Barca trasferì le truppe del monte Erice a Lilibeo e subito dopo depose il comando, e il generale preposto alla città, Giscone [Geus. Gisco, 5, pp. 53-54] si occupò di trasferire i soldati in Libia» (p. 355).

Libro I, 67, 1-3: la rivolta dei mercenari: l’indisponibilità di Annone a soddisfare le loro richieste: «E perciò, non appena furono raccolti tutti a Sicca, e Annone [Geus. Hanno, 18, pp. 116-18] che era il comandante dei Cartaginesi in Libia, una volta arrivato, non solo non soddisfece le speranze e le promesse, ma al contrario, citando il peso dei tributi e le generali ristrettezze in cui si trovava la città, cercò di evitare il pagamento di una parte della paga che era ancora loro dovuta secondo gli accordi, subito nacquero il disaccordo e la sedizione, e si svolgevano continue, tumultuose riunioni, qualche volta con gli uomini divisi per stirpe, qualche altra volta tutti insieme. Dal momento che non appartenevano allo stesso popolo né parlavano la stessa lingua, l’accampamento era pieno di discordia, disordine e di quel che si dice una gran confusione» (pp. 357-59).

Libro I, 67, 6-7: la rivolta dei mercenari: le etnie coinvolte: «Tali truppe [quelle mercenarie]non si limitano a mostrare una malvagità di comuni uomini, una volta che si abbandonano all’ira o al rancore verso qualcuno, ma finiscono col diventare feroci come bestie e col comportarsi in modo totalmente irrazionale. E ciò avvenne anche allora fra loro: c’erano, infatti, Iberi, Celti, alcuni Liguri e Baleari, non pochi semigreci, in maggioranza disertori e schiavi, ma la maggior parte di essi erano della Libia» (p. 359).

Libro I, 67, 13: la rivolta dei mercenari: i ribelli si accampano a Tunisi: «Alla fine dunque, giudicando Annone non all’altezza della situazione e non avendo fiducia nei comandanti dei vari reparti, irritati con i Cartaginesi avanzarono verso la città; e si accamparono a una distanza di circa centoventi stadi da Cartagine, nel luogo chiamato Tunisi, in numero di ventimila» (p. 361).

Libro I, 69, 1-3: la rivolta dei mercenari: Giscone apre le trattative: «Egli [Giscone], arrivato per mare con il denaro e proseguita la navigazione fino a Tunisi, dapprima ricevendo gli ufficiali, in seguito, invece, radunando in base alla stirpe d’origine i soldati, da un lato li rimproverava per quanto era avvenuto, dall’altro cercava di dar loro istruzioni per il presente; ma, ancor più, li incoraggiava per il futuro, chiedendo che fossero ben disposti verso coloro che fin dall’inizio avevano loro pagato il soldo. Alla fine si decise a versare quanto ancora era loro dovuto della paga, effettuando il pagamento per gruppi in base alla stirpe» (pp. 363-65).

Libro I, 69, 4-6: la rivolta dei mercenari: il campano Spendio e il libico Mato guidano la rivolta: «C’era uno schiavo campano, che aveva disertato dai Romani e aveva forza fisica e un coraggio temerario in guerra, di nome Spendio. Costui, temendo che il padrone venisse per riportarlo indietro e di essere, secondo le leggi dei Romani, malmenato e ucciso, osava dire e fare di tutto, sforzandosi di rompere gli accordi con i Cartaginesi. Insieme a lui c’era anche un libico, un certo Mato, che era un uomo libero ed era fra quelli che avevano partecipato alla spedizione, e inoltre aveva creato moltissima agitazione durante i tumulti di cui si è detto» (p. 365).

Libro I, 70, 8-9: la rivolta dei mercenari: le città della Libia accolgono la richiesta d’aiuto di Mato: «…Mato prese ad inviare legati nelle città della Libia: questi le invogliavano alla libertà e chiedevano che dessero loro aiuto e cooperassero alle loro azioni. In seguito, avendo dato loro prontamente ascolto quasi tutte le genti di Libia, in vista della defezione dai Cartaginesi, e inviando di buon animo sia gli approvvigionamenti che i rinforzi, essi, dopo essersi divisi, posero l’assedio gli uni a Utica, gli altri agli Ippacrati [Ippona Diarrito, Biserta], poiché queste città non volevano unirsi a loro nella defezione» (p. 369).

Libro I, 72, 1-3: la rivolta dei mercenari: il malgoverno cartaginese della Libia: «Durante la guerra precedente [i Cartaginesi], pensando di avere ragionevoli pretesti per farlo, avevano esercitato duramente il loro potere sulle genti della Libia, sottraendo la metà di tutti gli altri raccolti e imponendo alle città tributi doppi rispetto a prima. E non concedendo assolutamente ai poveri alcuna indulgenza o esenzione da nessuno dei pagamenti, ammirando e onorando sempre tra i governanti, non quelli che trattavano il popolo con dolcezza e umanità, ma quelli che procuravano loro la massima quantità di risorse e di approvvigionamenti, e che trattavano con la massima asprezza gli abitanti della regione; ed uno di questi era proprio Annone» (p. 371).

Libro I, 73, 1: la rivolta dei mercenari: Annone incaricato di condurre le operazioni contro i ribelli: «Tuttavia, pur essendo in tali difficoltà. i Cartaginesi, scelto come comandante Annone, poiché risultava loro che costui anche in precedenza aveva sottomesso Ecatontapilo di Siria [odierna Tebessa], raccoglievano mercenari, e armavano quei cittadini che erano in età per combattere» (pp. 371-73).

Libro I, 73, 3-6: la rivolta dei mercenari: assedio d’Utica, Ippona e Cartagine: «Mato, presso il quale erano giunti circa settantamila Libi, dopo averli suddivisi assediava senza problemi gli Uticensi e gli Ippocriti, manteneva saldamente l’accampamento a Tunisi, e aveva tagliato fuori i Cartaginesi da tutta la zona esterna della Libia. Cartagine, infatti, si trova in un golfo, protesa e simile a una penisola per la sua posizione, circondata in massima parte da un lato dal mare, dall’altro da una laguna. L’istmo che la congiunge alla Libia ha una larghezza di circa venticinque stadi [poco meno di 4, 5 chilometri]. Non lontano da questo, sulla parte rivolta verso il mare aperto, si trova la città di Utica, mentre sull’altra parte, presso la laguna, è situata Tunisi. I mercenari allora, essendosi accampati presso ciascuna delle due città e avendo tagliato fuori dall’entroterra i Cartaginesi, in seguito insidiavano la città stessa» (p. 373).

Libro I, 75, 1-2: la rivolta dei mercenari: Amilcare Barca al comando delle forze cartaginesi: «Perciò i Cartaginesi, vedendo che egli [Annone] dirigeva male le operazioni, affidarono di nuovo il comando ad Amilcare chiamato Barca e lo inviarono alla guerra in corso come comandante, dopo avergli dato settanta elefanti, i mercenari che erano stati radunati e quelli che avevano disertato dai nemici, e insieme a questi la cavalleria e la fanteria cittadine, sicché nell’insieme era circa diecimila uomini» (p. 377).

Libro I, 75, 4-9: la rivolta dei mercenari: orografia e idrografia di Cartagine: «…Le alture che chiudono la lingua di terra che collega Cartagine alla Libia sono di difficile accesso e presentano passaggi artificiali verso la campagna. Mato aveva bloccato con guarnigioni i punti strategici tra questi colli. Inoltre, poiché il fiume chiamato Macara [Bagrada, attuale Wadi Medijerda] ostacola in alcuni punti, analogamente, l’uscita sulla campagna a chi viene dalla città, per lo più non è guadabile per l’abbondanza del flusso d’acqua e c’è un solo ponte su di esso, egli sorvegliava anche questo passaggio, sul quale aveva edificato un grande acquartieramento, Ne conseguiva non solo che i Cartaginesi non potevano raggiungere la campagna con l’esercito, ma che neppure chi voleva scappare per conto proprio potesse facilmente sfuggire agli avversari. Amilcare, guardando a ciò e sperimentando ogni mezzo e opportunità, poiché si trovava in difficoltà per l’uscita, concepì più o meno il seguente piano. Avendo osservato che nel punto in cui il suddetto fiume si getta in mare, a seconda che i venti soffiassero in certe direzioni, la foce si insabbiava e si creava col fango un punto di transito, proprio lungo l’imboccatura, quando ebbe completato i preparativi per l’uscita dell’esercito, dissimulando il suo disegno, stava in attesa del fenomeno di cui sì è detto. quando si presentò l’occasione si spinse fuori di notte, di nascosto da tutti, e sul fare del giorno fece passare l’esercito attraverso il punto sopra indicato» (pp. 377-79).

Libro I, 76, 3-9: la rivolta dei mercenari: la manovra avvolgente di Amilcare Barca: «Amilcare conduceva la marcia tenendo in prima linea gli elefanti, dietro di loro i cavalieri e gli armati alla leggera, e per ultimi i soldati con armamento pesante. Visti i nemici muovere all’assalto con slancio eccessivo, ordinò a tutti i suoi di fare dietrofront. E comandò a quelli dell’avanguardia, una volta fatto dietrofront, di effettuare in fretta la ritirata; mentre, fatta compiere una conversione a quelli che in principio si trovavano in retroguardia, li disponeva in direzione del fronte dei nemici. I Libi e i mercenari, credendo che essi fuggissero in preda al terrore, sciolto lo schieramento li incalzavano e attaccavano vigorosamente da distanza ravvicinata. Ma quando i cavalieri, avvicinatisi alle truppe schierate, dopo aver fatto dietrofront, ressero all’urto e il resto dell’esercito avanzò, i Libi, sbalorditi per l’evento inatteso, voltarono subito le spalle e cominciarono a fuggire, dal momento che attaccavano avventatamente e in ordine sparso. Quindi alcuni, urtandosi con quelli che venivano dietro di loro, cadevano e rovinavano sia se stessi, sia i propri compagni; altri, più numerosi, subirono tutti la stessa sorte, sotto l’assalto ravvicinato dei cavalieri e degli elefanti. Morirono, dunque, circa seimila tra Libi e mercenari, mentre circa duemila furono fatti prigionieri…» (pp. 379-81).

Cammeo in agata calcedonio di età romana con i profili di Amilcare e Annibale Barca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
Cammeo in agata calcedonio di età romana con i profili di Amilcare e Annibale Barca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Libro I, 77, 1-5: la rivolta dei mercenari: Mato tenta di coinvolgere i Numidi e i Libi; Autarito, comandante dei Galli, partecipa alle operazioni: «Mato, dal canto suo, perseverava nell’assedio degli Ippacriti, e d’altro canto consigliava al capo dei Galli Autarito e a Spendio di non perdere il contatto coi nemici, evitando le pianure, a causa della gran quantità di cavalieri e di elefanti a disposizione dei nemici, e marciando, invece, parallelamente, alla base dei monti e assalendo tutti insieme i nemici nei momenti di difficoltà che via via si presentavano. Oltre a pensare a questi accorgimenti, inviava anche messaggi ai Numidi e ai Libi, chiedendo che venissero in loro soccorso e che non si lasciassero sfuggire l’occasione di recuperare la libertà. Spendio, prelevati da Tunisi, da ciascun popolo, uomini per un totale di circa seimila, avanzava, procedendo parallelamente ai Cartaginesi alle falde dei monti, avendo con sé, insieme a costoro, anche i Galli di Autarito, che erano circa duemila. La rimanente parte del loro contingente originario aveva infatti disertato negli accampamenti presso l’Erice per passare ai Romani» (pp. 381-83).

Libro I, 78, 7-8: la rivolta dei mercenari; il numida Narava e Amilcare Barca: «…[Narava] durante il colloquio disse di essere ben disposto verso tutti i Cartaginesi, ma desiderare, soprattutto, di diventare amico di Barca: ora era venuto appunto per unirsi a lui e condividerne lealmente ogni azione e ogni impresa. Amilcare, quando sentì ciò, si compiacque a tal punto sia del coraggio mostrato dal giovane nel presentarsi, sia della sua schiettezza nell’incontro, che non solo gli piacque di prenderlo con sé come compagno nelle sue operazioni, ma promise anche, con giuramento, di dargli in moglie la figlia, se egli si fosse mostrato fedele ai Cartaginesi» (p. 385).

Libro I, 79, 1-5; 88, 8-12: la rivolta dei mercenari: la Sardegna dalla rivolta dei mercenari a Roma: «Nello stesso periodo i mercenari che presidiavano la Sardegna, nel tentativo di emulare Mato e Spendio, si sollevano contro i Cartaginesi dell’isola. E, bloccato nell’acropoli Bostaro [Geus, Bostar, 3, p. 21) che era allora il loro boetarco [comandante delle truppe ausiliarie straniere], lo uccisero con i suoi concittadini. Di nuovo i Cartaginesi inviarono come comandante, con un esercito, Annone, e in seguito anche queste truppe abbandonarono Annone e passarono dall’altra parte: quando si impadronirono di lui, vivo, immediatamente lo crocifissero, e successivamente, escogitando pene singolari, uccisero, torturandoli. Tutti i Cartaginesi che erano nell’isola;…I Romani in questo periodo, chiamati dai mercenari che dalla Sardegna avevano disertato per passare a loro, si misero in rotta verso quest’isola. Poiché i Cartaginesi erano irritati perché ritenevano che il dominio sui Sardi spettasse di più a loro e si preparavano a punire coloro che avevano spinto l’isola a ribellarsi loro, i Romani, sfruttando questo pretesto, decretarono la guerra contro i Cartaginesi, sostenendo che costoro facevano i preparativi non contro i Sardi, ma contro di loro. Quelli, che erano inaspettatamente scampati alla guerra di cui s’è detto e non erano assolutamente in grado, sul momento, di riprendere le ostilità con i Romani, cedendo alle circostanze non solo rinunciarono alla Sardegna, ma concessero anche ai Romani, in aggiunta, altri milleduecento talenti, a condizione di non subire la guerra al momento attuale. Così si svolsero questi avvenimenti» (pp. 387, 411).

Libro I, 80, 5-9: la rivolta dei mercenari: le diverse lingue dei ribelli: «Costui [Autarito] era il più efficace nelle assemblee per il fatto che molti comprendevano la sua lingua. Prestando servizio nell’esercito da molto tempo, infatti, aveva imparato a parlare in lingua fenicia; ed essi, per la maggior parte, si sentivano in qualche modo blanditi da questo idioma, in virtù della lunga durata della passata milizia…Quando, invece, si fecero avanti insieme molti esponenti di ciascun popolo, con l’intenzione di scongiurare questo misfatto [torturare e uccidere Giscone insieme ai prigionieri cartaginesi] in considerazione dei benefici che erano stati riservati loro da Giscone. Nulla di quanto veniva detto risultava comprensibile, in quanto esprimevano i loro pareri in molti contemporaneamente. E ciascuno nel proprio idioma; ma quando si scoprì che cercavano di scongiurare la pena, e uno tra quelli seduto in assemblea disse: “Colpisci!”, tutti insieme lapidarono quelli che si erano fatti avanti per parlare» (p. 391).

Libro I, 82, 1-4: la rivolta dei mercenari: discordia tra Amilcare Barca e Annone nella conduzione delle operazioni militari: «Amilcare, messo in difficoltà dal folle comportamento dei nemici, chiamava presso di sé Annone, convinto che, una volta che i loro esercito fossero stati riuniti in uno solo, avrebbero più rapidamente posto fine all’intera guerra…I comandanti, dopo essersi riuniti, si trovarono a tal punto in discordia te loro che non solo si lasciarono sfuggire opportunità favorevoli contro i nemici, ma offrirono anche agli avversari con la rivalità che c’era tra loro, molte occasioni per colpirli» (p. 395).

Libro I, 82, 6: dipendenza economica dei Cartaginesi dagli Empori, la regione della Piccola Sirte (golfo di Gabes, lungo la costa sud-orientale della Tunisia): «Contemporaneamente avvenne anche che i rifornimenti trasportati dalla regione chiamata Empori, sui quali riponeva le maggiori speranze sia per il vettovagliamento, sia per le altre necessità. Andassero completamente perduti in mare a causa di una tempesta» (pp. 395-97).

Libro I, 82, 8: la rivolta dei mercenari: viene meno l’antica fedeltà a Cartagine di Utica e di Ippona: «E – il fatto più grave – si ribellarono le città degli Ippacriti e degli Uticensi, che erano le sole in Libia ad aver non solo sostenuto valorosamente la guerra in corso, ma anche coraggiosamente resistito alle guerre contro Agatocle e all’attacco dei Romani, in altre parole a non aver mai preso alcuna decisione avversa ai Cartaginesi» (p. 397).

Libro I, 82, 12: la rivolta dei mercenari: Annibale affianca Amilcare Barca nella conduzione dell’esercito: «Da parte sua Barca, ricevuto come collega nel comando Annibale [Geus, Hannibal, 8, pp. 74-75] – costui, infatti, i cittadini avevano inviato alle truppe, dopo che l’esercito aveva deciso che Annone dovesse allontanarsi, in base ai poteri loro concessi dai Cartaginesi nelle discordie che avevano opposto i comandanti l’uno all’altro –…» (p. 397).

Libro I, 83, 10-12: la rivolta dei mercenari: il mancato intervento dei Romani: «Perciò [i Romani] permisero ai mercanti di esportare i generi di prima necessità presso i Cartaginesi, mentre impedirono di farlo presso i nemici. In seguito, poi, quando li chiamarono a sé nell’isola i mercenari di Sardegna, nella circostanza in cui si ribellarono ai Cartaginesi, non prestarono loro ascolto; e quando si rimisero nelle loro mani gli Uticensi, essi non accettarono, osservando gli accordi previsti dai patti» (p. 399-401).

Libro I, 84, 7-8: la rivolta dei mercenari: metodo di combattimento di Amilcare Barca: «[Amilcare] separando in azioni isolate e circondando molti di loro come un abile giocatore di scacchi, infatti, ne faceva strage senza combattere, mentre moti nelle battaglie più generali o li toglieva di mezzo attirandoli in agguati insospettati, o li lasciava attoniti apparendo in modo imprevisto e inatteso, ora di giorno, ora di notte; tutti quelli che prendeva vivi li gettava in pasto alle fiere» (pp. 401-403).

Libro I, 86, 4: la rivolta dei mercenari: Amilcare Barca fa crocifiggere Spendio e gli altri capi dei ribelli sotto gli occhi di Mato: «In seguito, condotti presso le mura [di Tunisi] Spendio e gli altri prigionieri, li crocifissero alla vista di tutti» (p. 405).

Libro I, 86, 5-6: la rivolta dei mercenari: Mato fa crocifiggere Annibale: «Mato, che aveva compreso che Annibale agiva con negligenza ed eccessiva confidenza, assalì il campo e uccise molti dei Cartaginesi, e li cacciò tutti dall’accampamento, si impadronì anche di tutti i loro bagagli e prese vivo Annibale. Dopo averlo immediatamente condotto alla croce di Spendio e ferocemente torturato, dunque, tirarono giù quello e appesero questo ancora vivo, e scannarono trenta Cartaginesi dei più illustri attorno al corpo di Spendio» (pp. 405-407).

Libro I, 87, 3-4: la rivolta dei mercenari: Annone rientra nel gruppo dei trenta membri del Consiglio ristretto: «Perciò, designati trenta membri del Senato, e con loro Annone, il comandante che in precedenza si era allontanato dall’esercito e che ora era ritornato, e armati insieme a loro i restanti cittadini in età militare, come a voler correre quest’estremo pericolo, inviavano tutti costoro a Barca, dopo aver molto raccomandato ai membri del Senato di far superare in ogni modo ai comandanti il passato dissidio e indurli ad accordarsi , tenuto conto delle circostanze presenti» (p. 407).

Libro I, 88, 5-7: fine della rivolta di mercenari: «La guerra libica, dunque, che aveva costretto in tali difficoltà i Cartaginesi, si concluse in modo che I Cartaginesi non solo tornarono a essere signori della Libia, ma punirono anche degnamente i responsabili della ribellione: in conclusione, infatti, i soldati, conducendo il trionfo attraverso la città, inflissero a Mato ogni sorta di maltrattamenti. Per tre anni e quattro mesi circa [dall’inizio del 240 sino all’inizio dell’estate del 237 a.C.], dunque, i mercenari combatterono con i Cartaginesi una guerra che ha superato di molto, per crudeltà e disprezzo di ogni legge, le altre che conosciamo per averne sentito parlare» (pp. 409-11).

Libro II, 1, 5-9: conquista dell’Iberia, morte di Amilcare Barca e successione di Asdrubale “il Vecchio”: «I Cartaginesi, non appena ebbero sistemato la situazione in Libia, subito, messe insieme delle truppe, inviarono Amilcare in Iberia. Egli, presi con sé le truppe e il figlio Annibale [Geus, Hannibal, 9, pp. 75-94] che aveva allora nove anni, e attraversato il mare all’altezza delle Colonne di Eracle, cercò di ristabilire la potenza dei Cartaginesi in Iberia. Trascorsi in quei luoghi circa nove anni, e assoggettati a Cartagine molti degli Iberi con la guerra, molti con la persuasione, finì la sua vita in modo degno delle imprese precedentemente compiute. Schierandosi in battaglia, infatti, contro nemici valorosissimi e in possesso di ingenti forze, e comportandosi audacemente e arditamente nel momento del pericolo, morì da eroe. I Cartaginesi affidarono il comando ad Asdrubale [Geus, Hasdrubal, 5, pp. 133-36], suo genero e trierarco [comandante di triremi]» (pp. 413-15).

Resti del teatro romano di Cartagena.
Resti del teatro romano di Cartagena.

Libro II, 13, 1-2: fondazione di Cartagena: «Asdrubale…esercitando il potere con intelligenza e abilità, faceva grandi progressi in tutto e, fondata la città chiamata da alcuni Cartagine, da altri Città Nuova, contribuiva non poco, e anzi enormemente, a sostenere gli interessi dei Cartaginesi, soprattutto per la posizione favorevole del luogo per le operazioni in Iberia e per quelle in Libia…» (p. 441).

Libro II, 13, 3-4, 7: Asdrubale “il Vecchio” accresce il dominio cartaginese, tanto da spingere i Romani a cercare un accordo: «I Romani…cominciarono ad interessarsi della situazione in Iberia. Avendo scoperto di aver dormito nel periodo precedente e di aver lasciato che i Cartaginesi si costituissero una grande potenza, cercavano, per quanto possibile, di recuperare…Perciò, non appena ebbero mandato ambasciatori ad Asdrubale e concluso dei patti, nei quali passavano sotto silenzio il resto dell’Iberia, ma stabilivano che i Cartaginesi non dovevano oltrepassare a scopo di guerra il fiume chiamato Ebro, subito portarono guerra ai Celti d’Italia» (pp. 441-43).

Libro II, 14, 2: considerazioni di Polibio su i Celti ed Annibale Barca: «…credo, infatti, che la loro storia [dei Celti] sia non solo degna di essere conosciuta e ricordata, ma anche assolutamente necessaria per apprendere confidando in quali uomini e luoghi, in seguito, Annibale pensò di abbattere il dominio dei Romani» (p. 443).

Libro II, 22, 9: l’impegno bellico dei Romani contro i Celti favorisce il consolidamento del potere cartaginese in Iberia: «Questa agitazione [dei Romani verso i Celti] giovò soprattutto ai Cartaginesi per sistemare senza problemi la situazione in Iberia» (p. 465).

Libro II, 36, 1-2: assassinio di Asdrubale “il Vecchio”: l’importanza del suo contributo alla conquista dell’Iberia: «Asdrubale, il comandante dei Cartaginesi…dopo aver diretto le operazioni in Iberia per otto anni morì ucciso a tradimento nei propri alloggi, di notte, da un uomo di stirpe celtica, per dei torti privati, dopo aver dato un incremento non piccolo, e anzi notevole, alla potenza cartaginese, non tanto con le operazioni belliche quanto con le buone relazioni instaurate con i potenti locali» (p. 497).

Libro II, 36, 3-6: Annibale Barca succede ad Asdrubale al comando dei Cartaginesi in Iberia; sospetti e ostilità tra Romani e Cartaginesi: «I cartaginesi conferirono il comando delle operazioni in Iberia ad Annibale [Geus, Hannibal, 9, pp. 75-94] che era giovane [circa 25 anni], in virtù dell’intelligenza e dell’audacia che cominciavano ad apparire nelle sue imprese» (p. 497).

Libro II, 36, 5-6: sospetti ed ostilità reciproci tra Romani e Cartaginesi: «Da questo momento, dunque, i rapporti tra i Cartaginesi e i Romani furono ormai condizionati da reciproci sospetti e attriti. Gli uni, infatti, ordivano trame, ansiosi di vendicarsi per le disfatte subìte in Sicilia, mentre i Romani diffidavano osservando i loro progetti» (p. 497).

Libro II, 37, 2: 218 – 202 a.C.: la seconda guerra punica o annibalica: «Poiché siamo giunti, percorrendo le vicende della Sicilia e della Libia e i fatti seguenti, secondo la successione esposta nell’introduzione, fino all’inizio della guerra sociale e della seconda guerra sorta tra Romani e Cartaginesi, dai più chiamata annibalica, e poiché nella premessa iniziale abbiamo annunciato che avremmo posto inizio da questo periodo alla nostra trattazione…» (p. 499).

Libro II, 71, 9: parallelismo di Polibio fra tre guerre di valore epocale: «… ora che siamo giunti secondo il proposito iniziale a quell’epoca in cui i Greci stavano per iniziare la guerra sociale, i Romani quella annibalica, i re d’Asia quella della Celesiria…» (p. 575).

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Testo di riferimento: Polibio, Storie. A cura di Domenico Musti (Libri III-IV). Volume secondo. Nota biografica di Domenico Musti, traduzione di Manuela Mari, note di John Thornton. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2001.

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Libro III, 2, 2: discesa dei Cartaginesi in Italia: «…diremo come i Cartaginesi, invasa l’Italia e abbattuto il dominio dei Romani, provocarono in questi ultimi anni una gran paura per se stessi e per il suolo della patria, e nutrirono a loro volta grandi e straordinarie speranze: di assalire e occupare, cioè, la stessa Roma» (p. 15).

Libro III, 5, 1: i Cartaginesi muovono guerra contro Massinissa, re dei Libi: «Il periodo di rivolgimenti politici prima menzionato fu quello in cui i Romani portarono guerra ai Celtiberi e ai Vaccei [153-151 a.C.] e i Cartaginesi al re dei Libi Massinissa [inverno 151/150 a.C.]…» (p. 23).

Libro III, 5, 5: i Romani rivolgono le armi contro i Cartaginesi: «Gli stessi [Romani], dopo non molto, aggredirono i Cartaginesi, con il proposito dapprima di farli trasferire altrove, in seguito, invece di distruggerli completamente, per le ragioni che verranno dette successivamente» (p. 23).

Libro III, 6, 1-3: Polibio e le vere cause della guerra annibalica: «Alcuni di coloro che hanno scritto la storia dell’epoca di Annibale, volendo mostrarci le cause per le quali scoppiò la guerra tra Romani e Cartaginesi prima ricordata, indicano come prima causa l’assedio di Sagunto da parte dei Cartaginesi; come seconda causa il loro attraversamento, contro i patti, del fiume chiamato dagli abitanti del luogo Ebro. Io, invece, potrei dire che questi furono gli inizi della guerra, ma in nessun modo potrei ammettere che ne furono le cause» (p. 25).

Libro III, 8, 1-10: Polibio contesta l’annalista Quinto Fabio Pittóre (III-II secolo a.C.) sulle cause della guerra annibalica: «Lo storico romano Fabio dice che, insieme al torto ai danni dei Saguntini, causa della guerra contro Annibale fu anche il desiderio di guadagno e di potere di Asdrubale. Costui, infatti, dopo aver conquistato un esteso dominio in Iberia, in seguito, giunto in Libia, pensò di abolire le leggi e di convertire in monarchia il sistema politico dei Cartaginesi; gli uomini eminenti nello stato, che previdero il suo disegno, si accordarono fra loro e presero le distanze da lui; Asdrubale, insospettito, dopo essere ripartito dalla Libia prese ad amministrare gli affari in Iberia a suo piacere, senza dare ascolto al Senato dei Cartaginesi. Annibale, che fin dall’adolescenza aveva condiviso e ammirato il suo orientamento, e che allora gli succedette in Iberia, tenne la stessa condotta politica di Asdrubale. Perciò ora aveva portato ai Romani questa guerra di sua iniziativa, contro il parere di Cartaginesi. Nessuno degli uomini autorevoli a Cartagine, infatti, approvava le azioni di Annibale a Sagunto. Detto ciò, lo stesso storico aggiunge che dopo la presa di questa città sopraggiunsero i Romani, pretendendo che i Cartaginesi o consegnassero loro Annibale o riprendessero la guerra. Se qualcuno domandasse allo storico quale occasione sarebbe stata più opportuna per i Cartaginesi o quale fatto più giusto e più utile – poiché sin dall’inizio erano scontenti, a suo dire, dell’operato di Annibale – che, obbedendo allora alle richieste dei Romani, consegnare il responsabile dei torti, far sparire in un modo ragionevole, per opera d’altri, il nemico comune della città, e garantire la sicurezza al proprio territorio, allontanando la guerra incombente, dando soddisfazione ai nemici con un semplice decreto, che cosa potrebbe rispondere a questo? Nulla, è chiaro» (pp. 29-31).

Libro III, 9, 6-7; 12, 3-4: prima causa della guerra annibalica: il rancore di Amilcare Barca: «…si deve ritenere che causa prima [della guerra tra Romani e Cartaginesi] sia stato il rancore di Amilcare detto Barca, che fu padre di Annibale. Costui, infatti, che non ebbe il morale fiaccato dalla guerra per la Sicilia, nella convinzione di aver conservato le truppe dell’Erice integre nel suo stesso ardore, e di essere d’altra parte venuto a patti solo a causa della sconfitta dei Cartaginesi nella battaglia navale, cedendo alle circostanze, persisteva nella sua ira, sempre attento alla possibilità di attaccare…Egli rese, infatti, sia Asdrubale, il marito di sua figlia, sia il proprio figlio Annibale nemici dei Romani al punto che non sarebbe stato possibile una maggiore ostilità» (pp. 33, 39).

Libro III, 10, 1-4: seconda causa della guerra annibalica: la perdita della Sardegna: «Quando i Romani dichiararono guerra ai Cartaginesi, dopo che questi ebbero posto fine ai disordini di cui s’è detto, in un primo momento i Cartaginesi erano disposti a trattare su tutto, ritenendo che i loro diritti avrebbero prevalso, come abbiamo chiarito nei libri precedenti…In ogni modo, poiché i Romani non avevano riguardo per questo, essi, cedendo alla circostanza e a malincuore, ma senza poter fare nulla, si ritirarono dalla Sardegna e acconsentirono a versare altri milleduecento talenti oltre a quelli stabiliti prima, pur di non dover sopportare la guerra in quelle condizioni. Perciò questa va considerata la seconda e principale causa della guerra scoppiata in seguito» (pp. 33-35).

Libro III, 10, 6: terza causa della guerra annibalica: il successo cartaginese in Iberia: «E appunto questa va ritenuta la terza causa della guerra: mi riferisco al felice corso delle operazioni cartaginesi in Iberia. Presa fiducia nelle loro forze, infatti, essi entrarono senza timori nella guerra in questione» (p. 35).

III, 11,1-8: Annibale Barca prosegue presso Antioco il progetto antiromano del padre Amilcare: in questo progetto si individua la prima causa della guerra annibalica: «Nell’epoca in cui Annibale, vinto in guerra dai Romani, abbandonò infine la patria e andò a vivere presso Antioco, i Romani, comprendendo ormai il disegno degli Etoli, inviarono ambasciatori ad Antioco, per non restare all’oscuro delle intenzioni del re. Gli ambasciatori, vedendo che prestava ascolto agli Etoli ed era propenso a far guerra ai Romani, blandivano Annibale, nel desiderio di renderlo sospetto ad Antioco. E proprio questo avvenne. Con l’andar del tempo, infatti, mentre il re si faceva sempre più sospettoso nei riguardi di Annibale, si presentò un’occasione per discutere della strana diffidenza che si era insinuata fra loro. Nella circostanza Annibale, dopo aver presentato parecchie giustificazioni, giunse infine a questo, trovandosi a corto di argomentazioni. Disse che nell’epoca in cui suo padre stava per condurre la spedizione con le truppe in Iberia [237 a.C.] egli aveva nove anni e, mentre quello sacrificava a Zeus, stava accanto all’altare. Quando il padre, ottenuti buoni auspici, ebbe offerto libagioni agli dèi e compiuto i riti in uso, ordinò agli altri che prendevano parte al sacrificio di allontanarsi un po’, lo chiamò e gli domandò in tono affettuoso se voleva partire con lui per la spedizione. Avendo egli acconsentito con gioia e avendoglielo anzi chiesto con insistenza, come è tipico di bambini, il padre gli prese la mano destra, lo condusse presso l’altare e gli ordinò di giurare, toccando le offerte del sacrificio, che mai avrebbe avuto buoni sentimenti verso i Romani. Una volta che Antioco, dunque, fu bene informato di queste cose, egli lo invitò a essere tranquillo e fiducioso finché avesse progettato qualcosa di ostile contro i Romani, nella certezza che avrebbe avuto in lui il più sincero collaboratore…» (pp. 35-37).

Domenico Beccafumi, "Sacrifico di Alessandro e Giuramento di Annibale" (XVI secolo). Siena, Palazzo Agostini, saletta al primo piano, soffitto. Parte sinistra.
Domenico Beccafumi, “Sacrifico di Alessandro e Giuramento di Annibale” (XVI secolo). Siena, Palazzo Agostini, saletta al primo piano, soffitto. Parte sinistra.

Libro III, 13, 3-4: Annibale Barca designato all’unanimità comandante dall’esercito di stanza in Iberia: «Quando poi giunse la notizia della morte di Asdrubale, nelle cui mani avevano messo le operazioni in Iberia dopo la morte di Amilcare, dapprima aspettavano di conoscere le intenzioni delle truppe; e, poi, quando arrivò dagli accampamenti la notizia che le truppe avevano scelto come comandante, con decisione unanime, Annibale, immediatamente, riunito il popolo, con decisione concorde ratificarono la scelta dell’esercito» (p. 39).

Libro III, 14, 5-7: tattica annibalica ed uso degli elefanti: «…Annibale, fatta una conversione, si ritirò in modo abile e intelligente e si fece riparo del fiume chiamato Tago, e mosse battaglia nei pressi del punto in cui si attraversava il fiume, e poiché sfruttò allo stesso tempo l’aiuto del fiume e gli elefanti – ne aveva circa quaranta –, tutto gli riuscì, inaspettatamente, secondo i calcoli. I barbari, infatti, avendo tentato in più punti di aprirsi la strada di forza e di attaccare il fiume, in massima parte furono massacrati mentre uscivano dall’acqua, in quanto gli elefanti passavano lungo la sponda e prevenivano quelli che via via uscivano. Molti, invece, perirono nel fiume stesso per mano dei cavalieri, perché i cavalli avevano più facilmente ragione della corrente, e i cavalieri combattevano con i fanti da una posizione più elevata» (pp. 41-43).

Libro III, 15, 3: Cartagena vanto e capitale dell’Iberia cartaginese: «…Annibale, nello stesso tempo, assoggettati quelli che si era proposto di sottomettere, tornò con le sue truppe a svernare nella Città Nuova, che era in un certo senso ornamento e capitale dei Cartaginesi in Iberia» (p. 43).

Libro III, 15, 4-8; 10-11: pretesti annibalici e reale causa, secondo Polibio, della seconda guerra punica: «[Annibale Barca] incontrò l’ambasceria inviata dai Romani e si concesse a un colloquio, nel corso del quale li ascoltava attentamente a proposito degli affari presenti. I romani, dunque, lo scongiuravano di tenersi lontano dai Saguntini – questi ultimi stavano, infatti, sotto la loro protezione – e di non attraversare il fiume Ebro, secondo gli accordi stabiliti al tempo di Asdrubale. Annibale, poiché era giovane, pieno di slancio guerriero, fortunato nelle iniziative e da molto tempo era stato spinto all’odio contro i Romani, comportandosi nei loro confronti come se avesse a cuore i Saguntini accusava i Romani del fatto che, poco tempo prima, mentre questi erano in disaccordo, assunto l’arbitrato avevano ingiustamente soppresso alcuni dei maggiorenti. Non avrebbe permesso che costoro fossero traditi nei patti: era infatti costume tradizionale di Cartaginesi non trascurare nessuno di quelli che subivano un’ingiustizia. Ai Cartaginesi, invece, mandava messaggi, informandosi su che cosa bisognava fare, poiché i Saguntini, confidando nell’alleanza dei Romani, commettevano torti ai danni di alcuni di quelli a loro soggetti…Non sarebbe stato infatti meglio pretendere che i Romani restituissero loro la Sardegna e, insieme a questa, i tributi loro imposti, che approfittando delle circostanze avevano prima ingiustamente riscosso da loro, e, di fronte a un rifiuto, dichiarare loro guerra? Così, invece, passando sotto silenzio la vera causa esistente e inventando quella, inesistente, relativa ai Saguntini, sembrava che egli cominciasse la guerra in modo non solo irragionevole, ma per di più ingiusto» (pp. 43-45).

Libro III, 17, 1-11: Annibale Barca attacca Sagunto; tattica e strategia militare: «Annibale, partito con l’esercito da Città Nuova, avanzava, dirigendo la marcia verso Sagunto. Questa città si trova sulla propaggine, protesa verso il mare, della catena montuosa che congiunge i confini dell’Iberia e della Celtiberia, e dista dal mare circa sette stadi. Gli abitanti occupano questo territorio ferace e superiore per fertilità a tutta l’Iberia. Annibale allora, accampatosi di fronte ad essa, si dedicava attivamente all’assedio. Precedendo per il futuro molti vantaggi dall’occupazione della città. In primo luogo, infatti, pensò di privare i Romani della speranza di muovere guerra in Iberia; in secondo luogo, si era convinto che, se avesse terrorizzato tutti, avrebbe reso più disciplinati quelli che gli erano più soggetti, più cauti quanti degli Iberi erano ancora indipendenti, ma soprattutto che, se non si fosse lasciato dietro alcun nemico, avrebbe proseguito la marcia in tutta sicurezza. A parte ciò, riteneva che avrebbe avuto abbondanza di mezzi per i suoi progetti, che avrebbe infuso ardore nelle truppe con la prospettiva di futuri guadagni per tutti e che si sarebbe attirato il favore dei Cartaginesi rimasti in patria con le spoglie che sarebbero state loro inviate. Facendo tali considerazioni, si decideva attivamente all’assedio, ora proponendosi ad esempio per le truppe e sottoponendosi di persona alla fatica delle varie operazioni, ora esortando le truppe ed esponendosi temerariamente ai pericoli. Dopo aver sopportato ogni sofferenza e pena, infine in otto mesi prese la città di forza [219 a.C.]. Impadronitosi di una grande quantità di ricchezze, di schiavi e di materiale, mise da parte il denaro, secondo il proposito iniziale, per i propri progetti, mentre distribuì li schiavi a ciascuno dei suoi compagni di spedizione secondo i meriti, e spedì immediatamente tutto ai Cartaginesi. Agendo così non si ingannò nei suoi calcoli, né fallì nel proposito iniziale, ma fece in modo che i soldati affrontassero con più ardore il pericolo, rese i Cartaginesi pronti ad eseguire i suoi ordini ed egli stesso in seguito grazie all’accumulo di quelle risorse, conseguì molti utili risultati» (pp. 47-51).

Libro III, 20, 6-8: gli ambasciatori romani pongono le loro condizioni ai Cartaginesi: «I romani, quando giunse loro la notizia della sventura occorsa ai Saguntini, scelsero immediatamente degli ambasciatori e li inviarono in fretta a Cartagine con due proposte, delle quali l’una sembrava comportare per i Cartaginesi, se l’avessero accolta, al tempo stesso disonore e danno, l’altra l’inizio di grandi eventi e pericoli. Dovevano, infatti, consegnare ai Romani il comandante Annibale e i consiglieri che erano con lui, altrimenti loro avrebbero dichiarato guerra» (p. 57).

Libro III, 20, 9 – 21, 5: i Cartaginesi, indignati, adducono le loro giustificazioni: «Quando i Romani arrivarono ed entrarono in Senato e si misero a spiegare ciò, i Cartaginesi li ascoltavano di malanimo proporre loro la scelta. Tuttavia, scelto tra loro il più adatto, cominciarono a esporre le proprie ragioni. Passarono, dunque, sotto silenzio. Gli accordi fatti con Asdrubale, come se non fossero mai nemmeno esistiti, o, se anche c’erano stati, non avessero per loro alcun valore, in quanto erano stati conclusi senza la loro approvazione. Si servivano a questo scopo di un esempio preso proprio dai Romani. Dissero, infatti, che il popolo romano aveva in seguito annullato i patti fissati ai tempi di Lutazio nella guerra per la Sicilia, già riconosciuti da Lutazio, perché erano stati fissati senza la loro approvazione. Premevano e insistevano, in tutto il loro discorso di difesa, sui patti fissati per ultimi nella guerra per la Sicilia. Dissero che in essi non c’era nessuna clausola scritta a proposito dell’Iberia, mentre erano state espressamente fissate disposizioni che garantivano da una parte e dall’altra la sicurezza dei rispettivi alleati. Indicavano che i Saguntini non erano in quel momento alleati dei Romani, e a questo proposito leggevano pubblicamente, più volte, i patti» (pp. 57-59).

Libro III, 21, 9 – 22, 1-13: antichi accordi tra Romani e Cartaginesi, il primo trattato: «…conviene e importa conoscere i dettagli esatti di queste cose, e coloro che desiderano imparare non manchino in questo il loro obiettivo, lasciandosi fuorviare dagli errori e dalla parzialità degli storici, ma ci sia, degli obblighi reciproci stabiliti tra Romani e Cartaginesi dalle origini fino ai nostri tempi, una visione valida per tutti. Ebbene, il primo trattato tra Romani e Cartaginesi è dell’epoca di Lucio Bruto e Marco Orazio [Pulvillo] (508/7 a.C.), i primi consoli che furono eletti dopo la fine della monarchia, dai quali fu anche consacrato il santuario di Giove Capitolino…Il trattato è il seguente: “A queste condizioni ci sia amicizia tra i Romani e gli alleati di Romani e i Cartaginesi e gli alleati dei Cartaginesi: né i Romani né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello, a meno che non vi siano costretti da una tempesta o da nemici; qualora uno vi sia trasportato a forza, non gli sia permesso comprare né prendere nulla, tranne quanto gli occorre per riparare l’imbarcazione o per compiere sacrifici, e si allontani entro cinque giorni. A quelli che giungono per commercio non sia possibile portare a termine alcuna transazione, se non in presenza di un araldo o di un cancelliere. Quando sia venduto alla presenza di costoro, se venduto in Libia o in Sardegna, sia dovuto al venditore sotto la garanzia dello stato. Qualora uno dei Romani giunga in Sicilia, nella parte controllata dai Cartaginesi, siano uguali tutti i diritti dei Romani. I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di Ardea, Anzio, Laurento, Circeo. Terracina né di alcun altro dei Latini, quanti sono soggetti; nel caso di quelli non soggetti, si tengano lontano dalle loro città: ciò che prendano, restituiscano ai Romani intatto. Non costruiscano fortezze nel Lazio. Qualora penetrino da nemici nella regione, non passino la notte nella regione.”» (pp. 59-61).

III, 23, 1-6: si identifica il Bel Promontorio e si commenta il primo trattato: «Il promontorio Bello, dunque, è quello che si trova davanti alla stessa Cartagine, rivolto a settentrione: al di là di questo i Cartaginesi proibiscono categoricamente ai romani di navigare verso mezzogiorno con navi lunghe, poiché non vogliono, come a me sembra, che essi conoscano né la regione della Bissatide né quella della piccola Sirti, che loro chiamano Empori, per la fertilità della zona. Qualora uno, trasportato a forza da una tempesta o da nemici, abbia necessità di qualcosa, per compiere sacrifici o per riparare l’imbarcazione, gli permettono di prenderlo, ma a parte ciò non permettono di prendere nulla, e quelli che sono approdati debbono necessariamente allontanarsi entro cinque giorni. Ai Romani è permesso navigare per commercio verso Cartagine, in tutta la parte della Libia al di qua del promontorio Bello, in Sardegna e in Sicilia, nella parte controllata dai Cartaginesi, e i Cartaginesi promettono di assicurare la giustizia sotto la garanzia dello stato. Con questo trattato essi parlano esplicitamente della Sardegna e della Libia come di propri territori: per la Sicilia precisano espressamente il contrario, concludendo il trattato solo per quelle parti che cadono sotto il dominio dei Cartaginesi. Allo stesso modo, anche i Romani concludono il trattato per il solo territorio del Lazio e non menzionano il resto dell’Italia, poiché essa non cade sotto la sua autorità» (p. 63).

Libro III, 24, 1-15: il secondo trattato tra Romani e Cartaginesi: «Dopo questo, concludono un altro trattato [348 a.C.], nel quale i Cartaginesi hanno incluso anche i Tirî e il popolo degli Uticensi. Al promontorio Bello vengono aggiunte anche Mastia e Tarseo: al di là di queste esigono che i Romani non facciano bottino né fondino città. Gli accordi sono, più o meno, i seguenti: “A queste condizioni ci sia amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani e i popoli dei Cartaginesi, dei Tirî e degli Uticensi e i loro alleati. I Romani non facciano bottino, né commercino, né fondino città al di là del promontorio Bello, di Mastia, di Tarseo. Qualora i Cartaginesi prendano nel Lazio una città non soggetta ai Romani, tengano i beni e le persone e consegnino la città. Qualora ei Cartaginesi catturino qualcuno di quelli con cui i Romani hanno accordi di pace scritti, ma che non sono a loro sottomessi, non lo sbarchino mei porti dei romani; qualora poi un romano metta mano su chi è stato sbarcato, sia lasciato libero. I Romani, allo stesso modo, non facciano ciò. Se un romano prende acqua o provviste da una regione sulla quale dominano i Cartaginesi, con queste provviste non commetta torti ai danni di nessuno di quelli con cui i Cartaginesi sono in pace e in amicizia. Un cartaginese, allo stesso modo, non faccia ciò. Altrimenti, non si vendichi privatamente: se qualcuno lo fa, l’offesa sia pubblica. In Sardegna e in Libia nessun romano commerci né fondi città…se non finché abbia preso provviste o riparato l’imbarcazione . Qualora una tempesta velo trasporti, si allontani entro cinque giorni. Nella parte della Sicilia controllata dai Cartaginesi e a Cartagine faccia e venda tutto quanto è permesso anche a un cittadino. Un cartaginese faccia allo stesso modo a Roma”. Di nuovo in questo trattato insistono con forza nel rivendicare a sé la Libia e Sardegna, negando ai Romani tutti gli accessi, mentre per la Sicilia, al contrario, aggiungono chiaramente sulla parte a loro sottomessa» (pp. 63-65).

Libro III, 25, 1-5: il terzo ed ultimo trattato tra Romani e Cartaginesi: «I Romani, quindi, concludono ancora un ultimo trattato al tempo della traversata di Pirro [280 a.C.], prima che i Cartaginesi muovano la guerra per la Sicilia; in esso conservano tutti gli altri punti alle condizioni esistenti, e a questi viene aggiunto quanto scritto di seguito: “Qualora facciano alleanza contro Pirro, gli uni e gli altri mettano per iscritto che sia permesso portarsi soccorso a vicenda nel territorio di chi viene attaccato; a quale dei due abbia bisogno di soccorso, i Cartaginesi forniscano le imbarcazioni sia per l’andata, sia per il ritorno, e gli uni e gli altri gli stipendi ai rispettivi uomini. I Cartaginesi portino soccorso ai Romani anche per mare, se c’è bisogno. Nessuno costringa gli equipaggi a sbarcare contro la loro volontà”» (p. 67).

Libro III, 25, 6: il giuramento prestato dai Cartaginesi e dai Romani: «Bisognava prestare il seguente giuramento: in occasione del primo trattato i cartaginesi giuravano per gli dèi patrii, i Romani per Giove pietra, secondo un’antica usanza: in occasione di quest’ultimo, invece, per Marte e Quirino» (p. 67).

Calco in gesso della fronte del Sarcofago Mattei. III secolo d.C.: il dio Marte e la "fabula" della fondazione di Roma. Roma, Museo della civiltà romana.
Calco in gesso della fronte del Sarcofago Mattei. III secolo d.C.: il dio Marte e la “fabula” della fondazione di Roma. Roma, Museo della civiltà romana.

Libro III, 26, 1-7: versione di Filino di Agrigento e critica di Polibio sul trattato fra i Romani e i Cartaginesi: «Stando così le cose, dunque, ed essendo i trattati tuttora conservati in tavole di bronzo presso il tempio di Giove Capitolini, nel tesoro degli edili, chi non avrebbe ragione di meravigliarsi, non perché lo storico Filino li ignorava – cosa che non deve sorprendere, poiché ancora ai nostri tempi i Romani e i Cartaginesi più anziani e ritenuti maggiormente interessati agli affari pubblici li ignoravano, – ma meravigliarsi di perché e come osò scrivere il contrario di ciò (che, cioè esistevano accordi tra Romani e Cartaginesi in base ai quali i Romani dovevano tenersi lontani da tutta la Sicilia, i Cartaginesi dall’Italia, e che i Romani violarono i patti e i giuramenti quando per la prima volta attraversarono il mare diretti in Sicilia, quando non è assolutamente mai esistito né esiste alcun trattato del genere)? Eppure egli lo afferma chiaramente nel secondo libro. Noi, accennando a questo nella parte introduttiva della nostra opera storica, abbiamo rimandato a questa occasione la trattazione dettagliata dell’argomento, poiché parecchi si sono ingannati sulla verità su questo punto, avendo riposto fiducia nello scritto di Filino. Tuttavia, in merito a ciò, chi attacca i Romani, a proposito della spedizione in Sicilia, per il fatto stesso di aver accolto nell’amicizia e in seguito accolto la richiesta di soccorso dei Mamertini, che avevano tradito nei patti non solo Messana, ma anche Reggio, sembrerebbe avere ogni diritto per indignarsi. Ma chi ritiene che essi abbiano attraversato il mare contro i giuramenti e gli accordi ignora i fatti» (pp. 67-69).

Libro III, 27, 1-10: i trattati stipulati dopo la prima guerra punica: «Una volta portata a termine la guerra per la Sicilia, poi, conclusero un altro trattato, le cui cause principali erano queste: “I Cartaginesi si ritirino sia da tutta la Sicilia, sia da tutte le isole che si trovano tra l’Italia e la Sicilia. Ci sia sicurezza da una parte e dall’altra per gli alleati degli uni e degli altri. Nessuna delle due parti faccia alcuna imposizione nella zona controllata dall’altra, né costruisca edifici a spese pubbliche, né recluti mercenari, né accolga nella propria amicizia gli alleati dell’altra. I Cartaginesi paghino in dieci anni duemiladuecento talenti, e ne diano mille immediatamente. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto tutti i prigionieri”. In seguito, di nuovo, dopo la fine della guerra libica, i Romani si spinsero fino a una formale dichiarazione di guerra contro i Cartaginesi e fecero le seguenti aggiunte ai patti: “I Cartaginesi si ritirino dalla Sardegna e paghino in aggiunta altri milleduecento talenti”, come abbiamo detto in precedenza. Dopo di ciò di cui abbiamo parlato, gli ultimi accordi con Asdrubale in Iberia, “con la condizione che i Cartaginesi non attraversino a scopo di guerra il fiume Ebro”. Questi erano gli obblighi stabiliti tra Romani e Cartaginesi dalle origini fino ai tempi di Annibale» (pp. 69-71).

Libro III, 28, 3: l’accusa rivolta dai Romani ai Cartaginesi per il loro comportamento durante la rivolta libica risulta infondata: «L’accusa pronunciata dai Romani a questo proposito, infatti – che, cioè, durante la guerra libica essi commettessero torti ai danni dei loro naviganti –, decadde nel momento in cui, avendo riavuto dai Cartaginesi tutti quelli che erano stati condotti via, in cambio fecero loro dono senza riscatto, in segno di riconoscenza, dei prigionieri che si trovavano presso di loro» (p. 71).

Libro III, 29, 2-10: dettagli importanti dei trattati secondo le ragioni dei Romani e considerazioni di Polibio: «In primo luogo [i Romani] dicono che non si dovevano violare gli accordi stabiliti con Asdrubale, come i Cartaginesi osavano affermare; non era infatti aggiunto, come ai tempi di Lutazio, “questi patti abbiamo valore, qualora sembri bene anche al popolo dei Romani”, ma Asdrubale con pieni poteri concluse gli accordi in cui si diceva: “i Cartaginesi non attraversino il fiume Ebro a scopo di guerra”. Certamente nel trattato sulla Sicilia c’era, come anch’essi dicono, la clausola scritta: “ci sia sicurezza da una parte e dall’altra per gli alleati di entrambe”, e non solo per quelli che erano loro alleati allora, come interpretavano i Cartaginesi: di certo, infatti, sarebbe stata aggiunta in questo caso la clausola di non accogliere altri alleati oltre quelli esistenti, o che non erano compresi quelli accolti dopo questo trattato. Ma dal momento che nessuno di queste due clausole fu scritta, era evidente che doveva esserci sempre sicurezza da una parte e dall’altra per tutti gli alleati di entrambe, sia quelli che c’erano allora, sia quelli che sarebbero stati accolti in seguito. Questo sembrerebbe del tutto naturale. Essi infatti non potevano certo concludere un trattato in virtù del quale privavano della facoltà di accogliere, secondo le circostanze, amici e alleati a loro giudizio opportuni, né, avendoli accolti sotto la loro protezione, potevano permettere che costoro subissero torti da qualcuno: ma l’idea dominante del trattato, per gli uni e per gli altri, era che non avrebbero toccato gli alleati che allora gli uni e gli altri avevano, e che in nessun modo gli uni avrebbero ammesso alla loro alleanza alcuno della parte degli altri; quanto agli alleati accolti in seguito, era appunto stabilito che nessuna delle due parti arruolasse mercenari né dettasse imposizioni nei domini e fra gli alleati dell’altra, e che ci fosse sicurezza per tutti da una parte e dall’altra» (pp. 73-75).

Libro III, 30, 1-4: l’origine della guerra annibalica: il punto di vista dei Romani e dei Cartaginesi: «Stando così le cose, era un fatto riconosciuto anche che i Saguntini, già parecchi anni prima dell’epoca di Annibale, si erano messi sotto la protezione dei Romani. La prova principale e riconosciuta dagli stessi Cartaginesi stava nel fatto che i Saguntini, divisi da contrasti interni, si rimisero non ai Cartaginesi, sebbene questi fossero vicini e già impegnati negli affari d’Iberia, ma ai Romani, e grazie a loro riassestarono lo stato. Perciò, se si considera causa della guerra la fine di Sagunto, si deve ammettere che i Cartaginesi abbiano portato guerra ingiustamente, sia secondo il trattato dell’epoca di Lutazio, in base al quale ci doveva essere sicurezza da una parte e dall’altra per gli alleati di entrambe, sia secondo quello dell’epoca di Asdrubale, in base al quale i Cartaginesi non dovevano attraversare il fiume Ebro a scopo di guerra; se, invece, si considera causa della guerra la sottrazione della Sardegna e il tributo con essa connesso, si deve senz’altro riconoscere che i Cartaginesi hanno fatto a buon diritto la guerra di Annibale; avevano dovuto infatti cedere alle circostanze, e con l’aiuto di una circostanza si vendicavano di chi li aveva danneggiato» (p. 75).

Libro III, 33, 1-4: la guerra annibalica: la dichiarazione di guerra nel senato cartaginese: «Gli ambasciatori inviati dai Romani…ascoltarono con attenzione le parole dei Cartaginesi, e non dissero nient’altro, ma il più anziano tra loro, indicando ai membri del Senato la piega della sua veste, disse loro che lì portava sia la guerra sia la pace; avrebbe fatto uscire e lasciate cadere quale delle due condizioni essi avessero comandato. Il re dei Cartaginesi [il sufeta] gli comandò di far uscire quella che sembrasse bene a loro. All’affermazione del romano che avrebbe fatto uscire la guerra, i membri del Senato in maggioranza levarono grida tutti insieme, dicendo che accettavano. Gli ambasciatori e il Senato, dunque, si congedarono su queste posizioni» (p. 81).

Libro III, 33, 5-8: preparazione di Annibale Barca in vista delle ormai prossime azioni militari: «Annibale, che stava svernando a Cartagena, in primo luogo lasciò andare gli Iberi nelle loro città, nel desiderio di renderli pronti e pieni di slancio per future operazioni. In secondo luogo dette disposizioni al fratello Asdrubale su come avrebbe dovuto esercitare il comando e il dominio sugli Iberi e dare preparativi contro i Romani, se egli si fosse allontanato. In terzo luogo provvedeva alla sicurezza in Libia. Ragionando in modo molto accorto e prudente, faceva passare soldati dalla Libia all’Iberia e dall’Iberia alla Libia: con questo modo di dirigere le cose legava agli uni la fedeltà degli altri» (pp. 81-83).

Libro III, 33, 9-16: le varie etnie e il dispiegamento delle forze armate cartaginesi: «Quelli che passarono in Libia era Tersiti [Tartessî o Turdetani], Mastiani e con loro Oreti iberici [Orissi ?] e Olcadi, in tutto, da questi popoli, milleduecento cavalieri, tredicimilacentocinquanta fanti, e oltre a questi ottocentosettanta Baleari (nome che significa letteralmente “frombolieri” e per estensione dall’uso di quest’arma danno lo stesso nome anche al loro popolo e all’isola). Distaccò la maggior parte di costoro nella Metagonia, in Libia, alcuni alti nella stessa Cartagine. Dalle città chiamate metagoniti inviò altri quattromila fanti a Cartagine, con il ruolo di ostaggi e di rinforzi al tempo stesso. In Iberia lasciò al fratello Asdrubale cinquanta quinqueremi, due quadriremi e cinque triremi; di queste, trentadue quinqueremi e cinque triremi erano fornite di equipaggi. Gli lasciò poi anche, come cavalieri, quattrocentocinquanta Libifenici e Libî, trecento Lergeti, milleottocento Numidi, Masilî, Masesilî, Maccei e Maurusî, che vivono sulle coste dell’oceano, e come fanti undicimilaottocentocinquanta Libî, trecento Liguri e cinquecento Baleari, e ventuno elefanti» (p. 83).

Capo Colonna, con i resti del tempio di Hera Lacinia.
Capo Colonna, con i resti del tempio di Hera Lacinia.

Libro III, 33, 18: Polibio e l’attendibilità della tavoletta di Capo Lacinio: «Noi, infatti, avendo trovato al Lacinio [Capo Colonna] questo testo registrato da Annibale su una tavoletta di bronzo nel periodo in cui si trovava in Italia, abbiamo ritenuto che fosse assolutamente degno di fede, almeno su queste cose: perciò abbiamo scelto di seguirlo» (pp. 83-85).

Libro III, 34, 1-5: Annibale Barca attende un contingente militare dai Celti; il progetto di una guerra in Italia: «Annibale, presi questi provvedimenti per la sicurezza della situazione in Libia e in Iberia, in seguito aspettava con ansia quelli che gli venivano inviati da parte dei Celti: aveva infatti valutato a fondo sia la fertilità della regione ai piedi delle Alpi e nei pressi del fiume Po, sia il numero di coloro che l’abitavano, nonché l’audacia degli uomini in guerra e, soprattutto, l’ostilità che essi avevano nei confronti dei Romani dalla guerra precedente, che abbiamo esposto nel libro che precede questo affinché i lettori capissero a fondo quanto stiamo ora per dire. Perciò contava su questa speranza e faceva ogni promessa, sollecitato nel mandare inviati ai dinasti dei Celti che abitavano sia di qua dalle Alpi, sia nelle Alpi stesse, nella convinzione che avrebbe potuto muovere guerra ai Romani in Italia solamente se fosse riuscito, dopo aver superato i passi difficili, a raggiungere i luoghi prima nominati e a valersi dei Celti come collaboratori e alleati per l’impresa che lo attendeva» (p. 85).

Libro III, 34, 6-9: Annibale Barca prepara ed esorta le truppe: «Quando i messaggeri tornarono e riferirono della volontà e delle aspettative dei Celti, affermando che superare le Alpi era molto faticoso e difficile. Ma certo non impossibile, egli cominciò, all’arrivo della stagione primaverile, a radunare le truppe dai quartieri d’inverno. Gli erano appena giunte anche le notizie da Cartagine quando egli, con animo sollevato e fiducioso nel favore dei concittadini. Prese a esortare ormai apertamente le truppe alla guerra contro i Romani, da un lato spiegando in che modo i Romani avessero tentato di richiedere la consegna di lui e di tutti gli ufficiali dell’esercito, dall’altro accennando alla fertilità della regione nella quale sarebbero giunti e al favore e all’alleanza dei Celti. I soldati lo appoggiavano con entusiasmo: egli li lodò, e annunciò il giorno fissato per effettuare la partenza, quindi sciolse l’assemblea» (pp. 85-87).

Libro III, 35, 1-3: inizio della marcia di Annibale Barca verso i Pirenei: «… [Annibale] quando giunse il giorno fissato [fine aprile 218 a.C.?] cominciò la sua avanzata, con circa novantamila fanti e circa dodicimila cavalieri. E, attraversato il fiume Ebro, assoggettava i popoli degli Ilergeti e di Bergusî, e ancora gli Erenosî e gli Andosini, fino ai monti chiamati Pirenei» (p. 87).

Libro III, 35, 4-6: Annibale Barca lascia Annone a capo della regione dei Bargusi e cura di mantenere la buona predisposizione d’animo dell’esercito: «[Annibale] lasciò Annone [Geus, Hanno, 21, p. 120] governatore su tutta la regione al di qua del fiume e anche signore dei Bargusî: diffidava infatti moltissimo di costoro, per il favore con cui guardavano ai Romani. Distaccò inoltre per annone dall’esercito di cui disponeva diecimila fanti e mille cavalieri, e gli lasciò i bagagli di quelli che si mettevano in marcia con lui. Ne rimandò a casa in numero uguale a questi, volendo garantirsi il loro favore e prospettando agli altri (a quelli che partecipavano alla spedizione con lui e non meno anche a quegli Iberi che restavano in patria) la speranza di un ritorno a casa, affinché tutti si mettessero prontamente in marcia, se mai ci fosse stato bisogno di aiuto da parte di loro» (pp. 87-89).

Libro III, 35, 7-8: Annibale Barca attraversa i Pirenei: «Prese con sé il resto dell’esercito alleggerito dei pesi, conduceva cinquantamila fanti e circa novemila cavalieri attraverso i monti detti Pirenei, fino alla traversata del fiume chiamato Rodano, con un’armata non tanto numerosa quanto valida ed esercitata in modo eccellente dalla serie ininterrotta di combattimenti tenuti in Iberia» (p. 89).

Libro III, 37, 5: digressione di Polibio sulle conoscenze geografiche del mondo a lui contemporaneo: la Libia: «La Libia si trova tra il Nilo e le colonne d’Eracle, e nello spazio cade sotto il mezzogiorno e, senza interruzione, sotto il punto in cui il sole tramonta d’inverno fino al punto del tramonto equinoziale, che cade presso le colonne d’Eracle» (p. 51).

Libro III, 39, 2-12: descrizione del territorio sotto il dominio cartaginese e misure in stadi dell’itinerario di Annibale Barca: «…I Cartaginesi in quest’epoca erano padroni di tutte le parti della Libia affacciate sul mare interno dagli altari dei Fileni, che si trovavano sulla Grande Sirte, sino alle colonne d’Eracle. La lunghezza di questa costa è di oltre sedicimila stadi. Attraversato lo stretto delle colonne d’Eracle, si erano impadroniti allo stesso dodo anche di tutta l’Iberia fino alle scogliere che segnano sul nostro mare il termine dei monti Pirenei [Capo delle Croci], i quali segnano il confine tra gli Iberi e i Celti. Questo luogo dista dallo stretto delle colonne d’Eracle circa ottomila stadi. Ve ne sono, infatti, tremila dalle colonne fino a Cartagena, da dove Annibale partiva per l’Italia; da questa fino al fiume Ebro sono duemilaseicento stadi. Ancora da questo a Emporio milleseicento, dalla città di Emporio a *** circa seicento. E da lì alla traversata del Rodano circa milleseicento – questa distanza è stata ora dai Romani misurata e contrassegnata accuratamente con indicazioni poste ogni otto stadi –; dalla traversata del Rodano per chi procede lungo lo stesso fiume in direzione delle sorgenti, fino al valico delle Alpi verso l’Italia, millequattrocento. La distanza che resta da percorrere nel superamento delle Alpi è di circa milleduecento stadi: superata questa, sarebbe giunto in Italia, nella pianura padana. Così erano in tutto da Cartagena circa novemila stadi quelli che doveva percorrere. Di questo spazio, dunque, in lunghezza aveva già percosso quasi la metà. Ma quanto a difficoltà gli restava da compiere la maggior parte del viaggio» (pp. 93-95).

Libro III, 41, 7 – 42, 3: Annibale Barca raggiunge il Rodano e ne organizza la traversata: «Annibale, invece, che aveva persuaso alcuni di Celti con il denari e ne aveva costretti altri con la forza, giunse inatteso con le truppe, tenendo sulla destra il mare di Sardegna, alla traversata del Rodano…, giunto nei pressi del fiume, subito si accinse ad attraversarlo dove il suo corso è unico, trovandosi con l’esercito a una distanza di circa quattro giorni di marcia dal mare. Si assicurò con ogni mezzo l’amicizia di quelli che abitavano lungo il fiume e fece incetta da loro di tutte le canoe e le scialuppe, che erano in numero sufficiente perché molti di coloro che abitavano il Rodano facevano commerci dal mare. Inoltre prelevò il legname adatto alla costruzione delle canoe, per cui nel giro di due giorni ci fu una quantità incalcolabile di battelli: ognuno faceva di tutto per non aver bisogno degli altri e per riporre in se stesso le speranze della traversata» (pp. 101-103).

Libro III, 42, 4 – 43, 12: ostilità dei barbari; tattica di Annibale Barca; la marcia di Annone, figlio di Bomilcare: «In questo momento sulla sponda opposta si raccolse una massa di barbari, con lo scopo di impedire ai Cartaginesi di passare il fiume. Annibale, osservandoli e concludendo dalla situazione del momento che non sarebbe stato possibile né attraversare il fiume opponendosi con la forza alla minaccia di tanti nemici, né indugiare, per non dover fronteggiare gli avversari da ogni parte, al calare della terza notte mandò avanti una parte dell’esercito, cui aveva assegnato delle guide locali e Annone [Geus, Hanno, 22, pp. 121-24], figlio del re Bomilcare [Geus, Bomilcar, 2, pp. 18-20] come comandante generale. Essi marciarono lungo il fiume, in direzione opposta alla sua corrente, per duecento stadi, e giunsero in un luogo in cui il fiume si divideva attorno a un punto che formava quasi un’isola, dove si fermarono. Intrecciando o legando tra loro i tronchi presi dalla selva che era lì vicino, in poco tempo fabbricarono molte zattere, sufficienti alle necessità del momento: su di esse passarono dall’altra parte in tutta sicurezza, senza che nessuno li ostacolasse. Occupato un punto forte, vi restarono per quel giorno, riposandosi dalla fatica appena compiuta e al tempo stesso preparandosi per le operazioni successive, secondo gli ordini. Anche Annibale, per parte sua. Faceva qualcosa di analogo con le truppe rimaste con lui. Gli causava difficoltà soprattutto il trasporto al di là del fiume degli elefanti: questi erano in numero di trentasette. In tal modo, al calare della quinta notte quelli che avevano attraversato il fiume per primi cominciarono dalla sponda opposta, di prima mattina, ad avanzare proprio lungo il fiume contri i barbari che stavano di fronte, mentre Annibale, tenendo pronti i soldati, si impegnava a sua volta nell’attraversamento del fiume, dopo aver riempito le scialuppe di cavalieri armati alla leggera, le canoe dei fanti più leggeri. Le scialuppe occupavano la posizione di testa, controcorrente, i battelli piccoli la posizione successiva, affinché, sostenendo le scialuppe buona parte della forza della corrente, il passaggio attraverso il corso d’acqua fosse più sicuro per le canoe. Pensavano poi, di trascinare dalla poppa delle scialuppe i cavalli che nuotavano; un solo uomo ne guidava con le briglie tre o quattro insieme da ciascuna delle due parti della poppa, sicché una quantità notevole di cavalli fu trasportata tutta insieme subito, nella prima traversata. I barbari, comprendendo il piano degli avversari, si riversavano fuori del capo in disordine e sparpagliati, convinti di poter impedire agevolmente lo sbarco ai Cartaginesi. Annibale, non appena vide che sulla sponda opposta i suoi soldati già si avvicinavano – costoro avevano segnalato il loro arrivo con il fumo secondo quanto convenuto –, ordinò di imbarcare tutti insieme, e a quelli saliti sui battelli di resistere con forza alla corrente. Gli ordini furono rapidamente eseguiti, e gli uomini sulle imbarcazioni gareggiavano fra loro con grida, mentre lottavano contro la forza del fiume, e l’uno e l’altro esercito stava da una parte e dall’altra, lungo le sponde del fiume, e gli uni partecipavano alle fatiche di loro compagni e li sostenevano con grida, mentre i barbari di fronte innalzavano canti di guerra e sfidavano i nemici al combattimento: era una scena impressionante e sconvolgente. In quel momento, avendo i barbari abbandonato le tende, i Cartaginesi della parte opposta piombarono su di loro addosso all’improvviso e a sorpresa, e alcuni incendiarono l’accampamento, altri, più numerosi, si gettarono contro quelli che tenevano sotto controllo gli uomini impegnati nella traversata. I barbari, colti alla sprovvista, in parte andavano a mettere in salvo le tende, in parte si difendevano e combattevano contro gli assalitori. Annibale, dato il favorevole concorso delle circostanze alla riuscita del suo piano, prese subito a riunire ed esortare i primi che sbarcavano e ad attaccare battaglia con i barbari. I Celti, in pieno disordine e presi di sorpresa, ben presto voltarono le spalle e si diedero alla fuga» (pp. 103-107).

Libro III, 44, 1-3: missione dei cavalieri numidi e trasporto degli elefanti: «Il comandante dei Cartaginesi, dopo che ebbe avuto ragione a un tempo dell’attraversamento del fiume e dei nemici, si dedicò immediatamente al trasporto degli uomini che restavano sulla sponda opposta e, fatte passare in breve tempo tutte le truppe, quella notte si accampò proprio lungo il fiume; il giorno dopo, sentendo che la flotta romana era approdata presso le foci dl fiume, scelse cinquecento cavalieri numidi e li inviò a osservare dove e quanti erano i nemici e che cosa facevano. Nello stesso momento scelse anche gli uomini idonei a far attraversare il fiume agli elefanti» (p. 107).

Henri Motte, "Gli elefanti di Annibale Barca attraversano il Rodano" (1878).
Henri Motte, “Gli elefanti di Annibale Barca attraversano il Rodano” (1878).

Libro III, 44, 5-9: l’uso di interpreti per spiegare le decisioni di Magilo e degli altri regoli celti: «Egli per parte sua, radunato l’esercito, presentò agli uomini il regolo Magilo e i suoi – giunti presso di lui dalla pianura padana – e per mezzo di un interprete fece spiegare alle truppe le loro decisioni. Nel loro discorso gli aspetti che meglio valevano a incoraggiare i soldati erano innanzitutto la presenza concreta di quelli che li chiamavano a sé e promettevano di unirsi alla guerra contro i Romani; in secondo luogo, la promessa attendibile, da parte di costoro, di guidarli per i luoghi attraverso i quali, senza mancare di nulla del necessario, avrebbero marciato in tempi brevi e al tempo stesso in tutta sicurezza verso l’Italia; in aggiunta a ciò, la fecondità e l’estensione della regione in cui sarebbero giunti, e ancora l’ardore degli uomini insieme ai quali si apprestavano a combattere contro le truppe romane. I Celti, dunque, dopo aver parlato in questi termini, si ritirarono» (pp. 107-109).

Libro III, 44, 13: Annibale Barca invoca gli dèi a nome di tutti i soldati: «La folla applaudiva e mostrava grande slancio e ardore: [Annibale] li elogiò, innalzò una preghiera agli dèi a nome di tutti e li congedò, dopo aver loro ordinato di aver cura di se stessi e di prepararsi in fretta, perché il campo sarebbe stato tolto l’indomani» (p. 109).

Libro III, 45, 5 – 46, 6: Annibale Barca dispiega l’esercito e prepara la traversata degli elefanti: «Annibale, all’indomani dell’assemblea, sul fare del giorno, mise avanti tutti i cavalieri in direzione del mare, con un ruolo di copertura, e fece partire dal campo le forze di fanteria. Egli, da parte sua, aspettava gli elefanti e gli uomini che erano stati lasciati insieme a questi. Il trasporto degli animali si svolse più o meno così. Dopo che ebbero costruito parecchie solide zattere, ne attaccarono due tra loro e le fissarono entrambe alla terra, sul punto di ingresso nel fiume: tutte e due insieme avevano una larghezza di circa cinquanta piedi [circa 15 metri]. Attaccandone altre a queste, le sistemavano all’esterno, facendo avanzare la costruzione della piattaforma in mezzo all’acqua. Circa Assicuravano il lato dalla parte della corrente con cavi da terra, che attaccavano agli alberi che crescevano nei pressi della sponda, affinché tutta l’opera restasse salda e non fosse trascinata giù nel fiume. Una volta completata la piattaforma del ponte, per una lunghezza di circa due pletri [circa 60 metri], in seguito accostavano due zattere, costruite in modo eccellente, a quelle che stavano all’estremità, legate tra loro con forza e alle altre in modo che i loro vincoli fossero facili da tagliare. A questa attaccarono anche parecchie funi, per mezzo delle quali le scialuppe che le rimorchiavano non avrebbero permesso che fossero portate giù nel fiume e, trattenendole con forza contro la corrente, avrebbero trasportato su di esse e fatto passare dall’altra parte gli animali. In seguito portarono su tutte queste molto terra, finché, gettandovela sopra, non ne ebbero fatto una via del tutto simile a quella che sulla terraferma portava al punto in cui cominciava la traversata (la fecero liscia e dello stesso colore)» (pp. 111-13).

Libro III, 46, 7- 47, 1: gli elefanti attraversano il Rodano ed Annibale Barca si mette in marcia: «Poiché gli animali erano abituati a obbedire sempre agli Indiani fin nei pressi dell’acqua ma non osavano assolutamente entrarvi, li facevano passare sulla terra ammucchiata: davanti avevano messo due femmine, che gli altri animali seguivano. Quando si trovarono sulle ultime zattere, tagliarono i vincoli con i quali le avevano attaccate alle altre e tirarono le funi con le scialuppe, e rapidamente trascinarono via dalla terra ammucchiata sia le bestie, sia le zattere sotto di loro. Quando ciò avvenne gli animali terrorizzati, inizialmente si voltarono e si lanciarono in ogni direzione, ma, circondati da ogni parte dalla corrente, si spaventarono e furono costretti a restare al loro posto. E in tal modo, venendo di volta in volta unite due zattere, la maggior parte degli animali fu trasportata a bordo di queste; alcune bestie, però, nel mezzo del guado si gettarono nel fiume per la paura: i loro Indiani perirono tutti, mentre gli elefanti si salvarono. Grazie alla forza e alla grandezza delle proboscidi, infatti, che sollevavano al di sopra dell’acqua, e respirando e soffiando fuori al tempo stesso tutta l’acqua che vi entrava, resistettero, compiendo buona parte del cammino in piedi nell’acqua. Dopo che gli animali furono fatti passare dall’altra parte, Annibale, presi con sé gli elefanti e i cavalieri, che utilizzava in retroguardia, cominciò ad avanzare lungo il fiume, dal mare verso oriente, come diretto verso l’interno dell’Europa» (pp. 113-15).

Libro III, 47, 6 – 48, 8: Polibio polemizza con gli storici che hanno scritto sulla spedizione di Annibale Barca: «Alcuni di quelli che hanno scritto su questa attraversata [delle Alpi], volendo impressionare i lettori con il racconto di cose straordinarie sui luoghi di cui vi ho detto, finiscono senza saperlo nelle due condizioni più estranee a ogni opera storica: sono cioè costretti a dire il falso e a scrivere cose in contraddizione tra loro. Da un lato. Infatti, pur rappresentando Annibale come un comandante inimitabile sia per audacia, sia per previdenza, non c’è dubbio che ce lo facciano sembrare incapace di riflessione razionale; dall’altro lato, non potendo trovare una conclusione o una via d’uscita alle loro falsità, introducono in un’opera di storia pragmatica dèi e figli di dèi. Poiché infatti premettono che la natura impervia e aspra delle Alpi è tale che non solo cavalli, eserciti ed elefanti, ma nemmeno fanti leggeri potrebbero attraversarle agevolmente, e poiché, allo stesso modo, descrivono luoghi così desolati che, se un dio o un eroe non si fosse fatto incontro ad Annibale e ai suoi e non avesse loro indicato la via essi sarebbero rimasti senza via d’uscita e sarebbero morti tutti, di conseguenza – non c’è dubbio – commettono entrambi gli errori prima richiamati. In primo luogo, infatti, quale comandante potrebbe apparire più sprovveduto, quale capo più stolto di Annibale, se veramente egli, guidando forze così grandi e riponendo in esse le migliori speranze per la riuscita dell’intera impresa, non avesse conosciuto né le vie, né i luoghi, come costoro dicono, né assolutamente dove andava né verso chi, e insomma non avesse saputo nemmeno se, in assoluto, l’impresa che tentava era possibile? Ma ciò che non accetta di fare chi ha subito una totale disfatta e si trova in difficoltà sotto ogni punto di vista, cioè spingersi con un esercito in luoghi inesplorati, gli storici lo attribuiscono ad Annibale, che conservava intatte le migliori speranze per le proprie imprese. Allo stesso modo, anche quello che dicono dell’isolamento, dell’inaccessibilità e della difficoltà dei luoghi smaschera le loro menzogne. Infatti, non informati del fatto che i Celti che abitano lungo il fiume Rodano non una sola volta o due prima dell’arrivo di Annibale, e nemmeno in epoca antica, ma poco tempo prima, avevano oltrepassato le Alpi con grandi armate, si erano schierati in battaglia contro i Romani e avevano combattuto al fianco dei Celti che abitano la pianura padana, come abbiamo mostrato in precedenza, e inoltre non sapendo che una tribù popolosissima abita proprio sulle Alpi, anzi ignorando tutte queste cose, dicono che un eroe apparve a mostrar loro la via. Di conseguenza, è naturale che essi vengano a trovarsi in una situazione molto simile a quella dei tragediografi. Infatti tutto costoro, per sciogliere i drammi, hanno bisogno del deux ex machina, poiché si basano su presupposti falsi e assurdi» (pp. 115-19).

Libro III, 48, 10-12: Polibio attesta la veridicità delle sue fonti: «Annibale, in realtà, a differenza di quanto scrivono costoro, in questa vicenda portò avanti in modo molto accorto i suoi disegni. In effetti aveva considerato attentamente la fertilità della regione nella quale aveva pensato di scendere e l’avversione delle masse per i Romani, e per i passi difficili nel tragitto intermedio si serviva di accompagnatori e guide locali disposti ad associarsi a loro. Noi parliamo di queste cose in piena sicurezza, perché abbiamo compiuto le ricerche relative a questi avvenimenti presso quegli stessi che nella circostanza sono stati presenti e abbiamo visitato i luoghi e compiuto di persona il viaggio attraverso le Alpi per farne esperienza e prenderne visione» (p. 119).

Libro III, 49, 8-13: vantaggi che Annibale Barca trae dall’alleanza con uno dei due contendenti allobrogi in una lotta di successione: «Giunto presso questa regione, vi trovò due fratelli in lotta per il regno e accampati con gli eserciti uno di fronte all’altro: dal momento che il più anziano lo chiamava a sé e gli chiedeva di cooperare con lui e di aiutarlo a conquistare il potere, *** gli prestò ascolto: era quanto mai evidente che in quelle circostanze gli sarebbe stato utile. Perciò, avendo contribuito ad assalire e scacciare l’altro, ottenne notevole assistenza dal vincitore: non solo, infatti, costui rifornì abbondantemente l’esercito di grano e degli altri mezzi di sussistenza, ma, sostituendo tutte le armi vecchie e deteriorate, rimise anche opportunamente a nuovo tutto l’esercito, e inoltre, fornendo la maggior parte dei soldati di vesti e anche di calzari, rese loro un servizio molto utile in vista della marcia sui monti. Ma soprattutto, coprendo loro le spalle con il proprio esercito (essi guardavano con apprensione alla marcia tra i Galli detti Allobrogi), rese loro sicuro il passaggio, finché si avvicinarono al valico delle Alpi» (p. 121).

Libro III, 50, 5 – 51, 6: Annibale Barca attua una strategia militare in difesa dagli Allobrogi: «Il comandante cartaginese, infatti, avendo saputo che i barbari avevano occupato per primi i punti strategici, si accampò presso i valichi, dove restava in attesa, mentre mandò avanti alcuni dei Galli che facevano loro da guide, con lo scopo di studiare il progetto e il piano complessivo degli avversari. Essi fecero quanto era stato loro ordinato: il comandante, quando apprese che i nemici di giorno volgevano diligentemente il servizio e sorvegliavano i luoghi, mentre di notte si allontanavano verso una città vicina, progettò su queste premesse l’azione che sto per descrivere. Preso con sé l’esercito, cominciò ad avanzare apertamente. Quando fu vicino ai punti difficili del cammino, si accampò non lontano dai nemici. Al calar della notte, avendo ordinato di accendere i fuochi, lasciò lì la maggior parte del suo esercito e, alleggeriti dei pesi gli uomini più adatti, attraversò le strettoie durante la notte e prese i punti in precedenza occupati dai nemici, dopo che i barbari si furono ritirati, secondo consuetudine, nella città. Dopo questo fatto, allo spuntare del giorno i barbari, visto quanto era accaduto, inizialmente rinunciarono al loro disegno; in seguito, però, osservando la massa di bestie da soma e i cavalieri sfilare per i passi difficili a fatica e lentamente, furono incoraggiati dalle circostanze ad attaccare la colonna in marcia. Quando ciò avvenne e i barbari li aggredirono in più punti, non tanto per mano degli uomini quanto a causa dei luoghi grande fu la stage dei Cartaginesi, e soprattutto dei cavalli e delle bestie da soma. Poiché infatti le vie d’accesso era non solo stretta e aspra, ma anche scoscesa, a ogni movimento precipitoso molte bestie da soma finivano giù nei precipizi insieme ai loro carichi. E provocavano tale agitazione soprattutto i cavalli che rimanevano feriti: tra questi, infatti, causavano grande scompiglio sia quelli che stavano davanti, che si scontravano con le bestie da soma ogni volta che i colpi subìti li spaventavano, sia gli altri, che nel loro slancio spingevano via tutto quello che si parava loro davanti nei punti in cui la marcia era difficile. Annibale, osservando questa situazione e considerando che lo sterminio degli animali che portavano i bagagli toglieva ogni possibilità di salvezza anche a chi fosse scampato al pericolo, prese con sé quelli che nella notte avevano occupato per primi i valichi e mosse al soccorso di quelli che nella marcia precedevano gli altri» (pp. 123-25).

Libro III, 52, 7 – 53, 2: la prudenza di Annibale Barca lo rende preparato ai nuovi attacchi dei barbari: «Poiché i barbari gli consegnarono gli ostaggi e lo rifornirono generosamente di bestiame, consegnandosi completamente e senza prendere precauzioni nelle sue mani, Annibale si fidò di loro tanto da servirsene come guide versoi successivi punti difficili del cammino. Ma dopo due giorni, mentre essi li precedevano nella marcia, costoro, che si erano radunati e li avevano seguiti, li assalirono mentre attraversavano un dirupo di difficile accesso e scosceso. In questa occasione tutti gli uomini di Annibale sarebbero stati completamente perduti se, avendo ancora qualche timore e prevedendo quanto stava per accadere, non avessero tenuto gli animali che portavano bagagli e i cavalieri nell’avanguardia e gli opliti nella retroguardia. Con questi a coprir loro le spalle, il disastro fu minore: costoro, infatti, li ripararono dall’impeto dei barbari» (pp. 127-29).

Libro III, 53, 8: la grande utilità degli elefanti: «Gli elefanti gli erano di enorme utilità: i nemici, infatti, non osavano accostarsi al punto della colonna in cui questi si trovavano, atterriti dall’insolito aspetto degli animali» (p. 131).

Libro III, 56, 3-4: i tempi della marcia di Annibale Barca e il numero dei soldati al seguito: «Infine, completata la marcia da Cartagena in cinque mesi [fine aprile – fine settembre 218 a.C.] e superate le Alpi in quindici giorni, calava audacemente verso la pianura padana e il popolo degli Insubri, con la parte superstite dell’esercito dei Libî – dodicimila fanti – e di quello degli Iberi – circa ottomila – e in tutto non più di seimila cavalieri, come egli stesso precisa nella stele del Lacinio che reca l’iscrizione relativa al numero dei soldati» (pp. 135-37).

Libro III, 60, 5: le perdite dell’esercito di Annibale Barca: «Perciò, partito dalla traversata del Rodano con circa trentottomila fanti e oltre ottomila cavalieri, perse nei valichi quasi metà dell’esercito, come ho già detto in precedenza» (p. 143).

Libro III, 60, 6-7: Annibale Barca si occupa con grande attenzione dello stato del proprio esercito: «Per di più gli scampati, sia nell’apparenza esterna, sia nella condizione generale, per la successione ininterrotta delle fatiche di cui si è detto erano diventati tutti simili a bestie. Annibale, facendoli curare con grande impegno, restituì vigore agli uomini (nel morale non meno che nel fisico) e fece rimettere in sesto allo stesso modo anche i cavalli» (pp. 143-45).

Libro III, 60, 8-10: Annibale Barca cerca di stringere alleanze con le popolazioni locali, ma è costretto ad imporsi con la forza: «In seguito, quando l’esercito si era ormai ripreso, essendo i Taurini, che abitano proprio presso la catena montuosa, in contrasto con gli Insubri e non fidandosi dei Cartaginesi, egli dapprima li invitava all’amicizia e all’alleanza, ma, poiché quelli non gli davano ascolto, assalì la loro città più forte e la espugnò in tre giorni. Trucidando quelli che gli si erano opposti, ispirò un tale terrore nei barbari stanziati nelle vicinanze che tutti vennero a trattare con lui, affidandosi alla sua protezione» (p. 145).

Libro III, 62, 1 – 63, 14: Annibale Barca e i suoi soldati alla vigilia della battaglia del Ticino (metà novembre 218 a.C.): «In questo momento Annibale e Publio [Cornelio Scipione], già vicini l’uno all’altro, provvidero entrambi a incoraggiare le proprie truppe con dichiarazioni adatte alle circostanze del momento. Annibale cominciò le sue esortazioni più o meno in questo modo. Riunite le truppe, presentò dei giovani, che erano tra i prigionieri catturati mentre ostacolavano la sua marcia nei passi difficili sulle Alpi. Li aveva trattati male, preparandoli per ciò che voleva fare: avevano pesanti catene, erano oppressi dalla fame e i loro corpi erano stati sfigurati dai colpi ricevuti. Mise dunque costoro nel centro e davanti a loro armature galliche, di quelle che di solito sfoggiavano i loro re quando dovevano combattere in duello; inoltre, lì accanto fece mettere dei cavalli, e fece portare sontuosi mantelli. Poi chiese quali giovani volevano combattere tra loro, con la condizione che il vincitore ottenesse i premi che stavano lì davanti e lo sconfitto si liberasse dei mali presenti con la morte. Tutti insieme gridarono e manifestarono il desiderio di affrontare il duello: egli dispose che si scegliesse a sorte e ordinò che i due estratti si armassero e combattessero tra loro. Appena udito ciò, dunque, i giovani, sollevando le mani, rivolgevano preghiere agli dèi, ciascuno nel desiderio di essere sorteggiati. Quanto furono resi noti i risultati del sorteggio, quelli che erano stati estratti erano pieni di gioia, al contrario degli altri. A combattimento avvenuto, i prigionieri rimasti da parte chiamavano felice il morto non meno del vincitore, perché si era liberato di molti e grandi mali che continuavano a opprimere gli altri. Anche l’opinione di buona parte dei Cartaginesi era del tutto simile: osservando e confrontando la sofferenza di quelli che venivano condotti via vivi, infatti, avevano pietà di questi, mentre tutti chiamavano felice il morto. Annibale, quando ebbe ispirato nelle truppe lo stato d’animo che si era prefisso di creare, nel modo prima descritto. Si fece lui stesso avanti e disse di aver fatto entrare i prigionieri affinché essi osservassero chiaramente quanto accadeva nelle sventure altrui e prendessero una decisione migliore sulla propria condizione attuale. La fortuna, infatti, aveva loro imposto una lotta e una circostanza del tutto simile, e proposto loro premi del tutto simili a quelli che avevano davanti. Dovevano, infatti, o vincere o morire o finire vivi nelle mani dei nemici. Premio della vittoria non sarebbero stati cavalli e mantelli, ma la possibilità di diventare i più felici degli uomini, una volta che si fossero impadroniti della prosperità dei Romani; se invece fosse loro fosse loro accaduti qualcosa in battaglia, la conseguenza sarebbe stata quella di lasciare la vita nel pieno della mischia, lottando fino all’ultimo respiro per la speranza più bella, senza fare esperienza di alcun male; mentre gli sconfitti che, per attaccamento alla vita, sopportavano di fuggire o sceglievano di vivere in qualche modo avrebbero condiviso ogni male e ogni infelicità. Nessuno di loro, infatti, era così sprovveduto o sciocco da sperare – ricordando la lunghezza del cammino percorso dalle loro patrie, ricordando la quantità di nemici affrontati lungo la strada e conoscendo l’ampiezza dei fiumi che avevano attraversato – di poter giungere, fuggendo, fino alla propria terra. Perciò, poiché una speranza simile era stata troncata del tutto, li invitava a farsi della propria condizione la stessa idea che poco prima si erano fatti delle sventure altrui. Come nel caso di quelle tutti avevano chiamato felici il vincitore e il morto e commiseravano i vivi, così chiedeva che pensassero di se stessi, e che andassero tutti in battaglia soprattutto per vincere o, se questo non fosse stato possibile, per morire. Li pregava di togliersi del tutto dalla mente la speranza di vivere dopo essere stati sconfitti. Se infatti avessero seguito questo ragionamento e questo proposito, sicure conseguenze sarebbero state per loro, allo stesso tempo, la vittoria e la salvezza. “Tutti coloro, infatti, che per scelta o per necessità hanno seguito un tale proposito non hanno mai mancato di superare gli avversari. Quando, poi, accade anche che le prospettive dei nemici siano opposte, come è ora per i Romani, sicché in massima parte hanno la salvezza assicurata se fuggono poiché la loro terra è vicina, è chiaro che l’audacia dei disperati può diventare irresistibile”. I soldati apprezzarono le sue parole e ne traevano lo slancio e l’impeto che chi lo esortava aveva fatto di tutto per suscitare: egli allora, dopo averli elogiati, li congedò, e annunciò che avrebbero levato il campo l’indomani, sul far del giorno» (pp. 149-53).

Il fiume Ticino.
Il fiume Ticino.

Libro III, 65, 6-11: la manovra dei Numidi al Ticino (novembre 218 a.C.): «Annibale, dal canto suo, avendo schierato la cavalleria imbrigliata e tutta la parte pesante di essa sul fronte, veniva incontro ai nemici, e aveva predisposto per l’accerchiamento, su ciascuno delle due ali, i cavalieri numidi. Poiché da una parte e dall’altra sia i capi, sia i cavalieri erano ansiosi di combattere. Il primo scontro si svolse in modo tale che i lancieri non fecero in tempo a effettuare il primo lancio, e fuggirono ripiegando rapidamente attraverso gli spazi dietro i loro squadroni di cavalleria, attoniti per l’assalto e atterriti all’idea di venire travolti dai cavalieri che li assalivano. Quelli schierati sui rispettivi fronti, quando si scontrarono tra loro, ingaggiarono per molto tempo un combattimento equilibrato: si trattava infatti, al tempo stesso, di una battaglia equestre e di fanteria, per il gran numero di uomini che smontavano di sella nel corso stesso della battaglia. Ma quando i Numidi li accerchiarono e li investirono da tergo, i fanti armati di lancia che prima erano fuggiti all’urto dei cavalieri furono allora travolti dalla massa e dall’assalto dei Numidi; quelli che sin dall’inizio combattevano sul fronte contro i Cartaginesi, invece, dopo aver perduto molti dei loro e ucciso un numero ancora maggiore di Cartaginesi, quando i Numidi li investirono alle spalle furono vòlti in fuga, molti sparpagliati, alcuni raggruppati intorno al comandante» (pp. 157- 59).

Libro III, 67, 6-7: i Boi ed Annibale Barca: «Contemporaneamente a questi si presentarono anche i Boi, i quali mettevano nelle sue mani i tre uomini inviati dai Romani per la distribuzione del territorio che avevano catturato all’inizio della guerra, a tradimento, come ho già detto in precedenza. Annibale, apprezzando il loro benevolo atteggiamento, stabilì con i presenti garanzie di amicizia e di alleanza; restituì però loro i tre uomini, con l’ordine di custodirli, per riavere da quelli i propri ostaggi, secondo il proposito iniziale» (p. 163).

Libro III, 68, 1-2: utilizzo di Annibale Barca, alla vigilia della Trebbia (18 dicembre 218 a.C.), di cavalieri numidi: «Annibale, quanto seppe della loro partenza, inviò immediatamente i cavalieri numidi, e dopo non molto gli altri; egli intanto teneva loro dietro a breve distanza con l’esercito. I numidi, dunque, fecero irruzione nell’accampamento deserto e lo incendiarono» (pp. 163-65).

Libro III, 69, 1-4: Annibale Barca non fa del male ai prigionieri di Casteggio e ricompensa chi tradisce i Romani: «Nello stesso momento Annibale assalì e prese di sorpresa la città di Clastidio; gliela consegnò un brindisino [un certo Dasio] che godeva della fiducia dei Romani. Impadronitosi della guarnigione e del deposito di grano, di questo si servì sul momento, mentre condusse via con sé gli uomini fatti prigionieri, illesi, volendo fornire un saggio del suo modo di agire, affinché quelli che venivano sorpresi dalle circostanze non si spaventassero e non disperassero di avere da lui salva la vita. Concesse grandi onori al traditore, nell’intento di incoraggiare gli uomini con responsabilità di governo a fare causa comune con i Cartaginesi» (p. 167).

Libro III, 70, 11: Annibale Barca deve di necessità, alla veglia della battaglia della Trebbia, rinnovare le speranze degli alleati: «Per chi cali con un esercito in terra straniera e tenti imprese straordinarie c’è infatti una sola via di salvezza: rinnovare sempre, senza sosta, la speranza degli alleati» (p. 171).

Libro III, 71, 5-6: Annibale Barca e il fratello Magone: «Il comandante dei Cartaginesi, dopo aver discusso dell’imminente battaglia con il fratello Magone [Geus, Mago, 6, pp. 181-87] e con i consiglieri, tutti d’accordo con i suoi disegni, non appena l’esercito ebbe consumato il pasto chiamò a sé il fratello Magone, che era giovane, ma pieno di slancio e istruito fin da fanciullo nell’arte della guerra, e gli affidò cento uomini scelti tra i cavalieri e altrettanti fanti» (p. 173).

Libro III, 71, 9-11: Annibale Barca organizza l’imboscata e si preoccupa di incitare tutti alla battaglia: «…egli inviò di notte mille uomini e altrettanti fanti nel luogo dell’agguato, dopo aver assegnato loro delle guide e date indicazioni al fratello circa il momento opportuno per l’assalto; egli, sul fare del giorno, riuniti i cavalieri numidi, che erano straordinariamente resistenti alla fatica, li incoraggiò e, promettendo doni a chi avesse compiuto azioni valorose, ordinò loro, una volta che si fossero accostati al campo degli avversari, di attraversare in fretta il fiume e di provocare i nemici con piccole scaramucce: intendeva sorprendere i nemici digiuni e impreparati agli eventi. Riuniti gli altri capi, allo stesso modo li esortò al combattimento e ordinò a tutti di fare colazione e di prendere cura delle armi e dei cavalli» (pp. 173-75).

Libro III, 72, 7-10: tattica di Annibale Barca alla Trebbia e modalità di combattimento dei Numidi: «Annibale, che aspettava il momento favorevole, non appena vide che i Romani avevano attraversato il fiume, mise avanti in copertura i lancieri e i Baleari, che erano circa ottomila, e cominciò a far uscire l’esercito. E, avanzato per circa otto stadi davanti all’accampamento, schierò su una sola linea i fanti, che erano circa ventimila, Iberi, Celti e Libî, mentre suddivise e dispose su ciascuna delle due ali i cavalieri, che erano oltre diecimila con gli alleati celti, e, spartiti gli elefanti davanti alle ali, li usò a copertura di entrambe. Tiberio [Sempronio Longo] nello stesso momento richiamava i cavalieri, constatando che non sapevano come fronteggiare i nemici, poiché i Numidi si ritiravano agevolmente e in ordine sparso, ma poi facevano dietrofront e venivano loro addosso con un coraggio temerario – questo è tipico del modo di combattere numidico –» (p. 177).

Libro III, 74, 1-4: l’agguato dei Numidi: «A questo punto, allorché i Numidi balzarono fuori dai nascondigli e piombarono all’improvviso, alle spalle, addosso a quelli che combattevano nel centro, le truppe romane vennero a trovarsi in grande confusione e difficoltà. Infine tutte e due le ali di Tiberio, pressate di fronte dagli elefanti, intorno e sui fianchi dagli armati alla leggera, furono volte in fuga e spinte, nell’accampamento, verso il fiume sottostante. Quando ciò avvenne, tra i Romani schierati al centro del combattimento coloro che stavano dietro fecero una brutta fine, uccisi dagli aggressori usciti dai nascondigli, mentre coloro che occupavano i primi posti, spinti dalla necessità, prevalsero sui Celti e su una parte dei Libî e, avendone uccisi molti, spezzarono lo schieramento dei Cartaginesi» (pp. 179-81).

Libro III, 74, 9-11: la vittoria alla Trebbia e l’avversità del tempo: «L’esercito cartaginese, inseguiti i nemici fino al fiume, non potendo più avanzare oltre a causa del maltempo, tornò indietro al campo. Ed erano tutti pieni di gioia per aver condotto a buon fine la battaglia: erano infatti, periti pochi Iberi e Libî e Celti in numero maggiore; si trovavano, però, in una situazione così terribile a causa delle piogge e della neve sopraggiunta che persero tutti gli elefanti tranne uno, e molti, sia tra gli uomini che tra i cavalli morivano di freddo» (p. 181).

Libro III, 76, 6-7: Annone, comandante dell’esercito in Iberia, e il re degli Ilergeti, Andobale, fatti prigionieri dai Romani: «[Gneo Cornelio] si fece alleati e amici tutti quelli al di qua del fiume Ebro e prese vivi il comandante dei Cartaginesi Annone [Geus, Hanno, 21. p. 120] e quello degli Iberi Andobale. Quest’ultimo era tiranno delle località dell’interno e mostrava sempre eccezionale favore verso i Cartaginesi» (p. 185).

Libro III, 77, 4-7: Annibale Barca esorta i prigionieri alleati dei Romani ad abbracciare la causa cartaginese: «…quanto poi ai loro [dei Romani] alleati, cominciò col trattarli con la massima umanità, e in seguito li radunò e prese a incoraggiarli, affermando di essere venuto a muovere guerra non contro di loro, ma in loro difesa contro i Romani. Perciò, disse, essi se ragionavano bene, dovevano tenersi stretta l’amicizia con lui. Egli, infatti, era venuto in primo luogo per riguadagnare la libertà agli Italici, ma al tempo stesso per aiutarli a recuperare le città e il territorio che ciascuno aveva perduto per opera dei Romani. Detto ciò, li lasciò andare tutti a casa senza riscatto, volendo in tal modo, a un tempo, attirare a sé gli abitanti dell’Italia, staccarli dal favore che avevano per i Romani e provocare l’ira di quelli che si ritenevano in qualche modo danneggiati, nelle città o nei porti, dal dominio dei Romani» (pp. 187-89).

Libro III, 78, 1-4: le parrucche e i travestimenti di Annibale Barca: «Nel periodo in cui svernava, ricorse anche a uno stratagemma fenicio di questo tipo. Temendo l’incostanza dei Celti e insidie alla sua persona, dato che l’amicizia con costoro era recente, si procurò delle parrucche, adatte all’aspetto di persone di età completamente diverse, che indossava cambiandosi in continuazione: allo stesso modo, indossava di volta in volta anche vesti adatte alle parrucche. In tal modo era difficile da riconoscere non solo per chi lo vedeva all’improvviso, ma anche per chi era entrato in rapporti di familiarità con lui» (p. 189).

Libro III, 78, 6-7: Annibale Barca attento alla morfologia stagionale delle regioni: «Al cambio di stagione, prendendo informazioni da quelli che sembravano i più pratici della regione, venne a sapere che, mentre le altre vie d’accesso al territorio nemico erano lunghe e precedibili per i nemici, quella che attraverso le paludi [del medio corso dell’Arno] portava in Tirrenia era sì difficile, ma breve, e avrebbe rappresentato una sorpresa per [Gaio] Flaminio [Nepote]. Sempre incline com’era per natura a questo genere di cose, si propose di condurre la marcia da questa parte» (p. 189).

Libro III, 79, 2: la logica coraggiosa e temeraria di Annibale Barca: «[Annibale] per il futuro, infatti, non si preoccupava minimamente di tutti gli animali che portavano i bagagli, considerando che, se avesse raggiunto il territorio nemico, in caso di sconfitta non avrebbe avuto bisogno dei generi di prima necessità, mentre dominando il campo non si sarebbe trovato a corto di rifornimenti» (p. 191).

Libro III, 79, 8-12: l’attraversamento delle paludi: sofferenza dell’esercito cartaginese ed Annibale Barca perde l’uso di un occhio: «Tutti, dunque, soffrivano, soprattutto per l’impossibilità di dormire, dal momento che marciarono senza interruzione nell’acqua per quattro giorni e tre notti di seguito; i Celti, poi, penavano in modo particolare ed erano decimati più degli altri. Delle bestie da soma la maggior parte, cadendo in mezzo alla melma, moriva lì, recando agli uomini, nel cadere, un solo vantaggio: sedendosi su di esse e sui bagagli ammucchiati, restavano al di sopra del pelo dell’acqua, e in tal modo dormivano per una piccola parte della notte, Non pochi cavalli persero anche gli zoccoli a causa della marcia ininterrotta nella melma. Annibale scampò a stento, con grande pena, sull’unico elefante sopravvissuto, molto sofferente per la grave forma di oftalmia che lo aveva colpito, a causa della quale gli fu infine tolto un occhio: il momento non consentiva sosta né cura, data la difficoltà della situazione» (pp. 191-93).

Acquitrino del Parco della Maremma, Grosseto (Author and Copyright Marco Ramerini).
Acquitrino del Parco della Maremma, Grosseto (Author and Copyright Marco Ramerini).

Libro III, 84, 14-15: Maarbale all’assedio del villaggio in cui si erano rifugiati i Romani superstiti: «Dopo la battaglia [del Tuoro sul Trasimeno, 21 giugno del 217 a.C.], quando Maarbale [Geus, Maharbal, 3, pp. 194-96] fu inviato dal comandante con gli Iberi e i lancieri e assalì il villaggio, e difficoltà di vario genere li minacciarono, essi, deposte le armi, si arresero a condizione di ottenere la salvezza» (p. 203).

Libro III, 85, 1-4: comportamento di Annibale Barca con i Romani e con gli alleati che si arrendono a Maarbale: «Annibale, quando gli furono condotti quelli che si erano arresi sotto condizione e, ugualmente, anche gli altri prigionieri, li riunì tutti – erano oltre quindicimila – e in primo luogo spiegò che Maarbale non aveva l’autorità, senza la sua approvazione, di garantire la sicurezza a quelli che si arrendevano sotto condizione, poi lanciò accuse contro i Romani compresi tra quelli che erano stati catturati alla custodia dei vari corpi del suo esercito, mentre lasciò andare a casa tutti gli alleati senza riscatto, dopo aver ripetuto lo stessi discorso già tenuto in precedenza, di essere, cioè, venuto per muovere guerra non agli Italici, ma ai Romani per la libertà degli Italici» (pp. 203-205).

Libro III, 117, 1-12: la battaglia di Canne: «La battaglia che si svolse presso Canne tra Romani e Cartaginesi si concluse, dunque, in questo modo: fu una battaglia tra uomini valorosissimi, sia i vincitori che i vinti, Questo risultò evidente dai fatti stessi. Di seimila cavalieri, infatti, settanta trovarono scampo a Venosa con Gaio e circa trecento degli alleati si salvarono, disperdendosi in varie città; dei fanti circa diecimila furono catturati durante la battaglia pur senza prendere parte al combattimento, mentre solo tremila, forse, dalla battaglia trovarono scampo nelle città vicine. Tutti gli altri, che erano circa settantamila, morirono valorosamente: fu la massa dei cavalieri, quella vota come in precedenza, a recare il massimo contributo alla vittoria dei Cartaginesi. E risultò evidente per i posteri che in tempo di guerra è meglio avere la metà dei fanti rispetto ai nemici e un’assoluta superiorità nella cavalleria, piuttosto che affrontare la battaglia con tutte le forze più o meno uguali a quelle dei nemici. Fra gli uomini di Annibale caddero circa quattromila Celti, circa millecinquecento Iberi e Libî e circa duecento cavalieri. I Romani che furono presi vivi si trovavano al di fuori del combattimento, e per la seguente ragione Lucio aveva lasciato diecimila fanti nel proprio campo, affinché, se Annibale, trascurato l’accampamento, si fosse schierato sul campo con tutti i suoi uomini, questi giungessero nel momento della battaglia e si impadronissero dei bagagli dei nemici, se invece egli, prevedendo il futuro, avesse lasciato una guarnigione adeguata, essi disputassero il combattimento decisivo contro un numero inferiore di nemici. Furono catturati più o meno nel seguente modo. Avendo Annibale lasciato nel campo una guarnigione sufficiente, non appena cominciò la battaglia i Romani, secondo gli ordini, cominciarono l’assedio, attaccando gli uomini lasciati nel campo dei Cartaginesi. Questi ultimi dapprima resistevano; quando però si trovarono sotto la pressione nemica, Annibale, dopo che ebbe deciso la battaglia in tutti i settori, allora, venuto in soccorso e vòlti in fuga i Romani, li serrò nel proprio campo e ne uccise duemila, mentre si impadronì degli altri, vivi. Allo stesso modo anche i Numidi, dopo aver costretto a capitolare quelli che si erano rifugiati nelle fortezze della regione, li riportarono indietro: erano circa duemila cavalieri che erano stati vòlti in fuga» (pp. 279-81).

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Testo di riferimento: Polibio, Storie. A cura di Domenico Musti (Libri V-VI). Volume terzo. Nota biografica di Domenico Musti, traduzione di Manuela Mari, note di John Thornton. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2002.

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Libro V, 101, 3: sincronismo tra l’assedio di Tebe da parte di Filippo di Macedonia e la battaglia del Trasimeno tra Romani e Cartaginesi: «Nel periodo in cui Filippo [V di Macedonia]» assediava Tebe, i Romani erano stati vinti da Annibale nella battaglia in Tirrenia, ma la notizia dell’accaduto non era ancora giunta ai Greci» (p. 237).

Libro V, 104, 3: la vittoria di Cartagine o di Roma prefigurava più vasti domini più vasti: «…era chiaro già allora per chiunque si occupasse anche in modo superficiale degli affari pubblici. Infatti, che sia nel caso che i Cartaginesi superassero nella guerra i Romani, sia che i Romani superassero i Cartaginesi, verosimilmente i vincitori non si sarebbero affatto fermati al dominio sugli Italici e sui Sicelioti, ma sarebbero giunti al punto di spingere i loro disegni e i loro eserciti al di là del dovuto» (p. 245).

Libro V, 104, 7: Cartaginesi e Romani, nella visione dell’etolo Agelao di Naupatto, si contendono il dominio del mondo: «Se [Filippo V di Macedonia] cercava imprese da compiere, lo invitava a volgere lo sguardo a occidente e a prestare attenzione alle guerre scoppiate in Italia, per tentare, dopo aver agito da osservatore prudente, di contendere al momento opportuno il diritto al dominio universale» (p. 245).

Libro V, 108, 9: sincronismo tra la riconquista delle città dell’Illiria da parte di Filippo V e l’inverno di Annibale Barca a Gerunio: «Concluse queste operazioni [Filippo V] lasciò andare le truppe nei quartieri d’inverno. Questo era l’inverno [217/216 a.C.] in cui Annibale, dopo aver devastato le più importanti regioni d’Italia, si apprestava a svernare nei pressi di Gerunio [Geronio], in Daunia» (p. 255).

Libro VI, 47, 9: Polibio confronta la repubblica di Platone con quelle di Roma, Sparta e Cartagine: «…parlare di essa , confrontandola con le costituzioni degli Spartani, dei Romani e dei Cartaginesi, farebbe lo stesso effetto che si esponesse una statua e la si confrontasse con persone, che sono vive e respirano» (p. 373).

Libro VI, 51, 1-8: il sistema politico cartaginese a confronto con quello romano: «Quanto al sistema politico cartaginese, mi sembra che in origine sia stato ben strutturato, almeno nelle ripartizioni fondamentali. C’erano, infatti, presso di loro dei re [i sufeti], il Senato esercitava un’autorità di tipo aristocratico e il popolo aveva il controllo nell’ambito che gli competeva: in altre parole, la composizione dell’insieme era simile a quella realizzata dai Romani e dagli Spartani. Tuttavia, ai tempi in cui intrapresero la guerra annibalica, il sistema politico dei Cartaginesi era peggiore, migliore, invece, quello dei Romani. Poiché in ogni corpo, in ogni costituzione, in ogni azione ci sono, secondo natura, una crescita, poi un momento culminante e infine un declino, ed è nel momento culminante che essi danno il meglio di sé sotto tutti i punti di vista, ecco la ragione per cui allora i due sistemi politici erano in condizioni diverse tra loro. Come lo stato dei Cartaginesi divenne potente e prospero prima di quello dei Romani, infatti, così Cartagine era allora in declino, mente Roma proprio allora conosceva la sua massima fioritura, almeno nella struttura costituzionale. Perciò a Cartagine il popolo aveva già rilevato il potere maggiore delle deliberazioni, mentre a Roma lo esercitava ancora il Senato. Quindi, poiché presso gli uni deliberavano i più, presso gli altri i migliori, le decisioni di Romani in materia di affari pubblici erano più efficaci. Così, dopo aver subìto disastri su tutta la linea alla fine prevalsero sui Cartaginesi nella guerra grazie alla bontà delle loro decisioni» (pp. 379-81).

Libro VI, 52, 1-10: il confronto tra il sistema politico cartaginese e quello romano in rapporto alle guerre: «Negli aspetti particolari, come per esempio nelle operazioni di guerra, i Cartaginesi, com’è naturale, sono meglio esercitati e preparati per quelle sul mare, poiché questa pratica è per loro tradizionale fin dai tempi antichi ed essi fanno vita di mare più di tutti i popoli; nelle operazioni di terra, invece, i Romani sono assai meglio esercitati di Cartaginesi. Essi infatti dedicano a queste ogni loro sforzo, mentre i Cartaginesi trascurano del tutto le forze di fanteria e a quelle di cavalleria riservano solo poca attenzione. La ragione è nel fatto che essi impiegano truppe straniere e mercenarie, i Romani, invece, truppe indigene e cittadine. Così anche in quest’ambito questo stato merita maggiore approvazione di quello: mentre l’uno, infatti, ripone sempre le speranze di libertà nel coraggio dei mercenari, l’altro – quello dei Romani – le ripone nel valore dei propri uomini e nel soccorso degli alleati. Perciò anche quando all’inizio hanno la peggio, i Romani riescono a riscattarsi completamente, al contrario dei cartaginesi. Essi, infatti, poiché si battono per difendere la patria e i figli, non possono mai arrestare il loro impeto, ma continuano a lottare all’ultimo respiro finché non hanno il sopravvento sui nemici. Perciò anche nelle forze navali i Romani, pur essendo di molto inferiori quanto a esperienza, come ho già detto in precedenza, ottengono pieni successi grazie al valore degli uomini; sebbene la pratica nautica sia non poco importante nei combattimenti sul mare, infatti, è tuttavia il coraggio degli uomini a bordo ad avere un peso determinante per la vittoria» (pp. 381-83).

Libro VI, 56, 1-5: confronto delle consuetudini sui mezzi di guadagno presso i Cartaginesi e presso i Romani: «Anche i costumi e le consuetudini che regolano l’acquisizione del guadagno fra i Romani sono migliori di quelli adottati dai Cartaginesi. Presso questi ultimi, infatti, nessun mezzo che comporti un profitto è vergognoso, mentre a Roma nulla è più vergognoso che lasciarsi corrompere con doni e trarre vantaggi da mezzi indegni: quanto considerano onorevole il guadagno ottenuto in piena onestà, infatti, tanto biasimano l’avidità di ottenere profitti con mezzi proibiti. Eccone una prova: fra i Cartaginesi si ottengono le cariche praticando palesemente la corruzione, mentre fra i Romani questo reato è punito con la morte. Quindi, poiché i due stati offrono premi opposti per la virtù, è naturale che anche i mezzi per raggiungerli siano ben diversi nei due casi» (pp. 387-89).

Il sepolcreto di Canne Fontanella.
Il sepolcreto di Canne Fontanella.

Libro VI, 58, 2-5: Annibale Barca concede, dopo un giuramento, ad un’ambasceria di prigionieri romani di tornare in patria per discutere il loro riscatto: «Annibale, dopo che, superati i Romani nella battaglia di Canne, ebbe nelle sue mani gli ottomila uomini che presidiavano il campo, tutti catturati vivi, concesse loro di mandare inviati a casa a trattare il riscatto e la salvezza. Dopo che essi ebbero designato i dieci uomini più illustri, egli fece loro giurare che sarebbero tornati a lui e li lasciò andare. Uno dei prescelti, mentre ormai stava uscendo dal campo, disse di aver dimenticato qualcosa e tornò indietro, e ripartì dopo aver preso quello che aveva lasciato, credendo, poiché era tornato indietro, di aver mantenuto la parola e sciolto il giuramento. Essi giunsero a Roma, dove pregavano e scongiuravano il Senato di non rifiutare ai prigionieri la salvezza, ma di permettere che ciascuno, dietro il pagamento di tre mine, fosse riconsegnato sano e salvo ai propri familiari. Aggiunsero che era Annibale a concederlo» (pp. 393-95).

Libro VI, 58, 9-11: il piano di Annibale Barca è compreso dal Senato di Roma, che rifiuta le proposte: «…ma, comprendendo il piano di Annibale (con quell’azione egli voleva procurarsi denaro in abbondanza e allo stesso tempo privare gli avversari del desiderio di farsi onore in battaglia, dando ad intendere che agli sconfitti restava comunque una speranza di salvezza, furono tanto lontani dall’esaudire ogni richiesta da non attribuire maggiore importanza né alla pietà per i congiunti, né ai vantaggi che avrebbero ricavato da quegli uomini: anzi resero vani i calcoli e le speranze di Annibale rifiutando il riscatto per gli uomini, mentre a se stessi imponevano la legge di vincere o morire combattendo, poiché in caso di sconfitta non avevano nessun’altra speranza di salvezza» (pp. 395-97).

Libro VI, 58, 12-13: i Romani rimandano in catene ad Annibale Barca il prigioniero dell’ambasceria che si riteneva, con l’inganno, sciolto dal giuramento: «Perciò, con questo proposito, inviarono i nove legati che tornavano indietro volontariamente, nei termini del giuramento, e legarono e riconsegnarono ai nemici quello che aveva cercato con un sotterfugio di sciogliere il giuramento: così Annibale, anziché gioire per aver sconfitto in battaglia i Romani, si perse d’animo, impressionato dalla fermezza e dalla grandezza d’animo di quegli uomini nelle loro decisioni» (p. 397).

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Testo di riferimento: Polibio, Storie. A cura di Domenico Musti (Libri VII-XI). Volume quarto. Nota biografica di Domenico Musti, traduzione di Manuela Mari, note di John Thornton. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2002.

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Libro VII, 2, 1-6: Annibale Barca accoglie gli ambasciatori del re Geronimo di Siracusa e manda con loro in Sicilia Annibale il Cartaginese: «Egli [Ieronimo, quindicenne tiranno di Siracusa dal 215 al 214 a.C.], designati Policleto di Cirene e Filodemo di Argo, li inviò in Italia, avendo dato loro istruzioni di discutere di una collaborazione con i Cartaginesi, e allo stesso tempo mandò anche i fratelli ad Alessandria. Annibale accolse cordialmente Policleto e Filodemo, prospettando molte speranze per il ragazzo, e rimandò indietro in fretta gli ambasciatori e con loro, il cartaginese Annibale [Geus, Hannibal, 12, p. 95], che era allora trieraro, e Ippocrate e il fratello più giovane di quest’ultimo, Epicide, siracusani. Questi uomini già da parecchi tempo militavano con Annibale, risiedendo presso i Cartaginesi poiché il loro nonno, che aveva fama di aver ucciso Agatarco, uno dei figli di Agatocle, era andato via da Siracusa in esilio. All’arrivo di costoro a Siracusa, avendo Policleto e il compagno riferito in merito alla loro ambasceria e il cartaginese discusso secondo le istruzioni ricevute da Annibale, Ieronimo fu subito pronto a fare causa comune con i Cartaginesi; disse che Annibale – quello venuto presso di lui – doveva partire subito per Cartagine, e promise di mandare con lui propri inviati a discutere con i Cartaginesi» (p. 23).

Libro VII, 4, 1-9: trattato di alleanza tra i Cartaginesi e Geronimo di Siracusa: «Ieronimo, designati Agatarco, Onesigene ed Ippocrate, li inviò con Annibale presso i Cartaginesi, avendo dato istruzioni di concludere i patti a condizione che i Cartaginesi lo soccorressero con forze terrestri e navali e che, dopo aver cacciato insieme i Romani dalla Sicilia, si spartissero l’isola in modo che confine tra le zone controllate dalle due parti fosse il fiume Imera, che divide l’intera Sicilia più o meno a metà. Costoro dunque, una volta giunti presso i Cartaginesi, discutevano di queste cose e agivano così, trovando in tutto il pronto consenso dei Cartaginesi; Ippocrate e il fratello, per parte loro, nei loro incontri con il ragazzo seppero affascinarlo, inizialmente descrivendo le marce di Annibale in Italia, il suo modo di schierare le truppe e le sue battaglie, e in seguito affermando che a nessuno più che a lui spettava il dominio su tutti i Sicelioti, in primo luogo perché egli era figlio di Nereide, la figlia di Pirro, l’unico che tutti i sicilioti, per scelta e di buon grado, avevano accettato come loro capo e re, e poi per il dominio esercitato dal nonno Ierone. E alla fine si conquistarono il giovinetto al punto che egli non prestava alcuna attenzione a nessun altro, poiché già per natura era instabile, e costoro gli avevano montato ulteriormente la testa; mentre Agatarco e i suoi compagni erano ancora impegnati in queste trattative a Cartagine, egli inviò altri ambasciatori, sostenendo che gli spettava il dominio sull’intera Sicilia, chiedendo ai Cartaginesi aiuto in Sicilia e promettendo loro a sua volta il proprio sostegno per le operazioni in Italia. I Cartaginesi, che erano ben consapevoli della totale instabilità e follia del ragazzo, ma ritenevano loro interesse, sotto molti aspetti, non trascurare la Sicilia, lo assecondavano in tutto; tuttavia, avendo già in precedenza preparato a loro volta navi e soldati, si apprestavano a trasportare le truppe in Sicilia» (pp. 25-29).

Libro VII, 9, 1-17: 215 a.C.: trattato d’alleanza tra Annibale Barca e Filippo V di Macedonia: «“Giuramento che stringono il comandante Annibale, Magone [Geus, Mago, 7, p. 88], Mircano [Geus, Myrkanos, p. 199]. Barmocaro [Geus, Barmokaros. p. 14], tutti i senatori cartaginesi che sono insieme a lui e tutti i Cartaginesi che militano insieme a lui, con Senofane di Atene, figlio di Cleomaco, ambasciatore che ha inviato presso di noi il re Filippo. Figlio di Demetrio, a nome suo, dei Macedoni e degli alleati, al cospetto di Zeus, di Era e di Apollo, al cospetto della divinità dei Cartaginesi, di Eracle e di Iolao, al cospetto di Ares, di Tritone, di Posidone, al cospetto di tutti gli dèi che reggono la Macedonia e il resto della Grecia, al cospetto di tutti gli dèi che sono nella spedizione, quanti presiedono a questo giuramento. Il comandante Annibale ha detto, e con lui tutti i senatori cartaginesi che sono con lui e tutti i Cartaginesi che militano con lui, che, come sembri bene a voi e a noi, stringiamo questo giuramento di nobile amicizia e benevolenza, da amici, parenti e fratelli: che siano preservati dal re Filippo, dai Macedoni e dagli altri Greci quanti sono loro alleati, i signori Cartaginesi, il comandante Annibale, quelli che sono con lui e quelli che sono soggetti ai Cartaginesi, quanti si servono delle stessi leggi, gli Uticensi, tutte le città e i popoli che obbediscono ai Cartaginesi, i soldati e gli alleati, tutte le città e tutti i popoli con cui noi abbiamo amicizia tra quelli dell’Italia, della Gallia e della Liguria, e tutti coloro con i quali avessimo amicizia e alleanza in questa terra. Anche il re Filippo, i Macedoni e i loro alleati tra gli altri Greci saranno preservati e protetti dai Cartaginesi che militano con noi, dagli Uticensi, da tutte le città che ci sono in Italia, in Gallia e in Liguria e da tutti gli altri che, in queste regioni d’Italia, dovessero diventare alleati. Non trameremo insidie gli uni contro gli altri, né tenderemo agguati gli uni agli altri; saremo nemici con tutto lo zelo e la buona intenzione, senza inganni né insidie, di quelli che fanno guerra ai Cartaginesi, con l’eccezione dei re, delle città e dei porti con i quali sussistono giuramenti e relazioni di amicizia. Anche noi saremo nemici di quelli che fanno guerra al re Filippo, con l’eccezione dei re, delle città e dei popoli con i quali sussistono giuramenti e relazioni d’amicizia. Sarete nostri alleati anche nella guerra che combattiamo contro i Romani, finché gli dèi non diano a noi e a voi il successo. Ci soccorrerete, secondo che lo richieda la necessità e come concorderemo. Una volta che gli dèi ci avranno assicurato il successo nella guerra contro i Romani e i loro alleati, se i Romani chiedessero di stringere un accordo di amicizia, lo stringeremo, in modo tale che la stessa amicizia ci sia con voi, e a condizione che non sia loro lecito intraprendere mai una guerra contro di voi e che i Romani non siano padroni di Corcira, Apollonia, Epidamno, Faro, Dimale, dei Partini e dell’Atintania. Essi renderanno a Demetrio di Faro quanti dei suoi si trovano nello stato romano. E se invece i Romani intraprendessero una guerra contro di voi o contro di noi, ci soccorreremo a vicenda nella guerra, secondo la necessità di ciascuna delle due parti. Allo stesso modo faremo se lo facesse qualcun altro, con l’eccezione dei re, delle città e dei popoli con i quali sussistono giuramenti e relazioni di amicizia. Qualora ci sembri bene togliere o aggiungere qualcosa a questo giuramento, lo toglieremo o lo aggiungeremo, così come sembri bene a entrambi”» (pp. 35-39).

Tetrobolo in argento del regno di Macedonia, in circolazione da Filippo V a Perseo (187-168 a.C.): g 2,41; D/ Testa di Menade a d., R/ ΜΑΚΕ ΔΟΝΩΝ, prua di galea a d.; a d., M.
Tetrobolo in argento del regno di Macedonia, in circolazione da Filippo V a Perseo (187-168 a.C.): g 2,41; D/ Testa di Menade a d., R/ ΜΑΚΕ ΔΟΝΩΝ, prua di galea a d.; a d., M.

Libro VIII, 1, 2-3: le ambiziose mire di Cartagine e Roma: «Chi, infatti, potrebbe non rimarcare come essi. Dopo aver intrapreso una guerra così impegnativa per il controllo dell’Italia e una non meno impegnativa per l’Iberia, quando entrambi avevano in queste, in egual misura, prospettive ancore incerte per il futuro e per il momento pericoli uguali a minacciarli, tuttavia non si accontentarono delle imprese che dovevano fronteggiare, ma entrarono in contesa anche per la Sardegna e per la Sicilia *** e tutto abbracciavano, non solo con le speranze, ma anche con i mezzi e con i preparativi?» (p. 61).

Libro VIII, 24, 4 – 25, 4: giovani Tarantini ricercano l’alleanza d’Annibale Barca: «Dapprima [i Tarantini], partiti dalla città come per fare una scorreria e avvicinandosi al campo cartaginese di notte, mentre altri restarono nascosti in un luogo boscoso lungo la strada. Filemeno e Nicone si accostarono al campo. Quando le guardie li presero, vennero condotti da Annibale, senza che dicessero né da dove venivano né chi erano, ma dichiarando solo che volevano incontrarsi con il comandante. Condotti subito da Annibale, gli dissero che volevano discutere in privato. Egli fu pronto a concedere il colloquio, ed essi gli fecero un resoconto delle loro condizioni e di quelle della patria, rivolgendo molte accuse di vario tenore ai Romani, per non dare l’impressione di imbarcarsi senza ragione nell’impresa che si proponevano. Annibale allora, dopo averli elogiati e aver benevolmente accolto la loro intenzione, li lasciò partire, con l’accordo che tornassero presto ad incontrarsi con lui. Per il momento li invitò, quando si fossero trovati a distanza sufficiente dal campo, a portare via i primi capi di bestiame che erano stati spinti fuori la mattina e gli uomini che erano con questi e ad andarsene senza timore, poiché egli stesso si sarebbe preoccupato della loro sicurezza. Faceva questo perché voleva concedersi il tempo di indagare su quei giovani e voleva garantire loro credibilità agli occhi dei concittadini, come se essi facessero le loro sortite a scopo di saccheggio in modo assolutamente onesto. Avendo Nicone e i suoi agito secondo le istruzioni, Annibale era lietissimo di aver trovato, sia pure con difficoltà, i mezzi per la progettata impresa, mentre Filomeno e i suoi erano ancor più incoraggiati all’azione, poiché il colloquio si era svolto al riparo da ogni rischio e avevano trovato Annibale ben disposto, e inoltre l’abbondanza del bottino aveva garantito loro sufficiente credibilità agli occhi dei loro concittadini. Perciò, venduto una parte del bottino e offrendo banchetti con il resto, non solo godevano della fiducia dei Tarantini, ma trovarono anche non pochi imitatori. Quando in seguito fecero una seconda sortita e svolsero le varie operazioni in modo analogo, dettero ad Annibale garanzie e ne ricevettero, a queste condizioni. I Cartaginesi avrebbero liberato i Tarantini, non avrebbero riscosso tributi in nessun modo né imposto alcun altro obbligo ai Tarantini, e, dopo che si fossero impadroniti della città, sarebbe stato loro consentito depredare le case e gli alloggi dei Romani. Stabilirono anche una parola d’ordine affinché le guardie li ammettessero subito nel campo ogni volta che arrivavano» (pp. 115-17).

Libro VIII, 25, 11 – 26, 4: il piano di Annibale in accordo con i giovani di Taranto: «…allora i giovani, che avevano scoperto che il comandante romano preposto alla città doveva stare un certo giorno sin dal mattino, con parecchi altri, nel cosiddetto Museo, vicino all’agorà, fissarono questo giorno con Annibale. Quest’ultimo da molto tempo aveva escogitato la scusa di essere malato, affinché i Romani non si meravigliassero nel sentire che si tratteneva parecchio tempo negli stessi luoghi; e tanto più finse la malattia in quel momento. Il suo accampamento distava tre giorni di cammino da Taranto. Quando il momento venne, dopo aver preparato tra i cavalieri e i fanti quelli più dotati per mobilità e audacia, il cui numero era di cica duemila, ordinò loro di prendere provviste per quattro giorni. Partì di prima mattina e marciò a tappe forzate…» (pp. 119-21).

Libro VIII, 26, 7-10: Annibale Barca riunisce i suoi ufficiali e dà loro particolari disposizioni: «Riuniti gli ufficiali, non rivelò loro completamente il suo piano, ma li esortò semplicemente, in primo luogo, a comportarsi tutti da uomini valorosi, poiché mai erano stati loro offerti premi più grandi; in secondo luogo a tenere ciascuno uniti, nella marcia, gli uomini ai suoi ordini e a rimproverare duramente coloro che in qualunque modo uscivano fuori dalla propria schiera; infine a prestare attenzione agli ordini e a non fare nulla di loro iniziativa fuori dalle disposizioni date. Dopo aver detto ciò e aver congedato gli ufficiali, fece muovere l’avanguardia appena fu buio, desiderando raggiungere le mura verso mezzanotte, avendo per guida Filemeno, cui aveva procurato un cinghiale per l’uso già stabilito» (p. 121).

Libro VIII, 28, 1-4: gli accordi di Annibale Barca con i giovani di Taranto: «Questi erano gli accordi stretti dai giovani con i Cartaginesi. Annibale, una volta raggiunta la città sul lato interno, quello rivolto ad oriente, in direzione delle porte chiamate Temenidi, doveva accendere un fuoco sulla tomba detta da alcuni di Giacinto, da altri di Apollo Giacinto. Tragisco e i suoi, quando avessero visto questo fatto, dall’interno dovevano ricambiare il segnale col fuoco. Una volta compiuto ciò. Annibale doveva spegnere il fuoco e far marciare i suoi uomini al passo in direzione della porta» (p. 125).

Libro VIII, 29, 1-4: Annibale Barca appresta più piani per la buona riuscita dell’impresa: «L’ingresso in città, secondo il piano, avvenne senza rischi e in assoluta tranquillità, convinto che la parte maggiore dell’impresa gli fosse riuscita, in seguito avanzava senza timore verso l’agorà, lungo la via larga che risale dalla via Bateia; lasciava però i cavalieri, non meno di duemila, fuori dalle mura, desiderando servirsene come copertura contro le apparizioni dei nemici dall’esterno e gli imprevisti che possono accadere in simili imprese. Quando si fu avvicinato alla zona dell’agorà, fece fermare l’esercito in marcia, e restò in ansiosa attesa di Filemeno, temendo per la riuscita di questa parte dell’impresa. Nel momento in cui si accingeva, dopo aver appiccato il fuoco. A muovere verso le porte. Infatti, aveva mandato fuori anche Filomeno, con un cinghiale su una lettiga e circa mille Libî, verso la porta vicina, volendo che, secondo il proposito iniziale, la loro impresa non fosse legata solamente a una, ma a più speranze di successo» (p. 127).

Libro VIII, 31, 3-6: Annibale Barca riunisce tutti i Tarantini che non si erano impegnati con i Romani, nell’agorà e dà loro disposizioni affinché i Cartaginesi risparmino le loro case dal saccheggio: «Allora tutti i Tarantini che si erano impegnati in favore dei Romani, compreso l’accaduto, si ritiravano nella rocca; gli altri si radunavano secondo il bando, senza armi, e a loro Annibale parlò in tono amichevole. I Tarantini manifestarono unanime consenso per ogni sua parola, poiché quella speranza era del tutto inattesa, ed egli allora congedò la folla, dando ordine che ciascuno tornasse in fretta a casa e scrivesse sulla porta “di un Tarantino”. Per chi avesse scritto la stessa cosa su un alloggio romano fissò la pena di morte. Scelti tra i suoi ufficiali gli uomini più adatti, li mandò a saccheggiare le case dei Romani, avendo dato loro l’indicazione di considerare nemiche quelle senza la scritta, e mantenendo gli altri uomini in ordine schierato, a copertura di questi» (p. 133).

Libro VIII, 32, 2-6: Annibale Barca decide, in assemblea con i Tarantini, di costruire una palizzata per separare la città dalla rocca: «…allora i Cartaginesi bivaccarono in armi, mentre il giorno seguente Annibale tenne consiglio con i Tarantini e decise di separare con un muro la città dalla rocca, affinché nessuna minaccia venisse più ai Tarantini dai Romani che occupavano l’acropoli. Per prima cosa intraprese la costruzione di una palizzata in posizione avanzata, parallela al muro dell’acropoli e al fossato che stava avanti ad esso. Ben sapendo, però, che i nemici non lo avrebbero permesso, ma avrebbero cercato di dare lì una qualche dimostrazione della loro forza, tenne pronte le sue truppe più idonee, pensando che in futuro nulla fosse più necessario che impressionare i Romani e dar coraggio ai Tarantini. Non appena posero la prima palizzata, poiché i Romani attaccarono i nemici con un coraggio temerario, Annibale, dopo un breve scontro e dopo aver provocato gli attacchi di costoro, quando i più si spinsero all’esterno del fossato, dette l’ordine ai suoi uomini e attaccò i nemici. La battaglia fu dura, perché lo scontro aveva luogo in uno spazio ridotto e cinto di fortificazioni: alla fine i Romani furono cacciati e messi in fuga» (pp. 133-35).

Libro VIII, 33, 4-7: Annibale Barca rinforza la difesa di Taranto con un fossato: «In seguito, a poca distanza dalla palizzata in direzione della città, [Annibale] fece scavare un fossato parallelo alla palizzata e al muro della rocca; poiché questa volta la terra veniva ammucchiata lungo questo fossato sulla sponda rivolta verso la città, e poiché, inoltre, era stato costruita su di esso anche un’altra palizzata, la sicurezza che ne risultava non era molto inferiore a quella garantita da un muro. Lasciando lungo questo fossato, all’interno, ancora in direzione della città, un intervallo adeguato, intraprese la costruzione di un muro, iniziando dalla via Soera fino a quella detta Bateia, in modo che anche senza uomini la sola solidità degli apparati difensivi bastasse a garantire la sicurezza dei Tarantini» (pp. 135-37).

Libro VIII, 34, 1-6: Annibale Barca fa presente ai Tarentini l’importanza di assumere il controllo del mare: «Quando aveva ormai completato i preparativi per l’assedio, l’arrivo per mare di soccorsi alla rocca venuti da Metaponto ridette un po’ di coraggio ai Romani, che di notte assalirono le opere d’assedio e distrussero tutto l’apparato di opere e macchinari. Dopo questo fatto Annibale rinunciò ad assediare la rocca, ma, essendo stata ormai completata la costruzione del muro, radunò i Tarantini e mostrò loro come fosse della massima importanza, nelle circostanze presenti, cercare di controllare il mare. Poiché la rocca dominava la zona di accesso al porto, infatti, come ho già detto in precedenza, i Tarantini non potevano in alcun modo servirsi delle navi né uscire dal porto, mentre ai Romani veniva portato via mare, senza rischi, ciò di cui aveva bisogno: finché le cose stavano così non era possibile che la città fosse mai liberata stabilmente. Considerando questa situazione, Annibale spiegava ai Tarantini che, se agli uomini che occupavano la rocca fosse stata impedita la speranza di aiuti via mare, subito quelli, arrendendosi spontaneamente, l’avrebbero lasciata e avrebbero consegnato il luogo. Nel sentire le sue parole, i Tarantini erano d’accordo; d’altra parte, non riuscivano assolutamente a capire come ciò sarebbe potuto accadere in quelle circostanze, a meno che non fosse apparsa una flotta inviata dai Cartaginesi, cosa impossibile in quel momento [poiché la flotta punica era impegnata a Siracusa]» (pp. 137-39).

Didramma in argento di Taranto emesso durante l'occupazione annibalica, tra il 213/212 e il 209 a.C.
Didramma in argento di Taranto emesso durante l’occupazione annibalica, tra il 213/212 e il 209 a.C.

Libro VIII, 34, 9-12: i Tarantini ammirano il progetto di Annibale Barca che prevedeva il trasporto delle navi via terra: «[Annibale] aveva constatato che era facile da sistemare la via larga che si trovava all’interno del muro divisorio e conduceva dal porto al mare esterno lungo tale muro, e pensava di trasportare per quella via le navi dal porto al lato meridionale. Perciò non appena espose il piano ai Tarantini, essi non solo furono d’accordo con le sue parole, ma provarono anche grandissima ammirazione per l’uomo e pensarono che nulla potesse sconfiggere la sua intelligenza e la sua audacia. Essendo stati rapidamente costruiti mezzi di trasporto forniti di ruote, l’opera fu completata all’istante, poiché buona volontà e abbondanza di braccia cooperarono insieme a realizzare il progetto. I Tarantini dunque, trascinate in questo modo via terra le navi nel mare esterno, assediavano senza correre rischi gli uomini della rocca, ai quali avevano sottratto il soccorso dall’esterno» (pp. 139-41).

Libro IX, 3, 1-3: primavera del 211 a.C.: Annibale Barca cerca invano di ingaggiare battaglia contro i Romani che assediavano Capua: «Annibale, circondando da ogni lato il campo di Appio, dapprima ingaggiava scaramucce e stuzzicava i nemici, che voleva provocare a battaglia, ma poiché nessuno cedeva alla sua provocazione, alla fine accadeva qualcosa di simile a un assedio: i cavalieri si portavano all’assalto in squadroni e lanciavano dardi nel campo, gridando, e i fanti attaccavano divisi per reparti e tentavano di demolire lo steccato. Tuttavia neppure così riusciva a smuovere i Romani dal loro proposito…» (pp. 153-55).

Libro IX, 3, 9 – 4, 1-2: Polibio individua nella cavalleria d’Annibale Barca ogni motivo di vittoria o di sconfitta: «A me sembra che abbia contribuito alla condotta dei due schieramenti il fatto – da entrambi constatato – che il corpo dei cavalieri di Annibale fosse la causa sia delle vittorie cartaginesi, sia delle sconfitte romane… L’esercito romano non aveva infatti il coraggio di uscire in battaglia per timore dei cavalieri nemici, ma restava nell’accampamento senza paura, ben sapendo che così sarebbe stata per loro innocua la cavalleria dalla quale era sconfitto in battaglia» (p. 137).

Libro IX, 4, 3-8: la difficoltà della situazione spinge Annibale Barca ad elaborare un piano per liberare Capua dall’assedio: « I Cartaginesi, a loro volta, com’era logico, non potevano restare accampati con la cavalleria troppo a lungo, poiché i Romani proprio a tale scopo avevano distrutto tutti i pascoli della regione vicina e non era possibile procurare foraggio o orzo a tanti cavalli e a tante bestie da soma trasportandolo a dorso di mulo da lunga distanza; né d’altra parte osavano accamparsi nelle vicinanze senza i cavalieri e assediare in nemici, che si difendevano dietro una palizzata e un fossato e contro i quali anche un combattimento in condizioni di parità era per loro, senza i cavalieri, di esito incerto. Inoltre, temevano anche che i consoli di nuova nomina [i consoli del 211 a.C., Gneo Fulvio Centumalo Massimo e Publio Sulpicio Galba Massimo], una volta arrivati, si accampassero di fronte a loro e creassero loro serie difficoltà privandoli del conforto dei rifornimenti. Annibale, da ciò concludendo che era impossibile sciogliere l’assedio con la forza, cambiò parere. Pensò che se avesse marciato di nascosto e fosse apparso improvvisamente nella zona di Roma, avrebbe forse ottenuto qualche utile risultato anche nei confronti della città, di cui avrebbe spaventato gli abitanti con quella mossa a sorpresa: altrimenti, avrebbe almeno costretto Appio o a togliere l’assedio, per affrettarsi a portare soccorso alla patria, o a dividere l’esercito, rendendo così vulnerabili sia il contingente di soccorso, sia gli uomini lasciati indietro» (pp. 157-59).

Libro IX, 5, 1-3, 6-9: Annibale Barca mette in atto il suo piano incoraggiando gli abitanti di Capua alla resistenza: «Formulato questo piano, inviò un messaggero a Capua: persuase uno dei Libî a disertare in favore dei Romani e ad andare nel campo di Romani, non senza preoccuparsi della sicurezza della lettera. Poiché era molto in ansia al pensiero che i Capuani, vedendolo partire e confusi all’idea di aver perso ogni speranza, si arrendessero ai Romani. Perciò mise per iscritto il progetto che era dietro la sua partenza e inviò il libico, affinché quelli, ben informati sulle sue intenzioni e sul suo allontanamento, sostenessero l’assedio con coraggio…I Capuani, ricevuta la lettera dal libico e venuti a conoscenza del progetto cartaginese, restarono fermi sulle loro posizioni, decisi a tentare ancora questa possibilità. Annibale, il quinto giorno dopo l’arrivo, consumato il pasto, lasciò i fuochi accesi e levò il campo in modo che nessuno dei nemici comprendesse quello che stava accadendo. Con una marcia rapida e ininterrotta attraversò il Sannio. Sempre esplorando e occupando per primo con le avanguardie le zone lungo la strada, mentre a Roma erano ancora con il pensiero a Capua e a quello che succedeva lì, e senza essere notato attraversò il fiume Aniene e arrivò vicino alla città, tanto da accamparsi a una distanza di non più di quaranta stadi da Roma» (pp. 159-61).

Libro IX, 6, 8-9: Annibale Barca rinuncia ad assalire Roma: «I Cartaginesi, infatti, dapprima mossero all’attacco, non avendo perso del tutto la speranza di prendere Roma con la forza; ma avendo visto i nemici schierati, e informati ben presto dell’accaduto da un prigioniero, rinunciarono al disegno di attaccare la città, e saccheggiarono la campagna, percorrendola in lungo e in largo, e incendiarono le case. Inizialmente, dunque, razziarono e ammassarono nel campo una quantità incalcolabile di bottino, poiché erano giunti in un territorio di caccia in cui nessuno pensava che un nemico sarebbe mai arrivato» (pp. 161-62).

Libro IX, 7, 5: capacità dei Numidi di operare in ogni luogo: «[Publio] non riuscì, in effetti, ad ottenere alcun risultato decisivo, per il gran numero dei cavalieri e per la capacità dei Numidi di rendersi utili su ogni terreno, ma comunque sottrasse ai nemici una parte notevole di bottino e ne uccise circa trecento, per poi ritirarsi per il momento nel campo» (p. 163).

Libro IX, 8, 1: Polibio loda il valore e l’impegno in guerra dei Romani e dei Cartaginesi: «Credo che sia giusto cogliere quest’occasione per sottolineare il valore e l’ambizione in guerra sia dei Cartaginesi sia dei Romani» (p. 165).

Libro IX, 8, 13 – 9, 1-5: Polibio paragona Annibale Barca al tebano Epaminonda: «Perciò a buon diritto gli storici lamentano quelle imprese, sostenendo che il capo fece tutto quello che deve fare un buon stratega, e che Epaminonda fu superiore ai suoi avversari, ma fu battuto dalla fortuna. Lo stesso si potrebbe dire di Annibale. Egli infatti tentò, attaccando i nemici di sciogliere l’assedio con una serie di combattimenti parziali; fallito questo attacco, mosse contro la stessa Roma; poi, non avendo raggiunto il suo obiettivo per disavventure accidentali, tornò nuovamente indietro e fece strage dei nemici che lo seguivano, e attese di vedere, secondo ragione, se quelli che assediavano Capua si sarebbero spostati; da ultimo, senza rinunciare al suo piano, arrivò improvviso a colpire i nemici e quasi bandì dalla loro città i Reggini; chi potrebbe non lodare e ammirare per questi motivi quel comandante?» (pp. 167-69).

Libro IX, 9, 9-10: Polibio individua i destinatari della sua opera: «Ho detto questo non tanto per elogiare i Romani o i Cartaginesi – che ho già lodato più volte –, ma piuttosto per chi si trova a capo degli uni e degli altri e per chi in futuro dirigerà in qualunque luogo gli affari pubblici, affinché, richiamando alcune cose alla memoria e avendone altre ben presenti, imitino simili imprese. Non si deve infatti evitare tutto quello che apparentemente ha in sé qualcosa di temerario e rischioso ma di fatto contiene, al contrario, un’intraprendenza al riparo da rischi, una mirabile inventiva, un’inclinazione nobile e degna di essere ricordata, e questo sia in caso di successo che di insuccesso, purché ciò che si fa sia fatto con giudizio» (p. 169).

Libro IX, 11, 1-4: Polibio individua nella condotta dei Cartaginesi la causa della loro sconfitta: «I comandanti cartaginesi, che avevano avuto ragione degli avversari [Asdrubale, figlio di Giscone e i due fratelli di Annibale Barca, Asdrubale e Magone], non riuscivano ad aver ragione di se stessi, e, credendo di essersi liberati della guerra contro i Romani, erano in contrasto tra loro, sempre in urto per l’avidità e il desiderio di potere che sono innati nei Fenici. Asdrubale, figlio di Giscone [Geus, Hasdrubal, 8, pp. 143-48], che era fra questi, approfittando della propria autorità, giunse a tanta malvagità che cercò di estorcere una grossa somma di denaro al più fedele degli amici in Iberia, Andobale [re degli Ilergeti], che da molto tempo aveva perduto il potere per mano dei Cartaginesi ma lo aveva appena recuperato grazie al favore mostrato nei loro confronti. Poiché costui non gli prestò ascolto, in quanto si faceva forte della propria passata lealtà verso i Cartaginesi, egli gli mosse una falsa accusa e costrinse Andobale a dare le sue figlie in ostaggio» (pp. 172-75).

Gli Ilergeti occupano la Ilerda, regione della Hispania Citerior.
Gli Ilergeti occupano la Ilerda, regione della Hispania Citerior.

Libro IX, 22, 1-6: centralità della figura di Annibale Barca nella direzione delle azioni militari in Italia, in Iberia, in Grecia, in Illiria: «Degli eventi che accadevano alle due parti, intendo dire ai Romani e ai Cartaginesi, era causa un solo uomo e una sola mente, cioè Annibale. Non c’è dubbio infatti che fosse lui a dirigere le operazioni in Italia, e quelle in Iberia attraverso il più anziano dei suoi fratelli, Asdrubale [Geus, Hasdrubal, 6, pp. 136-42], e in seguito attraverso Magone [Geus, Mago, 6, pp. 181-87]: furono questi a uccidere entrambi i generali romani in Iberia [Publio e Gneo Cornelio Scipione]. Inoltre trattava gli affari di Sicilia inizialmente attraverso [il siracusano d’origine, e cartaginese di nascita] Ippocrate, poi attraverso il libico Mittono. Allo stesso modo agiva anche in Grecia e in Illiria: e con la minaccia incombente da queste regioni, grazie al suo accordo di collaborazione con Filippo [V], spaventava e distraeva i Romani. Così sono una grande e mirabile creazione della natura un uomo e una mente che, per struttura originaria, si accordino alla perfezione a qualunque opera umana intraprendano» (pp. 193-95).

Libro IX, 22, 7-8; 24, 2-8: Polibio ricorda il carattere di Annibale Barca; il peso dei consigli dei suoi collaboratori nelle decisioni prese e il rifiuto di prevedere il cannibalismo: «Poiché lo stato delle cose ci ha indotto a soffermare l’attenzione sulla natura di Annibale, mi sembra che il momento imponga di illustrare, tra le sue caratteristiche peculiari, quelle maggiormente discusse. Alcuni ritengono che egli sia stato crudele all’eccesso, altri che sia stato avido di denaro. Non è facile dire il vero su di lui e sulle persone coinvolte negli affari pubblici…affrontò infatti circostanze straordinarie e complesse ed ebbe amici, a lui vicinissimi, dalle caratteristiche molto diverse, sicché è sin troppo difficile cogliere la sua natura dalle imprese compiute in Italia È facile valutare l’influenza delle circostanze sia da quanto si è già detto, sia da quanto si dirà in seguito, ma non è il caso di tralasciare l’influenza degli amici, specialmente perché con l’esempio di un solo parere è possibile farsi un’idea abbastanza chiara della cosa. Nel periodo in cui Annibale progettava di preparare con le truppe la marcia dall’Iberia in Italia, e si preannunciavano enormi difficoltà per i viveri e la disponibilità di rifornimenti per le truppe, dato che il viaggio sembrava costituire un’impresa impossibile sia per la sua lunghezza, sia per il gran numero e la ferocia dei barbari che abitavano nelle zone da attraversare, allora sembra che, di fronte alle perplessità che spesso emergevano nel sinedrio su questo argomento, uno degli amici, Annibale detto Monomaco [Geus, Hannibal, 10, p. 94], espresse il parere secondo cui gli si presentava una sola via che consentisse di arrivare in Italia. Quando Annibale lo invitò a parlare, disse che bisognava addestrare e abituare le truppe a mangiare carne umana. Annibale non poté dire nulla contro l’audacia e l’efficacia dell’idea, ma non poté persuadere né se stesso né gli amici a tener conto della cosa. Dicono che gli atti di crudeltà attribuiti ad Annibale in Italia furono opera di quest’uomo e, in misura non minore, delle circostanze» (pp. 195-99).

Libro IX, 25, 1-6: l’avidità di denaro di Annibale Barca e dei Cartaginesi: «[Annibale] avido di denaro, in effetti, sembra lo sia stato in misura straordinaria, e sembra abbia avuto per amico l’avido Magone [Geus, Mago, 15. pp. 191-92], che amministrava la Brettia. Ho ottenuto questa informazione dagli stessi Cartaginesi – gli abitanti di un paese, infatti conoscono benissimo non solo la direzione dei venti, come dice un proverbio, ma anche il carattere della gente del luogo – inoltre l’ho ascoltato con maggior dettagli da Massinissa, che portava prove su tutti i Cartaginesi in generale, soprattutto sull’avidità di denaro di Annibale e di Magone detto il Sannita [Geus, Mago, 10, pp. 189-90]. Tra l’altro disse che costoro, che avevano partecipato insieme con grande valore alle stesse imprese sin dalla prima giovinezza e avevano conquistato entrambi molte città in Iberia e molte in Italia, alcune di forza, altre per resa, non avevano mai partecipato insieme a una stessa azione, ma esercitavano il comando più uno contro l’altro che contro i nemici, per evitare che l’uno fosse presente insieme all’altro all’occupazione di una città, così da non entrare in contrasto per tali motivi e non spartirsi il guadagno, dato che occupavano una posizione di pari livello» (pp. 199-201).

Libro IX, 26, 1-11: il consiglio degli amici e le circostanze influiscono, in peggio, sulle scelte di Annibale Barca, considerato venale dai Cartaginesi e crudele dai Romani: «Che la natura di Annibale venisse forzata e modificata spesso, non solo dal suggerimento degli amici, ma, ancor più, dalle circostanze, risulta evidente sia da quanto ho già detto, sia da quanto sto per dire. Non appena Capua finì nelle mani dei Romani, subito le città furono, come è naturale, in fermento, e si guardavano intorno alla ricerca di occasioni e pretesti per passare ai Romani: appunto allora sembra che Annibale, nella massima difficoltà, si sia trovato a disagio nell’affrontare la situazione. Non poteva infatti sorvegliare tutte le città, che si trovavano a grande distanza tra loro, visto che era fermo in un solo posto, mentre i nemici gli muovevano contro con parecchi eserciti, né era in grado di dividere in molte parti il proprio esercito. Sarebbe stato infatti facile da vincere per i nemici, sia per l’inferiorità nel numero degli uomini, sia perché non poteva essere presente personalmente ovunque. Perciò era costretto ad abbandonare apertamente alcune città e a far uscire da altre i presìdi, nel timore di veder sterminati i suoi soldati in coincidenza con i mutamenti nella politica di queste. Con altre ancora osò anche tradire i patti, facendo spostare gli abitanti in altre città e facendone saccheggiare i beni. Irritati per queste ragioni, gli uni lo accusavano di empietà, gli altri di crudeltà. E infatti, oltre a quanto si è detto, erano commessi furti di ricchezze, omicidi e atti violenti con ogni pretesto, sia dai soldati che uscivano, sia da quelli che entravano nelle città, poiché ciascuno supponeva che quelli che restavano sarebbero passati ben presto dalla parte dei nemici. Di conseguenza, è assai difficile definire la natura di Annibale, per il ruolo avuto sia dai suggerimenti degli amici, sia dalle circostanze. Di certo però prevale fra i Cartaginesi la sua fama di avidità, fra i Romani quella di crudeltà» (pp. 201-203).

Libro X, 6, 3-5: Scipione denuncia gli errori compiuti dai Cartaginesi: «[Scipione] aggiunse che entrambe le cose accadevano ora ai nemici: erano infatti accampati separatamente, a grande distanza gli uni dagli altri, e per giunta, trattando gli alleati con tracotanza, se li erano alienati e inimicati tutti, Disse che perciò alcuni si stavano già mettendo in contatto con loro, mentre gli altri, se avessero preso coraggio e li avessero visti attraversare il fiume, sarebbero subito venuti con piacere, non tanto perché ben disposti verso di loro, ma piuttosto nel desiderio di vendicarsi dell’arroganza dei Cartaginesi nei loro confronti; e soprattutto, disse, i capi nemici, in contrasto fra loro, non sarebbero stati disposti a combattere uniti contro di loro, e combattendo divisi erano facili da vincere» (p. 253).

Libro X, 7, 4 – 8, 3: le informazioni raccolte da Scipione sui Cartaginesi e su Cartagena: «[Scipione] una volta arrivato in Iberia, poi, mettendo tutti in movimento e raccogliendo da ciascuno notizie sui nemici, scoprì che le forze cartaginesi erano state divise in tre parti…Sentì, in primo luogo, che essa – sola [Cartagena], forse, tra le città dell’Iberia – aveva un porto per una flotta e forze navali e si trovava al tempo stesso in posizione assai favorevole per i Cartaginesi per la navigazione della Libia e l’attraversamento in mare aperto; poi, che i Cartaginesi tenevano in questa città una gran quantità di ricchezze e tutti i bagagli delle truppe, nonché gli ostaggi da tutta l’Iberia» (pp. 255-57).

Libro X, 10, 1 – 11, 4: la posizione di Cartagena: «Cartagena si trova al centro della costa dell’Iberia, in un golfo che piega nella direzione del vento di sud-ovest; la profondità del golfo è di circa venti stadi, la larghezza, all’ingresso, di circa dieci; l’intero golfo ha caratteristiche di porto, per la seguente ragione. Alla sua imboccatura si trova un’isola, che lascia da entrambe le parti un piccolo accesso al golfo. Poiché questa rallenta le onde del mare aperto, l’intero golfo si mantiene calmo, tranne quando i venti di sud-ovest, irrompendo in entrambi gli accessi, sollevano marosi. Si trova, però, al riparo dagli altri venti grazie alla terraferma che lo circonda. Nella parte più interna del golfo si staglia un monte che forma una sorta di penisola, e su di esso si trova la città, circondata dal mare a oriente e a mezzogiorno, e a occidente da una palude che occupa anche la parte rivolta a settentrione, sicché il restante spazio fino al mare sull’alto lato, che congiunge la città alla terraferma, non supera i due stadi. La città vera e propria è posta in una conca: nel lato meridionale presenta dal mare un accesso su terreno pianeggiante; per il resto è circondata da colli, due aspri e dal profilo di monti, altri tre molto più bassi, ma rocciosi e di difficile accesso: il più grande di questi sta sul suo fianco orientale, proteso verso il mare, e su di esso si erge un tempio di Asclepio. Il secondo di quei colli sta di fronte al precedente, a occidente, in una posizione del tutto simile, e su di esso è stata costruita anche una sontuosa reggia: la edificò, dicono, Asdrubale, che aspirava all’autorità monarchica Le altre tre alture costituite dalla colline più piccole circondano la sua parte settentrionale. Delle tre, quella che piega verso oriente è detta di Efesto, quella immediatamente successiva di Alete (a quanto sembra costui, che era stato lo scopritore delle miniere d’argento, ricevette onori pari a quelli riservati agli dèi), mentre la terza è chiamata di Crono. La palude è stata artificialmente messa in comunicazione con il vicino mare, a vantaggio dei marinai. Sul canale che taglia la lingua di terra che li separa è stato costruito un ponte, affinché le bestie da soma e i carri vi trasportino i rifornimenti dalla campagna…La cinta di mura della città, che ora è stata ulteriormente ristretta, non superava in precedenza i venti stadi. Peraltro, non ignoro che da molti è stato detto che fosse di quaranta stadi: è un errore. Faccio quest’affermazione non per sentito dire, ma da testimonio diretto e attento» (pp. 261-63).

Libro X, 13, 6: l’altezza delle mura di Cartagena rende difficile l’attacco dei Romani: «Quando i primi si mossero con coraggio per salire con le scale, a rendere pericoloso l’assalto non era tanto il numero dei difensori, quanto l’altezza delle mura» (p. 269).

Libro X, 18, 1-3: due membri del consiglio e quindici del senato di sono catturati dai Romani insieme a Magone: la clemenza di Scipione: «In seguito [Scipione] separava dagli altri Magone e i Cartaginesi che erano con lui. Erano stati infatti catturati due degli anziani e quindici membri del Senato. Affidò costoro a Gaio Lelio, al quale ordinò di occuparsi di quegli uomini in modo adeguato; dopo questi fece chiamare gli ostaggi, che erano oltre trecento. Facendo avvicinare i bambini uno per uno e accarezzandoli, li invitava a non aver paura…» (p. 281).

Nicolas Poussin, "La clemenza di Scipione" (1640). Mosca, Museo Puškin.
Nicolas Poussin, “La clemenza di Scipione” (1640). Mosca, Museo Puškin.

Libro X, 33, 1-7: le doti di comandante di Annibale Barca: «Perciò, anche se si giudica Annibale un ottimo comandante in molti aspetti, è soprattutto in questo che si dovrebbe apprezzarlo: trascorrendo lunghi periodi in territorio ostile, e affrontando molte situazioni diverse, batté spesso i nemici in azioni parziali grazie alla sua perspicacia, mentre, pur sostenendo tali e tanti scontri, non fu mai battuto. Tanto si preoccupava, a quanto sembra, della propria incolumità. E davvero a ragione: quando il capo à salvo e illeso, infatti, anche in caso di completa disfatta la fortuna offre molti mezzi per recuperare le perdite dovute alle sconfitte: se egli invece soccombe, come in una nave il pilota, anche se la fortuna concede ai soldati di aver ragione dei nemici non serve a nulla, poiché tutte le speranze di ognuno sono legate ai capi. Ciò sia detto all’indirizzo di chi si trova ad affrontare condizioni così assurde per vanità, per giovanile esaltazione, per inesperienza, o per aver sottovalutato i nemici: è sempre una di queste, infatti, la causa di simili disavventure» (pp. 315-17).

Libro X, 33, 8: gli abitanti di Salapia non cadono nel tranello teso loro da Annibale Barca (Livio XXVII, 28, 1.12): «[Gli abitanti di Salapia] abbassarono improvvisamente le saracinesche, che tenevano sospese un po’ all’esterno per mezzo di macchinari, e partirono all’assalto, e quando presero costoro li impalarono davanti al muro».

Libro X, 36, 2-4: il governo dei Cartaginesi in Iberia dopo il loro successo militare: «…perciò constatiamo che quelli che hanno riportato vittorie sono molto più numerosi di quelli che delle vittorie hanno fatto buon uso. Ciò avvenne anche allora ai Cartaginesi, Dopo aver vinto le truppe romane e aver ucciso entrambi i comandanti – Publio e Gneo –, infatti, ritenendo di avere ormai un controllo incontrastato dell’Iberia, cominciarono a trattare con insolenza le genti della regione. Pertanto dei loro sudditi ebbero non alleati ed amici, ma nemici» (p. 323).

Libro XI, 1, 8-12: 207 a.C.: gli elefanti alla battaglia del Metauro: «…comune era anche il servizio che agli uni e agli altri prestavano nella battaglia gli elefanti, che, presi in mezzo e ripetutamente colpiti dai dardi, gettavano nella confusione sia le schiere dei Romani, sia quelle degli Iberi…Degli elefanti sei caddero insieme agli uomini, quattro, che si erano aperti un varco tra le schiere, furono catturati successivamente, dopo che erano rimasti isolati e privi degli Indiani» (pp. 359-61).

Libro XI, 2, 1-10: il valore di Asdrubale Barca: «Asdrubale, che era stato un uomo di valore in tutta la sua vita precedente, lo fu anche nel momento estremo, e finì la sua vita nel pieno della mischia: non è il caso che lo lasciamo da parte senza una segnalazione. Abbiamo già precisato in precedenza che era fratello di Annibale e che quest’ultimo, partendo per l’Italia, mise nelle sue mani gli affari dell’Iberia. Nella parte precedente della trattazione abbiamo anche mostrato che, sostenendo molte battaglie contro i Romani e scontrandosi con molte e varie difficoltà, dovute al fatto che i comandanti via via mandati in Iberia da Cartagine erano sempre in contrasto fra loro, in tutte le occasioni di cui abbiamo parlato continuò a sopportare i rovesci e le disfatte in modo nobile e valoroso, degno del padre Barca…Asdrubale, finché fu logico sperare di poter compiere un’impresa degna della sua vita precedente, a nulla provvide in battaglia più che alla propria salvezza; ma quando la fortuna, dopo avergli portato via tutte le speranze per il futuro, lo ridusse allo stremo, egli, senza trascurare nulla in vista della vittoria, né nei preparativi né nel corso del combattimento, provvide tuttavia anche a come affrontare le circostanze in caso di completa sconfitta, senza al tempo stesso accettare nulla che fosse indegno della sua vita precedente» (pp. 361-63).

Libro XI, 19, 1-7: valore e forza di Annibale Barca: «Chi non loderebbe in quest’uomo [in Annibale] il modo di esercitare il comando, il valore e la forza sul campo, guardando alla lunghezza di questo periodo di tempo e fissando l’attenzione sulle battaglie sia generali sia parziali, sugli assedi, sui mutamenti di fronte delle città e sulle difficoltà offerte dalle circostanze, e, ancora, sull’estensione complessiva del disegno e dell’impresa, nella quale Annibale, in guerra con i Romani per sedici anni ininterrotti [dal 218 al 203 a.C.] in Italia, non allontanò mai le truppe dal campo aperto, ma tenendole sotto di sé, come un buon pilota, preservò masse così grandi di uomini da ogni contrasto sia con lui sia fra loro, benché si valesse di soldati che non solo non appartenevano allo stesso popolo, ma nemmeno alla stessa razza. Disponeva infatti di Libî, Iberi, Liguri, Celti, Fenici, Italici, Greci, che per natura non avevano in comune tra loro né leggi, né costumi, né lingua, né nient’altro. Eppure l’intelligenza del capo faceva sì che uomini divisi da tali e tante differenze ascoltassero un solo comando e obbedissero a un solo volere, benché le circostanze fossero tutt’altro che semplici. E anzi complesse, e il vento della fortuna, spesso brillantemente a loro favore, soffiasse a volte contrario. Di conseguenza si avrebbe ragione di ammirare la capacità del capo in questo e dire senza timore che se avesse cominciato da altre parti del mondo e fosse arrivato ai Romani alla fine, nessuno dei suoi progetti gli sarebbe sfuggito. Ma così, avendo cominciato da coloro ai quali sarebbe dovuto arrivare alla fine, segnò il loro l’inizio e la fine delle sue imprese» (pp. 393-95).

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Testo di riferimento: Polibio, Storie. A cura di Domenico Musti (Libri XII-XVIII). Volume quinto. Nota biografica di Domenico Musti, traduzione di Manuela Mari, note di John Thornton. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2003.

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Libro XII, 3, 1-6: Polibio critica le informazioni di Timeo sulla Libia: «Chiunque resterebbe ammirato di fronte alla fertilità della regione, mentre si direbbe che Timeo fosse non solo male informato sulla Libia, ma anche infantile, del tutto incapace di ragionare e ancora legato alle antiche dicerie che ci sono state tramandate, secondo cui tutta la Libia sarebbe sabbiosa, arida e sterile. Stesso discorso per gli animali. C’è infatti nella regione una così grande quantità di cavalli, buoi, pecore e capre, quale non so se si possa trovare nel resto della terra, poiché molti dei popoli della Libia non sfruttano i frutti della coltivazione, ma vivono del bestiame e con il bestiame. E poi, chi non è informato della quantità e della forza degli elefanti, dei leoni e dei leopardi, nonché della bellezza delle antilopi e delle grandi dimensioni degli struzzi? In Europa non c’è nulla di tutto questo, mentre in Libia ne piena. Senza essersi minimamente informato su ciò, Timeo presenta le cose in modo contrario a come sono nella realtà, quasi lo facesse di proposito» (pp. 19-20).

Libro XIV, 1, 1-4: Publio Cornelio Scipione confida nell’infedeltà dei Numidi verso i Cartaginesi: «I consoli [del 203 a.C., Gneo Servilio Cepione e Gaio Servilio Gemino] erano dunque impegnati in questa attività [in Italia], mentre Publio [Cornelio Scipione] in Libia, apprendendo mentre svernava che i Cartaginesi stavano allestendo una flotta, si occupava dei preparativi a questo riguardo e, in misura non inferiore, anche dell’assedio di Utica. Né aveva rinunciato del tutto alle speranze su Siface [re dei Massesili], ma, dato che gli eserciti non erano molto distanti l’uno dall’altro, mandava continuamente messaggi, convinto di poterlo allontanare dall’alleanza con i Cartaginesi: non rinunciava a sperare, infatti, che egli fosse già stanco della fanciulla [Sofonisba] per amore della quale aveva scelto la causa dei Cartaginesi, e stanco, in generale, dell’amicizia con i Fenici, per la naturale volubilità dei Numidi e per la loro infedeltà sia agli dèi che agli uomini» (p. 133).

Alessandro Allori, "Siface re di Numidia riceve Scipione" (1579-1582): particolare. Poggio a Caiano, Villa Medicea, sala di Leone X.
Alessandro Allori, “Siface re di Numidia riceve Scipione” (1579-1582): particolare. Poggio a Caiano, Villa Medicea, sala di Leone X.

Libro XIV, 1, 6-7: sistemazione dell’accampamento invernale cartaginese: «Alcuni degli uomini inviati presso Siface gli riferirono che i Cartaginesi nei quartieri d’inverno avevano costruito le tende con legname d’ogni tipo e fogliame, senza usare terra, mentre fra i Numidi quelli presenti dall’inizio si facevano le tende con delle canne, quelli via via reclutati dalle città, invece, per il momento facevano le tende solo con il fogliame, alcuni all’interno del fossato e della palizzata, la maggior parte all’esterno» (p. 133).

Libro XIV, 1, 9: accordo proposto a Publio Cornelio Scipione da Siface: «Siface nei messaggi scambiati con Publio finiva sempre per esprimere più o meno lo stesso parere: i Cartaginesi dovevano andarsene dall’Italia, e così i Romani dalla Libia, e gli uni e gli altri dovevano avere i territori intermedi come li tenevano allora» (p. 135).

Libro XIV, 1, 14: disposizione degli accampamenti cartaginesi: «Gli accampamenti era infatti due: uno era quello occupato da Asdrubale [Geus, Hasdrubal. 8, pp. 143-48] con trentamila fanti e tremila cavalieri; l’altro, distante da questo circa dieci stadi, era quello dei Numidi, contenente circa diecimila cavalieri e circa cinquantamila fanti» (p. 135).

XIV, 6, 6-7: il piano che i Cartaginesi speravano di attuare sconvolto dall’attacco di Publio Cornelio Scipione: «I Cartaginesi, le cui prospettive andavano in senso opposto ai disegni iniziali, reagivano male all’accaduto: avevano sperato di assediare i Romani dopo averli bloccati nella rocca adiacente a Utica nella quale svernavano, da terra e con le truppe di fanteria, dal mare con le forze navali, e avevano compiuto tutti i preparativi in questo senso» (p. 147).

Libro XIV, 9, 5: la popolazione africana è pronta alla rivolta contro Cartagine: «Tutta la regione era favorevole a un mutamento, in quanto esposta senza sosta a sofferenze e imposte dovute alla lunga durata delle guerre in Iberia» (p. 155).

Libro XIV, 9, 7: tra le proposte fatte nel senato cartaginese, quella di ingaggiare con i Romani una battaglia navale: «Tuttavia, quelli che erano ritenuti i più risoluti tra i membri del senato invitavano ad attaccare subito, con le navi, quanti assediavano Utica, a cercare di sciogliere l’assedio e a dare battaglia navale ai nemici, che erano impreparati a questo» (pp. 155-57).

Libro XIV, 10, 9-10: Publio Cornelio Scipione non accetta la battaglia navale: «[Publio] poiché constatò che le navi coperte erano state allestite bene e nel modo dovuto per spostare e avvicinare i macchinari e per l’assedio in generale, ma ben poco preparate per una battaglia, mentre la flotta dei nemici era stata allestita a questo scopo, rinunciò a spingersi avanti e a combattere in mare…» (p. 159).

Libro XV, 1, 5-8: gli ambasciatori romani a Cartagine a seguito della violata tregua concessa da Scipione: «Quelli [gli ambasciatori romani], giunti a Cartagine e condotti prima in senato e poi davanti al popolo, parlavano della situazione del momento con franchezza, in primo luogo richiamando alla memoria il fatto che gli ambasciatori inviati da quelli, quando erano giunti a Tunisi presso di loro e si erano presentati al sinedrio, non solo avevano reso omaggio agli dèi e baciato la terra, come è costume degli altri uomini, ma si erano anche gettati umilmente a terra, avevano baciato i piedi ai membri del sinedrio, e in seguito si erano rialzati e autoaccusati di aver violato loro i patti inizialmente fissati tra Romani e Cartaginesi. Avevano perciò dichiarato di sapere che avrebbero potuto subire con ogni diritto qualunque trattamento da parte dei Romani, ma avevano chiesto, in nome della fortuna degli uomini, di non subire nulla di irreparabile; la loro mancanza di senno sarebbe stata infatti la dimostrazione dell’assoluta correttezza dei Romani» (pp. 163-65).

Libro XV, 3, 5-7: Annibale Barca chiede i cavalieri numidi più abili della Libia: «In questo torno di tempo Annibale, mancando di cavalleria, mandava messaggi a un numida, Ticheo, che era parente di Siface e aveva fama di disporre dei cavalieri più combattivi di tutta la Libia, pregandolo di aiutarlo e assisterlo in quel momento, e di rendersi conto che se avessero prevalso i Cartaginesi avrebbe potuto conservare il potere, mentre se avessero trionfato i Romani avrebbe rischiato anche la vita, per la brama di potere di Massinissa. Costui, lasciandosi persuadere dalle richieste, raggiunse Annibale con duemila cavalieri » (pp. 169-71).

Libro XV, 5, 9 – 7, 9: l’ incontro fra Annibale Barca e Publio Cornelio Scipione: le parole di Annibale: «…[Annibale] mandò un araldo a dire che voleva discutere con lui [Publio] della situazione generale…Da lì [da Naraggara], [Publio] mandò a dire al comandante cartaginese che era pronto a incontrarsi con lui…Il giorno successivo tutti e due uscirono dai rispettivi campi con pochi cavalieri, e poi, separatisi da costoro, si incontrarono in un punto equidistante, avendo con loro un interprete. Dopo aver salutato per primo, Annibale cominciò col dire che avrebbe voluto che né i Romani aspirassero mai a nulla al di fuori dell’Italia, né i Cartaginesi al di fuori della Libia: questi erano per gli uni e per gli altri i domini più belli e in una parola, per così dire, delimitati dalla natura. “Ma dopo che una prima volta entrammo in contesa e ci facemmo guerra per il controllo della Sicilia, poi di nuovo per quello dell’Iberia e infine, non ancora ammoniti dalla fortuna, siamo arrivati al punto che gli uni hanno messo in pericolo il suolo stesso della patria, gli altri corrono questo pericolo tuttora, non resta che vedere se in qualche modo possiamo supplicare gli dèi e far cessare con il nostro intervento l’attuale competizione. Io, per parte mia, sono pronto, per aver sperimentato nei fatti che la fortuna è mutevole e con poco fa muovere nettamente la bilancia dall’una o dall’altra parte, come se avesse a che fare con ingenui fanciulli. Ma sono molto in ansia, Publio, al pensiero che tu” – aggiunse –, “sia perché sei molto giovane, sia perché tutto ti è riuscito secondo i calcoli, le operazioni in Iberia come quella in Libia, e non hai fino ad oggi ancora subìto un rovescio di fortuna, per questo non ti lasci persuadere dalle mie parole, benché siano degne di fede. Ma considera i fatti sulla base di un solo esempio, non quelli del passato, ma quelli della nostra stessa epoca. Ebbene io sono quello stesso Annibale che, divenuto padrone dopo la battaglia di Canne di quasi tutta l’Italia, dopo qualche tempo giungevo presso la stessa Roma e, accampatomi a quaranta stadi, decidevo come trattare voi e il suolo della vostra patria: proprio io che ora sono in Libia per trattare con te, un romano, la salvezza mia e dei Cartaginesi. Ti esorto a guardare a ciò e a non essere superbo, ma a decidere sull’attuale situazione da uomo, cioè a scegliere sempre il bene più grande e il minore dei mali. Chi dunque, dotato di senno, sceglierebbe di gettarsi in un pericolo quale quello che ora ti minaccia? Se ne uscirai vincitore non aggiungerai nulla di importante alla tua fama o a quella della tua patria, se invece verrai sconfitto distruggerai completamente tutto quello che di nobile e bello hai compiuto in precedenza. Quale conclusione mi propongo per questo discorso? Che appartenga ai Romani tutto ciò per cui abbiamo che abbiamo conteso in passato” (cioè la Sicilia, la Sardegna e l’Iberia) “e che giammai i Cartaginesi suscitino una guerra contro i Romani per questo; allo stesso modo, che anche tutte le altre isole che si trovano tra l’Italia e la Libia appartengano ai Romani. Sono convinto che questi patti siano i più sicuri per il futuro dei Cartaginesi e i più gloriosi per te e per tutti i Romani”» (pp. 175-79).

Libro XV, 8, 1-14: l’incontro fra Annibale Barca e Publio Cornelio Scipione: le parole Publio: «Questo disse Annibale. Publio nel rispondergli disse che i responsabili della guerra per la Sicilia e di quella per l’Italia non erano stati i Romani, ma, con ogni evidenza, i Cartaginesi, come sapeva benissimo lo stesso Annibale. Anche gli dèi erano stati testimoni di ciò, avendo conferito la vittoria non a quelli che portavano offesa per primi, ma a quelli che si difendevano. Egli guardava più di chiunque altro ai casi della fortuna e considerava per quanto poteva le umane vicende. “Ma se tu avessi proposto questi accordi prima che i Romani passassero in Libia, dopo esserti tu stesso ritirato dall’Italia, non credo che saresti stato deluso nella tua speranza. Ma dal momento che tu hai lasciato l’Italia contro la tua volontà, mentre noi, passati in Libia, siamo divenuti padroni del campo, è chiaro che le cose sono molto cambiate. Ma soprattutto: a quale punto siamo arrivati? Dopo che i tuoi concittadini furono sconfitti e ci pregarono, concludemmo patti scritti, nei quali era previsto, oltre a quanto da te proposto ora, che i Cartaginesi restituissero i prigionieri senza riscatto, cedessero le navi coperte, pagassero cinquanta talenti, dessero ostaggi a garanzia di ciò. Questi furono gli accordi che stabilimmo fra noi; a questo proposito inviammo, gli uni e gli altri, ambasciatori sia presso il nostro senato, sia presso il popolo, noi riconoscendo di approvare quanto era stato fissato per iscritto, i Cartaginesi pregando di ottenere la conferma. Il consesso dei senatori ne fu persuaso, e il popolo dette la sua approvazione. I Cartaginesi, dopo aver ottenuto quel che domandavano, lo violarono, tradendoci nei patti. Che cosa resta da fare? Mettiti al mio posto e dillo. Eliminare le più gravose delle condizioni esistenti, affinché essi, ricevuto un premio per il loro comportamento criminale, imparino per l’avvenire a tradire chi fa loro del bene o, ottenuto quel che domandano, ci debbono della riconoscenza? Ma ora, dopo aver ottenuto con le suppliche quel che chiedevamo, per il fatto di essersi aggrappati alla piccola speranza rappresentata da te ci hanno subito trattato come nemici e avversari. In questa situazione, se fosse stata aggiunta qualche condizione più gravosa sarebbe possibile sottoporre l’accordo al popolo, mentre chi facesse alleviare le condizioni esistenti non potrebbe nemmeno riferire la decisione. Qual è dunque la conclusione del nostro discorso? Dovete lasciarci il potere di decidere di voi e della vostra patria, oppure sconfiggerci combattendo”» (pp. 179-83).

La più diffusa memoria collettiva rapporta l’immagine dei due condottieri a colloquio a due busti notissimi al grande pubblico. Il busto, ritenuto di Annibale Barca, rinvenuto a Capua, e conservato a Napoli, Museo Archeologico Nazionale; il busto, ritenuto di Publio Cornelio Scipione, rinvenuto ad Ercolano nella Villa dei Papiri, probabile ritratto di un sacerdote isiaco.
La più diffusa memoria collettiva rapporta l’immagine dei due condottieri a colloquio a due busti notissimi al grande pubblico. Il busto, ritenuto di Annibale Barca, rinvenuto a Capua, e conservato a Napoli, Museo Archeologico Nazionale; il busto, ritenuto di Publio Cornelio Scipione, rinvenuto ad Ercolano nella Villa dei Papiri e conservato nello stesso Museo, probabile ritratto di un sacerdote isiaco.

Libro XV, 11, 1-3: Annibale Barca schiera a Zama, 19 ottobre 202 a.C., il suo composito esercito: «…Annibale, per parte sua, pose gli elefanti, che erano oltre ottanta, davanti a tutto l’esercito, e dopo questi i mercenari, che erano in numero di circa dodicimila. Costoro erano Liguri, Celti, Baleari, Maurusii. Dietro questi schierò gli indigeni libî e cartaginesi, e dietro a tutti quelli venuti dall’Italia con lui, che distanziò di oltre uno stadio da quelli schierati davanti. Rese sicure le ali con i cavalieri, collocando sulla sinistra gli alleati numidi, sulla destra i cavalieri cartaginesi» (p. 187).

Libro XV, 11, 4-12: esortazioni di Annibale Barca a Zama: «[Annibale] ordinò che ciascuno esortasse i propri soldati a riporre la speranza di vittoria in lui e nelle truppe giunte con lui; invitò, poi, gli ufficiali a sciorinare e far vedere ai cartaginesi ciò che sarebbe avvenuto ai loro figli e alle loro mogli se per caso la battaglia si fosse risolta diversamente. Essi eseguivano, così, gli ordini. Annibale, per parte sua, avanzando in mezzo agli uomini che erano giunti con lui, li pregò e li esortò con un lungo discorso a ricordarsi della vita che avevano condotto insieme per diciassette anni, nonché del gran numero di battaglie sostenute in precedenza contro i Romani, nelle quali, disse si erano dimostrati invincibili e non avevano mai lasciato ai Romani la minima speranza di vincere. Soprattutto chiedeva loro di tenere ben presenti, oltre ai combattimenti parziali e agli innumerevoli successi, la battaglia nei pressi del fiume Trebbia contro il padre dell’attuale comandante romano, e così la battaglia in Tirrenia contro Flaminio, e ancora quella combattuta nei pressi di Canne contro Emilio, che né per il numero né per il valore degli uomini si prestavano a un confronto con il combattimento ora imminente. Mentre diceva questo, li invitava a sollevare lo sguardo e osservare lo schieramento dei nemici: non solo erano in numero minore, ma non erano neppure una minima parte di quelli che si erano scontrati allora con loro, e, quanto al valore, un confronto non era proponibile. Quelli, infatti, avevano combattuto contro di loro con le forze fresche, senza esser stati ancora sconfitti, di questi, invece, alcuni erano i figli, altri i superstiti degli uomini che più volte erano stati battuti in Italia ed erano fuggiti davanti a lui. Perciò non dovevano distruggere la propria reputazione e il proprio nome, né quelli del loro capo, ma, battendosi con coraggio, dar credito alla fama che di loro si era diffusa: che erano invincibili» (pp. 187-89).

Libro XV, 13, 1-6: i Cartaginesi contro i proprî mercenari: «In una battaglia che si svolgeva tutta corpo a corpo e uomo contro uomo, era inizialmente superiori per determinazione e audacia i mercenari, e ferivano molti Romani; i Romani però, confidando nel loro rigoroso schieramento e nell’armamento, avanzavano maggiormente. Poiché allo stesso tempo quelli schierati dietro seguivano e incoraggiavano i Romani, mentre i Cartaginesi non si avvicinavano né portavano soccorso ai loro mercenari, avevano gli animi pieni di paura, alla fine i barbari ripiegarono e, poiché sembrava chiaramente che fossero abbandonati dai loro compagni, finendo addosso a quelli che si trovavano contro nella ritirata li uccidevano. Ciò costrinse molti Cartaginesi a morire da uomini: mentre erano massacrati dai mercenari, combattevano, infatti, contro le proprie intenzioni, allo stesso tempo contro i propri compagni e contro i Romani. Combattendo con furia straordinaria fecero strage di non pochi dei loro mercenari e dei nemici» (pp. 191-93).

Libro XV, 15, 1 – 16, 6: ammirazione di Polibio per la condotta di Annibale Barca: «La battaglia finale [quella di Zama], che decise l’intera guerra per i Romani, combattuta da questi due comandanti, ebbe dunque tale esito; dopo la battaglia Publio, inseguiti i Cartaginesi e depredato il loro campo, si ritirò nel proprio. Annibale, in ritirata con pochi cavalieri, senza fare soste, giunse sano e salvo ad Adrumeto: nel combattimento aveva fatto tutto il possibile, tutto quello che deve fare un comandante di valore e già dotato di una vasta esperienza. Come prima cosa, infatti, venne a colloquio e tentò di dare da solo una soluzione alle questioni in sospeso: ciò è proprio di chi conosce in anticipo i successi, ma diffida della fortuna e prevede gli imprevisti che si verificano nelle battaglie. In seguito, sceso in combattimento, si comportò in modo tale che non sarebbe stato possibile affrontare una battaglia contro i Romani, utilizzando un analogo armamento, meglio di come fece allora Annibale. Essendo infatti lo schieramento dell’esercito romano difficile da rompere, gli uomini, sia nell’insieme, sia reparto per reparto, combatterono in tutte le direzioni in un’unica disposizione, dato che i manipoli più vicini al pericolo si volgevano sempre tutti insieme nella direzione dovuta. Poiché inoltre l’armamento fornisce riparo e sicurezza, grazie alla grandezza dello scudo e alla resistenza della spada ai colpi, essi per queste ragioni sono difficili da combattere e da affrontare. E tuttavia Annibale si adattò così bene, e proprio sul momento, a tutti questi elementi, per quant’era possibile secondo logica, che non si sarebbe potuto fare meglio. Preparò immediatamente un gran numero di elefanti e in quell’occasione li dispose davanti, per sconvolgere e spezzare le schiere nemiche; schierò, poi, i mercenari davanti e collocò i Cartaginesi dietro di loro, per sfinire anzitempo, con lo sforzo, i nemici fisicamente, mettere fuori uso le punte delle armi per il gran numero di uomini uccisi; costringere, poi, i Cartaginesi che erano nel mezzo a restarvi e a combattere come dice il poeta: “che combattesse per forza anche chi non voleva” [Omero, Iliade, IV, 300]. Schierò gli uomini più combattivi e resistenti a distanza, affinché, vedendo in anticipo, da molto lontano, ciò che avveniva e restando integri nel corpo e nello spirito, impiegassero il loro valore al momento opportuno. Se, dopo aver fatto tutto il possibile per vincere, fallì, egli che in precedenza non era mai stato vinto, va perdonato: vi sono infatti circostanze in cui anche il caso si oppone ai disegni degli uomini di valore, e circostanze in cui invece, secondo il proverbio, “Un prode incontra uno ancora più forte”. Proprio questo si può dire sia avvenuto allora nel suo caso» (pp. 195-99).

Libro XV, 18, 1-8: le condizioni per la pace di Publio Cornelio Scipione esposte al senato di Cartagine: «I punti principali delle sue proposte erano questi. Dovevano tenere la città in Libia che avevano già prima di muovere ai Romani l’ultima guerra, il territorio che avevano anche in antico, le greggi, gli schiavi e gli altri beni; a partire da quel giorno i Cartaginesi dovevano restare indenni e potevano godere dei propri costumi e delle proprie leggi, senza essere controllati da guarnigioni. Queste erano le concessioni, mentre le clausole svantaggiose erano le seguenti: i Cartaginesi dovevano ripagare ai Romani tutti i torti commessi durante la tregua, restituire i prigionieri e gli schiavi fuggitivi di ogni tempo, consegnare tutte le navi lunghe tranne dieci triremi, e così anche tutti gli elefanti. Non dovevano assolutamente portar guerra a nessuno, né fuori della Libia né in Libia, senza l’approvazione dei Romani; dovevano restituire a Massinissa tutte le case, il territorio, le città e quant’altro fosse del re Massinissa o dei suoi antenati all’interno dei confini che sarebbero stati loro assegnati; rifornire di viveri l’esercito per tre mesi e pagare gli stipendi finché da Roma non fosse giunta una risposta in merito ai patti; i Cartaginesi dovevano pagare diecimila talenti d’argento in cinquant’anni, versando ogni anno duecento talenti euboici; dare in garanzia cento ostaggi che il comandante romano avrebbe scelto tra i giovani, non al di sotto dei quattordici anni né al di sopra dei trenta» (p. 201).

Libro XV, 19, 1-8: Annibale Barca interviene in senato sulle proposte di pace: «Questo disse dunque il comandante romano agli ambasciatori; essi, avendo ascoltato, si affrettarono a comunicarlo a quelli che erano in patria. Si dice che in questa occasione, quando uno dei membri del senato, che intendeva parlare contro le condizioni proposte, cominciò il suo discorso, Annibale venne avanti e trascinò l’uomo giù dalla tribuna. Gli altri si adirarono, perché aveva agito contro la consuetudine: dicono allora che Annibale, alzatosi di nuovo, riconobbe di essere in errore, ma disse che si doveva perdonarlo, se faceva qualcosa contro le usanze, sapendo che egli era partito dalla patria a nove anni e vi era tornato quando ne aveva più di quarantacinque. Perciò chiedeva loro di non considerare se si era allontanato dalla consuetudine, ma, piuttosto, se gli stavano veramente a cuore le sorti della patria: era per questo che anche ora aveva agito in quel modo sconsiderato. Gli era sembrata una cosa sorprendente e assolutamente straordinaria, infatti, “che qualcuno, cartaginese e al corrente delle decisioni che sono state prese sia in comune dalla patria, sia da ciascuno di noi in particolare contro i Romani, non renda omaggio alla fortuna se, dopo esser finito nelle loro mani, ottiene simili concessioni”: se qualcuno avesse chiesto loro pochi giorni prima quanto pensavano che la patria avrebbe subìto in caso di vittoria dei Romani, non sarebbero stati neanche in grado di dirlo, per la smisurata gravità dei mali che si preannunciavano loro. Perciò anche ora chiedeva che non si mettessero a discutere, ma accogliessero all’unanimità le condizioni proposte, offrissero sacrifici agli dèi e pregassero tutti che il popolo dei Romani le confermasse. Poiché sembrò che i suoi consigli fossero assennati e adatti alle circostanze, fu deciso di concludere i patti alle condizioni prima indicate. E il senato mandò immediatamente ambasciatori a concludere l’accordo su di esse» (pp. 201-205).

Libro XVI, 23, 1-6: Siface nel trionfo di Publio Cornelio Scipione: «Publio Scipione giunse dalla Libia [alla fine del 201 a.C.] non molto dopo l’epoca di cui si è parlato…Siface, il re dei Masesilî fu condotto allora attraverso la città nel trionfo, insieme ai prigionieri…» (p. 297).

Libro XVIII, 28, 6-9: armamenti e strategie: il valore di Annibale Barca: «Riguardo alle battaglie sostenute dai Romani contro Annibale e alle disfatte in esse subìte non si dovrebbe dire di più: incapparono in quelle disfatte a causa non dell’armamento né dell’ordinamento, ma dell’abilità e dell’intelligenza di Annibale. Abbiamo reso chiaro ciò sottolineandolo all’interno delle battaglie stesse. Testimonia a favore delle nostre parole, in primo luogo, l’esito della guerra: quando infatti i Romani poterono contare su un comandante dotato di capacità in tutto simili a quelle di Annibale, ben presto anche la vittoria fu dalla loro parte; inoltre, Annibale stesso scartò l’armamento che i suoi avevano all’inizio e munì le sue truppe, immediatamente dopo aver vinto la prima battaglia, delle armi dei Romani.» (p. 387).

Elefante in vetroresina color bronzo in ricordo della battaglia del Trebbia, posto nel 2012 lungo la strada per Rivalta, nello spazio verde tra l’Avila e l’imboccatura sul Trebbia.
Elefante in vetroresina color bronzo in ricordo della battaglia del Trebbia, posto nel 2012 lungo la strada per Rivalta, nello spazio verde tra l’Avila e l’imboccatura sul Trebbia.

Anche per Polibio, come per altri fonti, si è fatto riferimento a Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager (= Orientalia Lovaniensia Analecta, 59; Studia Phoenicia, 13), Leuven 1994 per individuare le diverse identità dei personaggi punici, spesso omonimi.

Il centinaio di pagine sopra raccolte non esauriscono certo la memoria punica di Polibio di Megalopoli, uno storico che da sempre è stato fatto oggetto di studio, basterà citare fra la numerosa bibliografia di questi ultimi anni: Giuseppe Zecchini, Polibio e i più grandi generali del suo tempo, in H. Heftner – K. Tomaschitz (edd.), Ad Fontes! Festschrift für Gerhard Dobesch zum fünfundsechzigsten Geburtstag am 15. September 2004 dargebracht von Kollegen, Schülern und Freunden, Wien 2004, pp. 257-61; Guido Schepens – Jan Bollansée (edd.), The Shadow of Polybius: Intertextuality as a Research Tool in Greek Historiography, Leuven 2005; John Thornton, Barbari, Romani e Greci. Versatilità di un motivo polemico nelle Storie di Polibio, in E. Migliario – L. Troaiani – G. Zecchini (edd.), Società indigene e cultura greco-romana. Atti del convegno internazionale. Trento 7-8 giugno 2007, Roma 2010, pp. 45- 76; Álvaro M. Moreno Leoni, Polibio, el mundo helenístico y la problemática cultural: algunas líneas de reflexión en los últimos veinte años in De Rebus Antiquis 2,2 (2012), pp. 124-51; Giuseppe Zecchini, Per la storia della fortuna di Polibio, in M. Cassia – Cl. Giuffrida – C. Molè – A. Pinzone (edd,), PIGNORA AMICITIAE. Scritti di storia antica e di storiografia offerti a Mario Mazza (= Storia e politica, 99), Acireale – Roma 2012, pp. 203-16; Volker Grieb – Clemens Koehn (edd.), Polybios und seine Historien, Stuttgart 2013; Nikos Miltsios, The Shaping of Narrative in Polybius (= Trends in Classics – Supplementary Volumes, 23), Berlin 2013; Giovanni Parmeggiani, Between Thucydides and Polybius: The Golden Age of Greek Historiography, Cambridge 2014.

La romanità di Polibio, che lo porta a dissentire in parte dal filopunico Filino (Rita Scuderi, Filino di Agrigento, in R. Vattuone [ed.], Storici greci d’Occidente, Bologna 2002, pp. 275-99), ma anche ad utilizzare in parte la sua opera, come quella filoromana di Fabio Pittore, è fuori discussione. Il suo resoconto dell’incontro fra Annibale Barca e Publio Cornelio Scipione prima di Zama è destinato, insieme alla versione di Livio (XXX, 30-31) e di Appiano (Lib. 39, 163-164) a rimanere nei libri di storia di ogni tempo.

Alcuni dei passi polibiani qui riportati sono stati fatti oggetto di recenti studi: le critiche a Timeo di Tauromenio (cf. Riccardo Vattuone, Timeo, Polibio e la storiografia greca d’Occidente, in G. Schepens – J. Bollansée [edd.], The Shadow of Polybius: Intertextuality as a Research Tool in Greek Historiography, Leuven 2005, pp. 89-122); la memoria della battaglia di Canne (cf. Maria Elvira Consoli, Il rovescio di Canne tra memoria letteraria e reminiscenze linguistiche, in Annali dell’Istituto universitario orientale di Napoli, Dipartimento di studi del mondo classico e del Mediterraneo antico, Sezione filologico-letteraria 33 [2009], pp. 63- 75; Gregory Daly, La battaglia di Canne, Gorizia 2012); la non univoca lettura del secondo trattato tra Roma e Cartagine (cf. Alberto Díaz Tejera, Polibio 3, 24, 1. El segundo tratado entre Roma y Cartago. Problemas de interpretación y textuales, in F.J. Presedo – P. Guinea – J.M. Cortés – R.Urías [edd.], Χαιρε. II reunión de historiadores del mundo grieco antiguo (Sevilla, 18-21 de diciembre de 1995). Homenaje al Professor Fernando Gascó, Sevilla 1997, pp. 261-68). Di grande rilievo sono, inoltre, alcune riflessioni che lo storico ci consegna come memorie puniche: sul genio di Annibale Barca (cf. Anton J.L. van Hooff, Hannibals genie, het beeld van Polybios, in Lampas. Tijdschrift voor Nederlandse Classici 38. 4/5 [2005], pp. 330-48; sulla seconda guerra punica (cf. Alessandro Campus, Annibale e Scipione. Riflessioni storico-religiose sulla seconda guerra punica, in Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei, Classe di scienze morali, storiche e filologiche 19 [2008], pp. 121 -82) come guerra soprattutto di propaganda; sulla tenace rivalità fra Barcidi e Magonidi (Martin Chassignet, L’image des Barcides chez les historiographes latins de la République: naissance d’une tradition, in J. Pigon [ed.], The Children of Herodotus: Greek and Roman Historiography and Related Genres, Newcastle 2009, pp. 206-18); sulla capacità dei Barcidi di mantenere, tendenzialmente, buone relazioni con i notabili dei popoli soggetti; sulla gestione del mercenariato, vero problema di Cartagine (cf. Anna Chiara Fariselli, Mercenariato a Cartagine. Riflessioni sulla problematica dei reclutamenti, in A. Giammellaro Spanò [ed.], Atti del V Congresso internazionale di studi fenici e punici, Marsala – Palermo, 2-8 ottobre 2000, I, Palermo 2005, pp. 31-35; Pascual Jiménez Mercenarios de la Península Ibérica en las tropas de Aníbal, in S. Remedios – F. Prados – J. Bermejo [edd.], Aníbal de Cartago. Historia y Mito, Madrid 2012, pp. 227-50).

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Diodoro Siculo (80 – 20 a.C.) (E.A.)

Bιβλιοϑήκη

Testi di riferimento: Diodoro Siculo, Biblioteca storica. Libri I-VIII. Mitologia e protostoria dei popoli orientali, dei Greci e dei Romani. A cura di Giuseppe Cordiano e Maria Zorat. Rusconi Libri. Milano 1998; Diodoro Siculo, Biblioteca storica. Frammenti dei Libri IX-X. Libri XI-XIII. A cura di Calogero Miccichè. Rusconi Libri, Milano 1992; Diodoro Siculo, Biblioteca storica. Libri XIV-XVII. A cura di Teresa Alfieri Tonini. Rusconi Libri, Milano 1985; Diodoro Siculo, Biblioteca storica. Libri XVIII-XX. A cura di Anna Simonetti Agostinetti. Rusconi Libri, Milano 1988; Diodoro Siculo, Biblioteca storica. Libri XXI-XL. Frammenti su Roma e l’ellenismo. A cura di Giorgio Bejor, Rusconi Libri, Milano 1988.

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I, 66, 8-9: Psammetico di Sais apre ai Fenici gli emporî dell’Egitto: «Psammetico di Sais, che era uno dei dodici re e signore delle regioni costiere, riforniva di merci tutti i mercanti, soprattutto quelli fenici e greci. In questo modo, dal momento che vendeva con profitto i prodotti del proprio paese e li scambiava con quelli di altri popoli, acquisiva non solo grande ricchezza ma anche rapporti di amicizia con popoli e sovrani» (p. 178).

I, 68, 1-6: spedizione di Aprie contro Sidone e Tiro: «Dopo Psammetico, quattro generazioni più tardi, regnò Aprie per ventidue anni. Egli condusse una spedizione con cospicue forze di terra e di mare contro Cipro e la Fenicia, prese con la forza Sidone, e atterrendo così le altre città della Fenicia, se ne garantì il controllo. Vinse anche in una grande battaglia navale Fenici e Ciprioti e, raccolto un gran bottino, ritornò in Egitto…Assoggettò anche le città di Cipro e adornò molti santuari con notevoli offerte votive…» (pp. 181-82).

II, 16, 4: elefanti indiani ed elefanti libici: «L’India dispone anche di un numero incredibile di elefanti, che per la loro gagliardia e forza fisica superano di molto quelli che vivono in Libia…» (p. 251).

II, 16, 6; 17, 2-3: Fenici costruttori di navi e fornitori di flotte: «…[Semiramide] mandò a chiamare anche costruttori navali da Fenicia, Siria, Cipro, e dal resto della regione marittima, ai quali, una volta consegnato loro legname in gran copia, raccomandò di costruire imbarcazioni fluviali che si potessero dividere nelle parti costituenti…Fece costruire duemila navi fluviali che potevano essere scomposte, per le quali fece preparare dei cammelli che ne trasportavano gli scafi via terra…Cammelli portavano anche i fantocci degli elefanti…Cosa analoga molti anni più tardi fece Perseo, re di Macedonia, quando stava per cimentarsi contro i Romani che avevano elefanti provenienti dalla Libia…» (pp. 251-53).

II, 35, 4: raffronto tra gli elefanti indiani e quelli libici: «.…[L’India] dà sostentamento a moltissimi enormi elefanti, provvedendo loro cibo in gran copia, grazie al quale queste bestie superano di molto in forza quelle che nascono in Libia…» (p. 277).

II, 51, 3-4: elefanti libici ed etiopici: «Pare, infatti, che le regioni vicine all’estremo meridione assorbano il potere vivificante che viene dal sole, che è grande, e che per questo generino molte varie specie di begli animali. Per le medesime ragioni in Egitto nascono i coccodrilli e gli ippopotami, mentre in Etiopia e nel deserto della Libia un gran numero di elefanti…» (p. 298).

II, 53, 5: la frutta secca: superiorità della produzione di Celesiria su quella di Libia: «Così anche per gli alberi: le palme della Libia producono frutti secchi e piccoli, in Celesiria, invece, nascono quelli che vengono denominati datteri, che si distinguono per dolcezza e dimensioni, ed ancora, per il loro succo…» (pp. 299-300).

III, 10, 1-3: regione della Libia abitata dagli elefanti: «Nella regione lungo il Nilo, in Libia, vi è una certa zona che si segnala per la sua bellezza; infatti, produce cibo abbondante e vario, e offre riparo ben adatto all’ardore eccessivo del sole con i suoi stagni, dove ci si può rifugiare. E perciò questa contrada è divenuta oggetto di contesa tra i Libi e gli Etiopi, e per essa sono continuamente in guerra fra loro. Vi si aggira anche un gran numero di elefanti, provenienti dalla regione superiore, a causa – come dicono alcuni – dell’abbondanza e della gradevolezza del pascolo. Infatti, stagni meravigliosi si stendono lungo le sponde del fiume, dove cresce molto cibo di ogni genere. Perciò, quando abbiano gustato il giunco e la canna, per la dolcezza del cibo rimangono, e distruggono i mezzi di sussistenza degli uomini, i quali per tale ragione sono costretti a fuggire da queste contrade, vivendo da nomadi sotto le tende, e insomma, stabilendo i confini della propria patria sulla base dell’interesse» (pp. 321-22).

III, 28, 1-4: struzzi etiopici: «Le parti ad occidente di queste genti le abitano gli Etiopi Simi, mentre quella orientale a meridione le occupa la tribù degli Strutofagi. Presso di loro c’è una specie di uccelli, la cui natura è mista a quella degli animali da terra…quest’uccello per dimensioni non è inferiore al cervo più grande, ed è stato creato dalla natura con il collo lungo, i fianchi tondeggianti e dotati di ali. Ed ha una testina fragile e piccola, ma è fortissimo di cosce e di gambe, e il suo piede ha l’unghia fessa. Non è in grado di volare a causa del suo peso, ma corre più veloce di tutti, sfiorando appena, con la punta delle zampe, il terreno; soprattutto quando solleva le ali ai soffi di vento, si sottrae come se fosse una nave che va a vele spiegate; respinge gli inseguitori scagliando delle pietre grosse quanto un pugno con le zampe, come una fionda. Quando, invece, lo si insegue durante la bonaccia, le ali gli si abbassano velocemente e non può sfruttare i vantaggi della sua natura e viene facilmente preso e catturato…» (pp. 343-44).

Disegno di un uovo di struzzo da Gouraya, con struzzo e due figure di Isi (da G. Savio, Le uova di struzzo dipinte nella cultura punica, Madrid 2004, n. AfrG 6).
Disegno di un uovo di struzzo da Gouraya, con struzzo e due figure di Isi (da G. Savio, Le uova di struzzo dipinte nella cultura punica, Madrid 2004, n. AfrG 6).

III, 44, 6-8: il porto di Carmuta rassomigliante al Cothon di Cartagine:…Dopo questa costa [dell’Arabia che dà sul Mar Rosso] si presentano banchi di sabbia infiniti quanto a lunghezza e a larghezza, di colore nero. Dopo di essi si vede una penisola e il porto più bello tra quelli su cui si è soffermata la ricerca, il cui nome è Carmuta. Infatti, al riparo di una straordinaria barriera naturale, orientata a occidente, c’è un golfo che non soltanto desta ammirazione per la sua forma, ma che è anche di molto superiore agli altri per i vantaggi che offre; infatti, lungo di esso si stende un monte boscoso che lo circonda da ogni parte per cento stadi, e ha un’entrata larga due pletri ed offre un porto protetto dai flutti per duemila navi. Oltre a queste caratteristiche è eccezionalmente ben fornito d’acqua, perché vi sfocia un fiume piuttosto grande e, al centro, ha un’isola ricca d’acqua, tale da poter ospitare dei giardini. In generale, assomiglia moltissimo al porto di Cartagine, noto con il nome di Cotone, di cui cercheremo di descrivere i vantaggi nei particolari nel contesto cronologico pertinente. Vi si raduna una gran quantità di pesce, che viene dal mare aperto, a causa della bonaccia e della dolcezza delle acque che vi scorrono» (pp. 369-70).

III, 49, 1-2: tribù della Libia: «.…sarebbe opportuno discutere dei Libi che abitano vicino all’Egitto e il paese confinante. Infatti, la zona intorno a Cirene e le Sirti, e anche l’interno del continente di queste contrade, li abitano quattro tribù di Libi; di essi, quelli dal nome di Nasamoni occupano le parti verso meridione, gli Auschisi quelle verso occidente, i Marmaridi, invece, abitano la stretta lingua di terra tra Egitto e Cirene, e hanno anche parte della costa, i Maci, che superano per entità numerica le tribù della loro stessa razza, occupano le contrade intorno alle Sirti. Dei Libi sopra citati, sono agricoltori quelli che hanno un paese che può produrre raccolto in abbondanza, nomadi invece quanti prendendosi cura delle greggi ne traggono sostentamento; entrambe queste tribù hanno dei re, e un genere di vita non completamente selvaggio, né differente da quello degli uomini civilizzati. La terza tribù, invece, che non è sottomessa a re e non fa conto del diritto, né ne ha alcuna concezione, pratica sempre il brigantaggio, e attaccando inaspettatamente dal deserto, si impadronisce di ciò che capita e rapida torna al punto di partenza» (pp. 376-77).

III, 49, 3: pratiche di vita dei Libî: «Tutti questi Libi conducono una vita da animali selvatici, passando la loro vita all’area aperta, adottando pratiche di vita selvagge; infatti, non conoscono né un regime alimentare, né vesti civili, ma si coprono il corpo con le pelli delle capre. I loro capi non hanno assolutamente città, ma torri vicino ai corsi d’acqua, dove ripongono quanto avanza del bottino. Ai popoli loro soggetti ogni anno fanno giurare obbedienza; e si occupano di quelli che si sono sottomessi come alleati, mentre fanno guerra a quelli che non danno loro retta, dopo averli condannati a morte come se fossero dei briganti» (p. 377).

III, 49, 4-5: armamento dei Libî: «Il loro armamento è appropriato al paese e alle loro pratiche di vita; poiché, infatti, il loro fisico è leggero e abitano un paese per lo più pianeggiante, si muovono contro i pericoli con tre lance, e pietre in sacche di cuoio; non portano spada, né elmo, né nessun’altra arma, poiché mirano a primeggiare con l’agilità di movimento nell’inseguimento e poi nella ritirata. Perciò hanno predisposizione per la corsa e per il lancio di pietre, dal momento che hanno sviluppato con la pratica e l’abitudine, i vantaggi conferiti loro dalla natura. In generale, nei confronti degli appartenenti ad altre razze, non osservano in alcun modo né il diritto, né la buona fede» (pp. 377-78).

III, 67, 1: i Greci adottano l’alfabeto fenicio portato da Cadmo: «Afferma dunque che presso i Greci Lino fu il primo a inventare ritmi e melodia, ed ancora lui fu il primo, quando Cadmo portò dalla Fenicia quelle che si chiamano lettere, ad adattarle alla lingua greca, ad assegnare a ciascuna il suo nome ed a modellarne la forma. Ora, nel loro insieme, le lettere sono chiamate fenicie, per il fatto che vennero introdotte presso i Greci dalla Fenicia, mentre singolarmente vengono denominate pelasgiche, perché i Pelasgi per primi fecero uso dei caratteri, dopo il loro adattamento» (pp. 404-405).

III, 74, 4: Eracle pone la sua Colonna in Libia: «…i miti raccontano che l’Eracle più antico visse presso gli Egizî e che, sottomessa un’ampia zona del mondo abitato con le sue armi, pose la sua Colonna in Libia…» (p. 414).

IV, 17, 4: introduzione delle coltivazioni in Libia: «[Eracle] salpato dunque da Creta, sbarcò in Libia, e sfidò per primo in combattimento Anteo, che era famoso per forza fisica ed esperienza nella lotta, e che eliminava gli stranieri vinti nella lotta, e lo uccise. Di seguito a questa impresa, introducendo le coltivazioni trasformò la Libia, che era piena di animali selvaggi, dopo aver soggiogato nella regione deserta un’ampia zona del paese, cosicché esso si riempì di campi coltivati e di varie piantagioni che producono frutti, un’ampia area essendo destinata alla vite, e un’altra all’olivo. In generale, trasformando con le colture la Libia, che per il gran numero di animali selvaggi presenti nel paese in precedenza non era affidabile, fece si che essa non fosse inferiore per prosperità a nessun paese» (p. 442).

IV, 18, 1: i Cartaginesi occupano Ecatompilo/Tebessa (?) in Libia: «.…[Eracle] dopo aver percorso la zona della Libia arida, capitato in una regione ricca d’acqua e fertile, fondò una città ammirata per la sua grandezza, la quale fu chiamata Ecatompilo, cui gli diede questo nome per il gran numero delle porte. La prosperità di questa città è durata fino ad un’epoca recente, quando i Cartaginesi con forze considerevoli e buoni generali condussero una spedizione contro di essa e se ne fecero signori» (p. 443).

IV, 18, 2; 4-5: le Colonne d’Eracle fra la Libia e il continente europeo: –Eracle, visitata un’ampia zona della Libia, si recò sull’Oceano presso Gadira [Cadice], e pose delle Colonne su entrambe le sponde dei continenti…dal momento che abbiamo menzionato le Colonne d’Eracle, pensiamo che sia opportuno discorrerne. Eracle, infatti, giunto ai capi estremi dei continenti di Libia ed Europa, situati sull’Oceano, decise di porvi queste Colonne a ricordo della sua spedizione. Dal momento che desiderava compiere un’opera sempiterna, affermano che egli arginò entrambi questi capi per lungo tratto. E perciò, mentre prima essi erano separati da una grande distanza, egli restrinse quel braccio di mare, affinché, resolo poco profondo, e stretto, fosse impedito ai grandi mostri marini di passare dall’Oceano nel mare interno…Ma alcuni affermano che, al contrario, essendo uniti i due continenti, egli vi tagliò un passaggio, e aprendo quel braccio di mare fece sì che l’Oceano si mescolasse al nostro mare…» (pp. 443-44).

Smalto di Limoges, Ercole trasporta le leggendarie colonne (metà del XVI secolo). Cremona, Museo Civico “Ala Ponzone”.
Smalto di Limoges, Ercole trasporta le leggendarie colonne (metà del XVI secolo). Cremona, Museo Civico “Ala Ponzone”.

IV, 23, 2-3: Erice ed Eraclea in Sicilia: «Quando, però, Eracle si avvicinò alla contrada di Erice, Erice, figlio di Afrodite e Buta, che allora regnava su quella contrada, lo sfidò nelle lotta. Il confronto tra i rivali comportava una penalità, poiché Erice avrebbe dato la sua terra, Eracle le vac; –dapprima Erice si indignò dicendo che le vacche erano di valore molto inferiore a paragone della terra, ma quando a questo Eracle rispose dichiarando che se avesse perduto le vacche sarebbe stato privato dell’immortalità, Erice approvò l’accordo e lottando con lui fu battuto e perse la terra. Eracle la consegnò agli abitanti del paese e concesse loro di raccogliere i frutti finché uno dei suoi discendenti non fosse giunto a richiederla, ciò che si dà il caso sia avvenuto: molte generazioni più tardi, infatti, il lacedemone Dorieo, arrivato in Sicilia, si riprese la terra e vi fondò la città di Eraclea. Ma, dal momento che quest’ultima crebbe velocemente, i Cartaginesi, pieni d’invidia e nel contempo temendo che divenuta più forte di Cartagine portasse via ai Fenici la loro egemonia, condussero una spedizione contro di essa con una grande armata e presala con la forza la rasero al suolo…» (pp. 449-50).

IV, 29, 6: la Sardegna possesso cartaginese: «…Avendo trasformato [Iolao] con le coltivazioni il paese e avendovi piantato alberi da frutto, fece diventare l’isola oggetto di contesa. Infatti, a tal punto quell’isola divenne rinomata per l’abbondanza dei suoi frutti che più tardi i Cartaginesi, una volta cresciuta la loro potenza, desiderarono impadronirsene, affrontando per questo molte lotte e pericoli…» (p. 458).

IV, 83, 4: i Cartaginesi rendono onori al santuario di Afrodite a Erice; «…poi, i Cartaginesi, una volta divenuti padroni di parte della Sicilia, non mancarono di onorare particolarmente la dea…» (p. 534).

V, 2, 2: i capi della Sicilia: Lilibeo, Peloro e Pachino: «Il suo perimetro [della Sicilia] è di circa quattromilatrecentosessanta stadi; infatti, dei suoi tre lati, quello che va dal Peloro al Lilibeo è di millesettecento stadi, quello di Lilibeo fino al Pachino, nel territorio di Siracusa, di millecinquecento stadi, e quello che resta di millecentoquaranta stadi» (p. 541).

V, 11, 1-3: l’isola di Ustica e i mercenari di Cartagine: «Dopo Lipara, verso occidente, c’è un’isola in mare aperto, di piccole dimensioni, deserta di abitanti, che prende il nome di Osteode per una certa straordinaria vicenda. Infatti, all’epoca in cui i Cartaginesi conducevano molte grandi guerre contro i Siracusani, impegnando considerevoli forze di terra e di mare, allora presso di loro c’erano molti mercenari provenienti da svariati popoli, turbolenti e di solito causa di molti gravi ammutinamenti, soprattutto quando non ricevevano tempestivamente il soldo, e che anche nell’occasione di cui stiamo parlando praticarono questa loro consueta slealtà e audacia. Poiché erano circa seimila di numero e non ricevevano il soldo, dapprima, riunitisi in massa, inveirono contro i generali, ma dal momento che quelli erano senza fondi e differivano di volta in volta il pagamento, minacciarono che essi si sarebbero vendicati dei Cartaginesi con le armi, e misero le mani addosso ai loro comandanti. Poiché la gerusia li accusava e la contesa si infiammava sempre di più, la gerusia diede incarico in segreto ai generali di far sparire tutti gli uomini accusati della sedizione, e quelli, ricevuto l’incarico e fatti salire i mercenari sulle navi, salparono come per una missione di guerra. Dopo aver raggiunto in navigazione l’isola sopra citata, vi fecero scendere tutti i mercenari, e salparono lasciandovi gli uomini accusati della sedizione. I mercenari, al culmine della sofferenza per la condizione in cui si trovavano, e però non essendo in grado di vendicarsi sui Cartaginesi, morirono di fame. Poiché su un’isola piccola erano morti così tanti prigionieri lì confinati, accadde che il posto, che era ridotto, fu riempito di ossa, ragion per cui l’isola ricevette il suo nome [Osteode]. In questo modo, dunque, ai mercenari, che avevano commesso una tale iniquità, capitò la sventura più grande, in quanto dovettero morire per mancanza di cibo» (pp. 553-54).

V, 12, 1-4: le isole a sud della Sicilia: Malta, Gozo e Kerkenna: «.…davanti alla Sicilia, dalla parte della sua sponda meridionale, stanno tre isole in alto mare, e ciascuna di esse ha una città e porti capaci di offrire sicurezza alle navi esposte alle tempeste. La prima è quella nota come Melite, lontana circa ottocento stadi da Siracusa, e ha molti porti dagli straordinari vantaggi, e abitanti che godono di prosperità economica; infatti, vanta artigiani che svolgono vari tipi di attività – i più importanti sono i tessitori di lino, che è splendido per la sua leggerezza e morbidezza –, e le abitazioni sono degne di nota, costruite ambiziosamente con cornici e stucchi particolarmente eleganti. Quest’isola è colonia dei Fenici, i quali, estendendo i loro commerci fino all’Oceano occidentale, la tenevano come rifugio, in quanto è ben fornita di porti e situata in mare aperto; per questa ragione i suoi abitanti, ricevendo assistenza in molte loro necessità dai mercanti, raggiunsero presto un notevole tenore di vita e crebbero in celebrità. Dopo quest’isola, ce n’è una seconda, che porta il nome di Gaulo, in mare aperto, adornata di porti in buona posizione, e colonia dei Fenici. Di seguito viene Cercina, rivolta verso la Libia, che ha una città modesta e porti comodissimi, adatti non soltanto alle navi mercantili, ma anche a quelle da guerra…» (pp. 554-55).

V, 15, 1, 4-5: i Cartaginesi occupano le coste della Sardegna: «Vicino a Cirno c’è un’isola chiamata Sardegna, di grandezza analoga a quella della Sicilia, abitata dai barbari che hanno nome Iolei…I Cartaginesi, sebbene fossero più potenti e si fossero impadroniti dell’isola, non furono capaci di asservire coloro che l’occupavano in precedenza…Sebbene i Cartaginesi facessero spesso spedizioni contro di loro [gli Iolei] con forze considerevoli, data la natura aspra della regione e la difficoltà incontrata nelle loro azioni contro le abitazioni sotterranee, quelli rimasero liberi…» (pp. 557-58).

V, 16, 1-3: Cartagine ad Ibiza e Formentera: «Ma ora che abbiamo parlato a sufficienza della Sardegna, passeremo in rassegna le isole che si trovano di seguito. Infatti, dopo quelle menzionate prima, c’è un’isola chiamata Pitiussa, la cui denominazione deriva dal gran numero di pini (pityes) che vi crescono. Essendo situata in mare aperto è distante dalle Colonne d’Eracle tre giorni e altrettante notti di navigazione; invece dalla Libia un giorno e una notte, dall’Iberia un giorno; per grandezza è analoga a Corcira. Poiché la sua fertilità è modesta, ha poca terra adatta alla coltivazione della vite, ma ha alberi d’olivo innestati sugli olivi selvatici. Dei prodotti dell’isola, affermano che la morbidezza delle sue lane sia la migliore. L’isola, che è disseminata di pianure notevoli e di altipiani, ha una città chiamata Ereso [Ebuso, Ibiza], colonia dei Cartaginesi. Ha anche porti notevoli, mura ben alte e un gran numero di case ben costruite. Vi abitano barbari di varia nazionalità, ma la maggior parte sono Fenici. Lo stanziamento della colonia è avvenuto centosessanta anni dopo la fondazione di Cartagine» (pp. 559-60).

Orecchini punici in oro. Ibiza, Puig des Molins.
Orecchini punici in oro. Ibiza, Puig des Molins.

V, 17, 1-2: le isole Baleari: Maiorca e Minorca patria di frombolieri: «Vi sono altre isole di fronte all’Iberia, cui i Greci danno il nome di Gimnesie, per il fatto che gli abitanti vivono nudi (gymnòi) nella stagione estiva, ma che la gente delle isole e i Romani chiamano Baleari, perché i loro abitanti nel lanciare (ballein) con le fionde grandi pietre sono più capaci di tutti quanti gli uomini. La maggiore di queste è la più grande di tutte le isole dopo le sette, Sicilia, Sardegna, Cipro, Creta, Eubea, Cirno e Lesbo, ed è lontana un giorno di navigazione dall’Iberia; la più piccola è situata a oriente…Entrambe le isole hanno un suolo fertile che dà frutti abbondanti, e un gran numero di abitanti, oltre trentamila, ma per quanto riguarda i prodotti alimentari, non coltivano la vite; e perciò sono tutti dediti al vino, per la sua scarsità verso di loro; poiché mancano del tutto anche di olio di oliva, preparano un olio ricavandolo dal lentischio, che mescolano con il grasso di maiale, e con cui si ungono il corpo» (pp. 560-61).

V, 19, 1-4: Cadice: «Poiché abbiamo discorso delle isole che stanno al di qua delle Colonne d’Eracle, passeremo ora in rassegna quelle che sono nell’Oceano. Infatti, di fronte alla Libia sta un’isola di notevole grandezza, e posta com’è in mezzo all’Oceano è lontana dalla Libia molti giorni di navigazione, ed è situata a occidente. La sua è una terra che dà frutti, in buona parte montuosa, ma in non piccola parte pianeggiante e di bellezza straordinaria. Poiché vi scorrono fiumi navigabili, da essi è irrigata, e presenta molti parchi piantati con alberi di ogni varietà, ricchi di giardini attraversati da corsi d’acqua dolce…La zona montuosa presenta foreste fitte e grandi alberi da frutto di vario genere, e valli che invitano al soggiorno sui monti, e molte sorgenti. In generale, quest’isola è ben fornita di acque dolci correnti…il mare che bagna le coste dell’isola contiene una moltitudine di pesci, per il fatto che l’Oceano per sua natura abbonda per tutta la sua estensione di pesce di varia specie» (pp. 562-63).

V, 20, 1-4: i Fenici a Cadice: «Ora, nei tempi antichi quest’isola [Cadice] non fu scoperta per la sua grande distanza dall’intero mondo abitato, ma lo fu più tardi per le seguenti ragioni. I Fenici, che da tempi antichi facevano continuamente viaggi per mare a scopo di commercio, fondarono molte colonie in Libia e non poche nelle parti occidentali dell’Europa. Poiché le loro iniziative procedevano secondo le aspettative, ammassarono grandi ricchezze e tentarono di navigare oltre le Colonne d’Eracle, nel mare cui gli uomini danno nome Oceano. E dapprima, proprio sullo stretto presso le Colonne, fondarono una città sulla costa europea, e poiché essa occupava una penisola, la chiamarono Gadira; vi costruirono molte opere adatte a quei luoghi, e anche un sontuoso tempio di Eracle, e introdussero sacrifici magnifici condotti secondo i costumi dei Fenici. Si dà il caso che questo santuario sia stato tenuto in assai onore, sia allora che in tempi recenti fino alla nostra generazione. Anche molti Romani uomini illustri che avevano compiuto grandi imprese, fecero voti a questo dio, e li adempirono dopo aver portato a termine grandi imprese, fecero voti a questo dio, e li adempirono dopo aver portato a termine le proprie gesta con successo. I Fenici, dunque, mentre esploravano, per le ragioni sopra citate, la costa al di là delle Colonne, navigando lungo la Libia, furono portati fuori rotta dai venti, a grande distanza nell’Oceano. Dopo essere stati esposti alla tempesta per molti giorni, furono portati sull’isola che abbiamo citato, e una volta constatata la sua prosperità e la sua natura, ne resero nota l’esistenza a tutti gli uomini. E perciò i Tirreni, al tempo in cui erano padroni del mare, intrapresero il tentativo di mandarvi una colonia, ma i Cartaginesi lo impedirono loro, sia perché per la fertilità dell’isola molti vi si volevano trasferire da Cartagine, sia per prepararsi un luogo in cui rifugiarsi contro gli imprevisti della sorte, nel caso che a Cartagine toccasse qualche disastro totale. Infatti, dal momento che erano padroni del mare, avrebbero potuto – pensavano – far vela con tutta la casa e la famiglia verso un’isola sconosciuta a chi li avesse sconfitti» (pp. 563-65).

V, 35, 1-5: le miniere d’argento dell’Iberia e i commerci fenici: «Poiché abbiamo discorso sui fatti riguardanti gli Iberi, pensiamo che non sia fuori luogo discorrere delle miniere d’argento del loro paese; infatti, questa terra possiede pressoché le più abbondanti e più belle miniere d’argento, e questo metallo procura grandi rendite a chi lo lavora. Ora abbiamo parlato anche nei libri precedenti dei monti dell’Iberia chiamati Pirenei. Questi monti, e per altezza e per dimensioni, si segnalano sugli altri; infatti, si allungano dal mare meridionale pressoché fino all’Oceano settentrionale e, separando la Gallia dall’Iberia e dalla Celtiberia, si estendono per circa tremila stadi. Poiché su di essi vi sono molte foreste fitte d’alberi, nei tempi remoti – affermano – un fuoco che vi era stato lasciato acceso da alcuni pastori bruciò completamente tutta questa regione montuosa; e perciò, dal momento che questo fuoco (pyr) arse in continuazione per parecchi giorni, la superficie del terreno rimase bruciata, e i monti, a causa dell’accaduto, furono chiamati Pirenei, mentre sulla superficie della regione bruciata scorreva molto argento: essendo stata fusa la sostanza elementare da cui si ricava il metallo per la lavorazione, si formarono molti torrenti d’argento puro. Ma mentre il suo uso era ignoto alla gente del paese, i Fenici, che praticavano la mercatura e avevano appreso ciò che era avvenuto, acquistavano l’argento in cambio di altre merci di poco valore. Perciò, appunto, i Fenici, trasportandolo sia in Grecia sia in Asia e presso tutti gli altri popoli, si assicurarono grandi ricchezze. I mercanti arrivano ad un tale punto di avidità che, nel caso in cui le loro imbarcazioni siano già sovraccariche e una grande quantità d’argento sia in sovrappiù, tirano via i piombi delle ancore e sostituiscono nell’uso l’argento al piombo. Perciò, per molto tempo i Fenici, grazie ad un commercio di questo genere, accrebbero progressivamente la propria potenza, e inviarono molte colonie, alcune in Sicilia e nelle isole vicine, altre in Libia, Sardegna e Iberia (pp. 582-83).

V, 38, 2- 4: Cartagine e lo sfruttamento delle miniere iberiche: «Pur essendo molte le caratteristiche straordinarie dei lavori minerari sopra descritti, ci si potrebbe meravigliare non poco del fatto che nessuna miniera ha inizio recente, mentre tutte sono state aperte dall’avidità dei Cartaginesi all’epoca in cui l’Iberia era stata sotto il loro dominio. Fu da queste miniere che trassero i mezzi per la loro progressiva ascesa, assoldando i mercenari migliori e concludendo con il loro aiuto molte grandi guerre. In generale, infatti, i Cartaginesi, quando erano in guerra, non facevano affidamento né su milizie civiche né su soldati raccolti dai loro alleati, ed esposero ai più grandi pericoli i Romani, i Sicelioti e gli abitanti della Libia, vincendoli tutti quanti in ricchezza, grazie all’abbondanza che veniva loro dalle miniere. Abili, infatti, fin da tempi remoti – a quanto sembra –, erano i Fenici nel fare scoperte per il proprio guadagno…Anche lo stagno è presente in molte contrade dell’Iberia, ma non lo si trova in superficie, come alcuni autori hanno detto ripetutamente nelle loro storie, mentre viene scavato e fuso allo stesso modo dell’argento e dell’oro. Infatti, nella regione posta sopra il paese dei Lusitani vi sono molte miniere di stagno, e anche sulle isolette davanti all’Iberia nell’Oceano, chiamate per questo fatto Cassiteridi» (pp. 586-87).

V, 42, 2: il ruolo dei mercanti fenici nello smistamento delle spezie in tutto il mondo abitato: «Abitano l’isola [Iera] i Panacei – così vengono chiamati – ed essi trasportano l’incenso e la mirra oltremare e li vendono ai mercanti arabi, dai quali altri comprano tali merci e le trasportano in Fenicia, in Celesiria, e ancora in Egitto, e infine da queste contrade i mercanti le trasportano in tutto il mondo abitato» (p. 592).

V, 58, 2-3: l’opera di Cadmo: «Poco tempo dopo, Cadmo…approdò a Rodi. Dal momento che era stato esposto a una violenta tempesta durante la navigazione e aveva fatto voto di erigere un santuario a Poseidone, poiché si salvò, costruì sull’isola un recinto sacro a questo dio e vi lasciò alcuni Fenici a sovrintendervi. Costoro, mescolatisi agli Ialisi, continuarono a vivere insieme a questi ultimi come loro concittadini; e da loro – affermano – si traggono i sacerdoti che si succedono al sacerdozio per via ereditaria. Ora, Cadmo onorò anche l’Atena Lindia con offerte votive, tra le quali vi era un calderone bronzeo lavorato alla maniera arcaica; esso aveva un’iscrizione in lettere fenicie, che – affermano – furono portate per la prima volta dalla Fenicia alla Grecia (pp. 610-11).

V, 66, 5: il culto cartaginese di Crono: «Il suo dominio era saldissimo nelle contrade occidentali, ed egli [Crono] fu ritenuto degno del più grande onore, e perciò, fino ai tempi recenti, presso Romani e Cartaginesi – quando Cartagine esisteva –, e anche presso gli altri popoli vicini, erano celebrate importanti feste e sacrifici in onore di questo dio, e molti luoghi ebbero il suo nome» (p. 619).

V, 74, 1: i Fenici e la contestata invenzione dell’alfabeto: «Alle Muse fu dato dal loro padre Zeus di inventare le lettere dell’alfabeto e di combinare le parole nel modo che viene definito “della poesia”. Replicando a chi dice che i Siri sono gli inventori delle lettere, che i Fenici, avendole apprese da loro, le hanno trasmesse ai Greci, che questi Fenici sono quelli che con Cadmo navigarono alla volta dell’Europa, e che per questo i Greci chiamano lettere fenicie, vi è chi afferma che non furono i Fenici a inventarle originariamente, bensì ne mutarono soltanto la forma, e che la maggioranza degli uomini utilizzò questo loro modo di scrivere, e che per questo le lettere ricevettero la denominazione di cui abbiamo detto prima» (p. 629).

VII, 11 [Eusebio, Chronicon, I, p. 225 Schöne]: la durata della talassocrazia fenicia e cipriota: LA DURATA DEI DOMINI TALASSOCRATI, che erano signori dei mari (desunta sinteticamente dagli scritti di Diodoro). Dopo la guerra di Troia furono padroni del mare…6) Ciprioti per 33 anni; 7) Fenici per 45 anni…» (pp. 668-69).

XI, 1, 4-5: accordo fra i Persiani di Serse e i Cartaginesi per debellare i Greci di Sicilia: «Serse si fece piegare dalle sue parole [di Mardonio] e, desiderando mettere a soqquadro il mondo greco, inviò un’ambasciata ai Cartaginesi al fine di promuovere un’azione in comune e fissò con loro un accordo nei termini seguenti: egli sarebbe intervenuto militarmente contro i Greci, mentre i Cartaginesi avrebbero approntato nello stesso tempo un poderoso esercito per debellare i Greci residenti in Sicilia e in Italia. Pertanto, in base agli accordi i Cartaginesi, accumulate ingenti risorse, assoldarono truppe mercenarie provenienti dall’Italia e dalla Liguria, oltre che dalla Gallia e dall’Iberia e, in aggiunta a questi contingenti, arruolarono da tutta la Libia e da Cartagine un esercito di cittadini; infine, dopo essersi impegnati nei preparativi per un triennio, riuscirono a organizzare un esercito di trecentomila fanti e una flotta di duecento navi» (pp. 105-106).

XI, 2, 1: l’Egitto, la Fenicia e Cipro forniscono navi a Serse: «Serse, facendo a gara con la sollecitudine e l’impegno dei Cartaginesi, riuscì a superarli in tutti i preparativi nella stessa misura in cui superava i Cartaginesi anche per la moltitudine di popoli che da lui dipendevano. Egli d’altronde cominciò a farsi costruire navi in tutte le regioni marittime che erano sottomesse alla sua autorità, nell’Egitto, nella Fenicia e a Cipro…Dedicando dunque ai preparativi un triennio, cioè quello stesso periodo che vide impegnati i Cartaginesi, riuscì ad allestire una flotta che contava più di milleduecento lunghe navi» (pp. 106-107).

XI, 3, 7: i Fenici fornitori di navi per la flotta di Serse: «…la flotta al completo contava più di milleduecento navi: di esse trecentoventi erano greche…gli Egizi ne fornirono duecento, i Fenici trecento, i Cilici ottanta, i Panfili quaranta, altrettante i Libi, e inoltre ottanta i Cari e centocinquanta i Cipri» (pp. 111-12).

XI, 17, 2-3: le navi fenicie a Salamina: «…Le triremi erano schierate in formazioni che raggruppavano ciascuna un determinato gruppo etnico, in maniera che parlando la stessa lingua e conoscendosi a vicenda potessero aiutarsi reciprocamente. Quando la flotta dei Persiani assunse questo schieramento, i Fenici occupavano l’ala destra, mentre la sinistra era tenuta dai Greci che sostenevano la causa dei Persiani…» (pp. 135-36).

XI, 18, 1: l’antica esperienza marinara dei Fenici: «Dopo che Euribiade e Temistocle ebbero portato a termine lo schieramento delle loro navi, gli Ateniesi e gli Spartani, che formavano l’ala sinistra, furono destinati a fronteggiare la flotta dei Fenici, la cui indiscussa superiorità era giustificata non solo dal soverchiante numero delle navi, ma anche da una esperienza marinara che risaliva ad antica data» (p. 136).

XI, 19, 1-4: comportamento dei Fenici a Salamina: «Mentre le navi dei Fenici e dei Cipri erano sopraffatte dagli Ateniesi…gli Ateniesi, dopo aver inseguito fino alla costa i Fenici e i Cipri, tornarono indietro, i barbari, respinti dai nemici, si diedero alla fuga e persero numerose navi…Il Re, deluso nelle sue speranze, mandò a morte quei Fenici che si erano resi responsabili di aver dato inizio alla fuga, promettendo di comunicare agli altri la punizione più opportuna. I Fenici, trattenuti da queste minacce, in un primo momento fecero vela verso l’Attica, ma, sopraggiunta la notte, presero il largo per raggiungere l’Asia» (pp. 138-39).

XI, 20, 1-5: Amilcare [= Hamilcar 1: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 36-40], e la guerra contro i Greci di Sicilia: «…I Cartaginesi, infatti, i quali avevano concertato con i Persiani di debellare nel medesimo tempo i Greci residenti in Sicilia, fecero grandiosi preparativi per far fronte alle necessità di guerra. Come tutto fu pronto, scelsero come generale Amilcare: preferirono cioè l’uomo che godeva della loro più grande ammirazione. Egli, assunto il comando delle ingenti forze navali e di terra, salpò da Cartagine con un esercito forte di non meno di trecentomila uomini e con una flotta che contava più di duecento navi da guerra e più di tremila imbarcazioni, senza contare le numerose navi da carico destinate al trasporto di vettovaglie. Durante la traversata del mare Libico fu sorpreso da una tempesta e perse le imbarcazioni che trasportavano i cavalli e i carri. Quando giunse in Sicilia e approdò al porto di Panormo, ebbe a dichiarare di aver già condotto a termine la guerra: aveva temuto infatti che il mare potesse risparmiare ai Sicelioti i pericoli di una guerra. Impiegò tre giorni perché i suoi soldati si riprendessero e per riparare i danni provocati dal naufragio, quindi si mosse con il suo esercito verso Imera, mentre la flotta appoggiava la sua azione rasentando la costa. Quando giunse nei pressi della suddetta città, egli pose due accampamenti, l’uno per l’esercito di terra e l’altro per gli equipaggi delle navi. Tirate in secco le navi da guerra, le chiuse con un profondo fossato e con una palizzata, fortificando l’accampamento dell’esercito, che collocò di fronte alla città e che si estendeva dal muro costruito a difesa della flotta fino alle colline sovrastanti. Dopo aver assunto il controllo dell’intera zona a occidente della città, fece scaricare dalle navi da carico tutte le vettovaglie e in tutta fretta spedì tutte queste imbarcazioni con l’ordine di caricare grano e altre provvigioni dalla Libia e dalla Sardegna. Egli stesso, assunto il comando dei migliori dei suoi soldati, avanzò verso la città e volse in fuga gli Imerei che si erano precipitati fuori per attaccarlo e molti ne uccise, suscitando sgomento in coloro che erano rimasti in città…» (pp. 140-42).

XI, 22, 4 – 23, 2: la sconfitta cartaginese ad Imera: «…Alla fine non meno di centocinquantamila Cartaginesi furono trucidati; gli altri, rifugiatisi in una località fortificata, riuscirono in un primo momento a sfuggire agli attacchi, ma quel luogo che occuparono era privo di acqua, sicché, tormentati dalla sete, furono costretti ad arrendersi ai vincitori…Quanto agli uomini nelle cui mani era il supremo potere dei due eserciti barbari, la fortuna volle che nel caso dei Persiani il Re riuscisse a sfuggire alla morte e con lui migliaia di soldati; quanto ai Cartaginesi, essi non solo persero il loro comandante, ma videro trucidati coloro che erano sopravvissuti allo scontro, per cui, come si suol dire, non ci fu uomo che sano e salvo portasse la notizia a Cartagine» (pp. 144-45).

XII, 83, 5: Nicia di Nicerato sconsiglia l’intervento ateniese in Sicilia, persa dai Cartaginesi: «…Quando venne presentata [ad Atene] la proposta di deliberare sulla spedizione in Sicilia, Nicia di Nicerato, che godeva di grande stima presso gli Ateniesi per il suo coraggio, sconsigliò la spedizione…: sosteneva inoltre che, se i Cartaginesi, che disponevano di un impero molto vasto e più volte avevano sostenuto delle guerre per la conquista della Sicilia, avevano fallito in questo intento, era impensabile che gli Ateniesi, il cui potenziale bellico era di molto inferiore a quello cartaginese, potessero assoggettare con la lancia la più potente delle isole» (pp. 390-91).

XIII, 57, 2-5: Selinunte in mano ai Cartaginesi: «I selinuntini pertanto si rifugiarono nell’agorà, ma furono tutti trucidati mentre in quel luogo tentavano di opporre resistenza; i barbari si diedero quindi a scorrazzare per l’intera città, depredando tutti gli oggetti di valore che trovavano nelle case. Quanto agli abitanti, alcuni furono sorpresi mentre erano ancora in casa e bruciati insieme alle loro abitazioni; altri, costretti a riversarsi lungo le strade, senza alcuna distinzione, né di sesso né di età, sia che fossero fanciulli o donne o vecchi, venivano tutti trafitti senza alcun senso di misericordia. Obbedendo ad un costume del loro popolo, mutilavano anche i cadaveri; alcuni poi portavano appese in gran quantità ai loro corpi le mani di tanti cadaveri, altri le teste infilzate ai giavellotti e alle lance. Tutte le donne che avevano trovato rifugio con le loro creature all’interno dei templi e che ivi furono sorprese, per espresso ordine furono risparmiate e ad esse soltanto assicurarono la vita. Ma questo atteggiamento fu suggerito non dalla compassione verso quel popolo di infelici bensì dal timore che quelle donne, disperando ormai della salvezza, appiccassero il fuoco ai templi, impedendo in tal modo di depredare la gran quantità di oggetti preziosi consacrati alla divinità e in essi contenuti. Infatti, tale è la crudeltà che contraddistingue i barbari da tutti gli altri popoli, laddove costoro, infatti, per non commettere sacrilegio nei confronti della divinità, risparmiano la vita a quanti trovano scampo all’interno dei templi, i Cartaginesi al contrario si astengono dal far violenza ai nemici per poter depredare i luoghi sacri agli dèi. Al sopraggiungere della notte la città era già completamente saccheggiata; degli edifici, alcuni erano stati dati alle fiamme, altri abbattuti, ogni luogo era ricoperto di sangue e di cadaveri. Si contarono sedicimila cadaveri. A cui bisogna aggiungere gli uomini che furono condotti via come prigionieri e il cui numero superava le cinquemila unità» (pp. 492-93).

XIII, 59, 1-3: Annibale [= Hannibal 2: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 66-70] occupa Selinunte e impone un tributo ad alcuni cittadini: «…Venuti a conoscenza che la città era caduta in mano cartaginese, i Siracusani mandarono un’ambasceria ad Annibale per invitarlo a rilasciare i prigionieri dietro pagamento di un riscatto e a non profanare i templi degli dèi. Annibale replicò che i Selinuntini, per il fatto di essere stati incapaci di difendere la libertà della loro città, avrebbero dovuto sperimentare la schiavitù e che i loro dèi si erano allontanati da Selinunte per il forte risentimento che provavano nei confronti degli abitanti. Ad ogni modo, quanti erano in esilio mandarono come loro ambasciatore Empedione e a lui Annibale restituì i suoi possessi, dal momento che aveva sempre appoggiato la causa dei Cartaginesi…inoltre il Cartaginese, per fargli cosa gradita, concesse la libertà ai parenti che erano fra i prigionieri e ai Selinuntini che erano in esilio accordò il permesso di rientrare nella loro città e di coltivare i campi a condizione che pagassero un tributo ai Cartaginesi» (pp. 494-95).

L’area archeologica di Selinunte.
L’area archeologica di Selinunte.

XIII, 59, 4-8: Annibale [= Hannibal 2: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 66-70] assedia Imera: «.…Annibale, dopo aver raso al suolo le mura di Selinunte, si mosse con l’intero esercito alla volta di Imera con l’intenzione ben precisa di abbattere questa città, a cui rimproverava, infatti, di aver causato l’esilio del padre. Presso le sue mura, inoltre, il nonno Amilcare era stato vinto da Gelone con uno stratagemma, incontrandovi la morte insieme a centocinquantamila uomini, mentre poco meno che altrettanti caddero prigionieri…Egli fece scavare sotto le mura dei cunicoli all’interno dei quali furono collocati dei puntelli di legno, che vennero dati alle fiamme provocando il crollo delle mura per un lungo tratto…gli Imeresi riuscirono a respingere i barbari, preoccupandosi di ricostruire al più presto la parte di muro che era stata abbattuta…» (pp. 495-96).

XIII, 61, 2: Annibale [= Hannibal 2: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 66-70] utilizza Mozia come punto di raccolta della sua flotta: «Intanto in città si sparse la notizia che i Siracusani erano in marcia con tutte le loro forze per portare aiuto agli Imerei e che Annibale stava allestendo le triremi di stanza a Mozia con i migliori soldati di cui disponeva per far vela alla volta di Siracusa e occupare la città nel momento in cui essa era sguarnita di difensori…» (p. 498).

XIII, 62, 3-6: Annibale [= Hannibal 2: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 66-70], presa Imera, congeda le truppe mercenarie: «Poiché la città fu presa con la forza, i barbari per lungo tempo fecero strage senza alcuna pietà…Dopo questi eventi Annibale disciolse l’esercito restituendo alle loro città le truppe sicule che erano venute in suo aiuto; con esse furono licenziati anche i Campani, i quali, ritenendo di essere stati i protagonisti dei successi conseguiti, reclamavano dai Cartaginesi la corresponsione dei premi adeguati alla quantità delle loro imprese. Quindi imbarcò il suo esercito sulle navi da guerra e su quelle da trasporto e, mantenendo un contingente di uomini sufficiente per i bisogni degli alleati, lasciò la costa della Sicilia. Quando giunse a Cartagine col carico dell’immenso bottino, tutti gli accorsero incontro per complimentarsi e per rendergli gli onori dovuti, giacché in poco tempo aveva portato a termine un’impresa certamente più grande e più splendida di quelle compiute dai precedenti generali» (pp. 499-500).

XIII, 79, 8: Cartagine si impegna nuovamente in Sicilia: Cartaginesi e Libici fondano Thermai: «In Sicilia, intanto, i Siracusani inviarono a Cartagine un’ambasceria non solo per biasimare la loro condotta nella guerra, ma anche per pretendere l’assicurazione che per il futuro cessassero di provocare ostilità di ogni genere. La risposta dei Cartaginesi fu ambigua, tanto che si accinsero a organizzare in Libia un grosso esercito, con lo scopo ben preciso di assoggettare tutte le città dell’isola. Prima di trasferire in Sicilia le loro forze, scelsero un gruppo di volontari fra i loro concittadini e gli altri abitanti della Libia e fondarono in Sicilia, in prossimità delle acque calde, una città che chiamarono Thermai» (pp. 528-29).

XIII, 80, 1-5: le operazioni belliche in Sicilia vengono affidate ad Annibale [= Hannibal 2: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 66-70] e Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-65] e: il reclutamento di mercenari: «…Fu in questo periodo [409 a.C.] che i Cartaginesi, esaltati dai loro successi in Sicilia e decisi ad assoggettare l’intera isola, stabilirono di preparare una grande armata. Scelsero come responsabile della spedizione Annibale, cioè colui che aveva distrutto le città di Selinunte e di Imera, e gli conferirono piena autorità per la conduzione della guerra. Ma poiché egli rifiutava a causa della sua età avanzata, gli affiancarono un altro generale, Imilcone figlio di Annone, che era della sua stessa famiglia. Dopo avere deliberato di comune accordo, essi scelsero alcuni cittadini che presso i Cartaginesi godevano di grande prestigio e li inviarono con grosse somme di denaro, alcuni in Iberia, altre alle isole Baleari, con l’ordine di reclutare il maggior numero possibile di mercenari. Questi cittadini percorsero in lungo e in largo la Libia, reclutando come soldati Libi e Fenici e i migliori dei cittadini di quella regione. Invitarono anche altre popolazioni e altri re che erano in amicizia con loro a inviare contingenti di soldati, come i Maurusi e i Nomadi e alcune di quelle genti che abitavano nelle regioni situate vicino a Cirene. Anche dall’Italia trasferirono in Libia truppe mercenarie di Campani, poiché sapevano che il loro aiuto sarebbe stato di grande utilità e che quel contingente di Campani lasciati in Sicilia, offesi com’erano nei confronti dei Cartaginesi, si sarebbero schierati al fianco dei Sicelioti. Quando questi contingenti si radunarono a Cartagine, si calcolò che il numero complessivo degli uomini in armi fosse di poco superiore, contando anche i cavalieri, a centoventimila secondo la cifra riferita da Timeo, o di trecentomila secondo Eforo. I Cartaginesi pertanto, apprestando il necessario per la traversata in Sicilia, non solo provvidero a mettere a posto tutte le loro triremi, ma riuscirono ad allestire anche più di mille navi mercantili» (pp. 529-30).

XIII, 81, 4: Cartagine principale acquirente di vino e di olio d’Agrigento: «.…i vigneti degli Acragantini costituiscono un’eccezione tanto per la loro estensione quanto per la loro bellezza; inoltre, la maggior parte del territorio è ricco di alberi di ulivo, di cui traggono abbondanti raccolti che vendono a Cartagine: poiché, infatti, in quel tempo la Libia non curava ancora la coltivazione di tali piante, gli abitanti del territorio acragantino con i lauti guadagni che traevano dalla Libia in cambio del loro prodotto avevano accumulato ricchezze inverosimili. Di tale prosperità restano ancora oggi molte testimonianze, che è opportuno passare in rassegna anche se brevemente» (pp. 531-32).

XIII, 86, 3: Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-65] sacrifica un fanciullo a Baal per placare l’ira degli dèi: «Morì anche il comandante supremo Annibale e alcuni dei soldati che erano stati mandati a far da sentinella annunziarono che nella notte erano apparsi i fantasmi dei morti. Imilcone, vedendo che la moltitudine fosse oppressa dal timore degli dèi, in un primo momento ordinò che si cessasse la distruzione dei monumenti, poi supplicò gli dèi secondo il rito del suo popolo, sacrificando un fanciullo a Cronos e gettando in mare un grande numero di offerte sacrificali in onore di Poseidone. Tuttavia non rinunziò alle operazioni militari già intraprese…» (pp. 538-39).

XIII, 88, 3: Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-65], al posto della razione di viveri pattuita, offre in pegno ai mercenari le tazze dei soldati cartaginesi: «Ma Imilcone, cui era giunta da qualche fonte la notizia che i Siracusani stavano per trasportare ad Acragas via mare una grande quantità di grano…convinse i soldati ad attendere pochi giorni ancora, offrendo in pegno le tazze dei soldati cartaginesi partecipanti alla spedizione» (p. 541).

XIII, 90, 3-5: Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-65] spedisce a Cartagine il bottino di Agrigento, tra cui il “toro di Falaride”: «Imilcone lasciò al saccheggio e fece perquisire scrupolosamente i luoghi sacri e le abitazioni, ammassando tutto quel bottino che poteva verosimilmente offrire una città che contava duecentomila abitanti…Le opere di maggior pregio furono inviate da Imilcone a Cartagine, compreso il toro di Falaride, mentre il resto del bottino fu venduto. A proposito di questo toro, Timeo nelle sue Storie dichiara perentoriamente che non è affatto esistito, ma il caso ha dimostrato che la sua tesi era erronea; Scipione, infatti, circa duecentosessanta anni dopo la caduta di Acragas, distrutta Cartagine, restituì agli Acragantini quel toro insieme ad altri beni che erano in mano cartaginese: esso era ancora ad Acragas negli anni in cui eravamo impegnati a scrivere la presente opera» (pp. 544-45).

Maiolica di Casteldurante (Urbania), bottega di Andrea da Negroponte, Il toro di Falaride (1550-1560 circa).
Maiolica di Casteldurante (Urbania), bottega di Andrea da Negroponte, “Il toro di Falaride” (1550-1560 circa).

XIII, 96, 5: i Cartaginesi trasferiscono nella metropoli gli oggetti preziosi sottratti agli Agrigentini: «I Cartaginesi, intanto, dopo la conquista della città di Acragas trasferirono a Cartagine non solo le offerte votive e le statue, ma anche tutti gli oggetti più preziosi rinvenuti e vi trascorsero l’inverno dopo aver dato alle fiamme i templi e devastata la città. Quando giunse la stagione primaverile essi approntarono macchine da guerra e proiettili di ogni genere; il loro progetto era di porre l’assedio, prima d’ogni altra, alla città di Gela» (p. 555).

XIII, 108, 4: i Cartaginesi inviano a Tiro una statua di Apollo presa a Gela: «Fuori della città i Geloi avevano una statua di Apollo tutta di bronzo e di grandi proporzioni, la quale fu asportata dai Cartaginesi e inviata a Tiro. I Geloi l’avevano innalzato per obbedire all’oracolo del dio e gli abitanti di Tiro, in occasione dell’assedio che qualche tempo dopo subirono per mano di Alessandro il Macedone, mancarono di rispetto verso la divinità, credendo che essa combattesse a fianco dei nemici; e quando Alessandro conquistò la città, come riferisce Timeo, nello stesso giorno e alla stessa ora in cui i Cartaginesi avevano asportato la statua di Apollo presso Gela, i Greci onorarono la divinità con sacrifici e le processioni più solenni, convinti che avesse favorito la caduta della città…» (pp. 577-78).

XIII, 114, 1-2: Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-66] conclude con Dionisio una pace vantaggiosa e torna a Cartagine: «…Pertanto Imilcone, costretto dalle circostanze, inviò a Siracusa un araldo per invitare gli sconfitti a porre fine alle ostilità. Dionigi acconsentì ben volentieri e la pace fu conclusa alle seguenti condizioni: i Cartaginesi avrebbero avuto l’egemonia, oltre che sui loro antichi coloni, sugli Elimi e sui Sicani; ai Selinuntini, agli Acragantini, come agli Imerei, ai Geloi e ai Camarinei, sarebbe stato consentito di abitare la loro città, purché non fossero fortificate e pagassero ai Cartaginesi un tributo; le città di Leontini e Messene avrebbero continuato a reggersi con le proprie leggi, mentre Siracusa sarebbe rimasta sotto il governo di Dionigi; gli uomini fatti prigionieri e le navi, infine, sarebbero stati restituiti dall’una e dall’altra parte a coloro che li avevano persi. Conclusi questi accordi, i Cartaginesi salparono in direzione della Libia, dopo aver perduto a causa della pestilenza più della metà dei loro soldati. Quando il male si diffuse in Libia, fece numerosissime vittime non solo fra gli stessi Cartaginesi ma anche fra gli alleati» (pp. 584-85).

XIV, 16, 4: Alesa fondazione cartaginese: «…Ma alcuni dicono che Alesa fu fondata dai Cartaginesi al tempo in cui Imilcone stipulò la pace con Dionisio» (p. 105).

Il sito archeologico di Alesa Arconidea (Αλαίσα).
Il sito archeologico di Alesa Arconidea (Αλαίσα).

XIV, 46, 1-4: i Sicelioti saccheggiano le merci dei commercianti e i beni dei proprietari fenici che risiedevano a Siracusa: «Dopo l’assemblea, i Siracusani, col permesso di Dionisio, saccheggiarono i beni dei Fenici; non erano pochi i Cartaginesi che vivevano a Siracusa con grandi proprietà e molti commercianti avevano nel porto le navi cariche di merci, che furono tutte saccheggiate dai Siracusani. Anche gli altri Sicelioti scacciarono allo stesso modo i Fenici che vivevano tra loro e ne saccheggiarono le proprietà, perché, pur odiando la tirannide di Dionisio, partecipavano volentieri alla guerra contro i Cartaginesi per la loro crudeltà. Per queste ragioni anche gli abitanti delle città greche soggette ai Cartaginesi, dopo l’esplicita dichiarazione di guerra di Dionisio, dimostrarono il loro odio per i Fenici; non solo saccheggiarono le loro proprietà, ma li presero e sottoposero a ogni forma di oltraggio e violenza fisica, memori di quanto essi avevano sofferto durante la cattività. E nella loro vendetta contro i Fenici in quell’occasione e anche dopo arrivarono a tal punto, che i Cartaginesi impararono a non maltrattare i vinti…» (pp. 150-51).

XIV, 47, 4; 48, 2-4; 51, 1: Mozia colonia cartaginese: «.…Non lontano da questa collina [Erice] c’era la città di Mozia, colonia dei Cartaginesi, che essi usavano soprattutto come base di operazioni contro la Sicilia; [Dionisio] sperava, una volta impadronitosene, di riportare non pochi vantaggi sui nemici…Questa città era situata su un’isola, a una distanza di sei stadi dalla Sicilia, ed era di una straordinaria bellezza artistica per il grande numero e l’eleganza delle sue case, dato il benessere degli abitanti. Era stato anche costruito uno stretto passaggio che la univa alla costa della Sicilia, distrutto in quell’occasione dagli abitanti di Mozia perché i nemici non avessero nessuna possibilità di arrivare a loro. Dionigi, dopo un’esplorazione dei luoghi con gli architetti, comincia a costruire dei moli fino a Mozia e tirò in secco le navi da guerra all’entrata del porto, mentre ormeggiò le navi da carico lungo la costa. Quindi lasciò a dirigere i lavori il comandante della flotta Leptine…Dionisio, completato il molo con la numerosa manodopera di cui disponeva, accostò alle mura macchine di ogni genere e cominciò a colpire le torri con gli arieti e a respingere con le catapulte quelli che combattevano sugli spalti; accostò alle mura le torri mobili a sei piani, fatte costruire della stessa altezza delle case» (pp. 152-56).

XIV, 51, 2-7: la città di Mozia si difende dall’assalto siracusano: «Gli abitanti di Mozia, anche di fronte al pericolo reale, non si lasciarono intimorire dalle forze di Dionisio, sebbene in quel frangente fossero privi di alleati. Anzi, più assetati di gloria degli assedianti, misero anzitutto degli uomini in coffe poste su antenne fissate agli alberi più alti delle navi, i quali dall’alto lanciavano fiaccole accese e stoppa incendiaria intrisa di pece sulle macchine dei nemici…Vedendosi poi privati della difesa delle mura, sbarrarono i vicoli e utilizzarono le ultime case come un ottimo muro. Perciò i soldati di Dionisio si trovarono in una situazione più critica. Dopo aver fatto irruzione attraverso la breccia e quando già ritenevano di essere padroni della città, furono colpiti dall’alto delle case. Ciononostante accostarono le torri di legno alle prime case e le munirono di ponti mobili. Siccome le macchine erano della stessa altezza degli edifici, il combattimento proseguì corpo a corpo, perché i Sicelioti tramite i ponti mobili issati facevano irruzione nelle case» (pp. 156-57).

XIV, 53, 2-4: saccheggio di Mozia: «Dionisio, che desiderava rendere schiavi gli abitanti della città per ricavarne denaro, cercò prima di impedire ai soldati di uccidere i prigionieri; ma, siccome nessuno gli dava ascolto, anzi vedeva che la furia dei Sicelioti era inarrestabile, fece dire a gran voce dagli araldi agli abitanti di Mozia di rifugiarsi nei templi venerati dai Greci. Quando questo avvenne, i soldati smisero di uccidere e si misero a saccheggiare gli averi; furono sottratti tanto argento, molto oro, vesti preziose e molti oggetti di valore. Dionisio concesse ai soldati di saccheggiare la città perché voleva guadagnarsene il favore in vista dei pericoli futuri Dopo questi fatti premiò con cento mine Archilo per essere salito per primo sulle mura…vendette come bottino i superstiti di Mozia; crocifisse, invece, Daimene e altri Greci, che aveva preso prigionieri, perché avevano combattuto dalla parte dei Cartaginesi…» (pp. 158-59).

XIV, 55, 1: Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-65] consegna ai suoi timonieri un messaggio con sigillo: «Imilcone consegnò a tutti i timonieri un messaggio sigillato con l’ordine di aprirlo dopo essere salpati e di eseguire le istruzioni. Ricorse a questo espediente perché nessuna spia potesse avvertire Dionisio dello sbarco e le istruzioni erano di far rotta per Panormo…» (p. 160).

Cretula dall’archivio di Cartagine punica.
Cretula dall’archivio di Cartagine punica.

XIV, 63, 1: Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-65]: distrugge i templi di Demetra e Core a Siracusa: «Prese anche il sobborgo di Acradina e spogliò i templi di Demetra e Core, atti di empietà nei confronti degli dèi per i quali ebbe poco dopo la giusta punizione…» (p. 169).

XIV, 63, 3-4: Imilcone [= Himilco 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 159-65] assedia Siracusa: edifica fortezze e invia navi per rifornimento in Sardegna e in Libia: «.…[Imilcone] edificò anche tre fortezze lungo il mare, una al Plemmirio, un’altra al centro del porto e l’altra nei pressi del tempio di Zeus; vi trasportò vino e altri viveri in previsione di un assedio piuttosto lungo. Mandò, inoltre, le navi da carico in Sardegna e in Libia per l’approvvigionamento di grano e altri viveri in previsione di un assedio piuttosto lungo» (p. 169).

XIV, 65, 1-3: Teodoro di Siracusa: il dominio di Dionisio peggiore di quello dei Cartaginesi: « “Anche se Dionisio ha aggiunto qualche falsità, è vera l’ultima sua affermazione, che cioè concluderà in poco tempo la guerra. E potrebbe farlo non detenendo personalmente il comando, perché è stato più volte sconfitto, ma restituendo ai cittadini la libertà di cui godevano i loro padri. Ora nessuno di noi affronta con coraggio i pericoli, perché la vittoria non è per nulla diversa dalla sconfitta; se saremo vinti dovremmo sottostare agli ordini dei Cartaginesi, se vinceremo dovremo subire il dominio di Dionisio, peggiore del loro. In effetti i Cartaginesi, se anche vincessero la guerra, una volta riscosso il tributo fissato non ci impedirebbero di governare la città secondo le leggi patrie; questi invece, che ha spogliato i templi e sottratto i beni dei privati assieme alle vite dei loro proprietari, paga i servi per tenere schiavi i padroni; e lui, che in tempo di pace compie le atrocità che accompagnano la conquista della città, promette di porre fine alla guerra contro i Cartaginesi. Ma noi, o cittadini, oltre alla guerra con i Fenici dobbiamo mettere fine anche alla tirannide all’interno delle mura…”» (pp. 170-71).

XIV, 70, 4 – 71, 1: l’epidemia colpisce l’esercito cartaginese: «Quanto ai Cartaginesi, dopo l’occupazione del sobborgo e il saccheggio del santuario di Demetra e Core, si diffuse nell’esercito un’epidemia; contribuì anche a determinare questa calamità di origine divina il fatto che decine di migliaia di persone fossero state raccolte nello stesso luogo e che la stagione fosse particolarmente adatta all’insorgere di malattie, oltre al caldo eccezionale di quell’estate. Sembra poi che la straordinaria gravità del male dipendesse anche dal luogo; infatti in precedenza gli Ateniesi, che occupavano lo stesso campo, erano periti in molti per l’epidemia, in quanto il terreno era paludoso e formava un avvallamento. Presto, prima del sorgere del sole, per la brezza fredda che spirava dalle acque, i loro corpi erano percorsi da brividi; a mezzogiorno poi c’era un caldo soffocante, con un così grande numero di persone ammassate in uno spazio ristretto. L’epidemia colpì prima i Libi e, siccome ne morivano molti, in un primo tempo seppellivano i morti, ma poi, per il gran numero di cadaveri e per il fatto che quelli che curavano i malati venivano contagiati dalla malattia, nessuno osava avvicinarsi agli ammalati. E così, venendo a mancare ogni cura, il male era senza rimedio…» (pp. 176-77).

XIV, 77, 4-5: i Cartaginesi, a seguito della distruzione del tempio di Demetra e Core a Siracusa, ne ufficializzano il culto a Cartagine: «I Cartaginesi, che avevano chiaramente gli dèi contro, si riunirono prima a piccoli gruppi agitandosi e pregando la divinità di deporre la sua ira: ma poi tutta la città cadde in preda alla superstizione e alla paura, perché ciascuno vedeva già col pensiero la città ridotta in schiavitù. Per questo decretarono di propiziarsi con ogni mezzo gli dèi oltraggiati. E siccome non avevano accolto fra i loro culti né Core né Demetra, nominarono loro sacerdoti i cittadini più insigni, innalzarono statue alle dee con ogni solennità e fecero sacrifici secondo il rituale greco; scelsero anche i Greci più ragguardevoli che risiedevano presso di loro e li assegnarono al servizio delle dee…» (p.182).

Zecca di Cartagine, statere in oro (350-320 a.C.). Al dritto testa di Core, al rovescio cavallo retrospiciente.
Zecca di Cartagine, statere in oro (350-320 a.C.). Al dritto testa di Core, al rovescio cavallo retrospiciente.

XV, 15, 1-2: Cartagine si impegna nuovamente in Sicilia: «.…Nel 383/382 a.C. il tiranno di Siracusa Dionisio era ormai pronto a far guerra ai Cartaginesi e cercava un pretesto plausibile per la guerra. Quindi, vedendo le città soggette ai Cartaginesi disposte a ribellarsi, mise sotto la sua protezione quelle che intendevano sollevarsi, si alleò con loro e le trattò benevolmente. Prima i Cartaginesi mandarono ambasciatori al dinasta reclamando le città, ma egli rifiutò e questo determinò l’inizio della guerra. I Cartaginesi intrapresero la guerra contro il tiranno insieme agli Italioti, con i quali strinsero un’alleanza. Prevedendo giustamente l’importanza della guerra, arruolarono come soldati i cittadini atti alle armi e, con le grosse somme di denaro che si procurarono, assoldarono grandi contingenti di mercenari. Assegnarono il comando al re Magone e fecero passare molte decine di migliaia di soldati in Sicilia e in Italia per condurre la guerra su ambedue i fronti…» (p. 249).

XV, 74, 3-4: la profezia e morte di Dionisio nel 367 a.C.: «Secondo una profezia divina egli [Dionisio] sarebbe morto quando avesse vinto quelli migliori di lui e aveva visto nella predizione un riferimento ai Cartaginesi, reputandoli superiori a lui. Perciò nelle frequenti guerre che aveva combattuto contro di loro era solito fuggire al momento della vittoria e farsi vincere di proposito, per non sembrare migliore di quelli più forti di lui. Tuttavia non riuscì, nonostante la sua astuzia, a vincere la forza del Fato, ma, per quanto fosse un cattivo poeta e fosse stato giudicato ad Atene [nelle Lenee], vinse i poeti migliori di lui. Ed era logico che si avverasse l’oracolo e la vittoria riportata su quegli migliori di lui gli portasse come conseguenza la morte» (p. 323).

XVI, 41, 1-4: il persiano Artaserse e i Fenici: «[Artaserse] intraprese anche la guerra contro i Fenici per le seguenti ragioni. C’è in Fenicia una città importante chiamata Tripoli, il cui nome corrisponde alla sua natura; è infatti costituita da tre città a uno stadio di distanza l’una dall’altra e chiamate l’una degli Aradi, l’altra dei Sidoni e l’altra dei Tiri. È la città più importante della Fenicia perché era la sede del consiglio dei Fenici e delle loro decisioni sulle questioni più importanti. Siccome i satrapi e i comandanti risiedevano nella città dei Sidoni e nel dare gli ordini trattavano i Sidoni con insolenza e superbia, le vittime dei maltrattamenti, mal sopportando la loro arroganza, decisero di ribellarsi ai Persiani. Persuasi anche gli altri Fenici a rivendicare l’autonomia, allacciarono rapporti diplomatici col re d’Egitto Nectanebo, nemico dei Persiani e, dopo averlo persuaso ad accettare la loro alleanza, fecero i preparativi per la guerra. Siccome Sidone godeva di particolare benessere e i cittadini privati avevano accumulato con i commerci grandi patrimoni, in poco tempo si allestirono molte triremi, si radunarono un grande numero di mercenari e inoltre si procurarono rapidamente armi, proiettili, viveri e tutte le altre cose utili per la guerra…» (p. 401).

XVI, 42, 3-5: sull’esempio dei Fenici la rivolta contro i Persiani si estende a Cipro: «Nel corso di questi eventi scoppiò anche a Cipro una guerra, che era in relazione con la guerra in questione. C’erano nell’isola nove città importanti, alle quali erano soggette piccole città a loro appartenenti. Ciascuna di esse aveva un re, che governava la città, ma era soggetto al re dei Persiani. Tutti questi re di comune accordo e sull’esempio dei Fenici, si ribellarono e, dopo avere effettuato i preparativi per la guerra, proclamarono i loro regni indipendenti» (p. 402).

XVI, 44, 5-6: Sidone si confronta con i Persiani: «I Sidoni… avevano anche cinto la città di un triplice fossato di grandi dimensioni e di alte mura. Avevano per di più milizie cittadine in numero adeguato, addestrate alle manovre e alle fatiche e di costituzione e forza fisica eccezionali. La città era molto più ricca e più fornita di altre risorse delle altre della Fenicia e, quel che contava di più, aveva più di cento triremi e quinqueremi» (p. 404).

XVI, 73, 3: i Cartaginesi per la guerra in Sicilia contro Timoleonte reclutano cittadini, arruolano Libi e assoldano mercenari iberici, celtici e liguri: «…Allora reclutarono subito per la spedizione i migliori cittadini, arruolarono i Libi atti alle armi e, con una grande somma di denaro che si erano procurata, assoldarono inoltre mercenari tra gli Iberi, i Celti e i Liguri. Costruirono anche navi da guerra, ne radunarono molte da carico e fecero ogni altro approvvigionamento in proporzioni smisurate» (p. 440).

XVI, 80, 4: i Cartaginesi del battaglione sacro contro Timoleonte: «Alla fine i duemilacinquecento Cartaginesi del battaglione sacro, uomini di valore, fama e ricchezza senza pari, furono tutti uccisi dopo un brillante combattimento» (p. 447).

XVI, 82, 3: il fiume Alico segna il confine fra i possedimenti cartaginesi e quelli greci: «…Poi [Timoleonte], di fronte alle trattative diplomatiche avanzate dai Cartaginesi e alle numerose suppliche, accordò la pace a condizione che tutte le città greche fossero libere, che il fiume detto Lico delimitasse i territori sotto il rispettivo dominio e che ai Cartaginesi infine non fosse consentito aiutare i tiranni in guerra con i Siracusani» (p. 449).

XVII, 40, 2-5: Tiro e Alessandro Magno: «Dopo avanzò [Alessandro Magno] verso l’Egitto e giunse in Fenicia, dove ricevette la sottomissione, accolto spontaneamente dai loro abitanti. Solo i Tiri, invece, piuttosto sconsideratamente impedirono di entrare in città al re, che voleva compiere un sacrificio in onore di Eracle Tirio. Alessandro Magno ne fu irritato e minacciò di dichiarare guerra alla città, sicché i tiri si prepararono con fermezza all’assedio: nello stesso tempo volevano fare cosa gradita a Dario e mantenersi rigorosamente fedeli a lui, ritenendo anche che avrebbero ricevuto dal Re grandi ricompense in cambio di questo favore, trascinando Alessandro in un assedio lungo e rischioso e dando invece a Dario l’opportunità di effettuare i preparativi. Inoltre, confidavano nella buona difesa dell’isola e nel suo equipaggiamento, oltre che nella loro colonia di Cartagine. Il re vide che la città era difficile da espugnare dalla parte del mare per le opere di fortificazione di cui era provvista e la presenza delle sue forze navali, mentre da terra era quasi imprendibile perché distava quattro stadi dalla terraferma; tuttavia decise che avrebbe affrontato ogni rischio e sopportato ogni fatica pur di evitare che l’esercito macedone sfigurasse davanti ad una città sola e di nessun conto. Fece subito distruggere la cosiddetta Vecchia Tiro e con le pietre, trasportate da molte decine di migliaia di uomini, fece costruire un molo largo due pletri. Impiegò in massa gli abitanti delle città vicine e la larga disponibilità di manodopera gli permise di completare rapidamente la costruzione» (pp. 516-17).

XVII, 41, 1-8: la resistenza di Tiro: «Dapprima i Tiri, avvicinandosi con le navi al molo, si prendevano gioco del re, domandandogli se si reputava superiore a Poseidone. Dopo, siccome il molo avanzava contro le loro aspettative, decretarono di trasferire i bambini, le donne e i vecchi a Cartagine; scelsero, invece, quelli nel fiore degli anni per difendere le mura e si prepararono a combattere per mare, avendo a disposizione ottanta triremi. Fecero appena in tempo a mettere in salvo una parte dei bambini e delle donne presso i Cartaginesi. Prevenuti dalla larga disponibilità di manodopera di Alessandro e, siccome non erano in grado di sostenere alla pari un combattimento navale, tutta la popolazione fu costretta a resistere all’assedio. Pur avendo già una grande quantità di catapulte e di altre macchine d’assedio, ne costruirono facilmente altre in numero maggiore, perché a Tiro c’erano molti costruttori e altri tecnici di ogni tipo. E quando furono costruiti questi dispositivi di ogni genere e di nuova ideazione, tutta la cinta delle mura fu occupata dalle macchine, soprattutto nel punto in cui il molo si avvicinava alle mura, Quando la costruzione dei Macedoni si estese fino ad essere a tiro del nemico, anche gli dèi inviarono presagi a quelli che erano in pericolo. Un’ondata spinse dal largo sulla costruzione un mostro marino di dimensioni incredibili, che si posò suk molo senza alcun danno, ma rimase per molto tempo sdraiato su un fianco, incutendo un grande terrore a chi assisteva al prodigio, e poi nuotò di nuovo verso il largo dando adito in entrambe le parti alla superstizione. Sia gli uni che gli altri infatti interpretarono il segno nel senso che Poseidone aveva intenzione di aiutarli, tendendo, nell’esprimere questo parere, al loro interesse. Si verificarono anche altri prodigi straordinari, suscettibili di diffondere tra la folla confusione e paura. Mentre i Macedoni erano intenti a mangiare, i pezzi di pane spezzato apparvero di colore sanguigno. Uno poi disse di avere avuto una visione: Apollo gli aveva detto che si preparava ad abbandonare la città. Il popolo però sospettava che avesse inventato quella storia per ingraziarsi Alessandro e perciò i più giovani si accingevano a lapidarlo; costui però fu salvato dai magistrati e si rifugiò nel tempio di Eracle, evitando così, in quanto supplice, la punizione. I Tiri però, spinti dalla superstizione, legarono con catene d’oro la statua di Apollo alla base, impedendo al dio, così almeno credevano, di abbandonare la città» (pp. 518-19).

XVII, 43, 1-5: le macchine dei Tiri e la nuova penisola: «I Tiri, che avevano tecnici metallurgici e costruttori di macchine, apprestarono rimedi ingegnosi. Contro i proiettili delle catapulte costruirono ruote divise da tanti raggi, e muovendole con un congegno spezzavano alcune frecce, ne deviavano altre e riducevano in tutte la forza di propulsione; accogliendo le pietre lanciate dalle catapulte con materiali molli e cedevoli, indebolivano l’intensità della forza impressa dalle macchine…Dopo, quando il molo raggiunse le mura e la città divenne una penisola, si sostennero numerosi gravi scontri durante gli assalti alle mura» (pp. 520-21).

XVII, 44, 1-2; 4-5; 45, 4: ingegnosi sistemi di difesa utilizzati dai Tiri: «Per opporsi al valore dei Macedoni escogitarono un altro sistema ingegnoso, con il quale infliggevano ai nemici più valorosi un supplizio terribile e inesorabile. Fabbricarono scudi di bronzo e ferro, che riempirono di sabbia e, scaldandoli in continuazione su una grande fiamma, rendevano la sabbia infuocata. La gettavano poi con una macchina su quelli che combattevano più arditamente e infliggevano i mali più atroci a chi vi capitava; perché la sabbia, penetrando attraverso la corazza e la tunica, bruciava le carni per l’eccessivo calore e causava un danno irrimediabile…Inoltre, i Fenici lanciavano giù materiale incendiario, giavellotti e pietre e con gli innumerevoli proiettili mettevano a dura prova il valore degli avversari. Con pertiche munite di falce tagliavano le funi che tenevano sospesi gli arieti, rendendo queste macchine inservibili, e con le macchine incendiarie scagliavano grandi masse di metallo incandescente contro la moltitudine dei nemici, e la fitta concentrazione di persone non faceva fallire il bersaglio; sia con “corni” e mani ferrate trascinavano quelli che stavano dietro i ripari. Potendo contare su molti uomini, mettevano così fuori uso tutte le macchine, infliggendo molte perdite agli assedianti…Inoltre, riempirono di alghe pelli e cuoi messi doppi e li stesero a ricevere i proiettili delle catapulte per il lancio delle pietre; e il fatto che questi cadessero mollemente attenuava l’urto delle pietre scagliate» (pp. 522-23).

XVII, 46, 3-6: Alessandro espugna Tiro: «…i Tiri, difendendosi ed esortandosi l’un l’altro, sbarravano i vicoli, sicché tutti, tranne pochi, furono uccisi combattendo, ed erano più di settemila. Il re ridusse in schiavitù le donne e i bambini, mentre impiccò tutti i giovani, che erano almeno duemila. Furono fatti tanti prigionieri perché, nonostante la maggior parte fossero stati trasferiti a Cartagine, ne erano rimasti più di tredicimila. Queste furono le sventure toccate dopo sette mesi di assedio ai Tiri, che avevano sostenuto l’assedio più con coraggio che con saggezza. Il re, fatte togliere le catene d’oro e i legami dalla statua di Apollo, annunciò che avrebbe chiamato il dio “Apollo Filalessandro”…» (pp. 524-25).

Copia dell’Apollo dell’Omphalos, attribuito allo scultore Kalamis (480-460 a.C.). Roma, Musei Capitolini.
Copia dell’Apollo dell’Omphalos, attribuito allo scultore Kalamis (480-460 a.C.). Roma, Musei Capitolini.

XVII, 113, 2: i Cartaginesi e i Libifenici mandano ambascerie ad Alessandro Magno: «Oltre ai popoli, alle città e ai dinasti dell’Asia, giunsero molti anche dall’Europa e dalla Libia; dalla Libia mandarono legazioni i Cartaginesi, i Libifenici e tutte le popolazioni costiere fino alle colonne d’Eracle…» (p. 610).

XVIII, 4,4: Alessandro Magno ordina di attaccare Cartagine e i territori ricadenti sotto il suo dominio: «Le più importanti e le più degne di nota tra le disposizioni di Alessandro erano le seguenti: che in Fenicia, Siria, Cilicia e Cipro si fabbricassero mille navi da guerra, più grandi delle triremi, per una spedizione contro i Cartaginesi e le altre popolazioni che vivevano lungo la costa della Libia e della Iberia e nelle adiacenti regioni marittime fino alla Sicilia; che si navigasse lungo la costa della Libia fino alle colonne di Ercole, e si allestissero nei luoghi più opportuni porti e arsenali adatti ad una spedizione di tale importanza…» (p. 51).

XIX, 2, 2-3: alcuni Cartaginesi si recano a Delfi per interrogare Apollo sulla nascita del futuro tiranno di Siracusa Agatocle: «Carcino di Reggio, esule dalla sua patria, si stabili a Terme in Sicilia, già sottomessa ai Cartaginesi; intrecciata una relazione con una donna del paese e avendola resa gravida, era continuamente turbato nel sonno. Perciò in ansia circa questa nascita, affidò ad alcuni Cartaginesi, che si recavano a Delfi come teori [ϑεωροί], l’incarico di interrogare il dio a proposito del bambino che doveva nascere. Avendo costoro compiuto con cura quanto era stato loro richiesto, l’oracolo rispose che il nascituro sarebbe stato causa di grandi sventure per i Cartaginesi e per tutta la Sicilia» (p. 144).

XIX, 58, 1-4: Antigono I Monoftalmo cerca di avvalersi della nota talassocrazia dei Fenici per allestire imbarcazioni da guerra: «[Antigono] compiute queste azioni, partì alla volta della Fenicia, con lo scopo di organizzare una potenza navale; i nemici, infatti, avevano allora il dominio dei mari, poiché possedevano molte navi; mentre lui non ne aveva neppure poche. Accampatosi a Tiro in Fenicia e progettando di porvi l’assedio, mandò a chiamare i re dei Fenici e gli ipparchi di Siria. Esortò il re a partecipare con lui alle costruzioni navali, poiché Tolomeo teneva in Egitto tutte quante le navi fenicie con i loro equipaggi…Egli stesso, fatti giungere da ogni parte boscaioli, segatori e costruttori di navi, fece trasportare al mare il legname del Libano, che ottomila uomini tagliavano e segavano e mille carri trasportavano. Questa catena montuosa, che fiancheggia la regione di Tripoli, Berito e Sidone, è ricca di legno di cedro e di cipressi straordinari per taglia e bellezza. Istituì tre cantieri navali in Fenicia, a Tripoli, a Biblo e a Sidone…» (p. 212).

XIX, 62, 8: varietà delle imbarcazioni da guerra fenicie costruite per Antigono: «Le prime navi costruite per lui [Antigono] in Fenicia erano intanto finite ed equipaggiate; queste, con quelle lasciate a Tiro, costituivano un totale di centoventi, cosicché in tutto erano riunite intorno a lui duecentoquaranta navi da guerra equipaggiate; di queste, novanta erano a quattro file di rematori, dieci a cinque, tre a nove, dieci a dieci, trenta erano senza ponte» (p. 217).

XIX, 103, 4-5: i Cartaginesi mozzano le mani ai marinai siracusani e subiscono, poi, la stessa sorte: «…i Cartaginesi, penetrati nel Porto Grande di Siracusa con cinquanta navi, non poterono fare nient’altro che attaccare due navi da carico, affondarne una che era ateniese e tagliare le mani ai marinai che erano a bordo. Poiché essi avevano chiaramente trattato con crudeltà uomini che non avevano commesso alcuna colpa. Ben presto la divinità lo fece loro capire; subito infatti alcune navi, separatesi dalla flotta presso le coste del Bruzio, furono catturate dagli strateghi di Agatocle e i Fenici catturati subirono il medesimo trattamento che essi avevano riservato ai loro prigionieri» (pp. 262-63).

XIX, 106, 1-2: preparativi dei Cartaginesi per la guerra contro Agatocle: «…i Cartaginesi…immediatamente allestirono allora oltre centotrenta trireme, scelsero come stratego il più illustre fra loro, Amilcare, e gli affidarono duemila soldati cittadini, tra i quali c’erano molti uomini illustri, diecimila soldati provenienti dalla Libia, mille mercenari tirreni e duecento zeugippi, inoltre mille frombolieri delle Baleari…» (p. 265).

XIX, 109, 1-2: i Baleari eccezionali frombolieri: «Amilcare [= Hamilcar 6: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 44-46] vedendo che i suoi erano sopraffatti e che i Greci assalivano il campo in numero sempre maggiore, schierò i frombolieri delle Baleari, che erano non meno di mille. Costoro, lanciando in continuazione grosse pietre, ferirono molti nemici, uccisero non pochi degli assalitori e distrussero le armi difensive di moltissimi di loro. Questi uomini, infatti, abituati a lanciare pietre della grossezza di una mina [circa 436 gr], in gran misura contribuiscono alla vittoria nei combattimenti, poiché presso di loro si esercitano fin da fanciulli a manovrare la fionda» (p. 268).

XX, 3, 3: Agatocle decide di trasferire la guerra in Libia: «[Agatocle] quando ormai tutti erano convinti che non avrebbe più intrapreso una campagna bellica contro i Cartaginesi, decise di lasciare una sufficiente guarnigione alla città, di scegliere i soldati migliori e con questi trasferirsi in Libia. Sperava infatti, così facendo, che, da una parte, coloro che avevano vissuto a Cartagine in pace per un lungo periodo di tempo ed erano per questo motivo inesperti dei pericoli di una guerra sarebbero stati facilmente vinti da uomini esercitati alle peggiori situazioni; dall’altra, che gli alleati libici, oppressi da molto tempo da gravosi tributi, afferrassero l’occasione per ribellarsi; infine – la cosa più importante –, sperava, presentandosi all’improvviso, di poter saccheggiare quel territorio che mai era stato depredato e che, grazie alla prosperità dei Cartaginesi, era fornito di ricchezze di ogni genere. Si augurava, infine, di respingere i barbari dalla sua patria e da tutta la Sicilia e di trasportare tutta la guerra in Libia; la qual cosa si realizzò (pp. 275-276).

XX, 8, 2-4: Megale ricca città del Nord Africa appartenente ai Cartaginesi: «Agatocle, desideroso di liberare i suoi uomini dallo scoraggiamento, condusse l’esercito nella città chiamata Megale che apparteneva ai Cartaginesi. La regione frapposta, attraverso la quale bisognava passare, era costellata di giardini e di coltivazioni di ogni genere, grazie ai molti corsi d’acqua che solcavano e irrigavano tutta la regione. Sorgevano lì numerose case coloniche, costituite da ricchi edifici, ornati di stucchi che testimoniavano la ricchezza dei loro padroni. I poderi erano pieni di tutto ciò che procura piacere nella vita, poiché gli abitanti, godendo di un lungo periodo di pace, avevano potuto accumulare una gran quantità di prodotti. La regione era in parte coltivata ad uliveti, in parte a vigneti e piena di altri alberi da frutta. Pascolavano, nell’altra parte della pianura, mandrie di buoi e greggi e le paludi vicine erano ricche di cavalli di razza. Insomma, in quei luoghi, esisteva una prosperità di vario genere; i più illustri Cartaginesi si erano divisi i poderi e con il loro denaro avevano fatto di tutto per renderli più confortevoli (pp. 280-81).

XX, 9, 1: i Cartaginesi stendono delle pelli sulle prue delle loro navi in vista di presagi nefasti: «I Cartaginesi che erano all’ancora nella rada dove erano approdati i Sicelioti, vedendo che le navi bruciavano, dapprima furono molto contenti, pensando che i nemici si fossero trovati costretti a distruggere le navi per paura di loro; ma quando videro che l’esercito nemico si dirigeva verso l’interno del paese, riflettendo su quanto sarebbe accaduto, capirono che la distruzione delle navi sarebbe stata la loro disgrazia. Perciò stesero sulle prore delle pelli, come sempre erano soliti fare quando qualche sventura, a giudizio comune, sembrava abbattersi sulla città dei Cartaginesi» (pp. 281-82).

XX, 10, 1-4: l’assemblea degli anziani nomina Annone [= Hanno 10: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, p. 109] e Bomilcare [= Bomilcar 1: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 16-18] comandanti dell’esercito: «…l’assemblea degli anziani mise sotto accusa tutti i comandanti delle navi, poiché, pur avendo il controllo del mare, avevano permesso alle forze nemiche di sbarcare in Libia; nominò comandanti dell’esercito Annone e Bomilcare, benché si odiassero reciprocamente per un’antica inimicizia…[I Cartaginesi], infatti, in tempo di guerra collocano nei posti di comando gli uomini più illustri, ritenendo che questi debbano rischiare in combattimento il tutto per tutto; ma poi quando torna la pace, li calunniano, infliggono loro ingiusti giudizi e a causa dell’invidia li condannano a crudeli punizioni. Per questo motivo alcuni di coloro che sono collocati in posti di comando, temendo il giudizio nel tribunale rinunciano alla carica, altri, invece, si fanno tiranni…» (pp. 282-83).

XX, 10, 6: il battaglione sacro cartaginese: «…Annone aveva il comando dell’ala destra, e combattevano con lui coloro che appartenevano al battaglione sacro…» (pp. 283-84).

XX, 14, 1-7: i timori dei Cartaginesi: «I Cartaginesi, perciò, ritenendo che la sventura venisse loro dagli dèi, si diedero a suppliche di ogni genere verso la divinità e convinti che soprattutto Eracle, il protettore della loro colonia, fosse irritato con loro, inviarono a Tiro una gran quantità di ricchezze e numerose preziose offerte votive. Essendo, infatti, partiti come coloni da quella città, erano soliti, nei tempi precedenti, mandare al dio la decima parte di tutto quanto entrava nelle casse dello stato; ma, in seguito, pur avendo raggiunto grandi ricchezze e ricevendo notevoli proventi, inviarono offerte molto scarse, trascurando il dio. Mandarono anche, per implorare il perdono, tabernacoli d’oro, presi nei loro templi, con i simulacri degli déi, ritenendo che più facilmente avrebbero placata l’ira degli déi se avessero inviato doni per la supplica. Adducevano come causa anche che Crono era loro ostile, per il fatto che, mentre nei tempi precedenti sacrificavano a questo dio il meglio dei loro figli, in seguito compravano e allevavano segretamente fanciulli da destinare al sacrificio; e quando fu fatta un’inchiesta, si scoprì che alcuni di coloro che erano stati sacrificati avevano sostituito le vere vittime. Avendo riflettuto su queste cose e vedendo che i nemici si erano accampati davanti alle mura, furono presi da superstiziosi timori, per il fatto di avere abbandonato le onoranze tradizionali agli dèi. Desiderosi di porre rimedio all’errore, dopo aver scelto duecento fanciulli tra i più nobili, li immolarono pubblicamente; contemporaneamente, altri, non meno di trecento che erano sotto accusa, si votarono spontaneamente alla morte. C’era presso di loro una statua bronzea di Crono che protendeva le mani aperte fino a terra, in modo che il fanciullo che veniva adagiato sopra rotolava giù e cadeva in una voragine di fuoco. È probabile che anche Euripide abbia attinto da lì quella scena della sua tragedia Ifigenia in Tauride, nella quale presenta Ifigenia che, interrogata da Oreste: Quale tomba mi accoglierà, quando sarò morto? risponde: C’è un’ampia voragine sotterranea nella quale arde un fuoco sacro. Inoltre, la storia tramandata tra i Greci dagli antichi miti che Crono eliminava i propri figli, appare confermata da questa tradizione cartaginese (pp. 287-88).

XX, 17, 1-6: Agatocle assedia Tunisi, Neapoli e Adrumeto: «…[Agatocle] dopo aver rafforzato il campo vicino a Tuneto…mosse contro le città situate lungo il mare. Presa di forza per prima la città di Neapoli, si comportò però umanamente con gli abitanti sottomessi; in seguito, giunto ad Adrumeto, sottopose all’assedio questa città, ma ottenne l’alleanza di Elima, un re dei Libici…prese con la forza Tapso; quanto alle altre città, decise di rivolgere le armi contro le località della Libia settentrionale» (pp. 291-92).

XX, 33, 1-2: Agatocle mostra la testa di Amilcare [= Hamilcar 6: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 44-46]: «In Libia, Agatocle, quando giunsero coloro che gli portavano la testa di Amilcare, la prese e portatosi a cavallo vicino all’accampamento dei nemici così che la sua voce potesse essere udita, la mostrò ai nemici e li informò a portata di voce della sconfitta delle loro truppe. I Cartaginesi, fortemente addolorati, prostratisi a terra secondo il costume barbarico, considerarono una loro sventura personale la morte del re [Amilcare] e disperarono su tutto il risultato della guerra…» (p. 307).

XX, 42, 1-2: animali feroci popolano il deserto vicino alle Sirti: «Ofella dunque, con il suo esercito avanzò a fatica attraverso territori privi d’acqua e infestati da belve; non solo, infatti, mancava l’acqua, ma non essendoci neppure cibi solidi, corse il pericolo di perdere tutto l’esercito. Poiché, inoltre, animali feroci di ogni genere popolavano il deserto vicino alla Sirte e la maggior parte di questi avevano il morso mortale, i soldati furono colpiti da grande sventura, dal momento che erano inutili i rimedi offerti da medici e amici…» (pp. 318-19).

XX, 55, 3: Agatocle si impossessa di Utica e di Biserta e stringe legami di amicizia con alcune tribù nomadi:…Saccheggiati tutti i loro beni [degli Uticensi] e lasciato un presidio in città, si accampò in una località chiamata Ippoacra, ben protetta dalla natura, vicino ad un lago…Venuto in possesso in questo modo di queste città, sottomise anche moltissime popolazioni situate lungo il mare e altre che vivevano all’interno, eccetto i nomadi; di questi, però, alcuni strinsero con lui legami di amicizia, altri, invece, aspettavano la conclusione della guerra» (p. 336).

XX, 55, 4: i popoli della Libia: «La Libia era divisa, infatti, tra quattro popolazioni: i Fenici che abitavano allora a Cartagine; i Libifenici che possedevano molte città sul mare e che, essendosi imparentati con i Cartaginesi attraverso matrimoni, per tali legami familiari ebbero questo nome; il gruppo più numeroso, e anche più antico, degli abitanti si chiamava libico e odiava terribilmente i Cartaginesi a causa della durezza della loro egemonia; alla fine c’erano i nomadi, che abitavano gran parte della Libia fino al deserto» (p. 336).

XX, 57, 4-6: La spedizione di Agatocle raggiunge Fellina, Meschela, Ippoacra e Acris: città della Tunisia settentrionale: «…Costui [Eumaco], infatti, dopo aver espugnato Tocca, città grandissima, sottomise molti dei nomadi, abitanti nelle località vicine. Poi, dopo avere assediato vittoriosamente un’altra città, chiamata Fellina, costrinse a fare atto di sottomissione anche coloro che abitavano nelle campagne circostanti, chiamati Asfodeli, che erano, per colore della pelle, simili agli Etiopi. Come terza città, prese Meschela, che era grandissima, abitata anticamente dai Greci che erano ritornati da Troia, dei quali abbiamo parlato nel terzo libro; poi conquistò la località chiamata Ippoacra, omonima di quella soggiogata con la forza da Agatocle, e per ultima la città chiamata Acris, città indipendente…» (p. 338).

XX, 65, 1-2: i Cartaginesi sacrificano agli dèi e sono puniti con il propagarsi delle fiamme: nell’accampamento «…mentre i Cartaginesi, dopo la vittoria, durante la notte sacrificavano agli dèi, per ringraziamento, i più belli dei prigionieri e una gran fiamma avvolgeva gli uomini che stavano per essere immolati, un soffio di vento alzatosi all’improvviso fece appiccare il fuoco alla tenda sacra, che era vicino all’altare, poi alla tenda del comandante supremo e in seguito a quelle degli altri generali, cosicché si diffuse in tutto l’accampamento grande sbigottimento e paura. Alcuni vennero avvolti dalle fiamme mentre cercavano di spegnere il fuoco, altri mentre tentavano di porre in salvo le armature e le suppellettili più preziose. Essendo le tende costruite di canne e paglia e il fuoco attizzato sempre più violentemente dal vento, i soccorsi dei soldati erano sempre prevenuti dalle fiamme, Perciò, mentre tutto l’accampamento bruciava con violenza, molti, colti dalle fiamme negli angusti vicoli, venivano arsi vivi e subivano l’immediata punizione della crudeltà usata verso i loro prigionieri, così alla loro empietà corrispose un’adeguata vendetta; coloro che invece riuscivano a fuggire dall’accampamento tra grandi grida e spavento, andavano incontro a un altro, più grave pericolo».

XXI, 16: i Punici si approvvigionano in Sardegna e in Sicilia: «Il re Agatocle, dopo aver mantenuto per lungo tempo la pace con i Cartaginesi, preparò una grande spedizione con le sue forze di mare: infatti, aveva in animo di trasportare un’altra volta l’esercito in Libia, e di impedire con le navi ai Punici i rifornimenti di grano dalla Sardegna e dalla Sicilia: nella precedente spedizione in Libia i Cartaginesi avevano salvato la loro patria dai pericoli grazie alla loro supremazia marittima…» (p. 40).

XXII, 10: Pirro conquista i principali possedimenti cartaginesi in Sicilia: «…Marciò quindi [Pirro] contro i possedimenti cartaginesi…Sottomise per prima la città di Eraclea, che aveva una guarnigione cartaginese; e prese poi Azone. Allora passarono al re gli abitanti di Selinunte, Alicie, di Segesta e di molte altre città. E sebbene Erice avesse una considerevole guarnigione cartaginese e fosse per natura forte e difficile da assediarsi, Pirro decise di prenderla con la forza. Fece avanzare le macchine contro le mura, e l’assedio fu grande e tremendo e durò a lungo, finché il re, volendo conquistarsi una grande fama a fare a gara con Eracle stesso, si lanciò per primo sulle mura e, sostenendo un combattimento da eroe, uccise i Cartaginesi che si lanciavano contro di lui…si diresse contro Iete, famosa per la saldezza della sua posizione, posta a dominio di Palermo, che aveva il più bel porto di Sicilia, fatto dal quale la città aveva ricavato il suo stesso nome. Pirro la prese con la forza, e, quando si fu impossessato anche della fortezza di Eircte, ebbe così conquistati tutti i possedimenti cartaginesi e ne divenne il re, con l’eccezione però di Lilibeo. Questa città era stata fondata dai Cartaginesi dopo la distruzione di Mozia da parte del tiranno Dionisio: infatti, ne avevano raccolto gli scampati, e li avevano insediati in Lilibeo. Mentre Pirro si stava preparando all’assedio di questa città, i Cartaginesi trasferirono dalla Libia a Lilibeo un considerevole esercito; e poiché avevano il controllo dei mari vi portarono anche molto grano e macchine e un’incredibile quantità di armi da lancio. Dato poi che la città è circondata in gran parte dal mare, fortificarono con un muro gli accessi dalla parte di terra e fecero parecchie torri, a poca distanza l’una dall’altra, e scavarono un gran fossato…[il re] era intenzionato a lasciare Lilibeo ai Cartaginesi; ma gli amici che gli stavano più vicini nel consiglio e i delegati delle città lo costrinsero a non lasciare in alcun modo che i barbari mantenessero una testa di ponte in Sicilia, ma a scacciare i Fenici da tutta l’isola, e a delimitare col mare i loro possedimenti…» (pp. 55-56).

Busto di Pirro, epoca romana. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
Busto di Pirro, epoca romana. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

XXII, 13: Annibale [= Hannibal 3: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 70-72] inganna Ierone: un esempio di fides punica: «…Accadde infatti che Annibale, comandante dei Cartaginesi…andò subito dal re, apparentemente per porgere le sue congratulazioni, ma in realtà cercando di ingannare Ierone. Il re, prestando fede al Fenicio, rimase inattivo. Annibale andò allora a Messina e trovò i Mamertini sul punto di consegnare la città; egli li dissuase e, col pretesto di portare aiuto, introdusse in città quaranta (?) soldati. Così i Mamertini, che per la sconfitta non avevano più speranze, nel modo che s’è detto riacquistarono sicurezza. Ierone, ingannato dal Fenicio, abbandonò sfiduciato l’assedio e tornò a Siracusa dopo aver conseguito quella celeberrima vittoria. I Cartaginesi s’incontrarono nuovamente con Ierone dopo che questi ebbe lasciato Messina, stipularono un trattato di cobelligeranza e decisero di attaccare Messina assieme» (pp. 59-60).

XXIII, 1: la Sicilia, la più bella fra le isole, è essenziale per la nascita di qualsiasi egemonia mediterranea: «La Sicilia è la più bella di tutte le isole, poiché contribuisce grandemente alla crescita di un impero. Quando Annone, figlio di Annibale, venne in Sicilia, adunò le sue forze in Lilibeo e avanzò sino a Solunto; presso la città lasciò accampata la fanteria, mentre egli stesso andò ad Agrigento a fortificare la cittadella, dopo aver persuaso i cittadini a divenire alleati dei Cartaginesi, dei quali erano già amici…» (p. 61).

XXIII, 2: i Fenici confidano nella talassocrazia di Cartagine: «…i Fenici dissero che si meravigliavano di come i Romani potessero ardire di passare in Sicilia mentre i Cartaginesi avevano il controllo dei mari: infatti, era chiaro a tutti che, se non avessero mantenuto buone relazioni, i Romani non avrebbero nemmeno osato bagnare le loro navi in mare. I Romani risposero ai Cartaginesi di non insegnar loro a intromettersi negli affari del mare, perché i Romani erano sempre stati degli allievi così bravi da diventare migliori dei maestri…» (p. 62).

XXIII, 8: Annone [= Hanno 13: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 111-14] trasporta in Sicilia sessanta elefanti dalla Libia: Durante l’assedio di Agrigento, Annone il vecchio trasportò dalla Libia una grande armata in Sicilia, cinquantamila fanti, seimila cavalieri e sessanta elefanti. Lo ricorda lo storico Filino di Agrigento…» (p. 64).

XXIII, 9: condanna di Annone [= Hanno 13: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 111-14]: «…I Cartaginesi condannarono Annone ad una multa di seimila pezzi d’oro, condannandolo anche alla perdita dei diritti civili, e come comandante in sua vece mandarono in Sicilia Amilcare…» (p. 65).

XXIII, 9: primi interventi di Amilcare [= Hamilcar 7: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 46-49 ]: «…Cinta quindi di mura Drepano, e fondatavi una città, vi trasferì gli abitanti di Erice, che distrusse, ad eccezione dell’area attorno al tempio…» (p. 65).

XXIII, 12: l’arroganza di Attilio Regolo: «…trattò con insolenza gli ambasciatori cartaginesi] e ordinò loro d’andarsene il più in fretta possibile, aggiungendo che i probi debbono o vincere o sottometter si al vincitore. Così il console non si uniformò ai patrii costumi né si guardò dalla vendetta divina, e di lì a poco trovò la giusta punizione della sua arroganza» (p. 68).

XXIII, 13: i Cartaginesi ripristinano una serie di sacrifici da tempo dimenticati: «Così in questo caso particolare i Cartaginesi moltiplicarono gli onori alle divinità per il grande terrore di ciò che incombeva su di loro, andando anche a cercare i sacrifici che non si facevano più da molto tempo» (p. 68).

XXIII, 21: il vino ubriaca i Galli, mercenari di Cartagine; la cattura degli elefanti oggetto di meraviglia a Roma: «Asdrubale [= Hasdrubal 4: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 132], comandante dei Cartaginesi, ingiuriato dai suoi perché non attaccava battaglia, marciando con tutte le sue truppe attraverso i monti della regione di Selinunte giunse a Palermo. Passato il fiume che scorre presso la città, fece porre l’accampamento attorno alle mura, senza fare palizzate né fossati per la sua scarsa considerazione del nemico. Dai mercanti fu portata di nuovo una grande quantità di vino; i Galli si ubriacarono e si diedero a grida e disordini, cosicché, quando il console Cecilio li attaccò in forze, li sconfisse e si impadronì di sessanta elefanti, che mandò a Roma. E i Romani ne ebbero meraviglia» (p. 74).

XXIII, 23: Amilcare Barca [= Hamilkar 9: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 50-58] e Annibale Barca [= Hannibal 8: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp.74-94]: i migliori comandanti cartaginesi: «Il cartaginese Amilcare, detto Barca, e suo figlio Annibale, che furono considerati da tutti i più grandi comandanti dei Cartaginesi, non solo di quanti furono prima di loro, ma anche di quelli che vennero dopo, ingrandirono notevolmente la potenza della patria con le loro imprese».

XXIV, 1: gli abitanti di Selinunte a Lilibeo: «I Cartaginesi rasero al suolo la città di Selinunte e ne trasferirono gli abitanti a Lilibeo…» (p. 76).

XXIV, 5: Amilcare Barca uomo di eccezionale intelligenza ed esperienza: «Anche prima di diventare comandante, Amilcare era famoso per la sua brillante intelligenza; quando poi prese il comando si mostrò degno della patria sua, sia per desiderio di gloria sia per disprezzo dei pericoli. Ebbe fama d’essere uomo d’eccezionale intelligenza, e superava tutti i concittadini per ardire e per esperienza nelle armi, così che fu “entrambi: sia un bravo principe sia un forte guerriero” [Iliade 3, 179]» (p. 80).

XXIV, 8: Amilcare Barca trasferisce gli abitanti superstiti di Erice a Trapani: «Barca, che aveva navigato durante la notte e che aveva fatto sbarcare le sue forze, e aveva guidato di persona, per primo, la scalata del monte di Erice, lunga trenta stadi, prese la città e ne uccise tutti i difensori. Trasferì poi i superstiti a Trapani» (p. 81).

XXIV, 9: Amilcare Barca, un uomo capace di mostrare pietà: «.…Quando [il console Fundanio] mandò dei messi per trattare il seppellimento dei morti, Barca diede una risposta molto differente da quella che gli era stata data nella precedente occasione. Dicendo, infatti, che era in guerra con i vivi, ma che aveva raggiunto la pace con i morti, diede il permesso perché fossero sepolti» (pp. 81-82).

XXIV, 10: la buona fama di Annone il Grande [= Hanno 18: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp.116-18]: «Annone era un uomo di grandi aspirazioni, bramoso di gloria…Poiché il comandante desiderava mantenere una buona fama e preferiva la libertà alla vendetta, prese tremila ostaggi ma lasciò intatti le città [di Ecatonpilo, odierna Tebessa in Algeria] e i beni. Per questo ricevette corone e grandi onori da coloro che erano stati beneficati…» (p. 82).

XXIV, 12: la crudeltà della moglie di Attilio Regolo: «La madre di questi due fanciulli mal sopportò la morte del marito, e, pensando che fosse stato lasciato morire di stenti, spinse i figli a incrudelire sui prigionieri. Questi furono dunque messi in una stanza molto stretta, dove, per la mancanza di spazio, i corpi erano costretti a rimanere in massa serrata come delle bestie. Dopo che furono rimasti per cinque giorni senza cibo, Bodostore [= Bostar 1: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, p. 20] morì per lo scoraggiamento e le privazioni. Amilcare [= Hamilcar 8: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, p. 49] invece, ch’era un uomo d’animo eccezionale, teneva duro, anche se aveva lasciato ormai ogni speranza. Ma sebbene egli implorasse spesso la donna, e raccontasse con le lacrime la cura che aveva avuto di suo marito, ella era tanto lontana da ogni benevolenza o sentimento umanitario che per cinque giorni gli lasciò accanto il corpo del morto, fornendogli solo un po’ di cibo, con l’intenzione di costringerlo a continuare a sopportare quel supplizio, Quando Amilcare perse ogni speranza di ottenere pietà dalle suppliche, invocò ad alta voce Zeus Xenio e gli dèi che soprintendono alla vicende umane perché fossero testimoni che, anziché una grata benevolenza, riceveva da chi gli doveva riconoscenza un castigo inumano. Tuttavia non morì, sia perché un qualche dio aveva avuto pietà di lui, sia perché il caso gli portò un isperato aiuto. Quando egli era ormai allo stremo, a causa delle esalazioni che venivano dal cadavere e di tutti quei maltrattamenti, alcuni degli schiavi che erano in casa raccontarono ad altri ciò che stava avvenendo; e questi altri, scandalizzati, lo riferirono ai tribuni. Tanta crudeltà parve terribile, e i magistrati convocarono gli Attilii e di lì a poco li accusarono e a momenti li condannarono alla pena di morte per aver disonorato Roma; e li minacciarono che avrebbero avuto il meritato castigo, se non avessero avuto ogni cura dei prigionieri. Gli Attilii rimproverarono aspramente la loro madre, cremarono il corpo di Bodostore e ne mandarono le ceneri ai parenti e liberarono Amilcare da quel supplizio» (pp. 83-84).

XXV, 2-3: la rivolta dei mercenari di Cartagine: «Sebbene i Cartaginesi avessero affrontato pericoli e grandi battaglie e avessero combattuto continuamente contro i Romani per ventiquattro anni, non avevano mai dovuto sopportare disastri così grandi come quelli che procurò loro la guerra contro i mercenari con i quali non erano stati ai patti. Poiché avevano defraudato le truppe straniere dal pagamento dovuto, per poco non persero il loro impero e la loro stessa patria: infatti, i mercenari, cui era stato recato un simile torto, improvvisamente si rivoltarono, e gettarono Cartagine nelle peggiori disgrazie. Con i Cartaginesi avevano militato Iberi, Galli, Baleari, Libii, Fenici, Liguri e schiavi semigreci; e furono costoro che si rivoltarono» (p. 86).

XXV, 3-5: Amilcare Barca e la rivolta dei mercenari: «…Così coloro che stavano attorno a Spendio, per l’empietà e la crudeltà che ho dette, impedirono il comportamento umanitario di Barca. In questo modo anche Amilcare, per quanto restio alla crudeltà, fu costretto a lasciar da parte la sua condotta umana nei confronti dei prigionieri, e ad infliggere un ugual supplizio a quelli che cadevano nelle sue mani…Amilcare fece crocifiggere Spendio; ma quando Mathos prese prigioniero Annibale [= Hannibal 8: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 74-75], lo inchiodò alla stessa croce…» (pp. 87-88).

XXV, 6: le cause della rivolta dei mercenari: «Dopo il ritorno dalla Sicilia i mercenari dei Cartaginesi si ribellarono per queste cause. Essi domandavano eccessivi compensi per i cavalli morti in Sicilia e per gli uomini che vi erano stati uccisi; e fecero una guerra durata quattro anni e quattro mesi. Furono sbaragliati dallo stesso generale, Amilcare Barca, che aveva anche combattuto valorosamente in Sicilia contro i Romani» (p. 88).

XXV, 7: i Cartaginesi tengono alla Sardegna per vie delle sue ricchezze: «L’isola [la Sardegna] era diventata tanto famosa per l’abbondanza dei suoi frutti che in seguito i Cartaginesi, divenuti più potenti, la vollero conquistare, e affrontarono per essa molte battaglie e pericoli. Ma scriveremo di queste cose nel momento opportuno» (p. 89).

XXV, 8-10: Amilcare Barca, a seguito delle proprie vittorie, ottiene dal popolo il comando dell’Iberia: «Amilcare Barca portò alla sua patria molti e grandi servigi, sia in Sicilia, nella guerra che fu combattuta contro i Romani, sia in Libia, quando i mercenari e i Libi si ribellarono e cinsero d’assedio Cartagine. In entrambe le guerre compì mirabili imprese e tenne il comando con saggezza, tanto da averne la giusta approvazione da tutti i cittadini. In seguito però, dopo la fine della guerra in Libia, riunì una schiera degli uomini più miseri, e ammassò, con questa schiera e con le spoglie delle guerre, grandi ricchezze. S’accorse allora che i suoi successi avevano aumentato il suo potere, e si diede a cercare d’ottenere il favore popolare, e indusse il popolo ad offrirgli il comando di tutta l’Iberia a tempo indeterminato…Dopo che Amilcare ebbe avuto a Cartagine il comando supremo, in breve tempo aumentò i possedimenti della sua patria, e portò la flotta sino alle Colonne d’Ercole e Cadice e all’Oceano. Cadice è una colonia dei Fenici, posta agli estremi confini del mondo abitato, sullo stesso Oceano, in cui ha anche una rada. Amilcare combatté contro gli Iberi e con gli abitanti di Tartasso, assieme ai Celti comandati da Istolazio e da suo fratello, e li ammazzò tutti, compresi anche i due fratelli e altri nobilissimi capitani; e catturati vivi tremila uomini li inserì nelle sue schiere…Asdrubale, genero di Amilcare, mandato dal suocero a Cartagine a combattere contro i Numidi che si erano ribellati ai Cartaginesi, ne uccise ottomila, ne catturò vivi duemila, e sottomise gli altri, obbligandoli a pagare un tributo. Intanto Amilcare, dopo aver conquistato in Iberia molte città, ne fondò una grandissima, e la chiamò Acra Leuké, cioè Capo Bianco [oggi Alicante], per la posizione del sito. Amilcare si accampò quindi davanti alla città di Elche e l’assediò. Durante l’inverno mandò a svernare la maggior parte dell’esercito e gli elefanti ad Acra Leuké, la città che egli stesso aveva fondato, e rimase con gli altri all’assedio. Giunse in aiuto degli assediati il re degli Orissi [gli Oretani], e, dopo aver finto di stringere una pace e un’alleanza, scacciò Amilcare. Durante la fuga questi riuscì a procurare la salvezza ai figli e agli amici facendoli deviare per un’altra strada, mentre egli stesso, inseguito dal re, entrò con il suo cavallo in un grande fiume [l’Ebro], ma fu strappato da cavallo dalla corrente. I suoi figli Annibale e Asdrubale e quanti erano con loro si misero in salvo ad Acra Leuké. Abbia dunque Amilcare, come epitaffio, la meritata lode della storia, sebbene sia morto molti anni prima dei tempi nostri» (pp. 89-91).

Akra Leuke: resti archeologici.
Akra Leuke: resti archeologici.

XXV, 12: Asdrubale [= Hasdrubal 5: Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, pp. 133-36] vendica la morte del suocero Amilcare Barca, conquista le città della Spagna sud-occidentale, e fonda Cartagena: «Asdrubale, genero di Amilcare, venuto a sapere del disastro occorso al suocero suo, subito mosse il suo esercito e partì per Acra Leuké con più di cento elefanti. Acclamato dall’esercito e dai Cartaginesi comandante supremo…combatté il re degli Orissi e uccise tutti coloro che avevano procurato la fuga di Amilcare; conquistò le loro città, che erano dodici, e tutte le altre città dell’Iberia. Avendo poi sposato una figlia del re degli Iberi, fu proclamato comandante supremo con pieni poteri di tutti gli Iberi. Quindi fondò sulla riva del mare una città che chiamò Nuova Cartagine [Cartagena], e poi anche una seconda, volendo superare la potenza di Amilcare…» (p. 91).

XXV, 15: Annibale Barca assume il comando in Iberia: inizio della seconda guerra punica: «Dopo l’assassinio di Asdrubale il Cartaginese, non c’era nessuno che tenesse il comando supremo, e così i Cartaginesi elessero a comandante Annibale, figlio maggiore di Amilcare. Gli abitanti di Sagunto, città che Annibale aveva assediato, riunirono gli oggetti sacri e l’oro e l’argento che erano nelle case, e gli ornamenti e gli orecchini e gli argenti delle loro donne, e li fecero fondere assieme a rame e piombo; e dopo aver reso in questo modo inutilizzabile l’oro, uscirono dalla città e furono tutti uccisi combattendo eroicamente, dopo aver fatto anch’essi strage di nemici. Le donne uccisero i propri figli e si tolsero la vita impiccandosi. Così l’occupazione della città non portò ad Annibale nessun guadagno. I Romani chiesero soddisfazione di quest’azione condotta da Annibale contro i trattati e, non avendola ottenuta, diedero inizio alla guerra che fu detta annibalica» (p. 93).

XXV, 19: morte eroica di Amilcare Barca ed imprese di Annibale Barca: «…Questo Amilcare conquistò tutta l’Iberia, ma fu ucciso quando gli Iberi gli si opposero con l’inganno. Allora ordinò a tutto il suo esercito di fuggire; e quando i suoi figlioli, Annibale, allora quindicenne, e Asdrubale, dodicenne, si avvinghiarono a lui e desiderarono dividere con lui la sua morte, con una frusta li costrinse a fuggire assieme agli altri. Quindi, sollevando dal capo il pennacchio e l’elmo, si fece riconoscere agli Iberi; e poiché tutti gli Iberi si lanciarono su di lui così come poterono, i fuggitivi trovarono in questo modo la possibilità di mettersi in salvo. Come Amilcare vide che l’esercito s’era messo in salvo, anch’egli si volse indietro e cercò di non farsi prendere dagli Iberi. Ma, stretto impetuosamente da ogni parte dagli Iberi, lanciò a tutta forza il proprio cavallo e si gettò tra i flutti del fiume Ebro. Mentre stava gettandosi fu raggiunto da un dardo che gli aveva tirato uno dei nemici. E, quantunque affogasse, il suo cadavere non fu trovato dagli Iberi, che invece l’avrebbero desiderato: era stato infatti trascinato via dalle correnti. Annibale, figlio di quest’uomo eroico, combatté sotto Asdrubale, genero di suo padre, e con lui devastò tutta l’Iberia per vendicare la morte del genitore…Annibale, divenuto ormai venticinquenne, senza il consenso del senato e dei suoi superiori, aveva messo assieme un centinaio e più degli uomini più coraggiosi e intelligenti, e viveva saccheggiando l’Iberia, mentre il suo esercito s’accresceva continuamente di nuovi elementi. Quando il numero dei suoi oltrepassò la centinaia, e s’aggirò sulle migliaia e poi sulle decine di migliaia, sebbene li raccogliesse così senza paga né donazioni, il fatto fu risaputo dai Romani…senza aspettare l’attacco dei Romani, solo fra tutti i Siculi, mosse contro l’Italia, facendo il suo cammino attraverso le montagne delle Alpi. Tagliando anche le pietre dove il passaggio era più difficile, dopo sei mesi si scontrò con le forze romane. In varie battaglie uccise molti nemici; quindi si fermò ad aspettare con impazienza il fratello Asdrubale che, attraversata la catena alpina in quindici giorni, si stava avvicinando ad Annibale, portandogli una grande quantità di soldati. Ma i Romani lo vennero a sapere e, attaccatolo di nascosto, lo uccisero, e ne portarono e ne gettarono la testa ai piedi di Annibale. Questi pianse debitamente il caro fratello, e alla fine si scontrò con i Romani a Canne, quando i comandanti dei Romani erano Paolo e Terenzio…In occasione di questa tremenda battaglia vi fu un terribile terremoto che fece separare le montagne, e dal cielo scesero piogge di grandi sassi; e quelli combatterono con tanto accanimento che non s’accorsero di nulla. Alla fine cadde un gran numero di Romani che, quando Annibale mandò in Sicilia gli anelli dei comandanti e degli altri uomini di riguardo, li dovette misurare a medimni…Roma fu dunque colpita allora da una disgrazia così grande, ma Annibale indugiò nel raderla al suolo, mostrandosi troppo fiaccato da vittorie e bevande e stravizi per farlo, finché ancora i Romani non riunirono un altro esercito di Romani. E allora per la terza volta si scoraggiò dall’assalire Roma: infatti, da un cielo limpido giunse una violentissima grandine e una nebbia che gli impedì l’avanzata. E alla fine Annibale, visto di malocchio dai Siculi, si trovò in scarsità di grano, e quelli non gliene mandarono; così quello che era stato un nobile vincitore, vinto dalla fame, fu volto in fuga dal romano Scipione, e quella fu l’occasione del terribile annientamento dei Siculi. Ed egli stesso morì in Bitinia, bevendo un veleno, in una località di nome Libissa, che sembrò farlo morire nella sua patria libica. Annibale aveva avuto infatti un oracolo che suonava più o meno così: “Una zolla libica coprirà il corpo di Annibale”» (pp. 94-97).

XXVI, 2: formazione militare di Annibale Barca: «Annibale era un combattente nato, e dal momento che era stato educato sin da piccolo alla pratica delle tecniche militari e aveva passato molti anni negli accampamenti, a fianco di grandi comandanti, acquistò molta esperienza negli scontri bellici. Poiché dunque era stato fornito dalla natura di grande sagacia, e aveva acquistato abilità strategica per il lungo tempo di pratica guerresca, si riponevano in lui grandi speranze» (p. 99).

XXVI, 4: Sosilo di Sparta, storiografo al seguito di Annibale, autore di una sua storia: «Menodoto di Perinto scrisse un trattato di storia greca in quindici libri, Sosilo di Elide una storia di Annibale in sette libri» (p. 100).

XXVI, 13: Annibale Barca, giunto dal lontano occidente, sottomette quasi tutto il territorio appartenente ai Romani: «Annibale conquistò, tra grandi devastazioni, la città del Bruzio, e prese quindi anche Crotone, ponendo poi anche l’assedio a Reggio. Dopo essere partito dall’estremo Occidente e dalle Colonne d’Ercole, sottomise così tutto il territorio dei Romani eccetto Roma e Napoli, portando la guerra sino a Crotone» (p. 101).

XXVI, 16: Annibale Barca mostra la sua pietas nei confronti del cadavere di Sempronio, garantendogli un decoroso funerale: «Magone mandò ad Annibale il corpo di Sempronio, e quando i soldati ne videro il cadavere, reclamarono a gran voce che fosse tagliato a pezzi, e che questi fossero sparsi al vento. Annibale però disse che non avrebbe permesso che la loro ira si sfogasse su un corpo ormai insensibile, ma, avendo innanzi agli occhi quanto fosse incerta la sorte, e allo stesso tempo ammirando il valore di quell’uomo, garantì al morto un magnifico funerale. Ne raccolse quindi le ossa, le ricompose pietosamente e le mandò al campo romano» (p. 103).

XXVI, 17: i Campani rimangono fedeli ad Annibale: «Quando il senato romano udì che Capua era stata completamente circondata da un doppio muro, anche se pensava che la cattura sarebbe stata imminente, non persistette in una rigida ostilità, ma decretò che, in grazia della comunità di stirpe, tutti i Campani che avessero cambiato schieramento entro una data stabilita avrebbero avuto garantita l’immunità. I Campani però rigettarono tanta generosità, illusi dalle promesse d’aiuto fatte da Annibale, e se ne pentirono quando ormai pentirsene non serviva più a nulla» (p. 104).

XXVI, 23: i Nomadi Micatani diventano irriducibili nemici dei Cartaginesi: «I Cartaginesi, dopo aver portato a termine la guerra contro i Libi, si vendicarono del popolo dei Nomadi Micatani impalando tutti coloro che riuscivano a prendere, compresi donne e bambini. Perciò i loro discendenti, ricordando la crudeltà usata ai loro antenati, divennero i peggiori nemici dei Cartaginesi» (pp. 106-107).

XXVI, 24: Amilcare e Asdrubale Barca, due comandanti degni di fama fra i contemporanei: «Polibio non tralasciò di ricordare le virtù di quell’uomo, di Asdrubale, intendo, ma ricordò che era figlio di Amilcare, chiamato Barca, colui che aveva raggiunto la fama più alta tra i suoi contemporanei: e infatti fu il solo fra i comandanti cartaginesi che, nella guerra di Sicilia, riuscì a battere più volte i Romani; e inoltre, dopo aver portato a termine la guerra civile, fu il primo a portare un esercito in Iberia. Figlio di tanto padre, Asdrubale non fu indegno della fama del genitore. Secondo l’opinione di tutti egli fu infatti il miglior condottiero cartaginese dopo suo fratello Annibale; perciò questi gli lasciò il comando delle forze dislocate in Spagna…Se Asdrubale avesse avuto dalla sua l’aiuto della sorte, senza dubbio i Romani non avrebbero potuto combattere contemporaneamente contro di lui e contro Annibale. Per questo si deve giudicare la sua abilità non sulla base dei risultati delle sue imprese, ma dell’intuizione e dell’ardimento con cui esse furono concepite. Queste qualità dipendono, infatti, dagli uomini, mentre i loro risultati sono nelle mani della sorte» (p. 107).

XXVII, 7: Sofonisba, favorevole ai Cartaginesi, spinge il marito Massinissa a ribellarsi a Roma: «Sofonisba, che fu dapprima la moglie di Massinissa, poi di Siface, e che alla fine si unì nuovamente a Massinissa quando fu presa prigioniera, era bella di aspetto, e abile nei modi, e molto ben capace d’indurre gli uomini a renderle servizio. Partigiana dei Cartaginesi, ogni giorno spingeva suo marito con insistenti preghiere a ribellarsi a Roma: era infatti una donna profondamente nazionalista. Venutolo a sapere, Siface riferì a Scipione cosa andasse facendo questa donna, e gli raccomandò di guardarsene. Poiché anche le notizie che Lelio gli riferiva concordavano, Scipione ordinò che la donna fosse portata al suo cospetto. Massinissa intercedette per lei; ma Scipione lo rimproverò allora con asprezza. E Massinissa, impaurito, gli disse che poteva mandarla a prendere dai suoi; ma egli stesso entrò nella tenda, fece porgere alla donna un veleno mortale, e la costrinse a berlo» (p. 112).

XXIX, 3: Antioco III di Siria ripone ogni speranza in Annibale Barca: «Il re Antioco venne a sapere che le città della Tessaglia erano passate ai Romani; che le sue forze, che dovevano arrivare dall’Asia, tardavano; e che gli Etoli temporeggiavano e fornivano continue scuse. Cadde allora preda di grandi timori. Per questo entrò in collera con coloro che l’avevano consigliato a intraprendere una guerra alla quale non era preparato, fidando nell’alleanza degli Etoli. Allora Antioco ammirò Annibale, che era stato sempre d’opinione contraria, e ripose in lui ogni sua speranza, e, sebbene sino ad allora l’avesse guardato con sospetto, da allora l’ebbe come amico fidatissimo, e faceva ogni cosa su suo consiglio» (p. 126).

XXIX, 6: il vantaggio che deriva ai Cartaginesi dall’impiego di truppe mercenarie: «Come dice un noto proverbio, la disponibilità di risorse monetarie è nelle guerre l’amante del successo. Chi ne possiede in abbondanza, infatti, non manca mai di uomini capaci di combattere. Così ad esempio i Cartaginesi spinsero i Romani nei massimi pericoli, vincendo in battaglie tanto grandi non con un esercito di cittadini, ma con un gran numero di mercenari. L’abbondanza di truppe straniere è quanto mai vantaggiosa per chi le impiega, e incute grandissimo timore nei nemici: quelli infatti adoperano con poco denaro uomini che combattono per loro; questi, anche se vincono, nondimeno si ritrovano subito altri avversari. Infatti, gli eserciti formati da cittadini, sconfitti una volta, perdono tutto, mentre gli eserciti fatti arruolando stranieri, per quanto siano sconfitti, finché abbondano i soldi mantengono intatte le loro forze…» (p. 127).

XXIX, 9: Roma pretende da Antioco la consegna di Annibale Barca: «…Inoltre [Antioco] doveva consegnare anche Annibale di Cartagine e Toante d’Etolia…» (p. 128).

XXIX, 19: Annibale Barca, primo fra i Cartaginesi per intelligenza strategica e grandezza di imprese, garantisce unità alle diverse etnie che compongono il suo esercito: «Annibale, che fu il primo fra tutti i Cartaginesi per intelligenza strategica e per grandezza d’imprese, nel suo esercito non ebbe mai ribellioni, ma con la loro previdenza mantenne in concordia e in armonia truppe diversissime per nascita, e divise dalla varietà dei linguaggi. E così, anche se è costume generale delle truppe straniere passare al nemico appena se ne presenta la convenienza, sotto di lui nessuno osò farlo. Mantenne sempre grandi forze, e non si trovò mai in scarsità di denaro o di vettovaglie, e, cosa fra tutte la più straordinaria, gli stranieri che combatterono al suo fianco non furono inferiori ai cittadini nell’essergli affezionati, anzi li superarono di molto. E infatti, comandando bene le sue truppe, ne ebbe buoni risultati. Conducendo una guerra contro un nemico più potente, per quasi diciassette anni saccheggiò l’Italia, e rimase invitto in tutte le battaglie. In tanti e tali fatti sconfisse i signori di tutta la terra abitata e, per quantità di morti che aveva fatto, nessuno più osò combattere contro di lui in campo aperto. Molte furono le città che prese e dette alle fiamme, e fece sì che i popoli d’Italia, che si distinguevano per la loro popolosità, scarseggiassero d’uomini. Compì queste imprese non con pubbliche spese, ma con truppe mercenarie e alleati di ogni tipo. E sebbene combattesse contro uomini favoriti dal fatto che parlavano lo stesso linguaggio, con la propria intelligenza e capacità strategica li sconfisse, e a tutti dimostrò che, come è la mente per il corpo, così è un comandante per l’esercito, e che è il comandante che fa il successo» (pp. 132-33).

XXXII, 6: il senato di Roma cela il proposito di distruggere Cartagine: «…Il senato, accettando la consegna della regione, rispose che, visto che i Cartaginesi erano ben disposti, lasciava loro le proprie leggi, il territorio, i santuari, le tombe, la libertà, il diritto di proprietà, senza però nominare mai la città di Cartagine, perché celavano il proposito di distruggerla…» (p. 191).

XXXII, 13-14: notizie su Cartagine: «Quanto al porto di Cartagine, detto Cothon, ci proponiamo di dare un resoconto dettagliato dei vantaggi che presenta quando saremo al momento opportuno. Dicono che il muro della città di Cartagine fosse di quaranta piedi d’altezza e di ventidue di larghezza; ciononostante, le macchine d’assedio dei Romani e le loro virtù belliche si dimostrarono più forti delle loro difese, e la città fu presa e rasa al suolo» (p. 193).

XXXII, 16: longevità di Massinissa: «Massinissa, il vecchio re dei Libi, che si era sempre mantenuto amico dei Romani, visse novant’anni sempre conservando il suo potere, e alla sua morte lasciò dieci figli, che aveva istruito ad essere difensori della causa romana…E il massimo indizio della sua salute e della sua forza è che a quasi novant’anni aveva un figlio di quattro…Tanto si distinse anche nelle occupazioni dei campi da lasciare a ciascun figlio una proprietà di diecimila plettre, provvista di tutto il necessario. E regnò splendidamente per sessant’anni» (pp. 195-96).

XXXII, 24: Scipione alla presa di Cartagine: «Mentre Cartagine era messa a fuoco e le fiamme distruggevano orribilmente tutta la città. Scipione apertamente piangeva. Polibio, il suo consigliere, gli chiese perché soffrisse così; ed egli rispose: “Perché penso all’incertezza della sorte: forse verrà il tempo in cui un fato simile cadrà su Roma”. E citava questi versi del poeta: “Verrà un giorno in cui la sacra Ilio, e Priamo, e/ il popolo suo periranno” [Iliade VI, 448-449]» (p. 196).

Jacobus Buys, Scipione e Polibio fra le rovine di Cartagine (1797). Rijksmuseum, Amsterdam.
Jacobus Buys, “Scipione e Polibio fra le rovine di Cartagine” (1797). Rijksmuseum, Amsterdam.

XXXII, 25: le opere d’arte razziate a Cartagine: «Dopo la distruzione di Cartagine: «[Scipione] mostrò agli ambasciatori mandati dalla Sicilia tutte le spoglie che erano state raccolte, e fece scegliere a ciascuno ciò che era stato un tempo portato dalle loro città a Cartagine, perché lo riportassero in Sicilia. E furono trovate molte immagini di uomini illustri, e molte statue di splendida fattura, e non pochi simulacri agli dèi, d’argento e d’oro. Fra questi c’era anche il famoso toro d’Agrigento. Perilao l’aveva fatto per il tiranno Falaride, e vi morì, dando per primo la dimostrazione della propria arte col suo stesso supplizio» (p. 199).

XXXIV-XXXV, 35: Micipsa esercita il potere e insieme pratica la filosofia: «Micipsa, figlio di Massinissa, re dei Numidi, pur avendo anche molti altri figli, amava soprattutto il più vecchio dei maschi, Aderbale, e Giampsamo e Micipsa. Egli era stato il più capace tra i re della Libia, e aveva al suo seguito molti Greci colti, di cui condivideva il modo di vivere. Poneva sempre molta attenzione alla cultura, soprattutto alla filosofia, e invecchiò esercitando sempre sia il potere che la filosofia» (pp. 259-60).

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La rilettura integrale dell’opera di Diodoro Siculo che qui riproponiamo dopo la selezione meno evenemenziale possibile delle memorie fenicie e puniche si è svolta sulla suggestione della nota che François Chamoux dedicò nel 1990 a questo storico mail-aimé (F. Chamoux, Un historien mal-aimé: Diodore de Sicile, in Bulletin de l’Association Guillaume Budé 3 [1990]. pp. 243-52). Nel complesso le memorie fenicio-puniche raccolte, di cui segnaleremo le più interessanti e oggetto di notazioni, ci portano a confermare appieno quanto François Chamoux scriveva nella sua pagina conclusiva: «Les considérations qui précèdent et qu’il serait aisé de développer plus longuement suffisent pour montrer que l’opinion favorable qu’Henri Estienne avait de Diodore est mieux fondée que le jugement dédaigneux de Wilamowitz, à condition toutefois, comme le précisait Estienne, qu’on juge la Biblioteque historique en fonction de ce qu’elle nous apprend et non d’après le seul critère du style, si utilitatis potius quam voluptatis aurium habenda sit ratio. On y trouve une masse énorme de renseignements qui ne figurent pas ailleurs, présentés sans artifice et dans un ordre chronologique qu’il faut évidemment soumettre à des contrôles, mais qui reste dans tous les cas un guide précieux. A côté des faits historiques, nombre de dètails curieux se rapportent à l’ethnologie, à la géographie, aux mythes; ils reflètent la diversité des intérêts qui sollicitaient le public cultivé, Grecs ou Romains hellénophones, à l’époque de César et d’Antoine. C’est pour ce public que Diodore a travaillé avec une coscience et un sérieux dont nous devons lui savoir gré aujourd’hui. Ne lui demandons pas ce qu’il n’a pas prétendu nous donner: il n’était ni un philosophe de l’histoire comme Thucydide ou Polybe, ni un enquêteur original et plein de talent comme Hérodote. Il n’a pas visé à composer une histoire tragique, ni à charmer par des effets d’éloquence et de style. C’est un érudit honnête et laborieux, qui a su concevoir une tâche nouvelle et d’une grande ampleur et qui l’a conduit à son terme. Pour qui prend la peine de le lire, son œuvre offre une riche matière et n’est pas dénuée, à l’occasion, de quelque charme discret».

L’argomento elefanti è più volte trattato da Diodoro (II, 16, 4, 6; 35, 4; 51, 3-4; III, 10, 1-3; XXIII, 8, 21; XXV, 8-10, 12). Il pachiderma, indiano o africano, ha nelle memorie antiche della nostra tradizione una lunga storia, dai buoi lucani di Pirro (Lucrezio, De rerum natura, II, 1302 [link]) al loro ingresso nei circhi di Roma (Michael Charles, Elephants at Rome. Provenance . Use and Fate, in Athenaeum, 102. 1 [2014], pp. 25-46).

Rimanendo in tema faunistico, spesso non si ricorda quanto lo struzzo (III, 28, 1-4) con il suo uovo sia presente nell’artigianato punico (cf. Gigliola Savio, Le uova di struzzo dipinte nella cultura punica [= Bibliotheca Archaeologica Hispana, 22; Studia Hispano-Phoenicia, 3], Madrid 2004; Annie Caubet, Les oeufs d’autruche, in É Fontan – N. Le Meaux [edd.], Connaissance des arts. La Mediterranée des Pheniciens de Tyre à Carthage [Catalogue de l’exposition de l’Institut du Monde Arabe, novembre 2007 – avril 2008], Paris 2007, pp. 225-27) e in contesti greci ed italici (cf. François Poplin, Œufs d’autruche décorés grecs et étrusques, in F. Blondé – A. Muller [edd.], L’artisanat en Gréce ancienne: les 11 décembre 1998, organisé par l’École française d’Athènes, la Maison de l’Orient méditerranéen Jean-Pouilloux et l’Université Charles-de-Gaulle [= Collection UL3], Lille 2000, pp. 127-43).

Diversi sono i riferimenti alla collaborazione che i Fenici danno a Serse (XI, 1, 4-5; 3, 7; 2, 1; 17, 2-3): su questa “collaborazione”, cf., fra gli altri, Federico Mazza, I Fenici e lo scavo del “Canale di Serse”. Tra fonti storiche e moderne tecnologie d’indagine archeologica, in Rivista di studi fenici 40. 2 (2012), pp. 211-20.

Per l’assedio e la conquista di Mozia (XIV, 47, 4; 48, 2-4; 51, 1; 51, 2-7; 53, 2-4; XXII, 10) e di Tiro (XVII, 40, 2-5; 41, 1-8; 46, 3-6), cf., da ultimo, Manuel Martinez, La fine di Tiro, Mozia e Cartagine: dalla cronaca storica al topos, in E. Acquaro – D. Ferrari (edd.), Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture (= Biblioteca di Byrsa, 5), Lugano 2008, pp. 55-68.

La notizia in XIV, 55, 1 di un messaggio sigillato che Imilcone Magone consegna ai suoi timonieri ci riporta ad un tema che ha interessato le ultime ricerche di glittica punica: quelle sui sigilli a scarabeo, parte del corredo personale del defunto in tombe cartaginesi, e delle loro impronte su argilla (cretule) conservate negli archivi punici di Cartagine e di Selinunte, anch’esse destinate a sigillare documenti: cf. da ultimo, Enrico Acquaro, Cretule e sigilli di Cartagine punica, in Byrsa 19 – 20 (2011), pp. 3-29; Enrico Acquaro, Le monete puniche fra sigilli pubblici e privati, in Atti I e II giornata di studi numismatici, Dolianova (CA) 2013, pp. 115-22.

La distruzione e il saccheggio del tempio di Demetra e Core presso Siracusa (XIV, 63, 1), la successiva epidemia (XIV. 70, 4 – 71, 1) e l’ufficializzazione del culto delle due divinità a Cartagine (XIV, 77, 4-5) ricordati da Diodoro (cf. Paolo Xella, Sull’introduzione del culto di Demetra e Kore a Cartagine, in Studi e materiali di storia delle religioni 40 [1969], pp. 215-28) sono all’origine dell’adozione del tipo di Core al dritto delle monete della città (cf., da ultimo, Enrico Acquaro, Kore nella monetazione di Cartagine punica, in C.A. Di Stefano (ed.), Demetra. La divinità, i santuari, il culto, la leggenda. Atti del I Congresso Internazionale, Enna, 1-4 luglio 2004 [= Biblioteca di “Sicilia Antiqua”, 2], Pisa – Roma 2008, pp. 135-36).

Nella Biblioteca di Diodoro la figura di Annibale Barca, vir maior an peior (cf. Enrico Acquaro, La memoria dei Fenici dai Vangeli a Salvatore Quasimodo [= La memoria dei Fenici, 4], Lugano 2015, pp. 35-45) è ricordata in tutta la sua positività: XXIII, 23; XXV, 15, 19; XXVI, 2, 13, 16, 24; XXIX, 3, 19).

In due dei passaggi riportati (XXXIII, 12; XXIV, 12) si dà conto della vicenda di Attilio Regolo, largamente presente nella letteratura latina (cf., fra gli altri, Giampietro Marconi, Attilio Regolo tra Andronico ed Orazio, in Rivista di cultura classica e medioevale 9 [1967], pp. 15-47). Diodoro in qualche modo si discosta dal topos latino. Nel primo passaggio, infatti, si dà conto di un atteggiamento arrogante di Attilio verso ambasciatori cartaginesi, porgendosi così «alla vendetta divina». Arroganza che trova in qualche modo riscontro nel secondo passaggio, dove la crudeltà della moglie «spinse i figli a incrudelire sui prigionieri» cartaginesi e, come ricorda Orosio (Historiarum adversus paganos libri septem, IV, 10,1), ab Italia reversum resectis palpebris inligatum in machina vigilando necaverunt.

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Dionigi di Alicarnasso (60 circa – post 7 a.C.) (E.A.)
Dionigi di Alicarnasso (da wikipedia).
Dionigi di Alicarnasso (da wikipedia).

Testi di riferimento: Dionigi di Alicarnasso, Le antichità romane. A cura di Francesco Donati e Gabriele Pedullà. Traduzione di Elisabetta Guzzi. Note alle illustrazioni di Luca Bianco. Giulio Einaudi Editore, Torino 2010;

http://remacle.org/bloodwolf/historiens/denys/index.htm;

http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/Roman/Texts/Dionysius_of_Halicarnassus/home.html.

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ΡΩΜΑΙΚΗΣ ΑΡΧΑΙΟΛΟΓΙΑΣ

Libro primo, [II 4]: ad Alessandro Magno mancò la conquista dell’intera Libia: «Neppure i Macedoni riuscirono a sottomettere effettivamente tutta la terra e il mare; della Libia, infatti, conquistarono la distesa, non ampia, di terra confinante con l’Egitto…» (p. 4).

Libro primo, [III 4-5]: Roma sconfigge Cartagine: «…La durata del dominio di Roma fu di settecentoquarantacinque anni, fino al consolato di Claudio Nerone (console per la seconda volta) e di Calpurnio Pisone [7 a.C.], designati durante la centonovantatreesima Olimpiade. Da quando ha imposto il suo dominio su tutta l’Italia e ha osato mirare all’impero universale, scacciando dal mare i Cartaginesi che avevano avuto una potentissima flotta…» (p. 5).

Libro primo, [V 4 – VI 1-2]: fra i più noti storici di lingua greca Sileno di Calatte: «Tutti coloro che hanno contribuito a rendere Roma così grande sono sconosciuti presso i Greci, che non hanno potuto usufruire di uno storico degno di questo nome; infatti nessuna storia in lingua greca, composta in modo accurato, è giunta fino ai nostri giorni, a esclusione di sintesi del tutto brevi e sommarie. Per quanto ne sappia, il primo, che ha trattato sinteticamente le storie romane, è stato lo storico Ieronimo di Cardia nella sua opera Sugli Epigoni. Dopo di lui Timeo di Sicilia ha trattato il periodo arcaico nella sua Storia Universale…Con questi sono da ricordare anche Antigono, Polibio, Sileno e molti altri autori che si sono occupati degli stessi eventi, ma con metodi differenti; ciascuno di costoro ha trattato pochi fatti e neppure in modo accurato e rigoroso, ma ha steso la sua opera raccogliendo le notizie in base a voci raccolte come capita» (p. 7).

Libro primo, [XXXVIII 2]: sacrifici umani a Crono e loro trasformazione nel tempo: «Si tramanda anche che gli antichi offrissero sacrifici umani a Crono, come avveniva a Cartagine finché questa città visse e come avviene tuttora presso i Celti e altri popoli dell’Occidente. Eracle decise di porre fine a questo tipo di rito sacrificale e inaugurò il sacrificio di vittime pure offerte su un fuoco puro. Affinché gli uomini non avessero paura o scrupoli per aver abolito sacrifici ancestrali, il dio insegnò loro a placare l’ira di Crono lanciando nel fiume Tevere dei fantocci costruiti secondo la figura umana e vestiti allo stesso modo, invece che gettare nelle acque uomini legati mani e piedi. In questo modo veniva sradicato dal loro animo lo spirito superstizioso e nello stesso tempo si salvavano le apparenze dell’antico rito..» (pp. 31-32).

Polidoro Caldara da Caravaggio (1500 circa - 1543), "Incontro fra Giano bifronte e Saturno a Roma, sul colle Granicolo". Affresco da un salone di Villa Lante a Roma, ora in Palazzo Zuccari, Bibliotheca Hertziana. Secolo XVI.
Polidoro Caldara da Caravaggio (1500 circa – 1543), “Incontro fra Giano bifronte e Saturno a Roma, sul colle Granicolo”. Affresco da un salone di Villa Lante a Roma, ora in Palazzo Zuccari, Bibliotheca Hertziana. Secolo XVI.

Libro primo, [LXXIV 1]: la fondazione di Roma contemporanea, secondo Timeo di Tauromenio, a quella di Cartagine: «Per quanto riguarda l’ultima colonizzazione di Roma o fondazione o come dir si voglia, Timeo Siculo, rapportandosi a non so quale tipo di datazione, afferma che essa avvenne trentotto anni prima della prima Olimpiade [776 a.C.], nella stessa epoca in cui anche Cartagine fu fondata…» (p. 62).

Libro secondo, [LXVI 66. 3-4]: l’incendio del tempio di Vesta nel 241 a.C. durante la prima guerra punica: «…[I Romani] credono inoltre che il fuoco sia consacrato a Hestia, poiché la dea, essendo la terra e occupando il centro dell’universo, forma il fuoco celeste da se stessa. Vi sono taluni che affermano che oltre al fuoco nel tempio della dea ci fossero altri arredi sacri, che non sono rivelabili alla moltitudine e di cui sono invece a conoscenza i pontefici e le vergini. Essi offrono come non piccola prova della loro tesi ciò che avvenne nell’incendio del tempio durante la prima guerra punica, condotta dai Romani contro i Cartaginesi per il possesso della Sicilia. Quando infatti il tempio prese fuoco e le vergini tentavano con la fuga di sottrarsi alle fiamme, uno dei pontefici, Lucio Cecilio, detto Marcello, ex console (colui che in Sicilia riportò sui Cartaginesi il trionfo con centotrentotto elefanti) non curante della propria salvezza, affrontò, in vista del bene comune, il pericolo lanciandosi fra le fiamme e, presigli oggetti sacri, abbandonati dalle vergini, li trasse in salvo dal fuoco…» (p. 130).

Libro settimo, [70. 3-4]: nessun popolo trasgredisce i rituali che riguardano le celebrazioni dei misteri delle proprie divinità: «…sono convinto che le fondamentali e le più decisive di tutte [queste esposizioni] siano i riti che si celebrano in ogni città, in onore dei culti atavici degli dèi e dei numi tutelari. Sia i Greci che i barbari li hanno mantenuti inalterati per un arco di tempo molto ampio e ritengono che non si debbano fare su di essi interventi innovativi, dominati come sono dal terrore dell’ira divina. Soprattutto i barbari hanno provato questo sentimento per molte ragioni, che non è questo il momento di esporre, e il passare del tempo non ha mai persuaso fino ad ora né gli Egizî, né i Libî, né i Celti, né gli Sciti, né gli Indiani, né insomma alcun altro popolo barbaro, a dimenticare o a violare qualche particolare riguardante le cerimonie dei misteri divini…» (pp. 299-500).

Libro ventesimo (excerpta). [VIII. 1-4]: Pirro in Sicilia, Lilibeo e la minaccia di Cartagine: «[Pirro] introdotto in Siracusa da Sosistrato, che allora dominava la città, e da Toinone, il capo della guarnigione, e ricevute da loro circa duecento navi con rostri di bronzo, sottomessa tutta la Sicilia, ad eccezione di Lilibeo, unica città rimasta ai Cartaginesi, assunse un’arroganza degna di un tiranno…Rendendosi conto che molti che molti nutrivano risentimento contro di lui, introdusse guarnigioni nelle città, prendendo a pretesto la guerra contro i Cartaginesi…Poiché cominciavano in tal modo a sconvolgersi i suoi affari, anche Cartagine ritenne di aver trovato l’occasione favorevole per riconquistare i territori perduti, ed inviò un esercito nell’isola » (p. 825).

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Sileno di Calatte, storiografo legato nei suoi scritti ad Annibale Barca, è stato fatto oggetto di diverse note: Klaus Meister, Annibale in Sileno, in Maia. Rivista di letterature classiche 23 (1971), pp. 3-9; Dominique Briquel, La propagande d’Hannibal au début de la deuxième guerre punique: remarques sur les fragments de Silènos de Kalèaktè, in M.E. Aubet – M. Barthélemy (edd.), Actas del IV Congreso Internacional de estudios fenicios y púnicos, I, Cádiz 2000, pp. 123-27; Eadem, L’utilisation de la figure d’Héraklès par Hannibal: remarques sur les fragments de Silènos de Kaléaktè, in J.M. Andre (ed.), Hispanité et romanité. Actes du colloque tenu à Barcelone et à Paris à l’automne 1999, Madrid 2004, pp. 29-38; Eadem, Sur un fragment de Silènos de Kalè Actè (le songe d’Hannibal, F GR Hist 175, F 8): à propos d’un article récent, in Ktèma. Civilisations de l’Orient, de la Grèce et de Rome Antiques 29 (2004), pp. 145-58.

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Filone di Alessandria (30 a.C. – 45 d.C. circa) (E.A.)

Περί του βίου Μωυσέως

Testo di riferimento: Filone di Alessandria, La vita di Mosè. Introduzione, traduzione e apparati di Paola Graffigna. Rusconi Libri, Milano 1998.

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I, [214]- [218]: la migrazione degli Ebrei guidata da Mosè nella regione dei Fenici: «Dopo che ebbero percorso un cammino lungo e difficoltoso, apparvero i confini d’una terra abitata e i primi villaggi della regione, dove volevano stabilirsi, abitata dai Fenici; essi avevano sperato di trovare qui una vita buona e tranquilla, ma furono delusi. Il re che era a capo del paese, per paura di un saccheggio, fece tra le città una leva di giovani e marciava loro incontro, innanzitutto per fermarli, ma se essi avessero tentato d’avanzare con la forza, si sarebbe difeso con la violenza, poiché aveva truppe da poco messe in campo, mentre gli avversari erano stanchi per il viaggio e per la scarsità di cibo e di bevanda che di volta in volta avevano patito. Quando Mosè apprese dalle sentinelle che l’esercito nemico non era molto lontano, radunò tutti gli uomini validi e scelse come comandante Giosuè, uno dei suoi luogotenenti; poi, si affrettò a procurarsi un più valido alleato. Fece quindi le consuete purificazioni e salì di corsa sul colle vicino e pregò Dio di proteggere gli Ebrei e concedere vittoria e potenza al popolo che aveva liberato da guerre e mali più gravi, poiché non soltanto Egli aveva dissipato le minacce sospese su di loro dagli uomini, ma anche tutte quelle prodigiosamente avvenute in Egitto per lo sconvolgimento degli elementi e per la continua fame durante il viaggio. Stavano già per iniziare a combattere, quando le mani di Mosè subirono una prodigiosa trasformazione: alternativamente infatti erano molto leggere e molto pesanti: quando erano leggere e stavano sospese in alto, i suoi uomini ricevevano forza, si comportavano con coraggio e accrescevano la loro gloria, quando invece per il peso le mani scendevano a terra, prendevano il sopravvento gli avversari. Attraverso tali segni Dio rivelava che gli uni avevano come legittima eredità la terra e le parti più basse dell’universo, gli altri invece l’etere, la parte più sacra, e che, come nell’universo, il cielo ha il dominio e il potere sulla terra, così anche il popolo avrebbe avuto la meglio sui suoi avversari. Finché dunque le mani erano, alternativamente, pesanti e leggere, come piatti di una bilancia, l’esito della battaglia era incerto; d’un tratto però persero il loro peso, le dita servirono loro da ali e furono sollevate verso l’alto, muovendosi nell’area come i volatili, e restarono tese al cielo finché gli Ebrei non ebbero ottenuto una completa vittoria. I nemici furono completamente distrutti e patirono così giustamente quanto cercavano di far soffrire ingiustamente agli altri» (pp. 109, 111).

I, [222] – [235]: ricognizione ebraica della regione dei Fenici: «Dopo averli scelti, Mosè parlò loro: “Ricompensa dei combattimenti e dei pericoli che abbiamo affrontato e a cui sino ad ora facciamo fronte, sono le terre che speriamo di possedere: che la nostra speranza non sia delusa, poiché trasferiamo qui un popolo tanto numeroso. Conoscere i luoghi, gli uomini e la situazione è adesso tanto utile, quanto è dannoso ignorarli…Desideriamo conoscere queste tre cose: numero e potenza degli abitanti, se le città si trovino in una buona posizione e possiedano salde costruzioni oppure no; se le campagne abbiano terreno fertile e grasso, adatto alla semina di ogni tipo di frutti, piante e alberi, o se sia invece povero…”…Giunti in prossimità della regione, saliti sul colle più alto tra quelli intorno, osservarono il paese: era costituito in gran parte da pianure, ricche di orzo. Abbondanti pascoli; la regione montuosa non era meno ricca di viti e altri alberi d’alto fusto; dovunque era folta di boschi, percorsa da una rete di fiumi e sorgenti che garantivano un’abbondante irrigazione, cosicché, dai pendii sino alle cime, tutti i monti erano coperti d’un manto d’alberi ombrosi e, in maniera particolare, i colli e tutte le depressioni naturali. Notarono poi anche che le città erano ben fortificate per due motivi: per la loro posizione favorevole e per la solidità delle mura. Quanto agli abitanti, osservarono che erano infiniti di numero e giganti molto alti, o uomini simili a giganti per statura e forza…Più di tutti, li stupì il frutto della vite: i grappoli erano infatti di dimensioni straordinarie, stesi lungo i sarmenti e i viticci, incredibili a vedersi. Ne staccarono uno e lo sospesero a metà d’un ramo di legno, che due giovani portavano alle due estremità, l’uno da una parte, l’altro dall’altra, a turno, quando i giovani precedenti si stancavano, dato che il peso era assai grave. Sui beni di prima necessità non c’era però accordo tra loro: già prima d’intraprendere il viaggio di ritorno sorsero tra loro moltissime divergenze, seppure piuttosto lievi, per non provocare sedizioni nel popolo con le loro differenti opinioni e le contraddizioni dei loro rapporti; dopo il ritorno, tuttavia, le dispute si fecero più aspre. Gli uni infatti riferivano che ciascuna città era solidamente difesa e molto popolosa esaltando con le parole ogni cosa, inducevano i loro ascoltatori a aver timore. Gli altri, invece, sminuivano l’importanza di tutto ciò che avevano visto e li esortavano a non abbattersi, ma a persistere nel credere che sarebbero riusciti a insediarsi: nessuna città – a loro parere – avrebbe potuto resistere all’attacco di una tale potenza compatta, ma sarebbe caduta sotto la pressione di essa. Ognuno di loro poi suscitava nell’animo degli ascoltatori le sue proprie passioni…Quanto alla regione, tutti davano le stesse informazioni e descrivevano all’unanimità la bellezza sia della pianura sia della regione montuosa…» (pp. 115, 117).

Giovanni Lanfranco, Mosè ed i messaggeri da Canaan (1621-1624), Los Angeles, J. Paul Getty Museum.
Giovanni Lanfranco, “Mosè ed i messaggeri da Canaan” (1621-1624), Los Angeles, J. Paul Getty Museum.

I, [250] – [252]: vittoria ebraica sui Cananei: «Così, dunque, oltrepassarono le città di questo popolo. Ma un re della regione vicina, chiamata Canaan…fece una sortita contro di loro…Dio infuse coraggio negli Ebrei e fece in modo che l’esercito nemico cadesse nelle loro mani» (p. 123).

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Per l’autore e il suo rilievo nella nostra cultura occidentale cf. Filone di Alessandria, Tutti i trattati del commentario allegorico alla Bibbia. A cura di Roberto Radice. Presentazione di Giovanni Reale. Monografia introduttiva di Giovanni Reale e Roberto Radice. Con la collaborazione di Clara Kraus Reggiani e Claudio Mazzarelli. Bompiani Edizioni, Milano 2005; Manuel Alexander Júnior (ed.), Filon de Alexandria nas Origens da Cultura Ocidental, Lisboa 2011; David T. Runia (ed.), Philo of Alexandria. An Annotated Bibliography 1997-2006, Leiden – Boston 2012. In particolare, per l’invasione della terra di Canaan, cf. David Frankel, The Land of Canaan and the Destiny of Israel: Theologies of Territory in the Hebrew Bible (= Siphrut: Literature and Theology of the Hebrew Scriptures, 4), Winona Lake, IN 2011.

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Lucio Anneo Cornuto (I secolo d.C.) (E.A.)

‘Eπιδρομὴ τῶν κατὰ τὴν ‘Eλληνικὴν ϑεολογίαν παραδεδομένων

Testo di riferimento: Anneo Cornuto, Compendio di teologia greca. Saggio introduttivo e integrativo, traduzione e apparati di Ilaria Ramelli (= Bompiani. Il pensiero occidentale). Bompiani, Milano 2003.

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18: l’alfabeto e i Fenici: «…Alcuni invece, dissero che esse [le Muse] siano nate da Urano e da Gea, come se si dovesse considerare antichissimo il racconto relativo a loro. Sono poi incoronate di palma (phoînix), come ritengono alcuni, in ragione dell’omonimia, in quanto sembra che le lettere dell’alfabeto siano una scoperta dei Fenici (Phoiníkon), come, invece, è più ragionevole ritenere, perché tale pianta è delicata, rigogliosa, sempreviva, difficile da scalare e con frutti dolci» (p. 205).

53-55: Demetra, Trittolemo ed Adone: «…Demetra, per parte sua, raffigurata secondo il concetto che ella produce i semi, è rappresentata in modo del tutto appropriato come incoronata di spighe. Questo, infatti, è il cibo più necessario tra quelli di cui gli uomini fa gradito dono il nutrimento proveniente dalle coltivazioni. E, secondo il mito, la avrebbe seminata per il mondo abitato Trittolemo (Triptólemos) di Eleusi. Demetra lo avrebbe fatto salire su un carro trasportato da draghi (drákontes) alati. Sembra, infatti, che per primo uno degli antichi abbia visto acutamente (drakeín) e abbia compreso, grazie alla circostanza che un qualche dio lo abbia fatto salire su un’intelligenza più elevata, la lavorazione del grano,…e di qui ha assunto la denominazione di Triptólemos: quello che trita (trípsas) le oulaí: oulaí sono chiamati i grani d’orzo; Eleusi, poi il luogo in cui per la prima volta furono scoperti…Si racconta, poi, nel mito che Ade rapì la figlia di Demetra [Persefone/Core], a motivo della sparizione dei semi sotto terra per un certo periodo di tempo. Qualcosa di simile simboleggia anche, presso gli Egizî, il racconto di Osiri ricercato e ritrovato da Isi e, presso il Fenici quello di Adone (Ádonis) che, alternativamente, rimase sei mesi sopra la terra e sei sotto, laddove il frutto di Demetra è chiamato così dal piacere (hadeín) agli uomini. Si dice che un cinghiale, colpitolo lo abbia ucciso, per la ragione che le suine sembrano essere dannose per le messi, oppure in quanto essi alludevano al dente del vomere, dal quale la semente è nascosta sotto terra; ed è stato disposto così: che Adone rimanesse per un pari tempo sia presso Afrodite sia presso Persefone, per la ragione che abbiamo detto…» (pp. 261-63).

Zecca di Cartagine in Sicilia. Elettro (264-260 a.C. circa). Al dritto testa di Core, al rovescio cavallo con albero di palma e leggenda in punico, b’rst.

Le teste di Kore e Trittolemo, protagonisti del mito di Demetra, mutuato dalla Sicilia (cf., fra gli altri, A. Calderone, Riflessi della politica ateniese in Occidente: i Sicelioti e il mito di Trittolemo, in Ostraka. Università di Perugia. Istituto di studi comparati sulle società antiche 6.1 [1997], pp. 167-78), sono state coniate al dritto di monete di Cartagine (Enrico Acquaro, Kore nella monetazione di Cartagine punica, in C.A. Di Stefano [ed.], Demetra. La divinità, i santuari, il culto, la leggenda. Atti del I Congresso Internazionale, Enna, 1-4 luglio 2004 [= Biblioteca di “Sicilia Antiqua”, 2], Pisa – Roma 2008, pp. 135-36; Mauro Viola, Corpus Nummorum Punicorum, Roma 2010). Il culto di Demetra e Core (cf., Carla Pera, Demetra e Core nella religione punica, in G. Regalzi [ed.], Mutuare, interpretare, tradurre: storie di culture a confronto. Atti del 2º Incontro «Orientalisti» [Roma, 11-13 dicembre 2006], Roma 2006, pp. 145-54) troverebbe anche riscontro in un santuario cartaginese: Giovanni Distefano, Cartagine. Demetra “peregrina sacra”: un santuario greco nella città punica?, in A. Russo Tagliente – F. Guarneri (edd.), Santuari mediterranei tra Oriente e Occidente. Interazioni e contatti culturali. Atti del Convegno Internazionale, Civitavecchia – Roma 2014, Roma 2016, pp. 539-42.

Per il culto di Adone fra Grecia e Fenicia, cf., da ultimo, Elodie Matricon-Thomas, Adonis à Athènes: le culte en contexte chypro-phénicien, in Rivista di studi fenici 39.1 (2011), pp. 69-80.

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Flavio Giuseppe (37 – dopo il 100 d.C.) (E.A.)

ΙΣΤΟΡΙΑ ΙΟΥΔΑΙΚΟΥ ΠΟΛΕΜΟΥ ΠΡΟΣ ΡΩΜΑΙΟΥΣ

Testi di riferimento: Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, volume I (Libri I-III). A cura di Giovanni Vitucci, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2009; Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, volume II (Libri IV-VII). A cura di Giovanni Vitucci, con un’appendice sulla traduzione in russo antico a cura di Natalino Radovich, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2001.

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Flavio Giuseppe, da The Jewish War, 1888.

I, 21, 5. 409-410: caratteristiche della rotta costiera dalla Fenicia all’Egitto: «Il litorale fra Dora e Ioppe, dove sorge quella città, era privo di porti, sicché chiunque navigasse lungo la Fenicia alla volta dell’Egitto era costretto a gettar l’àncora in mare aperto, allorché si scatenava il libeccio, un vento che anche quando soffia moderatamente sospinge sulle scogliere onde così gigantesche, che il loro riflusso fa ribollire il mare per ampio tratto» (Volume I, p. 165).

I, 21, 11. 422: Erode accresce il decoro urbano di Tripoli, Biblo, Berito, Tiro e Sidone: «…costruì infatti ginnasi a Tripoli,…le mura a Biblo, esedre, portici, templi e piazze a Berito e a Tiro, teatri…a Sidone…» (Volume I, p. 171).

II, 16, 4. 380-381: nelle parole di M. Giulio Agrippa II la sconfitta di Cartagine e di Annibale Barca prova dell’invincibilità dei Romani: «…Mentre quasi tutti quelli che sono sotto il sole s’inchinano alle armi dei Romani, voi soltanto scenderete in guerra, senza badare alla fine dei Cartaginesi, i quali, sebbene potessero vantare un uomo della grandezza di Annibale e la discendenza dai Fenici, caddero sotto la destra di Scipione?…”…» (Volume I, p. 387).

II, 18, 9. 504: le case ben costruite di Tiro, Sidone e Berito: «…[Cestio] diede alle fiamme la città [di Chabulon in Galilea] pur ammirandone la bellezza, con le sue case costruite come quelle di Tiro, di Sidone e di Berito…» (Volume I, p. 423).

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Il secondo Tempio di Gerusalemme (ricostruzione. Disegno di Christian Van Adrichom, 1584).

V, 1, 5. 36-38: impiego nel tempio di Gerusalemme del legname del Libano: «Giovanni [di Giscala, comandante giudaico] arrivò a impiegare il legname destinato ad usi sacri per fabbricare macchine da guerra: una volta il popolo e i sommi sacerdoti avevano deciso di consolidare le fondamenta del tempio per innalzarlo di altri venti cubiti, e il re Agrippa [M. Giulio Agrippa II] con enormi spese e fatiche aveva fatto venire dal Libano il legname necessario; si trattava di travi che meritavano di esser viste tanto erano grosse e diritte. La guerra aveva troncato i lavori a metà e Giovanni, trovandoli di grandezza sufficiente per controbattere i nemici che aveva nella parte superiore del tempio, le tagliò per fabbricarne delle torri che collocò dietro al piazzale interno…» (Volume II, pp. 173-75).

VI, 6, 2. 332-333: nelle parole di Tito Flavio Vespasiano la distruzione di Cartagine testimonia la forza del popolo romano: «“…Eppure [Giudei] sapevate che anche Cartagine noi l’abbiamo fatta cadere!…”» (Volume II, p. 387).

VI, 10, 1. 438: un capo dei Cananei fonda Gerusalemme: «…Il primo fondatore fu un capo dei Cananei [Melchisedek], il cui nome nella sua lingua suonava “re giusto”, e tale egli era…» (Volume II, pp. 411-13).

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Sull’apporto fenicio alla costruzione del tempio di Salomone a Gerusalemme, cf. fra gli altri: Paolo Xella, Salomone costruttore, in ‘Sono stato re su Israele a Gerusalemme’. Salomone tra Bibbia e leggenda (Atti del Convegno di Arezzo, 23-26 gennaio 1997), Settimello 1998, pp. 51- 70; Edward Lipiński, Hiram de Tyre et Salomon d’après Flavius Josèphe et ses sources, in Palamedes. A journal of Ancient History 2 (2007), pp. 15-34; Bernard Gosse, L’artisanat de Tyr comme modèle de la sagesse yahviste de Salomon, in A. Lemaire (ed.), Phéniciens d’Orient et d’Occident. Mélanges Josette Elayi (= Cahiers de l’Institut du Proche-Orient Ancien du Collège de France, II), Paris 2014, pp. 43-50.

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Plutarco (50 – dopo il 120 d.C.) (E.A.)

Βίοι Παράλληλοι

Testo di riferimento: Vite di Plutarco. Volume primo. Teseo e Romolo, Solone e Publicola, Temistocle e Camillo, Aristide e Catone, Cimone e Lucullo. A cura di Antonio Traglia. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1992.

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ΡΩΜΥΛΟΣ

15, 1-4: il cartaginese Sestio Sulla, Giuba e l’origine dell’acclamazione Talasio!: «Dicono che tra i rapitori delle fanciulle ve ne fossero allora alcuni di bassa condizione, i quali trascinavano una fanciulla molto superiore alle altre per bellezza e corporatura. Poiché alcuni nobili, incontratisi con loro, tentavano di strapparla dalle loro mani, quelli che la tenevano gridavano che la portavano a Talasio, un giovane di ottima reputazione e probo. All’udire questo nome gli altri acclamarono e applaudirono in segno di lode e alcuni, tornando indietro, li accompagnarono con espressioni di simpatia e di favore per Talasio, scandendo a gran voce il suo nome. Da qui, ancora ai nostri giorni nelle nozze, come il Greci gridano “Imeneo!”, così i Romani gridano “Talasio!”. E dicono che Talasio fu fortunato con la sua sposa. Ma il cartaginese Sestio Sulla, un uomo non privo di cultura e non insensibile alla bellezza, ci diceva che questa fu la voce con cui Romolo diede il segnale del rapimento [delle Sabine]… Ma i più, fra cui Giuba, pensano che esso sia un’esortazione e un incitamento al lavoro e alla tessitura, sebbene a quel tempo i vocaboli greci non si fossero ancora mescolati con quelli italici» (pp. 177, 179).

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ΜΑΡΚΟΣ ΚΑΤΩΝ (234-149 a.C.)

8, 12-14: nessuno dei sovrani contemporanei degni di essere paragonati ad Amilcare Barca: «Quando il re Eumene venne a visitare Roma [nel 172 a.C.] il Senato lo accolse con onori straordinari e vi fu tra i nobili una gara e gran premura nel corteggiarlo, mentre apparve chiaro che Catone lo guardava con sospetto e se ne stava lontano. Avendogli un tale detto: – Ma è una brava persona ed è amico dei Romani. – Sia pure – rispose, – ma questo animale [il re] è per natura carnivoro. – Affermava che nessuno dei re celebrati come felici era degno di essere paragonato a Epaminonda o a Pericle o a Manio Curio o ad Amilcare soprannominato Barca» (p. 613).

12, 1: Annibale Barca terrore dei Romani: «Collaborò come legato con Tiberio Sempronio, console con l’incarico di sottomettere regioni della Tracia e dell’Istro; col grado di tribuno militare agli ordini di Manio Acilio prese parte alla spedizione in Grecia contro Antioco il Grande, che aveva diffuso il terrore tra i Romani quanto nessun altro dopo Annibale» (p. 619).

26, 1-4; -27, 1-7: Catone e la distruzione di Cartagine: «Si crede che l’ultimo servizio pubblico prestato da Catone sia la distruzione di Cartagine. In realtà l’effettuò Scipione, ma i Romani intrapresero la guerra per consiglio e proposta di Catone in questa maniera. Catone era stato mandato come ambasciatore presso i Cartaginesi e Massinissa il Numida, che erano in guerra fra loro, per esaminare le cause del conflitto. Questi, infatti, era un amico del popolo romano sin da principio e i Cartaginesi erano legati da un trattato di pace stipulato all’indomani della sconfitta che essi avevano subìto ad opera di Scipione, con la conseguente privazione del loro dominio e col gravame di pesanti tributi. Ma Catone non trovò la città ridotta in cattivo stato né in condizioni di miseria come pensavano i Romani, ma la trovò fiorente di vigorosa gioventù, piena di grandi ricchezze, fornita di armi di ogni genere e di ogni equipaggiamento di guerra, e non poco superba di ciò. A Catone non parve fosse il caso di sistemare gli affari dei Numidi e di Massinissa, ma pensava che se non avessero schiacciato la città da sempre loro nemica, il cui spirito di rivincita era incredibilmente cresciuto, i Romani si sarebbero di nuovo trovati nei pericoli di una volta. Immediatamente ritornato a Roma, informò il Senato che le sconfitte e i rovesci precedentemente subìti dai Cartaginesi non avevano diminuito tanto la loro potenza quanto la loro sventatezza e c’era il pericolo che li avessero resi non già più deboli, ma più esperti nel combattere. Ormai lo scoppio della guerra contro i Numidi non era che il preludio di quella contro i Romani: la pace e il trattato erano solo nomi che servivano di pretesto per differire una guerra che attendeva il momento opportuno per scoppiare. Dicono, inoltre, che Catone scuotendo la toga facesse cadere nel Senato dei fichi portati a bella posta dalla Libia. Poi, ammirandone tutti la grandezza e la bellezza, disse che una città la quale produceva questi frutti distava da Roma tre giorni di navigazione. E in questo la sua azione era più incisiva, nell’aggiungere in ogni questione su cui si doveva esprimere il proprio voto: – È mia opinione che Cartagine debba essere distrutta. – Al contrario Scipione Nasica, invitato a dare il suo voto, terminava sempre la sua dichiarazione dicendo: – Ritengo che Cartagine debba rimanere in vita. –. Catone, com’è probabile, vedendo che il popolo ormai commetteva molte prepotenze e, insuperbito per i successi riportati, non si lasciava guidare dal Senato, e per il suo potere trascinava a forza tutto lo Stato là dove esso si volgeva mosso dai suoi impulsi, volle che fosse imposta questa paura di Cartagine come un freno di correzione alla protervia della massa. Egli stimava i Cartaginesi non sufficientemente forti per sopraffare i Romani, ma troppo forti per non dare motivo di preoccupazione. Proprio questo a Catone sembrava terribile, che mentre il popolo romano s’inebriava e spesso per la sua licenza vacillava, una città che era stata sempre grande e che ora sotto il peso delle sventure era divenuta temperante e castigata, gli tendesse insidie, e che non si dovesse togliere per sempre ogni motivo di paura proveniente dall’esterno per il proprio impero, al fine di lasciare a se stessi la possibilità di rimediare agli errori interni. Per questo si dice che Catone fu l’autore della terza e ultima guerra contro i Cartaginesi. Ma a guerra appena cominciata egli morì, dopo aver predetto chi l’avrebbe portata a termine: un uomo che allora era giovane e combatteva col grado di tribuno, dando già prova di senno e di audacia nelle operazioni di guerra. Quando giunsero a Roma queste notizie sul suo conto, dicono che Catone nell’apprenderle esclamasse: “lui solo è saggio, gli altri sono ombre che volano per l’aria”. Questa predizione presto fu confermata da Scipione coi fatti» (pp. 651, 653).

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ΑΡΙΣΤΕΙΔΟΥ ΚΑΙ ΚΑΤΩΝΟΣ ΣΥΓΚΡΙΣΙΣ

32 (5), 4: il comportamento di Catone pone a rischio la spedizione contro Cartagine: «…Catone, opponendosi a Scipione, poco mancò che mandasse all’aria e rovinasse la sua spedizione contro Cartagine, con la quale abbatté l’invincibile Annibale, e alla fine, inventando sospetti e calunnie, lo fece allontanare da Roma e fece affibbiare al fratello di lui la più infamante delle condanne, quella per corruzione» (pp. 667, 669).

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ΛΕΥΚΟΛΛΟΣ (106 a.C. circa – 57 a.C. circa)

31, 4-5: Annibale Barca costruisce la capitale dell’Armenia: «Si racconta che Annibale il Cartaginese, quando Antioco fu sconfitto dai Romani [190 a.C.], si recò da Artassa l’Armeno e che fra i molti consigli che gli dette e le altre utili cose che gli insegnò, vedendo che una parte del suo territorio, pur di natura eccellente e assai amena, era incolta e trascurata, gli prospettò un piano per costruirvi una città e, condotto Artassa sul posto, gli illustrò i particolari e lo esortò alla fondazione di un centro abitato. Il re ne rimase contento e lo pregò di assumere lui stesso la direzione dei lavori. Sorse così un modello di città grande e assai bella che, assunto il nome stesso del re, fu proclamata capitale dell’Armenia [attuale Artašat]…» (p. 803).

32, 4: Lucullo intende distruggere la Cartagine d’Armenia: «E, sì, Lucullo li [i soldati] pregava, chiedendo di aver pazienza fin quando non avessero distrutto la Cartagine dell’Armenia e non avessero distrutto l’opera del più odioso nemico di Roma, cioè Annibale…» (p. 805).

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Testo di riferimento: Vite di Plutarco. Volume secondo. Pericle e Fabio Massimo, Nicia e Crasso, Alcibiade e Caio Marcio, Demostene e Cicerone. A cura di Domenico Magnino. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1992.

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ΠΕΡΙΚΛΕΣ (495 a.C. circa – 429 a.C.)

5, 1: Fabio Massimo, colui che contrastò Annibale: «Ecco perché mi è parso opportuno dilungarmi a stendere biografie, e ho composto questo decimo libro delle biografie di Pericle e Fabio Massimo, colui che contrastò Annibale…» (pp. 25, 27).

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ΦΑΒΙΟΣ ΜΑΞΙΜΟΣ (275 a.C. circa – 203 a.C.)

2, 2: Annibale Barca dilaga in Etruria: «In seguito entrò in Italia Annibale, che vinse una prima battaglia presso il Trebbia [18 dicembre del 218 a.C.] e dilagò in Etruria saccheggiando quella regione e cagionando e paura in Roma. Si ebbero allora quei segni di cui i Romani usualmente tengono conto, come i fulmini, e anche altri completamente diversi e del tutto atipici; si disse infatti che alcuni scudi si erano intrisi di sangue senza una causa apparente, e che ad Anzio erano state mietute spighe insanguinate, e che dal cielo erano caduti sassi infuocati e fiammeggianti, e che sopra Falerii s’era visto il cielo aprirsi e molte tavolette scritte ne erano cadute disperdendosi; su una di queste era scritto a chiare lettere: “Ares scuote le sue armi” [Livio XXI, 18-12]» (p. 111).

3, 1-2: Annibale Barca e la vittoria del Trasimeno [21 giugno 217 a.C.]: «Flaminio stesso cadde dopo aver compiuto molte azioni nobili e forti, e attorno a lui caddero i migliori; degli altri, volti in fuga, fu grande la strage: 15.000 furono uccisi e altrettanti furono fatti prigionieri, Annibale desiderava seppellire il corpo di Flaminio e rendergli omaggio per il suo valore, ma non riuscì a trovarlo tra i cadaveri, e ignorò assolutamente come fosse sparito» (p. 113).

6, 1-10: l’errore di Annibale Barca e lo stratagemma dei buoi con fascine incendiate: «Ci fu in seguito un errore di Annibale; volendo infatti portare il suo esercito lontano da Fabio e occupare delle pianure che gli fornissero foraggio, ordinò alle guide di portarlo, subito dopo il pranzo, verso il territorio di Casino. Ma essi che non avevano ben capito la parola perché pronunciata da un barbaro [Livio XXII, 13, 6]. Gli portarono l’esercito verso l’estremità della Campania, ove è la città di Casilino, attraversata a metà del fiume Oltorno che i Romani chiamano Volturno. La regione è cinta all’intorno da monti, ma dall’altra parte del mare si allarga una valle dove si trovano paludi formate dal fiume e vi sono alti banchi di sabbia: la valle finisce su una costa battuta dalle onde e di accesso difficile. Qui scendeva Annibale, e Fabio, pratico delle strade, con ampio giro ve lo bloccò all’uscita con un presidio di quattromila opliti, mentre dispose in posizione buona sulle alture il resto dell’esercito; poi con le unità più agili e maneggevoli si buttò sulla retroguardia nemica e scompigliò tutto l’esercito, uccidendo circa ottocento uomini. Annibale, volendo cavar fuori di lì il suo esercito, dopo aver capito l’errore che era stato fatto e il pericolo. Fece crocifiggere le guide ma rinunciò a snidare di lì i nemici con la forza e a venire allo scontro, dato che essi avevano il saldo possesso delle cime all’intorno. Tutti i suoi soldati erano impauriti e demoralizzati e ritenevano di essere circondati da ogni parte da insormontabili difficoltà; egli allora decise di beffare con un inganno i nemici e ricorse e ricorse a questo stratagemma. Fece riunire circa duemila buoi tra quelli di cui si era impadronito e fece legare alle corna di ciascuno una fascina di sarmenti o di rami sechi che valesse come torcia; ordinò poi che quando quella notte egli avesse dato un segnale, s’accendessero quelle fascine e si spingessero le bestie verso i passi dei monti, lungo le gole, ove stavano i presidi dei nemici. E mentre coloro cui aveva dato l’ordine preparavano il tutto, quando già erano scese le tenebre, egli stesso fece avanzare lentamente il resto dell’esercito. I buoi, fin tanto che il fuoco era esiguo e bruciava soltanto la legna, procedevano lentamente, sospinti verso le falde del monte, e le fiamme che brillavano sulla punta delle corna erano motivo di stupore per bovari e pastori che osservavano dall’alto quello che sembrava un esercito che procedeva in ordine, illuminato da molte luci. Quando però il corno cominciò a bruciare alla base e trasmise alla carne viva la sensazione di dolore, le bestie, spostandosi qua e là e agitando la testa, si trasmettevano le fiamme e non procedevano più in ordine: atterrite e straziate si lanciarono di corsa giù dai monti, coperte di fuoco dal muso alla coda, propagando le fiamme a gran parte del bosco attraverso il quale fuggivano. Fu proprio uno spettacolo pauroso per i Romani che presidiavano i passi: le fiamme sembravano lampade portate in varie direzioni da uomini che procedevano correndo: sorse tra loro gran tumulto e terrore, giacché pensavano di essere del tutto circondati e che i nemici si avventassero su di loro or da questa parte or da quell’altra. Non osarono dunque restare sulle posizioni, ma si ritirarono verso il grosso dell’esercito, lasciando perdere il passo. In questo momento sottentrarono i soldati d’Annibale armati alla leggera e occuparono il valico, mentre il resto dell’esercito ormai avanzava tranquillo, tirandosi dietro un grosso bottino» (pp. 119, 121, 123).

7, 3-8: Annibale Barca contribuisce a gettare discredito su Fabio Massimo: «…Annibale, volendo ulteriormente esacerbare l’ira dei Romani contro di lui, quando arrivò sulle terre di Fabio, ordinò di bruciare e saccheggiare tutti i campi, ma vietò di toccare quelli del dittatore, e vi pose un presidio che non consentisse che quelle terre venissero danneggiate o che vi si prendesse qualcosa [Livio XXII, 23,4]…Anche il senato era maldisposto verso Fabio, e in particolare gli rimproverava gli accordi con Annibale riguardanti i prigionieri; I due infatti si erano accordati di restituirsi i prigionieri su basi paritetiche; se poi da una delle due parti c’erano più prigionieri, il riscatto per ciascuno degli eccedenti sarebbe stato pagato duecentocinquanta dramme [Livio XXII, 23, 6-7]. Fatto lo scambio su questa base, si trovò che restavano in mano di Annibale duecentoquaranta Romani: il senato però decise di non mandare il prezzo del riscatto per essi, e incolpò Fabio di aver voluto riprendere, in modo né dignitoso né utile, gente che per la sua viltà era diventata preda dei nemici. Udito questo, Fabio sopportò con dignità l’affronto, ma non avendo danaro né volendo mancar di parola e perdere i concittadini, mandò suo figlio a Roma con l’incarico di vendere le sue terre e portargli subito il ricavato nell’accampamento. Il giovane vendette le proprietà e ritornò subito: Fabio mandò ad Annibale il prezzo pattuito e riprese i prigionieri: in seguito molti volevano restituire la somma sborsata, ma egli non accettò nulla da nessuno e condonò a tutti il debito» (pp. 123, 125).

8, 4: Fabio accusato di un complotto patrizio che avrebbe favorito Annibale Barca: «…il tribuno Metilio, salito sulla tribuna, lo [il popolo] arringò, esaltando Minucio e accusando Fabio non di mollezza e di viltà, ma addirittura di tradimento, coinvolgendo nell’accusa i più potenti e celebrati cittadini: essi avrebbero iniziato quella guerra per abbattere la democrazia e ridare la città nelle mani di un solo magistrato con poteri assoluti il quale, rimandando di giorno in giorno l’azione militare, avrebbe lasciato ad Annibale, padrone d’Italia, il tempo per rafforzarsi e far venire dall’Africa un altro esercito» (p. 125).

12, 6: la battuta di Annibale Barca su Fabio: «Si dice che, mentre si allontanava, Annibale abbia detto agli amici, sul conto di Fabio, una battuta di spirito di questo tipo: “Non vi avevo detto spesso che questa nube che sta sulle cime un giorno avrebbe portato pioggia, grandine e uragano?» (p. 153).

Resti romani sulla collina di Canne.
Resti romani sulla collina di Canne.

15, 2-4: una battuta inaspettata di Annibale prima della battagli di Canne [2 agosto del 216 a.C.]: «Annibale ordinò ai suoi di prendere le armi, ed egli stesso, a cavallo, con pochi altri, salì su un cole leggermente rilevato, dal quale osservava i nemici che già si disponevano in ordine di battaglia. Uno che gli stava vicino, di nome Giscone (era del suo stesso rango), disse che gli sembrava straordinario il numero dei nemici, e Annibale, col volto corrucciato: “Ti è sfuggito, Giscone, una cosa ancor più straordinaria”, e, richiesto di che cosa fosse, continuò: “il fatto che pur essendo così numerosi, nessuno di loro si chiama Giscone”. La battuta era inaspettata e tutti risero; poi, scendendo dal colle, ripetevano quel motto a tutti quelli che incontravano, cosicché il riso si propagava a molti e quelli del seguito di Annibale neppure erano in grado di riprendere un atteggiamento serio. A quella vista i cartaginesi ripresero animo; pensavano che tale scherzosa battuta poteva essere pronunciata nel pericolo dal loro comandante solo se egli faceva poco conto del nemico» (p. 137).

16, 1-2: i due stratagemmi di Annibale Barca a Canne: «Nella battaglia Annibale usò due stratagemmi: il primo riguarda il luogo, ove si dispose con il vento alle spalle: si era infatti levato qualcosa che assomigliava a un bruciante uragano che, sollevando dalla ampia distesa sabbiosa una polvere tagliente, la sospingeva al di sopra dell’esercito dei Cartaginesi contro i Romani, buttandola in volto ai soldati che erano così costretti a voltare la testa e perdere la posizione; il secondo stratagemma riguarda lo schieramento. Egli collocò ai due lati del centro la parte più forte e più battagliera del suo esercito, e riempì il centro con i soldati meno agguerriti, formandone un cuneo sporgente di molto dal resto dello schieramento. Era stato detto ai soldati migliori che, quando i romani, dopo aver sfondato le prime linee, portati di slancio contro il centro che cedeva in modo da formare una sacca, si fossero trovati all’interno della falange cartaginese, essi rapidamente, da entrambe le parti, fatto dietrofront. Li attaccassero sul fianco e li incalzassero alle spalle, chiudendo il cerchio» (p. 139).

16, 5: i cavalieri romani combattono appiedati dando luogo al commento di Annibale Barca: «I cavalieri, quando ebbero visto ciò [Paolo sbalzato da cavallo], quasi che fosse stato dato ordine a tutti, balzarono a terra, e si scontrarono con i nemici combattendo a piedi. E Annibale: “Volevo appunto questo, più ancora che prenderli in catene!”» (p. 139).

17, 1-2: Annibale Barca alle porte di Roma: «Gli amici esortavano Annibale, dopo un così gran successo, ad approfittare della fortuna, e seguendo i nemici in fuga, entrare con loro in città: di lì a quattro giorni avrebbe banchettato in Campidoglio! Non è facile dire quale considerazione lo abbia distolto: sembra piuttosto che la sua esitazione o il suo sbigottimento di fronte all’azione sia stata l’opera di un demone o di un dio, che gli si oppose. Perciò riferiscono che Il Cartaginese Barca, adirato, gli abbia detto: “Sai vincere, ma non sai sfruttare la vittoria” » (p. 141).

19, 7-8: ennesimo inganno, fallito, di Annibale Barca contro Fabio Massimo: «[Annibale] preparò [nel 209 a.C.] una lettera di magistrati e persone influenti di Metaponto e la inviò a Fabio: vi si leggeva che la città gli si sarebbe consegnata se egli si fosse avvicinato, e che coloro che facevano questa offerta aspettavano soltanto che egli andasse a farsi vedere là vicino. Questa lettera persuase Fabio; scelse allora una parte delle sue milizie e si accingeva a mettersi in marcia durante la notte; poi però ne fu dissuaso da auspici non favorevoli, e di lì a poco si seppe che la lettera era stata fraudolentemente costruita da Annibale, il quale si era posto all’agguato nei pressi della città. Tutto questo uno lo potrebbe attribuire alla benevolenza degli dei» (p. 147).

23, 1: Annibale Barca e la perdita di Taranto [209 a.C.]: «Dicono che Annibale, che accorreva a portar aiuto distasse soltanto quaranta stadi, e che abbia detto apertamente: “Dunque anche i Romani avevano un Annibale; infatti abbiamo perso la città di Taranto nello stesso modo in cui la avevamo conquistata”. In privato però, allora per la prima volta, gli venne fatto di dire agli amici che da tempo s’accorgeva che era difficile tenere l’Italia con i mezzi che aveva a disposizione, e ora gli si rendeva evidente che non era possibile» (p. 153).

26, 1-3: Fabio Massimo contro il progetto africano di Scipione: «Di nuovo dunque Fabio, per ostacolare in altro modo Scipione, cercava di impedire la partenza di quei giovani che intendevano partecipare con lui alla spedizione, ripetendo a gran voce nelle riunioni senatorie e nelle assemblee popolari che non solo Scipione fuggiva dinnanzi ad Annibale, ma che se ne andava dall’Italia con l’esercito, ingannando i giovani ci faceva balenare vane speranze, e persuadendoli a lasciare i genitori, le mogli, la città, alle cui porte stava il nemico in forze…In tal modo egli si urtò con i più, che lo pensavano uomo intrattabile e invidioso, divenuto per la vecchiaia del tutto pavido e pessimista, e spaventato oltre misura di fronte ad Annibale» (p. 159).

Giambattista Tiepolo, Fabio Massimo davanti al senato cartaginese (1715-1725). Collezione Ribotzi. Principato di Monaco.
Giambattista Tiepolo, “Fabio Massimo davanti al senato cartaginese” (1715-1725). Collezione Ribotzi. Principato di Monaco.

27, 1- 2: Scipione sconfigge Annibale Barca a Zama (18 ottobre 202 a.C.) e morte di Fabio Massimo: «Ma Scipione di lì a non molto tempo, superato Annibale in battaglia campale e abbattuto l’orgoglio di Cartagine ormai vinta, diede ai cittadini una gioia superiore a ogni loro speranza, e veramente “di nuovo risollevò il loro impero scosso da grande tempesta” [Sofocle, Antig, 163], Fabio Massimo non visse fino alla fine della guerra, né sentì della sconfitta di Annibale, né vide la grande e salda fortuna della città, ma morì all’incirca nel tempo in cui Annibale lasciò l’Italia [203 a.C.]» (p. 161).

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ΝΙΚΙΑΣ (470 a.C. circa – 413 a.C.)

12, 1: Nicia contro la spedizione in Sicilia: «Quando [417 a-C.] i messi di Egesta e di Leontini vennero ad Atene per cercare di persuadere gli Ateniesi a fare una spedizione in Sicilia, Nicia si oppose, ma soccombette di fronte al piano ambizioso di Alcibiade che già prima che il consiglio si riunisse aveva conquistato i cittadini, affascinati dai suoi discorsi e dalla speranza, tanto che i giovani nelle palestre e gli anziani seduti nelle botteghe o nei passeggi pubblici disegnavano la figura della Sicilia, le coste del mare che la cinge, i porti, i luoghi dell’isola cha danno sulla Libia» (p. 213).

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ΑΛΚΙΒΙΑΔΗΣ (circa 450-404 a.C.)

17, 3-5: Alcibiade e i suoi piani di conquista, dalla Sicilia a Cartagine: «Nicia cercava distogliere il popolo, nella convinzione che fosse difficile prendere Siracusa, ma Alcibiade, che sognava di conquistare anche Cartagine e la Libia, e dopo questa già si immaginava di controllare l’Italia e il Peloponneso, considerava la Sicilia come base per gli apprestamenti di guerra [Tucidide VI, 15; 90, 2-3]. Già aveva con sé dei giovani esaltati da queste speranze: essi sentivano raccontare dagli anziani cose meravigliose sulla spedizione, tanto che molti, nelle palestre e negli emicicli, tracciavano nella polvere i contorni dell’isola e la sua collocazione rispetto alla Libia e a Cartagine» (p. 395).

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Testo di riferimento: Vite di Plutarco. Volume terzo. Focione e Catone. Dione e Bruto. Emilio e Timoleonte. Sertorio e Eumene. A cura di Maria Luisa Amerio e Domenica Paola Orsi. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1998.

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ΔΙΩΝ (408 a.C.- 354 a.C.)

5, 8; 6,5: Dione ambasciatore a Cartagine di Dionisio I e con Dionisio II di Siracusa: «Non per questo, tuttavia, Dione godeva di minore onore o fiducia presso Dionisio ma guidava le più importanti ambascerie e, inviato A Cartagine, suscitò straordinaria ammirazione…Soprattutto, Dione li sbalordì (essi temevano il pericolo cartaginese incombente sul regno) con questa premessa: se Dionisio voleva la pace, egli sarebbe salpato subito alla colta della Libia per concludere la guerra nel modo migliore; se, invece, Dionisio desiderava combattere, gli avrebbe fornito per la guerra e mantenuto a sue spese cinquanta triremi in grado di navigare» (p. 293).

14, 4-7: Dione. Dionisio II e i suoi rapporti con i Cartaginesi: «…Fu portata di nascosto a Dionisio una lettera che Dione aveva scritto ai responsabili di Cartagine, esortandoli a non accettare incontri in cui egli non partecipasse, quando trattassero con Dionisio della pace, perché grazie a lui avrebbero regolato ogni questione in forma definitiva.…Dionisio… gli mostrò la lettera e lo accusò di cospirare con i Cartaginesi contro di lui. Dione avrebbe voluto difendersi ma Dionisio non lo tollerò: subito, così come si trovava, lo fece mettere su di una barca e ordinò ai marinai di trasportarlo in Italia e di sbarcarlo qui» (p. 307).

25, 10-14: Dione e la guarnigione cartaginese di Eraclea Minoa: «Rinforzandosi a poco a poco il vento e aumentando d’intensità. I marinai spiegarono quanto restava delle vele, innalzarono preghiere agli dei e, attraverso il mare aperto, fuggivano dalla Libia diretti in Sicilia; correndo agilmente,; nel quinto giorno approdarono a Minoa, una piccola città siciliana sotto la giurisdizione cartaginese. Era per caso presente nella fortezza il comandante cartaginese Sinalo, amico e ospite di Dione. Non sapendo della sua presenza e che si trattava della sua flotta, Sinalo tentava di impedire ai soldati di sbarcare. Gli uomini, lanciatisi fuori dalle navi di corda e con le armi, non uccisero nessuno – Dione lo aveva proibito perché legato da amicizia con i Cartaginesi – ma, irrompendo nella fortezza insieme con i soldati in fuga, la conquistarono. Quando i capi si incontrarono e si salutarono, Dione restituì a Sinalo la città cui non aveva recato danno; Sinalo ospitava i soldati e forniva a Dione ciò di cui aveva bisogno» (p. 329).

52, 2: Cartagine segue con interesse la vita di Dione: «Egli viveva con semplicità e saggezza, di quello che capitava, ammirato per questo mentre non solo la Sicilia e Cartagine ma anche l’intera Grecia guardava ai suoi successi…» (p. 375).

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ΑΙΜΙΛΙΟΣ (228 a.C. circa – 160 a.C.)

7, 3: fra i successi di Roma la sconfitta di Annibale Barca: «In Tessaglia, poco prima, avevano distrutto l’impero di Filippo e sottratto i Greci al giogo macedone; avevano, infine, definitivamente sbaragliato un monarca senza pari quanto ad audacia e potenza: Annibale» (p. 545).

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ΤΙΜΟΛΕΩΝ (400 a.C. circa – 336 a.C.)

2, 1-4; 7, 4; 9, 7: Cartagine in Sicilia e l’intesa con Iceta [signore di Leontini]: «Intanto i Cartaginesi giunsero in Sicilia con una imponente flotta e incombevano minacciosi; i Sicelioti, impauriti, decidevano di inviare una ambasceria in Grecia e di chiedere aiuto a Corinto…Iceta, il quale in realtà aveva accettato il comando non per liberare Siracusa ma per diventarne tiranno, aveva già avviato trattative segrete con i Cartaginesi ma, in pubblico, approvava i Siracusani e mandò, insieme con i loro, propri ambasciatori nel Peloponneso, non perché volesse che di lì giungesse un aiuto militare, ma perché sperava – se, come era probabile, i Corinzi avessero rifiutato di inviare aiuti a causa dei disordini in Grecia e del loro coinvolgimento in essi – di trasferire più facilmente il controllo della situazione nelle mani dei Cartaginesi e di servirsene come alleati e collaboratori contro i Siracusani più che contro il tiranno. Questo piano di lì a poco fu scoperto…Infatti, subito dopo aver inviato gli ambasciatori, Iceta era passato apertamente dalla parte di Cartaginesi e collaborava con loro per scacciare Dionisio da Siracusa e diventarne tiranno…Quando, sbarcati a Reggio, i Corinzi…scorsero i Fenici all’ancora non lontano, si sdegnavano per l’oltraggio subito; tutti furono presi da ira nei confronti di Iceta e da timore verso i Sicelioti, che vedevano chiaramente abbandonati come premio e compenso del tradimento per Iceta, dell’appoggio alla tirannide per i Cartaginesi» (pp. 637, 647, 651).

11, 1-2: i Cartaginesi ingannati: «I Cartaginesi che si trovavano a Reggio, dopo che Timoleonte fu salpato e l’assemblea disciolta, sdegnati per l’inganno subito, offrivano motivo di divertimento ai Reggini: essi, che erano Fenici, non gradivano quanto era stato compiuto con l’inganno. I Cartaginesi, dunque, inviano a Tauromenio su di una trireme un ambasciatore, che discusse a lungo con Andromaco e gli rivolse minacce gravi e degne di un barbaro, se rifiutava di scacciare al più presto i Corinzi; infine, mostrando la mano con il palmo in su e poi girandola, minacciò di trasformare la città “da così a così”. Andromaco si mise a ridere e non rispose nulla: avendo teso, come lui, la mano con il palmo girato verso l’alto poi verso il basso, gli ordinò di ripartire se non voleva che la sua nave finisse da così, così» (p. 653).

17, 1-4: i Cartaginesi a Siracusa: «…Iceta vedeva che molti si univano a Timoleonte, rimproverandosi da solo per il fatto che, pur avendo a disposizione una così imponente armata cartaginese, come se si vergognasse di essa, se ne serviva in operazioni di scarso rilievo e clandestine, ricorrendo furtivamente agli alleati, faceva venire Magone, il comandante dei Cartaginesi, con tutta la flotta. Egli giungeva e faceva paura, occupando il porto con centocinquanta navi, sbarcando sessantamila fanti e accampandosi nella città di Siracusa, sicché tutti ritenevano che fosse arrivato in Sicilia l’atteso e da tempo annunciato imbarbarimento. Giammai in passato i Cartaginesi, che pure avevano combattuto migliaia di guerre in Sicilia, erano riuscito ad occupare Siracusa; ma allora, poiché Iceta li aveva accolti e aveva consegnato loro la città, era possibile vederla trasformata in un accampamento di barbari» (pp. 667, 669).

19, 4-5: l’inganno di Annone: «Il navarco dei Cartaginesi [Annone], poiché non aspettava i Corinzi e riteneva di essere inutilmente inoperoso, escogitò un trucco ingegnoso e scaltro a scopo di inganno; avendo ordinato ai marinai di incoronarsi e adornato le triremi con scudi greci e drappi di porpora, navigava alla volta di Siracusa. Costeggiando l’acropoli tra il fragore dei remi, tra applausi e risa, gridava che egli era giunto dopo aver vinto e catturato i Corinzi, sorpresi in mare mentre facevano la traversata. Lo faceva, appunto, per provocare un certo scoraggiamento negli assediati» (p. 671).

20, 4-11; 21, 1: considerazioni su Cartagine di un soldato dell’esercito corinzio, cui segue una decisione disonorevole e irrazionale di Magone: «I mercenari che prestavano servizio presso entrambi gli eserciti, nei periodi di inattività e di tregua, pescavano insieme. In quanto greci e non avendo fra loro motivo di inimicizia privata, se non in battaglia rischiavano coraggiosamente la vita; nei periodi di tregua si incontravano e conversavano e allora, mentre si dedicavano insieme alla pesca, discutevano e ammiravano la posizione felice del mare e la conformazione dei luoghi. Un soldato, che prestava servizio presso l’esercito corinzio, disse: “voi, che siete greci, collaborate a consegnare ai barbari una città, in verità, così grande per dimensioni e adorna di tante bellezze, permettendo che abitino più vicino a noi i Cartaginesi, i più malvagi e i più sanguinari, mentre sarebbe necessario augurarsi che molte Sicilie si frapponessero come baluardo fra la Grecia e quelli; o forse credete che essi abbiano raccolto un esercito dalle colonne d’Eracle e dal mare atlantico e siano venuti qui a rischiare per difendere il potere di Iceta? Il quale, se sapesse ragionare da capo, non avrebbe scacciato i padri né condotto in patria i nemici, ma avrebbe ricevuto onore e potenza, quanto meritava, con il consenso dei Corinzi e di Timoleonte”. I mercenari divulgarono queste parole nell’accampamento e Magone, che cercava da tempo un pretesto, sospettò il tradimento. Perciò, nonostante Iceta lo pregasse di rimanere e gli spiegasse quanto fossero più numerosi dei nemici, Magone, ritenendo di essere inferiore a Timoleonte per valore e fortuna e non superiore per numero di soldati, levò subito le ancore e tornò in Libia, lasciandosi sfuggire dalle mani la Sicilia con decisione disonorevole e irrazionale. Il giorno seguente giungeva Timoleonte con l’esercito schierato per la battaglia. Quando i soldati furono informati della fuga dei nemici e videro che gli arsenali erano deserti, venne loro da ridere per la viltà di Magone; giravano per la città, proclamando di offrire una ricompensa a chi rivelasse dove fosse andata a nascondersi la flotta cartaginese» (pp. 673, 675).

22, 7-8: Timoleonte si aspetta il ritorno dei Cartaginesi: «…sembrò opportuno a Timoleonte e ai Siracusani scrivere ai Corinzi affinché dalla Grecia inviassero a Siracusa coloni. Il territorio rischiava di rimanere deserto. Mentre essi si aspettavano di dover affrontare una lunga guerra con la Libia, sapevano, infatti, che Magone si era ucciso, i Cartaginesi ne avevano crocifisso il corpo, irritati dal modo in cui aveva condotto la guerra; che stavano raccogliendo un grande esercito per passare in Sicilia in primavera» (p. 679).

23, 8: dalla messa in vendita delle statue dei tiranni siracusani si risparmia la sola statua di Gelone: «dicono che, appunto in quella occasione, i Siracusani risparmiarono la statua di Gelone, l’antico tiranno (gli altri furono riconosciuti colpevoli), perché ammiravano e rispettavano l’uomo per la vittoria riportata ad Imera sui Cartaginesi [480 a.C.]» (p. 681).

25, 1-3: I Cartaginesi sbarcano in forze a Lilibeo (tarda primavera del 339 a.C.): «Nel frattempo i Cartaginesi approdano a Lilibeo con una esercito formato da settantamila uomini, duecento triremi e mille navi che trasportano macchine da guerra, quadrighe, abbondanti provviste e altro materiale bellico, come se non avessero più intenzione di combattere una guerra di settore ma volessero scacciare i Greci d’un sol colpo da tutta la Sicilia. Infatti, l’esercito era sufficiente a sottomettere i Sicelioti, anche se non fossero stati politicamente infermi e non si fossero reciprocamente portati alla rovina. Avendo appreso che i loro domini erano saccheggiati, subito, per ira, marciavano contro i Corinzi, agli ordini di Asdrubale e di Amilcare» (p. 685).

28, 5 – 29, 5: la vittoria sui Cartaginesi al Crimiso (8 giugno del 339 a.C.?): «Davano impaccio ai Cartaginesi – che non erano armati alla leggera ma, come si è detto, protetto da armatura – il fango e le pieghe delle vesti piene di acqua sì che essi erano appesantiti e non in grado di far uso delle prorie forze per combattere; i Greci li facevano cadere facilmente e, una volta caduti, erano incapaci di rialzarsi dal fango con le armi…Si dice, dunque, che, su diecimila morti, tremila fossero cartaginesi, grande lutto per la città. Giacché per nascita, ricchezza e fama, non v’erano altri migliori di quelli né si ricorda che mai in passato, in una sola battaglia, siano morti proprio tanti cittadini di Cartagine, perché, servendosi per le battaglie prevalentemente di truppe libiche, iberiche e numidiche, subivano le sconfitte con danno altrui Dalle spoglie i Greci si resero conto dell’alto rango dei caduti…Con la notizia della vittoria Timoleonte inviò a Corinto le più belle fra le armi catturate…che non conservavano tristi memorie dell’uccisione di uomini appartenenti alla stessa discendenza e alla stessa tribù, ma adorni di spoglie sottratte ai barbari che rivelavano, con bellissime iscrizioni, la giustizia, oltre al coraggio, dei vincitori: “i Corinzi e lo stratego Timoleonte, avendo liberato dai Cartaginesi i Greci che abitano in Sicilia, offrono agli dei in segno di ringraziamento”» (pp. 691, 693).

30, 4-5: nuovo impegno cartaginese in Sicilia: Mamero, il tiranno di Catania, e Iceta, vuoi per invidia dei successi di Timoleonte vuoi perché lo temevano in quanto infido e implacabile verso i tiranni, stipularono una alleanza con i Cartaginesi e li sollecitarono ad inviare un esercito e un generale, a meno che non volessero essere scacciati del tutto dalla Sicilia. Giunse Gescone con settanta navi; aveva aggiunto alle sue truppe mercenari greci: in passato i Cartaginesi non si erano mai serviti di Greci ma allora li ammiravano, ritenendoli invincibili e i più abili a combattere fra tutti gli uomini» (p. 695).

34, 1-2: vittoria di Timoleonte e pace con i Cartaginesi: «in seguito marciò su Catania, contro Mamerco, che lo affrontò in battaglia campale presso la corrente dell’Abolo; Timoleonte lo vinse, volse in fuga e uccise più di duemila uomini, dei quali non piccola parte erano Fenici [gli abitanti di origine fenicia della Sicilia occidentale], inviati da Gescone. Di conseguenza i Cartaginesi chiesero di stipulare con lui un trattato di pace alle seguenti condizioni: avrebbero posseduto il territorio al di qua del Lico, concedendo, a chi lo volesse, di trasferirsi di lì a Siracusa con i propri beni e la propria famiglia e rinunciando all’alleanza con i tiranni» (p. 701).

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ΣΕΡΤΩΡΙΣ (123 a.C. circa – 72 a. C.)

1, 1-7: Annibale Barca fra i comandanti più bellicosi che persero un occhio: «Non sorprende che, nel continuo avvicendarsi di eventi dovuto al capriccio del caso, spesso, per pura coincidenza, si determinino situazioni analoghe…Mi sia consentito aggiungere un altro esempio. I generali più bellicosi, abili e subdoli rimasero con un occhio solo: alludo a Filippo, Antigono, Annibale ed a Sertorio, protagonista di questo bios» (p. 743).

23, 3: Sertorio paragonato ad Annibale Barca: «Mitridate decise di inviargli [a Sertorio] ambasciatori, spinto anche dagli adulatori che lo circondavano che, da veri fanfaroni, paragonavano Sertorio ad Annibale, Mitridate a Pirro…» (p. 791).

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Testo di riferimento: Vite parallele di Plutarco. Volume quarto. Filopemene e Tito Quinzio Flaminino. Pelopida e Marcello. Alessandro e Cesare. A cura di Domenico Magnino. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1996.

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ΤΙΤΟΣ (228 a.C. circa – 174 a.C.)

1, 1: la statua di Apollo portata da Cartagine a Roma dopo la distruzione del 146 a.C.: «Quale aspetto fisico avesse colui che poniamo in parallelo a Filopemene, cioè Tito Quinzio Flaminio, chi vuole lo può ricavare dalla statua in bronzo con iscrizione greca che si trova a Roma davanti al Circo [circo Flaminio], vicino al grande Apollo portato da Cartagine» (p. 81).

Testa di marmo da una statua di Tito Quinzio Flaminino. II secolo a.C. Delfi, Museo Archeologico Nazionale di Delfi.
Testa di marmo da una statua di Tito Quinzio Flaminino. II secolo a.C. Delfi, Museo Archeologico Nazionale di Delfi.

3, 3: Tito utilizza i reduci delle campagne iberiche ed africane: «…presi con è come nucleo del suo esercito i migliori e più animosi soldati di Scipione, cioè quelli che avevano sconfitto in Spagna Asdrubale e in Africa Annibale (erano circa tremila), passò senza ostacoli in Epiro…(p. 85).

9, 9-10: Tito contrasta i disegni di Annibale Barca in Asia: «Infatti l’africano Annibale, nemicissimo dei Romani ed esule, già allora si trovava presso il re Antioco e lo sollecitava ad andare avanti, ora che la fortuna favoriva il suo potere; già per suo conto Antioco, considerate le grandi imprese per le quali si era guadagnato il titolo di grande, aspirava ad avere il dominio su tutti e in particolare contrastava i Romani; se in questa prospettiva Tito non avesse saggiamente premuto per la pace, e la guerra contro Antioco si fosse aggiunta a quella di Filippo in Grecia, e se i due più grandi e più potenti re di quel momento per cause comuni si fossero uniti contro Roma, la città si sarebbe trovata di fronte a rischi e pericoli non inferiori a quelli sostenuti contro Annibale» (p. 99).

13, 6-8: gli Achei riscattano i prigionieri romani della guerra annibalica: «…I Romani che erano stati fatti prigionieri nella guerra annibalica erano stati venduti e sparsi in diverse regioni ove vivevano come schiavi; in Grecia erano milleduecento…gli Achei li riscattarono pagandoli cinque mine per ciascuno e, riunitili tutti in un sol luogo, li consegnarono al Romano quando stava per tornare a Roma….» (pp. 107, 109).

20, 2 – 21, 14: Tito, Scipione l’Africano e Annibale Barca: «[Tito] quando lasciò il potere ed era piuttosto anziano, fu ancor più criticato perché nel tempo di vita che gli rimaneva, quando più non sosteneva cariche pubbliche, non era in grado di tenere a freno la sua brama di gloria cui si abbandonava con giovanile entusiasmo; sembra che, agendo sotto l’impulso di queste sollecitazioni anche nella vicenda di Annibale, sia diventato odioso ai più. Annibale, infatti, fuggito dalla sua patria Cartagine, viveva ospite presso Antioco, ma quando questo re, dopo la battaglia in Frigia, ottenne una pace soddisfacente, egli lo aveva lasciato e dopo un lungo vagare si era infine fermato in Bitinia, alla corte di Prusia. Tutti i Romani lo sapevano, ma nessuno se ne dava pensiero perché ormai Annibale era vecchio e stanco, quasi che la fortuna lo avesse buttato in disparte. Tito però, venuto presso Prusia per incarico del senato onde discutere di vari altri problemi, visto Annibale che viveva lì e stupito che fosse ancora in vita, nonostante le insistenti preghiere di Prusia che intercedeva per un amico venuto a lui come supplice, non cedette. C’era, a quanto sembra, un vecchio oracolo relativo alla morte del Cartaginese che diceva: “Una zolla di Libia ricoprirà il corpo di Annibale”. Annibale pensava alla Libia e alla sepoltura in Cartagine, e cioè che là sarebbe morto; ma in Bitinia c’è una località sabbiosa presso il mare, vicino alla quale sta il modesto villaggio di Libissa. Il caso vuole che proprio lì vivesse Annibale. Egli, sempre diffidando della debolezza di Prusia, e temendo i Romani, aveva ancor prima fatto scavare sotto la casa, a partire dalla camera ove dimorava, sette uscite sotterranee che andavano in direzioni diverse e tutte avevano un’uscita segreta molto lontana. Quando, dunque, ebbe notizia dell’ordine di Tito, cercò di fuggire attraverso i passaggi sotterranei, ma avendo trovato le uscite presidiate dalle guardie del re decise di darsi la morte. Alcuni narrano che si avvolse il mantello attorno al collo e ordinò a un servo di stargli dietro, appoggiare il ginocchio alla sua anca e, tirando con forza, tendere il mantello e torcerlo finché gli avesse impedito il respiro: in tal modo sarebbe morto. Altri dicono che sull’esempio di Temistocle e Mida bevve sangue di toro. Livio invece narra che egli aveva con sé del veleno che mescolò con acqua; poi, levando il calice, disse: “Mettiamo fine una buona volta alla lunga preoccupazione dei Romani che hanno ritenuto troppo lungo e fastidioso attendere la morte di un vecchio odiato. Ma Tito non riporterà davvero una vittoria invidiabile né degna dei suoi antenati, i quali a Pirro che li combatteva e vinceva mandarono a dire che stava per essere avvelenato”. Dicono che Annibale morì in questo modo. Quando la notizia giunse in senato, non pochi pensarono a Tito come uomo odioso, eccessivamente duro e crudele perché aveva ucciso Annibale, ridotto ormai come un uccello divenuto per la vecchiaia incapace di volare e senza coda, e lasciato in vita perché non più pericoloso, senza che alcuno lo forzasse, soltanto per amore di gloria, per ricavare da quella morte un predicativo da apporre al proprio nome. Ponendo a confronto la mitezza e magnanimità di Scipione l’Africano, ammiravano ancor di più quest’uomo che dopo aver definitivamente sconfitto in Africa Annibale, generale temibile mai prima vinto, non lo aveva cacciato dal suo paese né aveva chiesto ai suoi concittadini che glielo consegnassero, ma, venuto a colloquio con lui prima della battaglia, gli aveva stretto la mano, e dopo la battaglia, trattando la pace, non si era comportato da spavaldo né aveva insultato il nemico vinto. Si narra che i due s’incontrarono un’altra volta ad Efeso e dapprima, passeggiando insieme, siccome Annibale si era preso il posto che spetta a chi viene onorato, Scipione non si risentì e continuò con disinvoltura la passeggiata; in seguito, caduto il discorso sui condottieri, Annibale disse che il migliore era stato certamente Alessandro, e dopo di lui Pirro; per terzo pose se stesso. L’Africano sorridendo tranquillamente gli chiese: “E se non ti avessi vinto?”; al che Annibale aggiunse: “Allora non mi considererei il terzo, o Scipione, ma il primo dei condottieri”. Ammirando questo comportamento di Scipione i più criticavano Tito perché aveva messo le mani su un uomo abbattuto da altri. C’erano però alcuni che lodavano il fatto e pensavano che Annibale, fintanto che restava in vita, era un fuoco che aveva solo bisogno di essere attizzato, e che non il suo corpo o la sua mano incutevano paura ai Romani quando egli era nel pieno delle sue forze, bensì l’intelligenza e l’esperienza, unite ad astio e odio innato. La vecchiaia non aveva tolto nulla di tutto ciò; persisteva nel suo carattere l’istinto di natura, mentre non restava costante la fortuna, la quale, cambiando, suscita speranze e muove all’azione coloro che combattono sempre sotto la sollecitazione dell’odio…Del resto Annibale non fu in condizione inferiore a quella di Gaio Mario. Infatti, aveva amico un re, conduceva una vita degna di un re, e sempre si curava di flotte, cavalleria e soldati. Delle vicende di Mario invece i Romani risero quando errava da miserabile in Libia, ma poco dopo, a Roma, sgozzati e sferzati, gli si chinarono dinnanzi. Così delle vicende presenti nulla è grande o piccolo rispetto al futuro, ma l’essere e il trasformarsi si concludono nello stesso momento. Perciò alcuni dicono che Tito non fece questo di sua iniziativa, ma fu mandato come legato da L. Scipione con l’unico incarico di mandare a morte Annibale» (pp. 121, 123, 125).

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ΠΕΛΟΠΙΔΑΣ (420 a.C. circa -364 a.C.)

2, 10: Marcello mette in fuga Annibale Barca: «.…ambedue [Pelopida e Marcello] onorarono la loro patria con imprese eccezionali vincendo nemici fortissimi: l’uno [Marcello] volse in fuga per primo, a quanto si dice, Annibale, mai precedentemente vinto, l’altro sconfisse in campo aperto gli Spartani, signori della terra e del mare…» (p. 155).

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ΜΑΡΚΕΛΛΟΣ (270 a.C. circa – 208 a.C.)

1, 4-5: la generazione di Marcello impegnata contro i Cartaginesi: «Se mai a certi uomini, come ha detto Omero, il dio “concesse di sostenere da giovinezza a vecchiaia guerre dolorose” [Iliade, XIV,86], questo accadde a quelli che allora erano gli ottimati a Roma, i quali da giovani combatterono con i Cartaginesi per il possesso della Sicilia, nel fiore dell’età con i Galli per difendere proprio l’Italia, e quando erano ormai vecchi di nuovo si scontrarono con Annibale e con i Cartaginesi, senza smettere, per la vecchiaia, di combattere, come avviene agli altri, ma costretti, per la nobiltà della loro stirpe e per la loro virtù, a comandare eserciti e guidare spedizioni» (p. 233).

9, 7: l’opinione di Annibale Barca su Fabio e Marcello: «Posidonio [di Apamea, 135-50 a.C.] afferma che Fabio era detto lo scudo e Marcello la spada. Annibale stesso soleva dire che temeva Fabio come un precettore e Marcello come un antagonista: l’uno gli impediva di fare del male al nemico, l’altro gli faceva del male» (p. 249).

10, 3-5: rapporti di ospitalità fra Bandio di Nola ed Annibale Barca: « C’era in città [a Nola] un uomo di nome Bandio, nobile e distinto, famoso per il suo coraggio. Annibale, pieno di ammirazione per lui che a Canne, mirabilmente combattendo, aveva ucciso molti Cartaginesi e alla fine era stato trovato in mezzo a molti cadaveri, egli stesso con parecchie ferite sul corpo, non solo lo aveva lasciato libero senza pretendere un riscatto, ma addirittura gli aveva offerto dei doni e, resolo amico, aveva stretto con lui rapporti di ospitalità. Ricambiando la cortesia, Bandio era uno di quelli che stavano decisamente dalla parte di Annibale e, sfruttando il prestigio di cui godeva, incitava il popolo alla ribellione…» (p. 251).

12, 4: modalità di combattimento dei Cartaginesi: «[Marcello] fece una sortita, dopo aver distribuito ai fanti le lance lunghe dei marinai e averli istruiti a colpire da lontano i Cartaginesi i quali non erano lanciatori di giavellotti, ma combattevano a distanza ravvicinata con spade corte» (p. 255).

12, 6: anche i mercenari di Annibale Barca si rivoltano e passano ai Romani: «…tre giorni dopo la battaglia più di trecento cavalieri ispani e numidi, mescolati tra loro, passarono ai Romani; mai prima era capitato qualcosa di simile ad Annibale, il quale aveva mantenuto concorde per lunghissimo tempo un esercito formato di genti barbare diverse e di diversi costumi» (p. 255).

19, 7: il bottino di Marcello a Siracusa non inferiore a quello che fu fatto a Cartagine: « Si dice che il bottino che se ne trasse [da Siracusa] in quel momento non fu inferiore a quello poi dedotto da Cartagine…» (p. 269).

26, 3-6: Annibale Barca ricorre agli elefanti: «I due eserciti vennero poi a contatto, e siccome gli uomini erano alla pari, Annibale diede ordine di portare gli elefanti nelle prime file e spingerli contro i soldati romani. Ci fu subito là davanti una grande pressione e uguale scompiglio, e uno dei tribuni dei soldati, di nome Flavo, afferrata un’insegna, avanzò contro i nemici e colpendo il primo elefante con un puntale dell’asta, lo fece voltare. L’elefante urtò quello che gli stava dietro e lo mise in difficoltà assieme a quelli che seguivano…Con una splendida carica i cavalieri [romani] respinsero fino all’accampamento i Cartaginesi, che subirono la maggior parte delle loro perdite a causa degli elefanti caduti e uccisi» (pp. 285, 287).

28, 4-5: il desiderio di Marcello di combattere Annibale Barca: «Nessuno mai infatti arse di tale ardore per l’azione quanto costui, preso dalla voglia di combattere con Annibale. Se lo sognava di notte, con amici e colleghi parlava soltanto di questo disegno, agli dèi rivolgeva questa sola preghiera, cioè di trovarselo davanti sul campo di battaglia» (p. 289).

30, 1-4: Annibale Barca rende onore al corpo di Marcello: «Di tutti gli altri comandanti Annibale aveva pochissima stima, ma quando venne a sapere della morte di Marcello, andò di persona sul luogo, si fermò presso il cadavere e a lungo osservò la prestanza e bellezza di quel corpo; non si lasciò sfuggire alcuna parola irriguardosa, non manifestò in apparenza compiacimento, come farebbe uno che ha tolto di mezzo un nemico difficile e pericoloso, ma, colpito dalla stranezza di quella morte, gli tolse l’anello dopo aver composto il cadavere con l’ornamento che gli si addiceva, lo avvolse in una veste decorosa e lo fece bruciare. Raccolse quindi i resti in un’urna d’argento su cui fece porre una corona d’oro e la inviò al figlio. Alcuni Numidi, imbattutisi in quei messaggeri, cercarono di impadronirsi dell’urna; ma quelli resistettero e ne nacque uno scontro violento per il quale andarono disperse le ossa. Annibale ne fu informato, e disse ai presenti: “Nulla dunque si può fare contro la volontà divina!”; quindi fece punire i Numidi, ma non si curò più della raccolta e consegna dei resti, nella convinzione che questa morte strana e la impossibilità della sepoltura di Marcello rientrassero in un disegno divino» (pp. 293, 295).

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ΠΕΛΟΠΙΔΟΥ ΚΑΙ ΜΑΡΚΕΛΛΟΥ ΣΓΓΚΡΙΣΙΣ

31, 7-9: diverse le versioni sugli esiti del confronto fra Marcello e Annibale Barca: «…Annibale, come narra Polibio, non fu vinto nemmeno una volta da Marcello e sembra che fino al tempo di Scipione sia stato immune da sconfitte. Io però credo a Livio, Augusto, Nepote e, tra i Greci, al re Giuba, tutti autori che dicono che l’esercito di Annibale subì, ad opera di Marcello, alcune sconfitte e fu volto in fuga; queste comunque non comportarono nulla di decisivo; sembra anzi che siano state sconfitte simulate dal Cartaginese» (pp. 299, 301).

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ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΣ

17, 4-5: Alessandro conquista il litorale sino alla Fenicia: «C’è vicino alla città di Xanto, in Licia, una fonte dalla quale dicono che in quel tempo, da sola rifluendo su se stessa e traboccando, fece salire dal profondo una tavoletta bronzea con segni di antica scrittura che rivelano che l’impero persiano sarebbe stato distrutto dai Greci. Galvanizzato da questa profezia, Alessandro si affrettò a conquistare il litorale sino alla Fenicia e alla Cilicia» (p. 359).

24, 4-10: Alessandro e Tiro: «Parve comunque bene ad Alessandro impadronirsi in primo luogo dei paesi costieri; e subito vennero i re a consegnare nelle mani Cipro e la Fenicia, tranne Tiro. Egli allora cinse d’assedio per sette mesi [dal febbraio al luglio-agosto del 322] Tiro, scavando trincee e utilizzando macchine da guerra e duecento triremi dal mare. Durante queste operazioni egli vide in sogno Eracle che lo chiamava dalle mura e gli stringeva la destra. Anche a molti degli abitanti di Tiro sembrò in sogno che Apollo dicesse che egli si trasferiva da Alessandro perché non gli piaceva quanto capitava in città. Essi allora, quasi che il dio fosse un disertore colto in flagrante mentre passa ai nemici, cinsero funi intorno alla sua colossale figura e lo legarono alla base definendolo «partigiano di Alessandro». In sogno Alessandro ebbe un’altra visione: gli sembrava che un Satiro a distanza lo schernisse e che quando egli voleva catturarlo gli sfuggisse; alla fine, dopo molte resistenze e molte corse gli venne tra le mani. Gli indovini, smembrando plausibilmente la parola Satiro, interpretarono così: “Sarà tua Tiro”. Ancora oggi si mostra una fonte presso la quale nel sogno sarebbe apparso Satiro. Durante l’assedio della città il re mosse contro gli Arabi che avevano sede presso i monti dell’Antilibano…» (pp. 373, 375).

29, 1-2: Alessandro indice sacrifici, processioni e gare di cori in Fenicia: «Tornato in Fenicia dall’Egitto, fece sacrifici agli dèi e processioni e gare di cori ciclici e tragici, splendidi non solo per la messinscena, ma anche per l’impegno dei concorrenti. Erano coreghi i re di Cipro, come ad Atene lo sono quelli scelti per sorte nelle tribù, e la contesa tra loro si svolse con eccezionale voglia di vincere (p. 385).

36, 1-3: porpora dell’Argolide fra il bottino di Susa: «Quando occupò Susa, Alessandro…dicono che vi si trovarono anche cinquemila talenti di porpora di Ermione, che era lì da centonovanta anni, ma che era ancora di colore fresco e vivo: ciò è dovuto al fatto che la tintura del panno di porpora si fa con miele, e quella della stoffa bianca con olio chiaro; dicono che anche questa conserva, a ugual distanza di tempo, una lucentezza brillante» (p. 401).

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Testo di riferimento: Vite parallele di Plutarco. Volume quinto. Demetrio e Antonio. Pirro e Mario. Arato Artaserse. Agide Cleomene e Tiberio Gaio Gracco. A cura di Gabrielle Marasco. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1994.

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ΠΥΡΡΟΣ (319 a.C. – 272 a.C.)

8, 5: Annibale Barca e le sue valutazioni su i condottieri più validi: «Annibale, poi, dichiarò che Pirro era il primo fra tutti i generali per esperienza e abilità, Scipione il secondo e lui stesso il terzo, come ho scritto nella biografia di Scipione» (p. 341).

14, 8-10: le conquiste future di Pirro: la Sicilia e Cartagine: «…“Là vicino ci tende le braccia la Sicilia, isola ricca, popolosa e facilissima da conquistare, poiché al momento, o Cinea, tutto vi è in preda alla sedizione, all’anarchia nelle città e alla violenza dei demagoghi, dopo la morte di Agatocle”. E Cinea: “Ciò che dici è probabile, ma la conquista della Sicilia segnerà la fine della nostra spedizione?”. “Che un dio – rispose Pirro – ci conceda la vittoria e il successo; ciò costituirà per noi il preludio a grandi imprese. Chi, infatti, si tratterrebbe dal conquistare, una volta che siano alla portata, l’Africa e Cartagine, di cui Agatocle, fuggito di nascosto da Siracusa e attraversato il mare con poche navi, per poco non riuscì a impadronirsi? Una volta compiute tali conquiste, chi potrebbe negare che nessuno dei nemici che ora ci insultano potrà resisterci?”» (p. 355).

22, 2-4: dalla Sicilia inviti a cacciare i Cartaginesi: «Nello stesso tempo, giunsero infatti dalla Sicilia degli inviati, che mettevano nelle sue mani [di Pirro] Agrigento, Siracusa e Lentini e lo pregavano di aiutarli a cacciare i Cartaginesi e di liberare l’isola dai tiranni…sembrandogli più importanti gli affari di Sicilia, perché l’Africa le appariva vicina, si rivolse ad essi…» (pp. 373, 375).

22, 6-12: Pirro sottomette il territorio siciliano controllato dai Fenici e conquista Erice: «Giunto in Sicilia, le sue speranze furono subito confermate e le città si diedero a lui prontamente; dove ci fu bisogno di combattere e di usare la forza, niente riuscì in un primo tempo a resistergli. Con trentamila fanti, duemilacinquecento cavalieri e duecento navi attaccò i Fenici, li sconfisse e sottomise il territorio che era sotto il loro dominio. Decise di assaltare le mura di Erice, che era la più munita delle loro fortezze ed aveva numerosi difensori…presa la città, offrì al dio [ad Eracle] un magnifico sacrificio e diede spettacoli di concorsi d’ogni genere» (p. 365).

23, 2: Pirro rifiuta accordi con i Cartaginesi, che conservano la piazzaforte di Lilibeo: «I Cartaginesi erano inclini ad un accordo e proponevano di versargli denaro e d’inviargli navi, se avesse fatto amicizia con loro; ma Pirro, che mirava a maggiori risultati, rispose che il solo modo di concludere pace e amicizia con loro era che rinunciassero a tutta la Sicilia e accettassero il mar d’Africa come confine con i Greci» (p. 377).

23, 5: Pirro si aliena il favore delle città siciliane: «…Allora la situazione cambiò, non gradualmente né localmente; nelle città si diffuse un odio terribile contro di lui ed alcune passarono ai Cartaginesi, altre fecero appello ai Mamertini» (p. 377).

23, 8: dalla Sicilia la profezia di Pirro sulla prima guerra punica: «Si dice che andandosene [autunno del 276 a.C.] Pirro rivolse lo sguardo ancora una volta verso l’isola e disse a quelli che gli stavano attorno: “Amici miei, quale campo di lotta lasciamo ai Cartaginesi e ai Romani”. Questo presentimento si realizzò ben presto» (p. 379).

24, 1: Pirro sconfitto in una battaglia navale dai Cartaginesi: «Quando salpò, i barbari si coalizzarono per attaccarlo; egli combatté una battaglia navale contro i Cartaginesi nello stretto, dove perse molte navi, e fuggì con le rimanenti in Italia [a Locri]» (p. 379).

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ΜΑΡΙΟΣ (157 a.C. – 86 a.C.)

40, 9: Mario paragona la propria sorte a quella di Cartagine: «Quando poi il littore gli chiese quale risposta doveva riferire al pretore, Mario rispose con un profondo sospiro: “Riferiscigli dunque che hai visto Gaio Mario fuggiasco seduto tra le rovine di Cartagine”, accostando a titolo d’esempio, non senza ragione, la sorte di quella grande città e il rivolgimento della propria fortuna» (p. 523).

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Testo di riferimento: Vite di Plutarco. Volume sesto. Licurgo e Numa. Lisandro e Silla. Agesilao e Pompeo. Galba Otone. A cura di Angelo Meriani e Rosa Giannattasio Andria. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1998.

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ΣΥΛΛΑΣ (138 a.C. – 78 a.C.)

17, 7-8: thor, il nome che i Fenici danno alla vacca di Cadmo: «Si tratta della cima rocciosa e conica di un monte che noi chiamiamo Ortópago. Ai suoi piedi, il fiume Morio e il tempio di Apollo Turio. Quest’epiteto del dio deriva da Turo, la madre di Cheròne, ecista di Cheronea, secondo la tradizione. Ma altri autori affermano che lì apparve la vacca che il dio Pizio diede a Cadmo come guida, e che i Fenici danno alla vacca» (p. 365).

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ΑΓΗΣΙΛΑΟΣ (444 a.C. – 360 a.C.)

15, 5-6: Agesilao e la memoria di Annibale Barca: «Nessuna azione di Agesilao fu migliore o più importante di quel ritorno né vi fu un esempio più bello di obbedienza e comportamento retto. Annibale, quando ormai coglieva insuccessi e veniva respinto dall’Italia, a mala pena diede ascolto ai suoi che lo richiamavano per la guerra in patria…» (p. 481).

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ΠΟΜΠΗΙΟΣ (106 a.C. – 48 a.C.)

11, 3-5: Pompeo e il nascosto tesoro dei Cartaginesi: «Quando la flotta approdò, in parte ad Utica, in parte a Cartagine, settemila uomini si staccarono dal nemico e si unirono a lui: Pompeo guidava sei legioni complete. Si racconta che gli capitò allora un fatto divertente. Alcuni soldati, a quanto pare, avevano trovato un tesoro e si erano quindi impossessati di una cospicua quantità di danaro. Quando però la notizia del ritrovamento divenne di pubblico dominio, tutti si fecero l’idea che il luogo fosse pieno di ricchezze, che i Cartaginesi vi avevano nascosto all’epoca della rovina della loro città. Pompeo non potette quindi servirsi dei suoi soldati, che per molti giorni stettero a cercar tesori, e se ne andava in giro ridendo al vedere tante migliaia di persone che, tutte insieme, scavavano e rivoltavano il terreno, finché questi si stancarono e chiesero a Pompeo di portarli dove voleva, ritenendo di aver scontato a sufficienza la pena della loro stoltezza» (p. 577).

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ΟΘΩΝ (32 d.C. – 69 d.C.)

15, 7: il ricordo del pericolo annibalico: «Però questa guerra non è in difesa dell’Italia contro Annibale o Pirro o i Cimbri: da entrambi i lati combattiamo contro dei Romani e arrechiamo danno alla patria sia che vinciamo sia che perdiamo, perché il bene del vincitore è una sventura per essa» (p. 827).

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Πολιτικά παραγγέλματα

Testo di riferimento: Plutarco, Moralia. Consigli politici. A cura di Giuliano Pisani. Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994.

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3, D-E: carattere» dei Cartaginesi: «…Altro carattere è quello del popolo cartaginese: amaro, tetro, servile con le autorità, duro con i sottoposti, ignobilissimo nella paura, totalmente selvaggio nell’ira, cocciuto nelle decisioni, rigido e insensibile alla piacevolezza e alla grazia d’uno scherzo. Se Cleone avesse chiesto ai Cartaginesi d’aggiornare l’assemblea perché tornava da un sacrificio e aveva ospiti a cena, non si sarebbero certo allontanati tra una risata e un applauso; e quando ad Alcibiade, nel bel mezzo d’un discorso, scivolò fuori una quaglia da sotto il mantello, non gliel’avrebbero certo restituita, dopo averlo premurosamente aiutato a darle la caccia: anzi, li avrebbero mandati a morte tutti e due, giudicandoli degli insolenti e dei rammolliti. D’altra parte cacciarono in esilio perfino Annone, accusandolo d’aspirare alla tirannide solo perché, nel corso delle sue campagne militari, usava come bestia da soma un leone» (p. 9).

15, D-E: Annibale Barca oratore: «…chi invece, per insaziabile fame di gloria o di potere, si sobbarca tutto il peso dello Stato e avoca a sé funzioni per le quali non è tagliato o preparato – come quanto Cleone volle fare il generale, o Filopemene l’ammiraglio, o Annibale l’oratore in assemblea – non ha scuse se commette degli errori…» (p. 57).

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Εἰ πρεσβυτέρῳ πολιτευτέον

Testo di riferimento: Plutarco, Consigli ai politici. Se un vecchio debba fare politica, Il filosofo deve dialogare soprattutto con i potenti, A un governatore non colto, Monarchia, democrazia, oligarchia. Introduzione, traduzione e note di Gino Giardini, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1995.

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15: Se un vecchio debba fare politica: Massinissa in età avanzata: «…è da uomo sciocco…cercare di impedire di fare politica o condurre spedizioni militari a vecchi quali furono…o il libico Massinissa . E Polibio attesta che Massinissa morì a novant’anni, lasciando un fanciulletto di quattro anni che era suo e che poco prima della morte, avendo vinto i Cartaginesi in una grande battaglia, il giorno dopo fu visto davanti alla sua tenda a mangiare pane nero e a quelli che si meravigliavano disse che faceva così perché…”Splende con l’uso come bronzo lucente;/ rovina col tempo un tetto trascurato” come dice Sofocle e così diciamo noi dello splendore e della luce dell’anima con cui ragioniamo, ricordiamo e pensiamo» (pp. 265, 267).

Tancredi Scarpelli (1866-1937), "Le nozze di Massinissa e Sofonisba". Collezione privata.
Tancredi Scarpelli (1866-1937), “Le nozze di Massinissa e Sofonisba”. Collezione privata.

Περὶ τοῦ ὅτι μάλιστα τοῖς ἡγεμόσι δεῖ τὸν φιλόσοφον διαλέγεσθαι

1: Il filosofo deve dialogare soprattutto con i potenti: Panezio s’intrattiene a discutere con Scipione Emiliano, vincitore di Annibale Barca: «…“Se tu fossi un Batone, un Polluce o qualche altro privato che vuole rifuggire dal centro delle città, standosene tranquillo in qualche angolo a sciogliere e legare i sillogismi dei filosofi, ti accoglierei volentieri e me ne starei con te; ma tu sei figlio di Emilio Paolo che fu due volte console e nipote di Scipione l’Africano che vinse Annibale il Cartaginese, non è dunque che io debba discorrere con te?» (p. 305).

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Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος

Testo di riferimento: Plutarco, Iside e Osiride. Introduzione di Dario Del Corno. Adelphi Edizioni, Milano 1985.

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15-16: il soggiorno di Isi a Biblo con Malcandro (Melqart?), Astarte e Athenais (Atena?): «Di conseguenza Iside venne a sapere che la bara [di Osiri], sospinta fuori dal mare presso la costa di Biblo, con l’aiuto delle onde era dolcemente approdata in un prato di erica; l’erica, poi, in breve tempo era cresciuta fino a diventare un bellissimo, fiorente cespuglio, che si abbarbicò alla bara e si avvolse intorno a essa. Il re di quella regione restò stupefatto delle dimensioni della pianta: face tagliare il fusto che avvolgeva la bara, senza peraltro accorgersi della sua presenza, e lo pose come colonna per il tetto della sua casa. Iside, raccontano, fu informata di ciò per ispirazione demonica della Fama: allora si recò a Byblos, si sedette presso una fontana, e stava lì a piangere sulle sue miserie, senza mai parlare a nessuno. Solo con le ancelle della regina si intratteneva volentieri, e intrecciava loro i capelli, e dal suo corpo spirava un meraviglioso profumo. Quando la regina vide le sue ancelle, fu presa dal desiderio della straniera, della sua arte di fare le trecce e dell’ambrosia che spirava dal suo corpo. Così Iside fu mandata a chiamare, e divenuta intima della regina fu scelta come nutrice del principino. Il nome del re dicono che fosse Malcandro, quello della regina invece secondo alcuni Astarte, per altri Saosis, secondo altri ancora Nemanus, nome che per i Greci corrisponde a Athenais. Iside allevava il bambino dandogli da succhiare la punta del dito al posto del seno; e una notte bruciò la parte mortale del suo corpo. Poi, trasformatasi in rondine, prese a volare intorno alla colonna, gemendo, fino a che la regina, che aveva osservato la scena, quando vide il bambino in preda alle fiamme, si mise a gridare, privandolo così dell’immortalità. La dea allora si rese visibile, e chiese la colonna del tetto: la tolse con facilità, sfrondò i rami di erica che lo avvolgevano, e poi la avvolse in una pezza di lino, cospargendola di unguento odoroso. La affidò poi al re e ai suoi successori, e anche oggi gli abitanti di Biblo venerano questo tronco, che si trova nel tempio di Iside. La dea si gettò sulla bara, e gridava tanto che il più giovane dei figli del re ne morì. Poi prese con sé il maggiore, caricò la bara su una nave e partì. In seguito, poiché il fiume Fedro fece nascere allo spuntar del giorno un vento troppo forte, la dea incollerita prosciugò la sua corrente» (pp. 72-73).

50: il ritorno di Isi dalla Fenicia: «…quando si celebrano le feste al sette del mese Tybi, chiamate “Ritorno di Iside dalla Fenicia”, impastano le focacce con sopra la forma di un ippopotamo incatenato…» (pp. 111-12).

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La prospettiva e l’impianto biografico ed aneddotico della maggior parte degli scritti di Plutarco restituiscono una grande varietà di memorie fenicie e puniche. Valga ad esempio la battuta inattesa di Annibale prima della battagli di Canne (Fabio Massimo, 15, 2-4): assente in Livio e in Polibio, vi si ricorda come interlocutore del Barcide, un certo Giscone, forse il Gisco, 6 della rubricazione di Klaus Geus, Prosopographie der literarisch bezeugten Karthager, Leuven 1994, p. 15. Più testualmente identificabili i comandanti cartaginesi citati rispettivamente: in Timoleonte, 17, 1-4: Magone = Geus, cit., Mago, 3, pp. 177-79; 19, 4-5: Annone = Geus, cit., Hanno, 9, p. 108; in Fabrizio, 15, 2-4: Giscone = Geus, cit., Gisco, 6, p. 35; Dione, 25, 10-14: Sinalo = Geus, Synalos, pp. 202-203. La menzione di Sestio Sulla nella vita di Romolo, 15, 1-4 ci testimonia della vitalità culturale di Cartagine anche in piena età imperiale: cf. Maria Antonietta Giua, Sestio Silla: un dotto cartaginese nel principato flavio-traianeo, in A. Akerraz – P. Ruggeri – A. Siraj – C. Vismara (edd.), L’Africa romana 15, Roma 2006, pp. 575-90.

L’abitudine di Annibale di tendere inganni si conferma in Fabio Massimo 19, 7-8: l’episodio, narrato da Livio, XXVII, 16. 11-16, ricorda il tragico tranello teso agli abitanti di Salapia utilizzando il sigillo del morto Marcello, la cui salma pure il Barcide aveva onorato (Marcello, 30, 1-4): «…Annibale insieme col corpo di Marcello si era impadronito anche dei suoi anelli. Crispino, temendo che Annibale perpetrasse un inganno approfittando del fatto che si credesse per sbaglio che quel sigillo apparteneva ancora a Marcello, aveva inviato nelle città vicine dei messi ad avvisare che il suo collega era stato ucciso e che il nemico si era appropriato del suo anello; non prestassero, perciò, alcuna fede a lettere che fossero firmate col nome di Marcello. Il messo era appena arrivato a Salapia, quando fu recata da parte di Annibale una lettera firmata col sigillo di Marcello, dove questi annunciava che nella notte seguente sarebbe venuto a Salaria: i soldati che erano là di guarnigione si tenessero pronti per il caso fosse necessaria l’opera loro. Gli abitanti di Salapia si accorsero della frode e, ritenendo che Annibale cercasse l’occasione per infliggere a loro un castigo, perché irato non solo per la loro defezione, ma anche per il massacro dei cavalieri, rimandarono indietro il messo di Annibale, che era un disertore romano, perché i soldati potessero agire come volevano senza testimone: disposero quindi i cittadini sulle mura e in luoghi opportuni della città formando corpi di guardia; provvidero per quella notte ad un più attento sistema di vigilanza e concentrarono il nerbo delle forze intorno alla porta, dalla quale pensavano che il nemico sarebbe venuto. Annibale, infatti, quasi alla quarta vigilia si avvicinò alla città. La sua avanguardia era formata da disertori romani con armi romane. Costoro, appena giunsero alla porta, parlando tutti in latino, cercarono di svegliare le guardie con l’ordine di aprire la porta poiché si avvicinava il console. Le sentinelle, come si fossero destate alle loro urla, cominciarono ad agitarsi, a correre affannosamente e a cercare di aprire la porta. Questa era chiusa con la saracinesca abbassata; i cittadini di Salapia in parte l’alzarono con delle leve, in parte con delle corde la sollevarono fino ad un’altezza che permettesse ad un uomo di entrare in posizione eretta. Si era aperto uno spazio appena sufficiente al passaggio, quando i disertori a gara si precipitarono attraverso la porta; quando furono entrati quasi in seicento, allentata la corda che la teneva sospesa, la saracinesca cadde con grande rumore. Degli abitanti di Salapia, alcuni assalirono i disertori che in atteggiamento trascurato, come se tornassero da una marcia, portavano le armi sulle spalle come chi va tra amici; altri dalla torre di quella porta e di quelle mura, con sassi, pali e giavellotti respinsero il nemico. Così Annibale, vittima della sua stessa frode, si allontanò nella direzione di Locri…» (Livio, XXVII, 28).

Prima di lasciare le memorie annibaliche, è utile riprenderne ancora due. La prima è la fondazione di Artassa (Lucullo, 31, 4-5) e la sua distruzione ad opera di Lucullo (Lucullo, 32, 4): la posizione del sito, nell’attuale regione dell’Armenia, poco oltre il monastero di Khor Virap, si poneva in un arcipelago di basse colline. Il presunto disagio nel parlare di Annibale (Consigli politici, 15, D-E) appare forse un po’ troppo enfatizzato da Plutarco, circoscritto come sembrerebbe ad un solo episodio, narrato in Livio, XXX, 37, 8-9; dove si dice che Annibale rimase stupito dalla reazione che il popolo aveva avuto quando aveva fatto scendere bruscamente Giscone dalla tribuna: «pertubatus militaris vir urbana libertate».

Il monastero di Khor Virap, nell’Armenia meridionale.
Il monastero di Khor Virap, nell’Armenia meridionale.

A commento delle due citazioni dall’Iside e Osiride, si ricorda quanto sia presente il culto di Isi nel mondo punico, e in particolare a Cartagine: Enrico Acquaro, Il culto di Isi nella comunità punica di Cartagine, in A. Lemaire (ed.), Phéniciens d’Orient et d’Occident. Mélanges Josette Elayi (= Cahiers de l’Institut du Proche-Orient Ancien du Collège de France, II), Paris, pp. 429-36.

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Epitteto (50 circa – 125/130 d.C. circa) (E.A.)

Testo di riferimento: Epitteto, Tutte le opere. Diatribe – Manuale – Frammenti – Gnomologio con in appendice le versioni del Manuale di Angelo Poliziano e Giacomo Leopardi. Saggio introduttivo, parafrasi e prefazioni di Giovanni Reale. Traduzione e apparati di Cesare Cassanmagnago. Lessico dei termini greci di Roberto Radice. Impostazione editoriale, appendici e bibliografia di Giuseppe Girgenti. Bompiani Edizioni, Milano 2009.

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Erma con testa-ritratto di Zenone di Cizio. Età di Traiano. Roma, Musei Capitolini.

Ἐγχειρίδιον

39 [la misura dei possessi]: la calzatura di porpora e il superare la “misura”: «Per ciascun uomo, la misura dei suoi possessi è il corpo, come il piede lo è della calzatura. Se, pertanto, ti atterrai ad esso, conserverai la misura; se, al contrario, vai al di là di esso, necessariamente finirai trascinato come in un precipizio. Ugualmente, nel caso della calzatura, se vai al di là del piede, ecco le calzature dorate, poi di porpora e ricamate. Perché, una volta superata la misura, non c’è più alcun limite» (p. 1011).

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Lo stoico Epitteto (sulla cultura fenicia e lo stoicismo, cf. Federico Mazza, Zenone di Cizio. Un fenicio alle origini del pensiero stoico, in E. Acquaro [ed.], Alle soglie della classicità. Il Mediterraneo tra tradizione e innovazione. Studi in onore di Sabatino Moscati, I, Pisa – Roma 1996, pp. 297-305), nel riprendere un luogo comune della letteratura antica sulla necessità della “misura” (basti ricordare due versi de Le lettere di Orazio, I, 10, 42-43: Cui non conveniet sua res, ut calceus olim,/ si pede maior erit, subvertet, si minor, uret), ricorre per indicare la “fuorimisura” il calzare di porpora, lusso estremo nell’antichità, di cui i Fenici e non solo loro sono i più noti produttori.

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Dionisio di Alessandria (seconda metà I secolo d.C.) (E.A.)

Περιήγησις τῆς οἰκουμένης

Testo di riferimento: Dionisio di Alessandria, Descrizione della Terra abitata. Prefazione, introduzione, note e apparato di Eugenio Amato, con un saggio di Filomena Coccaro Andreou. Bompiani Testi a fronte, Milano 2005.

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vv. 112-118: il mare di Sidone: «…Di seguito, più avanti, s’increspano due mari, agitati dal soffio di borea Ismarico, che su di essi spira dritto, visto che si distendono in direzione ad esso contraria. I marinai chiamano il primo mare Fario [mare d’Egitto]; giunge fino al lontanissimo promontorio del Casio [odierna Jebel-el-Akra]; l’altro, Sidonio, dove giunge fino all’interno della regione, fino alla città di Isso, lambendo il territorio dei Cilici…».

François Boucher, “Rapimento di Europa”. 1732-1734. London, Wallace Collection.

vv. 174-197: la Libia e Cartagine: «…Ebbene, la Libia si sviluppa in direzione Sud/Sud-Est, simile nella forma ad un trapezio. Ha inizio da Gades, precisamente nel punto in cui il promontorio si staglia a precipizio sull’imboccatura dell’Oceano. Un confine più ampio si trova, poi, nei pressi del mare d’Arabia; qui, si trova la terra dei neri Etiopi, il secondo ceppo, vicino ai quali si apre il territorio degli Erembi. Dicono che essa sia simile alla pelle di una pantera: ché si presenta arida e secca, contraddistinta dappertutto da macchie nere. Invece, all’estrema punta, all’altezza delle Colonne, sono stanziate le popolazioni della Mauruside [la Mauretania]. Ecco, di seguito a queste, le innumerevoli stirpi di Nomadi [Numidi], tra cui i Masesili e i Masilei selvaggi, che vagano con i loro figli per la terraferma e per la selva alla ricerca del misero cibo e della rozza preda di caccia: ché non impararono a smuovere la terra con l’aratro, né mai vennero a conoscenza della gioia del solco con il carro, neppure del muggito dei buoi che ritornano nella stalla; bensì così, come bestie, vanno errando per i boschi, senza conoscere il grano e ignari della messe. Di seguito, Cartagine abbraccia un amatissimo porto; Cartagine, ora città dei Libici, ma un tempo dei Fenici; Cartagine, che si dice essere stata misurata con la pelle di un bue…».

vv. 330-338: la penisola Iberica e Tartesso: «…Osserva, però, ora il resto dell’Europa, che si estende a Sud in tre penisole, quella degli Iberi, quella dei Panelleni e quella dei nobili Ausoni. Senza dubbio, la più lontana è la penisola dei gloriosi Iberi, presso l’Oceano occidentale: lì si trova la cima dell’Alibe [nome della colonna europea], una delle due Colonne e ai suoi piedi l’amabile Tartesso, piana di uomini ricchi, e i Cempsi, che abitano alle pendici dei Pirenei…».

vv. 450-456: Cadice fenicia: «…Ecco apparire agli uomini, ai piedi delle Colonne occidentali, la remota Gades, su un’isola bagnata dal mare, ai confini dell’Oceano. Qui, abita la stirpe dei Fenici, che venera Eracle figlio del grande Zeus. Gli indigeni chiamarono quest’isola, ai tempi degli avi chiamata Cotinusa, Gades…».

vv. 504-510: Arado, in Fenicia: «…Seguono, ad Oriente, le tre isole Chelidonie, all’interno del grande promontorio Patareide. Cipro, al contrario, amabile città di Afrodite Dionea, si bagna ad Est nelle acque dello stretto della Panfilia. Nelle vicinanze della Fenice, nell’ampio golfo si trova Arado…».

vv. 897-916: dalla Siria alla Fenicia: «…Dunque la Siria prosegue lungo il mare, a Sud-Est, e occupa una regione con numerose città che chiamano Coile [Coelesyria], perché, bassa com’è nel mezzo, la dominano dall’alto le cime dei monti, del Casio [attuale Djebel Akra] ad Occidente, del Libano ad Oriente. E molti e ricchi uomini la abitano, non tutti insieme e con un nome univoco, bensì in diverse zone: gli abitanti della parte interna sono chiamati Siri, quelli, invece, vicini al mare Fenici, appartenenti alla stirpe degli Eritrei, che per primi sfidarono il mare sulle loro navi e per primi pensarono al commercio marittimo e osservarono l’arcana danza degli astri celesti, loro che abitano Jope [attuale Jaffa], Gaz, Elaide, Tiro antica, l’amena regione di Berito, Biblo marittima e la fiorente Sidone, situata sulle acque dell’amabile Bostreno [attuale Nahr el Awaleh?], la ricca Tripoli, Ortoside, Marato [attuale Amrit] e Laodicea, che si adagia sulle rive del mare, le terre di Poseidone e i boschi sacri di Dafne…».

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Dalle pagine 13, 18 del saggio di Filomena Coccaro Andreou: «La descrizione di Dionisio sottende la carta geografica e assolve alla funzione di “accumulatore dell’informazione”, tipica del pinax, secondo particolari procedimenti mnemotecnici. Proprio la necessità di trasmettere nozioni e di ancorarle nella mente di chi legge mobilita evidentemente la forma letteraria prescelta, quella del poemetto didascalico: struttura, versificazione, figure di pensiero e di parola, mitologia sono modi idonei alla visione e alla memorizzazione, ma rappresentano anche le marche letterarie e i codici culturali di intellettuali che, prima che attestarsi quali specialisti, scelgono di essere identificati quali depositari di “dottrina organica”, dottrina che difficilmente riesce a scindere contenuti filosofici, scientifici e poetici…l’opera, tramandata da oltre un centinaio di codici medievali, ha riscosso anche il favore del tardo mondo latino (con le traduzioni di Avieno e Prisciano, rispettivamente del IV e V-VI sec. d.C.), di quello bizantino e, fino all’epoca moderna, è stata diffusa per le corti d’Europa». A queste notazioni si aggiungano le riflessioni di Eugenio Amato, Influenze egizie nella Descriptio orbis di Dionisio d’Alessandria?, in Kernos. Revue internationale et pluridisciplinaire de religion grecque antique 18 (2005), pp. 97-111.

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Appiano Alessandrino (95 circa – 165 d.C. circa) (E.A.)

ΡΩΜΑΙΚΑ

Testi di riferimento: Appien, Histoire romaine. Tome II. Livre VI. L’Iberique. Texte établi et traduit par Paul Goukowsky (= Les Belles Lettres), Paris 1997; Appien, Histoire romaine. Tome III. Livre VII. Le livre d’Hannibal. Texte établi et traduit par Danièle Gaillard (= Les Belles Lettres), Paris 1998; Appien, Histoire romaine. Tome VI. Livre XI. Le livre Syriaque. Texte établi et traduit par Paul Goukowsky (= Les Belles Lettres), Paris 2007; Le storie romane di Appiano Alessandrino volgarizzate dall’Ab. Marco Mastrofini. Le guerre esterne, Milano 1830 (https://books.google.it/); http://remacle.org/bloodwolf/historiens/appien/mithridatique.htm; La storia romana. Libri XIII-XVII. Le guerre civili di Appiano. A cura di Emilio Gabba e Domenico Magnino. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 2001.

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Edizione completa della Storia romana di Appiano Alessandrino, a cura di Henricus Stephanus. Ginevra 1592. Milano, Biblioteca Nazionale Braidense.

Libro VI. II, 6-8 – III, 9: i Fenici e il tempio di Eracle a Cadice: «…Ritengo che abbastanza presto i Fenici abbiano frequentato l’Iberia per fini commerciali, occupando alcuni posti. Per lo stesso scopo i Greci giunsero a Tartesso e presso il suo re Argantonio. Alcuni si stabilirono in Iberia: il regno di Argantonio era infatti in Iberia. Ritengo che Tartesso fosse allora la città posta sulla riva del mare chiamata ora Carpesso. Ritengo, inoltre, che siano stati i Fenici a costruire il tempio di Eracle sullo stretto. I rituali che vi si celebrano sono proprî della religione fenicia e il dio è considerato dai suoi fedeli come Tirio, non Tebano. Ma lascio questo argomento a chi ama le antichità» (Goukowsky 1997, p. 2).

Libro VI. III, 9-12: I Cartaginesi in Iberia: «Da questa terra, ricca e piena di ogni bene, furono per primi i Cartaginesi e poi i Romani a trarre vantaggio. I primi ne occuparono una parte e saccheggiarono il resto del territorio, sino a quando i Romani non li ebbero scacciati dalla parte da loro occupata, per sostituirli…Questo libro mostrerà come i Romani abbiano sottomesso tutti i territori sottraendoli ai Cartaginesi, e in seguito agli Iberici e ai Celtiberi. La prima parte dà conto degli avvenimenti che si riferiscono ai Cartaginesi, perché devo dar notizia, nella mia storia dell’Iberia, dei rapporti che ebbero con questa regione. Per gli stessi motivi nella mia storia della Sicilia [libro V] si dà conto di ciò che è accaduto tra i Romani e i Cartaginesi in Sicilia, dopo l’attacco e l’occupazione di Roma » (Goukowsky 1997, p. 2).

Libro VI. IV, 13-16: la guerra libica o la rivolta dei mercenari: «La prima guerra esterna fatta dai Romani contro i Cartaginesi per il possesso della Sicilia, si svolse nell’isola. La prima fatta per il possesso dell’Iberia, si svolse in questa regione. Nel corso di quelle guerre, le due potenze impiegarono molti uomini, mettendo in difficoltà l’Italia e la Libia. Questa guerra [la seconda guerra punica] ebbe inizio dopo la centoquarantesima olimpiade [220 a.C.], l’anno in cui si ruppe il trattato che avevano concluso dopo la guerra di Sicilia. Ora daremo conto su quale fu il motivo che portò alla rottura del trattato. Amilcare, detto Barca, aveva promesso durante il suo comando in Sicilia numerose ricompense ai Celti che erano al suo soldo e ai Libî, suoi alleati: al ritorno in Libia, questi vollero che le promesse fossero mantenute, da qui l’origine della guerra libica contro i Cartaginesi. Durante questa guerra i Cartaginesi subirono grandi perdite e dovettero cedere la Sardegna ai Romani come risarcimento dei danni che avevano ricevuto i commercianti romani durante la guerra. Quando ad Amilcare fu attribuita da parte dei suoi nemici la responsabilità delle disgrazie che avevano investito il paese, questi ricercò la protezione di personaggi influenti. Fra i più popolari era Asdrubale, genero del Barca: grazie a questa parentela sfuggì alla condanna. Per di più avendo avuto inizio in quel momento una rivolta di Numidi, egli prese il comando delle truppe cartaginesi insieme ad Annone il Grande, benché non avesse ancora dato conto dell’operato del primo incarico di comando» (Goukowsky 1997, p. 3).

Libro VI, V, 17-21: successi e morte di Amilcare Barca in Iberia: «Alla fine di questa guerra, Annone fu richiamato in città per rispondere di alcune accuse ed Amilcare rimase solo al comando dell’esercito. Associò al comando il genero Asdrubale, attraversò lo stretto di Cadice ed iniziò a saccheggiare il territorio degli Iberici, anche se questi non gli avevano fatto alcun male. Era, infatti, per Amilcare l’occasione buona per lasciare la patria, e così compiere imprese che potessero guadagnargli la benevolenza del popolo. Quando si impadroniva di beni, li divideva; ne dava una parte ai soldati per alimentare la loro audacia in vista di futuri saccheggi, l’altra la inviava al tesoro di Cartagine e l’altra ancora la distribuiva fra i capi del suo partito. Questo comportamento durò sino a quando alcuni re e capi tribù iberici si allearono contro di lui e lo uccisero nel modo seguente. Caricarono molti carri di legname e li fecero avanzare trainati da buoi: si posero dietro, pronti a combattere. I Libî videro i carri e cominciarono a irridere senza accorgersi del tranello in cui stavano cadendo. Quando i Libî cominciarono a venire alle armi, gli Iberi diedero fuoco ai carri e spinsero i buoi verso il nemico. Il fuoco, portato da ogni parte dai buoi in fuga, gettò il panico nelle file libiche, che ruppero lo schieramento. Allora gli Iberi si slanciarono loro contro ed uccisero Amilcare, anche se molti soldati vennero in suo aiuto» (Goukowsky 1997, p. 4).

Libro VI, VI, 22-24: Asdrubale Barca “il Vecchio” in Iberia: «I Cartaginesi, attenti al guadagno che veniva dall’impegno in Iberia, posero a capo dell’esercito Asdrubale, genero del Barca, che era già in Iberia al comando delle truppe. Egli aveva con sé Annibale, figlio di Amilcare, fratello della moglie, un giovanotto, audace soldato, amato dagli uomini, che dopo qualche tempo diverrà celebre per i suoi successi militari: lo nominò suo luogotenente. Asdrubale riuscì a rappacificarsi con le tribù iberiche usando argomenti persuasivi, dal momento che era molto alla mano nei suoi rapporti personali: là dove era necessario intervenire con la forza, si serviva del giovane Annibale. Così controllò tutta la regione che va dall’Oceano occidentale all’interno, sino al fiume Ibero, che divide in due l’Iberia, cinque giorni di cammino dai Pirenei» (Goukowsky 1997, p. 5).

Libro VI. VII, 25-27: Sagunto e il trattato dell’Ibero [Ebro]: «Gli abitanti di Sagunto, una colonia dell’isola di Zacinto che si trovava circa a metà strada tra i Pirenei e il fiume Ebro, e coloni greci che risiedevano nei pressi di Emporia e di altre città iberiche, preoccupati per la loro sicurezza, inviarono ambasciatori a Roma. Il Senato, che era molto attento alla crescita della potenza cartaginese, inviò un’ambasceria a Cartagine. Si convenne di individuare nel fiume Ibero il confine della presenza cartaginese in Iberia: ad occidente del fiume i Romani non potevano portare guerra agli Iberi soggetti a Cartagine, e i Cartaginesi non potevano attraversare l’Ibero in armi. Queste clausole furono aggiunte al trattato in atto tra Roma e Cartagine» (Goukowsky 1997, pp. 5-6).

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Battaglie della seconda guerra punica: in evidenza l’Ebro: sul fiume si riporta una notazione di Francesco Guicciardini nel suo “Diario del viaggio in Spagna” iniziato nel 1511: “Truovasi ancora dagli antichi scrittori chiamata Iberia dal fiume Ibero, vulgarmente detto Ebro, el quale nome è abusivo a tutta la provincia, perché lo Ebro nascendo presso a’ monti Pirenei e toccando una estremità di Castiglia passa per Aragona e Catalogna; in modo che non è ragionevole che dia nome a tutta la Spagna, passando per una minima parte di quella…”.

Libro VI. VIII, 28-32: morte d Asdrubale “il Vecchio” e comando di Annibale Barca: «Qualche tempo dopo, durante il governo di Asdrubale sulle regioni iberiche sotto Cartagine, uno schiavo, il cui padrone era stato crudelmente ucciso, lo assassinò avendogli teso un agguato durante una partita di caccia. Annibale mise a morte lo schiavo, dopo avergli inflitto le più crudeli torture. Allora, l’esercito proclamò comandante Annibale, nonostante la sua giovane età, grazie all’affetto notevole che i soldati nutrivano nei suoi riguardi: il senato di Cartagine ratificò la loro designazione. Quelli del partito contrario ai Barcidi, che avevano temuto il potere di Amilcare e di Asdrubale, quando ne appresero la morte, denigrarono Annibale per la sua giovinezza e contrastarono i suoi amici e partigiani, facendo riferimento a incarichi pregressi. Il popolo si schierò dalla loro parte, per rancore contro coloro che erano allora accusati e nel ricordo dell’antica severità che aveva caratterizzato le azioni di Amilcare e Asdrubale, e dispose di versare al tesoro pubblico i numerosi beni che Amilcare e Asdrubale avevano destinato come bottino sul nemico. Gli accusati inviarono messaggeri ad Annibale chiedendo il suo aiuto e avvertendolo che se avesse trascurato quelli che potevano aiutarlo, ben presto sarebbe stato privato di ogni potere dai nemici del padre» (Goukowsky 1997, pp. 5-6).

Libro VI. IX, 33-35: piano di Annibale Barca per contrastare i propri nemici a Cartagine: «Annibale aveva previsto quello che accadde ed era ben consapevole che la persecuzione dei suoi era solo l’inizio di un ben più grave complotto nei suoi riguardi. Come già suo padre e suo cognato, decise di reagire a questa campagna di diffamazione considerando che non avrebbe mai avuto fine e che doveva sottrarsi ai danni che gli venivano dalla volubilità dei Cartaginesi, che avevano l’abitudine di ricambiare con l’ingratitudine i benefici ricevuti. Si diceva anche che quando era ancora un ragazzo aveva giurato sull’altare insieme al padre eterna inimicizia contro Roma. Per queste ragioni ritenne che se gli fosse riuscito di coinvolgere il proprio paese in imprese impegnative e prolungate e farlo precipitare nel dubbio e nel timore, gli interessi proprî e dei suoi sarebbero stati molto più al sicuro. Purtroppo vedeva che la Libia e le regioni iberiche sotto controllo cartaginese erano in pace. Se avesse potuto dichiarare guerra a Roma, ciò che desiderava sopra ogni cosa, pensava che i Cartaginesi avrebbero avuto gli animi molto occupati e pieni di paura: se avesse avuto successo avrebbe conseguito una gloria immortale, guadagnando per la patria un bene immortale nel consegnarle il dominio del mondo abitato – infatti se i Romani fossero stati vinti, non vi erano più rivali – , se avesse fallito, anche il solo tentativo gli avrebbe procurato una grande fama» (Goukowsky 1997, p. 7).

Libro VI. X, 36-39: Annibale Barca passa l’Ebro: «In considerazione che l’attraversamento dell’Ebro avrebbe costituito l’inizio promettente delle operazioni contro Roma, sollecitò i Torboleti, vicini dei Saguntini, a presentare delle lamentele nei loro riguardi per cui chiedevano che questi ultimi abbandonassero la loro città e fossero oggetto di altre disgrazie. I Torboleti formalizzarono queste doglianze. Allora, Annibale inviò dei loro ambasciatori a Cartagine, e scrisse delle lettere in segreto denunciando il fatto che i Romani incoraggiavano l’Iberia cartaginese a rivoltarsi e che i Saguntini erano complici dei Romani. Continuò a persistere nell’inganno, inviando messaggi in tal senso, affinché il senato cartaginese lo autorizzasse a prendere ogni iniziativa gli sembrasse opportuna nei confronti di Sagunto. Per avere un pretesto, si mise d’accordo con i Torboleti perché gli portassero nuove lagnanze contro i Saguntini, a cui chiese di inviargli ambasciatori. Quando Annibale domandò loro di esporgli la loro controversia, questi risposero che dovevano prima sottoporla ai Romani. Annibale allora ordinò loro di abbandonare l’accampamento, e la notte successiva, attraversò l’Ibero con tutto l’esercito, devastò il territorio dei Saguntini e pose delle macchine d’assedio davanti la città. Non potendola conquistare, la circondò con un muro ed un fossato…» (Goukowsky 1997, p. 8).

Libro VI. XI, 40-43: il caso di Sagunto davanti ai Romani: «I Saguntini, prostrati per questo attacco repentino e inatteso, inviarono un’ambasciata a Roma. Il senato inviò a sua volta proprî ambasciatori, con il mandato in primo luogo di ricordare ad Annibale i termini dell’accordo, e se questi non avesse voluto aderire al richiamo, di andare a Cartagine e lamentarsi del suo comportamento. Quando gli ambasciatori giunsero in Iberia e, sbarcati, si portarono verso l’accampamento cartaginese, Annibale impedì loro di avvicinarsi. Per questo, partirono alla volta di Cartagine insieme con gli ambasciatori di Sagunto e ricordarono ai Cartaginesi i termini del trattato. I Cartaginesi, a loro volta, accusarono i Saguntini di commettere molti misfatti verso gli Iberici che rientravano nel loro dominio. Quando i Saguntini proposero di sottoporre l’intera questione ai Romani per un arbitrato, i Cartaginesi risposero che non avevano bisogno di arbitrati, dal momento che erano in grado di avere soddisfazione da soli. Quando questa risposta fu riferita a Roma, alcuni Romani proposero di inviare aiuti ai Saguntini, altri proposero di soprassedere, argomentando che i Saguntini non facevano parte degli alleati di cui si faceva menzione nel trattato, ma erano degli uomini liberi, non legati a nessuno, e che lo erano ancora anche se assediati: prevalse quest’ultimo parere …» (Goukowsky 1997, p. 9).

Libro VI. XII, 44-47: la presa di Sagunto, la fondazione di Cartagine Spartaria: «I Saguntini, non contando ormai sull’aiuto di Roma, provati dalla loro disgrazia, dal momento che Annibale manteneva un assedio continuo (infatti egli aveva avuto notizia che la città poteva contare su prosperità e ricchezza e perciò non diminuiva le operazioni d’assedio), pubblicarono un editto in cui si disponeva di portare tutto l’oro e l’argento, della città e privato, nel luogo dell’assemblea pubblica per poterlo fondere con piombo e rame, in modo da renderlo di nessuna utilità ad Annibale. Inoltre, ritenendo che fosse preferibile morire combattendo che morire di fame, fecero una sortita di notte contro gli assedianti, ancora immersi nel sonno e lontani dall’immaginare di dover subire un attacco: ne uccisero alcuni appena alzati, altri che non ebbero il tempo di armarsi efficacemente, altri ancora che ebbero modo di combattere ad armi pari. Lo scontro non terminò se non quando numerosi Libî e tutti gli assalitori saguntini furono massacrati. Dall’alto delle mura le donne poterono assistere alla morte dei loro uomini: alcune si gettarono dai tetti, altre si impiccarono, altre uccisero i propri figli prima di uccidere se stesse. Questa fu la fine di Sagunto, città grande e potente. Annibale, quando seppe che cosa avevano fatto dell’oro, si adirò oltremodo e mandò a morte, dopo averli torturato, tutti gli adulti che erano sopravvissuti. Considerando che la città non era lontana da Cartagine, che il terreno era fertile e che era posta sul mare, la fece ricostruire facendone una colonia cartaginese: ritengo che questa porti oggi il nome di Cartagine Spartaria» (Goukowsky 1997, p. 10).

Libro VI. XIII, 48-52: l’inizio della seconda guerra punica: «I Romani inviarono allora ambasciatori a Cartagine, perché chiedessero la rimozione di Annibale per aver violato il trattato, a meno che non se ne assumessero la responsabilità: se non l’avessero rimosso si sarebbe subito dichiarato guerra. Gli ambasciatori adempirono al mandato, e quando i Cartaginesi rifiutarono di rimuovere Annibale, dichiararono guerra. Si racconta che si venne alla dichiarazione di guerra in questo modo: il capo della delegazione romana, facendo una piega alla veste, disse sorridendo: “Ecco qui, Cartaginesi, io porto con me la pace o la guerra; scegliete pure ciò che volete”. Questi risposero: “Dà ciò che vuoi”. Quando i Romani scelsero la guerra, i Cartaginesi, tutti insieme, gridarono: “L’accettiamo” e scrissero subito ad Annibale dicendogli che poteva devastare tutta l’Iberia, dal momento che il trattato era stato rotto. A seguito di tale comunicazione, egli mosse contro tutte le tribù vicine e le sottomise sia con la persuasione sia con la paura sia con la devastazione. Quindi, raccolse un grande esercito, non rivelando a nessuno quale fosse il suo vero scopo, quello di mandarlo a combattere in Italia. Inviò anche ambasciatori dai Galati, fece visionare i passi delle Alpi che avrebbe attraversato in seguito, e lasciato al fratello Asdrubale il comando in Iberia, valicò i Pirenei» (Goukowsky 1997, p. 11).

Libro VI. XIV, 53-56: i Romani si mobilitano contro i Cartaginesi: «Quando i Romani si resero conto che dovevano fare la guerra ai Cartaginesi in Iberia e in Libia (non avevano mai pensato ad un’invasione libica in Italia) inviarono Tiberio Sempronio Longo con centosessanta navi e due legioni in Libia. Di ciò che Longo e gli altri condottieri romani fecero in Libia si dà conto nel mio Libro Cartaginese. I Romani inviarono quindi anche Publio Cornelio Scipione in Iberia con sessanta navi, diecimila fanti e settecento cavalieri, e, come legato, il fratello Gneo Cornelio Scipione. Il primo, Publio, avendo appreso da commercianti di Massalia che Annibale aveva valicato le Alpi ed era entrato in Italia, nel timore che egli piombasse di sorpresa sugli Italici, lasciò il comando dell’esercito di Iberia al fratello e navigò con le sue quinqueremi verso la Tirrenia. Le imprese che Publio e gli altri condottieri romani condussero poi in Italia, durante sedici anni andando incontro ad enormi difficoltà, finché Annibale non fu cacciato dall’Italia, saranno descritte nel libro della mia Storia Romana che seguirà, che darà conto di tutte le imprese di Annibale in Italia e che s’intitola Libro di Annibale» (Goukowsky 1997, p. 12).

Libro VI. XV, 57-58: gli Scipioni in Iberia contro Asdrubale Barca: «Gneo non assunse nessuna iniziativa importate in Iberia prima che giungesse il fratello Publio, che riprese il comando. Quando la carica di quest’ultimo giunse a scadenza, i Romani, inviati i nuovi consoli in Italia contro Annibale, lo nominarono proconsole e lo rinviarono in Iberia. Da quel momento i due Scipioni furono a capo delle truppe in Iberia. Asdrubale fu il condottiero che li contrastò fino a quando i Cartaginesi lo richiamarono, insieme con una parte dell’esercito, per respingere un attacco di Siface, capo dei Numidi…» (Goukowsky 1997, pp. 12-13).

Libro VI. XVI, 60-63: nuovi scontri fra Romani e Cartaginesi in Iberia: «I Cartaginesi, avendo fatto la pace con Siface, inviarono nuovamente Asdrubale in Iberia, con un esercito più numeroso del precedente e con trenta elefanti. Con lui vennero anche due altri condottieri, Magone e un altro Asdrubale, figlio di Giscone. Da quel momento la guerra divenne più impegnativa per i due Scipioni: tuttavia l’affrontarono risolutamente, uccidendo molti Libî ed elefanti. All’arrivo della cattiva stagione, i Libî rientrarono nei loro quartieri invernali nella Turditania, Gneo Scipione ad Orso e Publio a Castulo. Quando Publio seppe che Asdrubale si avvicinava, uscì dalla città con pochi uomini per individuare il campo del nemico, ma entrò in contatto inaspettatamente con il nemico. Publio e il suo seguito furono circondati dalla cavalleria nemica ed uccisi. Gneo, che era all’oscuro di tutto, inviò al fratello qualche soldato per avere del grano. Anche questi soldati si scontrarono con un altro distaccamento libico. I Cartaginesi che avevano annientato il contingente di Publio caricarono Gneo e lo costrinsero a ritirarsi in una torre. Appiccatovi il fuoco, fecero bruciare Gneo e i suoi uomini» (Goukowsky 1997, p. 13).

Libro VI. XVII, 65-67: l’Iberia sotto controllo cartaginese: «[I Romani]…inviarono in Iberia Marcello, di ritorno dalla Sicilia, e Claudio [Nerone], con una flotta, mille cavalieri, diecimila fanti e relativo equipaggiamento. Dal momento, tuttavia, che non prendevano nessuna iniziativa di una certa importanza, la presenza cartaginese aumentava coprendo quasi tutta l’Iberia, relegando i Romani in un territorio ristretto fra le montagne dei Pirenei. Quando si conobbe a Roma la situazione iberica, il popolo perse ogni fiducia nel futuro, temendo che i Libî avrebbero invaso l’Italia da settentrione, mentre Annibale ne devastava l’altra parte. Desideravano di abbandonare la guerra in Iberia, ma ritenevano che non fosse possibile, temendo che questa si sarebbe trasferita in Italia» (Goukowsky 1997, p. 14).

Libro VI, XIX, 74-75: Scipione l’Africano e il dominio cartaginese in Iberia: «[Scipione l’Africano] seppe che il nemico si era diviso in quattro campi fra loro molto distanti, che contenevano in tutto venticinquemila fanti e duemilacinquecento cavalieri: qui custodivano le loro riserve in denaro, vettovaglie, armi, battelli, senza tener conto dei prigionieri e degli ostaggi che avevano raccolto da tutta l’Iberia e di ciò che avevano nella città di Sagunto, così prima chiamata, ma ora detta Cartagine, che era sotto la responsabilità di Magone con diecimila Cartaginesi. Scipione decise di attaccare in primo luogo in quella città, dal momento che lì erano raccolte grandi forze e presenti molti magazzini, e perché credeva che questa città, con le sue miniere d’argento, con il suo territorio così ricco e fertile e la sua vicinanza alla Libia, costituiva una base sicura per operazioni di mare e di terra che potevano investire l’intera Iberia» (Goukowsky 1997, p. 16).

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Gaetano Gandolfi, “Continenza di Scipione” (1787). Bologna, Museo della Sanità e dell’Assistenza. Scipione restituisce una donna, bottino di guerra della Cartagine di Iberia, al celtibero promesso sposo Allucio.

Libro VI. XXIII, 90: le ricchezze di Cartagine di Iberia passano ai Romani: «Presa la città, [Scipione] entrò in possesso di una grande quantità di mercanzie, utili per la pace e per la guerra, molti armamenti, armi da getto e macchine. I cantieri navali conservavano trentatrè navi da guerra. Prese con sé grano e diverse opere, in avorio, in oro, in argento, alcune sotto forma di piatti, alcune marcate, altre no, e ostaggi e prigionieri iberici e tutti i Romani che erano stati in precedenza catturati…Gli Iberi e i Fenici che vi si trovavano furono sbalorditi dalla grandezza e prontezza di questo audace successo» (Goukowsky 1997, pp. 20-21).

Libro VI. XXVIII, 113: Asdrubale Barca in Italia: «Asdrubale, figlio di Amilcare, che era sempre intento a raccogliere truppe lungo il litorale dell’Oceano settentrionale, fu chiamato dal fratello Annibale perché venisse il più rapidamente possibile in Italia. Per meglio ingannare Scipione, si spostò lungo la costa settentrionale e fece arrivare nella Gallia, attraverso i Pirenei, i mercenari celtiberi che aveva arruolato» (Goukowsky 1997, p. 25).

Libro VI. XXXVII, 149 – XXXVIII, 152: Massinissa, Siface e le alleanze con Roma; i Romani conquistano Cadice: «Massinissa attraversò lo stretto all’insaputa di Asdrubale e intrattenne rapporti di amicizia con Scipione: gli giurò di unirsi a lui se la guerra fosse passata in Libia. Massinissa restò fedele in ogni circostanza alla parola data a Scipione per il motivo che qui riporto. Gli fu promessa la figlia di Asdrubale, quando combatteva sotto il suo comando. Ma essendo il re Siface follemente innamorato della stessa, i Cartaginesi gliela concessero senza neppure consultare il padre, in considerazione che era fondamentale poter contare sull’alleanza di Siface contro i Romani. Asdrubale, quando apprese dell’accaduto, negò la figlia a Massinissa per riguardo a Siface. Di conseguenza Massinissa si alleò a Scipione. L’ammiraglio Magone, disperando della fortuna cartaginese in Iberia, si recò presso il Liguri e i Celti per arruolare mercenari. Durante la sua assenza, i Romani si impadronirono di Cadice, abbandonata da Magone… » (Goukowsky 1997, p. 25).

Libro VI. LVI, 234-236: Punico e i Bastulo-Fenici (= Libifenici ?) in Iberia: «Nello stesso tempo, gli abitanti di un’altra parte dell’Iberia ancora autonoma, i Lusitanî, guidati da un certo Πούνικος, saccheggiarono i campi dei Romani, mettendo in fuga i loro pretori, prima Manilio, poi Calpurnio Pisone, ed uccidendo seimila Romani, fra cui il questore Terenzio Varrone. Reso ardito da questi successi, Πούνικος devastò tutta la regione sino all’Oceano e prese fra i suoi anche i Vettoni. Assediò i Blastulo-Fenici, che erano sottomessi ai Romani. Si dice che Annibale, il Cartaginese, avesse condotto in quella regione alcuni coloni libici: da qui il loro nome. Πούνικος, colpito in testa da una pietra, rimase ucciso e fu sostituito da un certo Καίσαρος…» (Goukowsky 1997, p. 50).

Libro VI. LXV, 275: Fabio Massimo Emiliano, impegnato in Iberia contro Viriato, offre sacrifici nel tempio di Eracle, a Cadice: «…[Fabio Massimo Emiliano] arrivò allo stretto di Cadice per compiere dei sacrifici in onore di Eracle…» (Goukowsky 1997, p. 59).

Libro VII, I, 2 ]: in questo libro Appiano riassume le motivazioni, reali e formali, della guerra annibalica: «.…Nel libro iberico ho esposto chiaramente le vere ragioni e le motivazioni ufficiali all’origine della spedizione di Annibale: qui intendo riassumerle (Gaillard 1998, p. 1).

Libro VII, II, 3 – III, 8: da Amilcare ad Asdrubale: «Amilcare, detto Barca, padre del nostro Annibale, comandava le truppe dei Cartaginesi in Sicilia, quando i Romani e i Cartaginesi si contendevano l’isola. Attaccato dai suoi nemici che lo accusavano di una cattiva gestione e temendo di essere condannato, riuscì a farsi designare, prima di dover rendere conto della sua amministrazione, comandante delle operazioni contro i Numidi. Avendo dato buona prova di sé in quella circostanza e essendosi guadagnato i favori dell’esercito per il bottino raccolto e per i donativi, passò per lo stretto in Iberia ed attaccò Cadice senza l’autorizzazione di Cartagine. Da qui aveva inviato parecchio bottino a Cartagine con lo scopo di guadagnarsi il favore del popolo e fugare il più possibile la cattiva opinione legata alla conduzione del suo comando in Sicilia. Dopo aver conquistato molti territori e grande gloria, fece sorgere nei Cartaginesi il desiderio di possedere l’intera Iberia, convincendoli che sarebbe stata un’impresa facile. Allora i Saguntini e altri Greci stanziati in Iberia si rivolsero ai Romani e si stabilì come confine per il territorio controllato dai Cartaginesi in Iberia il corso del fiume Ibero: per riconoscere questo confine fu concluso un trattato tra i Romani e i Cartaginesi. Dopo questo trattato, Amilcare mentre era impegnato a portare a termine l’organizzazione dell’Iberia cartaginese, fu ucciso in uno scontro ed Asdrubale sostituì il suocero nel comando. Quest’ultimo, durante una partita di caccia, fu ucciso da uno schiavo, il cui padrone era stato condannato a morte da Asdrubale…» (Gaillard 1998, pp. 1-2).

Libro VII. III, 8-12: Annibale Barca e l’inizio della seconda guerra punica: «…Dopo di lui, Annibale fu designato dall’esercito in Iberia come il terzo comandante, dal momento che sembrava avesse grande talento e attitudine per la guerra. Era figlio del Barca e fratello della moglie di Asdrubale, era un giovane che aveva passato i suoi primi anni con il padre e con il cognato. Il popolo di Cartagine confermò la sua elezione a comandante. Fu così che Annibale, di cui mi accingo a scrivere la storia, divenne il comandante dei Cartaginesi in Iberia. I nemici del Barca e di Asdrubale seguitarono a perseguitare gli amici dei Barcidi, denigrando Annibale perché troppo giovane. Questi, ritenendo che tale malanimo fosse l’inizio di una offensiva ben più pesante contro di lui e che avrebbe potuto difendere la propria sicurezza facendo piombare la città nella paura, pensò bene di impegnarla in un grande conflitto. Egli pensava (come poi realmente avvenne) che una guerra tra i Romani e i Cartaginesi, una volta iniziata, sarebbe durata a lungo e che la sua conduzione gli avrebbe dato l’opportunità, anche se avesse fallito, di conseguire una gran gloria (si diceva anche che il padre, quando era ancora fanciullo, gli avesse fatto giurare sull’altare, di essere per sempre nemico dei Romani). In base a queste considerazioni decise di attraversare il fiume Ibero, violando così il trattato. Per dare una qualche motivazione al suo atto, indusse alcuni ad accusare i Saguntini. Inviò immediatamente messaggi a Cartagine che riferivano di quanto accadeva, accusando i Romani di spingere l’Iberia alla rivolta: così ottenne dai Cartaginesi l’autorizzazione di adottare ogni decisione ritenesse utile al riguardo. Allora attraversò l’Ibero e distrusse la città di Sagunto con tutti i suoi abitanti. E così che fu rotto il trattato stipulato fra Romani e Cartaginesi dopo la guerra di Sicilia» (Gaillard 1998, pp. 2-3).

Libro VII. IV, 13-16: Annibale Barca attraversa le Alpi: «…[Annibale], dopo aver arruolato il maggior numero possibile di uomini fra i Celtiberi, i Libî ed altri popoli ed aver lasciato il governo dell’Iberia al fratello Asdrubale, attraversò i monti Pirenei nella regione celtica, chiamata oggi Gallia. Conduceva con sé novantamila fanti, dodicimila cavalieri e trentasette elefanti. Dei Galati, alcuni li comprò, altri li persuase o usò loro violenza, e così poté attraversare la loro regione. Giunto alle Alpi, non riuscendo a trovare alcuna strada che le attraversasse o le scavalcasse, gli si fece sotto ed avanzò con audacia e non risparmiando fatiche. Vi era una grande coltre di neve e di ghiaccio: fece abbattere e bruciare una foresta e, dopo aver spento questo focolaio immenso con acqua ed aceto e reso friabile la roccia, la frantumò con mazze di ferro e si aprì un varco. Il passaggio aperto fra le montagne esiste ancora oggi ed è chiamato “il passo di Annibale”. Poi, scarseggiando i viveri, si affrettò e non si sa a tutt’oggi che cammino prese per avvicinarsi all’Italia. Dopo sei mesi dalla sua partenza dall’Iberia, pur avendo subìto grandi perdite, scese dalle montagne verso il piano» (Gaillard 1998, pp. 3-4).

Libro VII. VI, 21-23: i travestimenti di Annibale Barca: «Questo primo colpo di mano [presso il Po], il secondo dopo il passaggio delle Alpi, fece crescere la figura di Annibale agli occhi dei Celti, che lo ritenevano così un condottiero invincibile nel pieno fulgore della sua fortuna. Annibale, avendo a che fare con barbari disposti ad essere stupìti, cambiava abbigliamento e acconciatura dei capelli ogni volta che cambiava zona e i Celti, che lo vedevano andare fra loro, ora anziano, ora giovane, ora brizzolato, passando da un aspetto all’altro, ne restavano meravigliati e lo credevano portatore di una natura sempre più divina» (Gaillard 1998, p. 5).

Libro VII. VII, 25-27: la cavalleria e la fanteria dei Romani impegnate contro gli elefanti di Annibale Barca nella battaglia della Trebbia: «.…Annibale contrappose alla cavalleria nemica i suoi elefanti…Quanto ai suoi cavalieri, ordinò loro di tenersi dietro gli elefanti, badando bene di non ostacolarli, e di attendere un suo segnale. Quando si iniziò a combattere in ogni settore, i cavalli dei Romani, davanti agli elefanti, non potendo sopportarne né la vista né l’odore, si imbizzarrirono. La fanteria, benché provata per il freddo, l’attraversata del fiume e la mancanza di riposo, pur essendo indebolita, si slanciò coraggiosamente contro i pachidermi; li ferirono, recidendo a qualcuno di loro i tendini delle zampe e facendo ripiegare la fanteria. Annibale, accortosi di quanto accadeva, diede il segnale alla cavalleria di circondare il nemico. La fanteria romana si disperse davanti agli elefanti…» (Gaillard 1998, pp. 5-6).

Libro VII. X, 39-44: la tattica di Annibale Barca al Trasimeno: «Annibale, essendo a conoscenza della sua imprudenza e della sua inesperienza [di Flaminio], avanzò e prese posizione con dietro una montagna e davanti un lago, tenendo nascoste le truppe leggere e la cavalleria in un burrone…[Flaminio], preso fra la montagna, il lago e il nemico (quelli che avevano teso un’imboscata uscirono all’improvviso allo scoperto), perse la vita e con lui furono massacrati ventimila uomini… Annibale trattenne tutti i Romani come prigionieri. Quanto al bottino, lo concesse ai Galli che combattevano fra le sue file, con l’intento di tenerli dalla sua parte grazie alla speranza del guadagno…» (Gaillard 1998, pp. 8-9).

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Battaglia del Trasimeno.

Libro VII. XII, 49: Annibale Barca rinuncia ad attaccare Roma: «Annibale, distolto da un intervento divino, puntò verso il mar Ionio, devastandone il litorale e raccogliendo un gran bottino…» (Gaillard 1998, pp. 12-13).

Libro VII. XIV, 59-61 – XV, 62-66: i buoi con le fascine incendiate e lo stratagemma di Annibale Barca: «…[Annibale], per le difficoltà del terreno, non poteva sperare di superare Fabio o quelli che guardavano il passo. In questa situazione disperata fece uccidere i cinquemila prigionieri che aveva con sé perché non si rivoltassero quando vi fosse pericolo. Allora fece legare alle corna di tutto il bestiame che si trovava nell’accampamento (ve ne era in gran numero) delle fascine, e quando giunse la notte, le incendiò, facendo nello stesso tempo spegnere gli altri fuochi del campo e raccomandando di mantenere il silenzio più assoluto. Comandò poi ai più audaci dei suoi giovani soldati di portare il bestiame verso l’alto in direzione dei passaggi rocciosi posti tra Fabio e la gola. Le bestie, spinti dai loro conduttori e bruciati dalle fascine incendiate, si precipitarono in gran furia dall’alto della montagna e se una di loro cadeva, si rialzava e ripartiva di nuovo. I Romani potevano da ogni parte rilevare il silenzio e l’oscurità nell’accampamento di Annibale, come anche i numerosi fuochi che si muovevano dal lato della montagna: non sapevano, complice la notte, ciò che succedeva. In realtà Fabio aveva intuito che all’origine di questi accadimenti ci fosse uno stratagemma di Annibale, ma non essendone certo mantenne la sua posizione, anche tenendo conto che era notte. Ma quelli che presidiavano il passo pensarono, come del resto aveva previsto Annibale, che in quella difficile situazione egli cercasse di fuggire scalando la roccia: così credettero bene di portarsi dove vedevano i fuochi, pensando così di sorprendere Annibale in difficoltà. Questi, quando vide il passo abbandonato, avanzò con un distaccamento veloce celando nel silenzio assoluto e nel buio ogni movimento. Appena si fu impadronito del passo ed ebbe qui rafforzato la sua posizione, fece un segnale con la tromba e gli uomini che erano nell’accampamento gli risposero con grida e riaccendendo i fuochi. Solo allora i Romani capirono di essere stati ingannati. Il resto dell’esercito e di quelli che spingevano il bestiame avanzò nel passo senza alcun timore, e quando furono riuniti avanzarono. Fu così che Annibale riuscì nel suo piano al di là di ogni aspettativa e salvò il suo esercito…» (Gaillard 1998, p. 10).

Libro VII, XVI, 70-71: Annibale Barca e i contrasti a Cartagine: «Annibale sino ad allora informava regolarmente i Cartaginesi dando sempre degli avvenimenti la versione che più conveniva, ma ora, avendo perso molti uomini e avendo bisogno di rinforzi, domandò loro di inviargli soldati e denaro. Ma i suoi nemici, che schernivano ogni sua iniziativa, risposero che non riuscivano a comprendere come Annibale potesse chiedere di essere aiutato, quando sosteneva di vincere: infatti i condottieri che vincono non chiedono denaro, bensì inviano, di norma, denaro ai concittadini. I Cartaginesi non diedero seguito alle sue richieste e non gli inviarono né uomini né denaro. Annibale, deplorando questo atteggiamento del tutto miope, scrisse al fratello Asdrubale in Iberia, chiedendogli di fare un’incursione in Italia con tutti gli uomini e il denaro che poteva raccogliere, devastando la parte settentrionale dell’Italia, in modo che i Romani si sentissero presi fra due cunei» (Gaillard 1998, pp. 13-14).

Libro VII, XVII, 76 – XVIII, 78: i prodromi della battaglia di Canne: «…I consoli, potendo contare in tutto su settantamila fanti e seimila cavalieri, posero il campo presso un villaggio chiamato Canne, di fronte all’accampamento di Annibale. Questi, che era sempre pronto al combattimento e non sopportava l’ozio, era allora più che mai attivo preoccupato per la mancanza di viveri, per cui ricercava ogni occasione per combattere. Temeva anche che i suoi mercenari lo lasciassero o perché non avevano ricevuto il salario o perché si disperdevano per il territorio alla ricerca di cibo. Questi i motivi perché provocava il nemico a combattere…» (Gaillard 1998, pp. 14-15).

Libro VII, XXII, 96 – XXIII, 101-103: Annibale Barca e l’inganno dei cinquecento Celtiberi durante la battaglia di Canne: «…Annibale diede il segnale ai suoi cinquecento Celtiberi, che, abbandonato il proprio schieramento, si precipitarono verso il Romani, consegnando loro gli scudi, le lance e le spade, come se volessero disertare. Servilio li lodò e immediatamente prese le loro armi e le accumulò dietro, lasciando loro le sole vesti (ciò che credeva!), ritenendo che non fosse opportuno incatenare dei disertori al cospetto del nemico, disertori che vedeva vestiti delle sole tuniche, e che non era il momento di prendere delle decisioni nel corso di una così grande battaglia…In quel momento i cinquecento Celtiberi, vedendo che il momento era loro favorevole, impugnarono i pugnali che avevano nascosto fra le pieghe delle vesti ed uccisero prima gli uomini che stavano davanti, poi, raccolte le spade, gli scudi e le lance degli uccisi, investirono l’intero schieramento dei Romani, rovinando dappertutto e facendo un gran massacro poiché erano dietro tutti. I Romani furono in grande difficoltà: attaccati com’erano di fronte, da nemici imboscati sul fianco e massacrati proprio all’interno del loro schieramento. Non potevano, quindi i Romani difendersi da questi attacchi, incalzati com’erano dal nemico frontalmente, anche perché non era facile riconoscere i nemici alle spalle, dal momento che si erano impadroniti dei loro scudi. E soprattutto i Romani erano in confusione per il polverone che si era levato, che impediva loro di capire quello che stava accadendo. Ma, come spesso accade quando si è in preda al panico, la situazione apparve loro più critica di quella che effettivamente fosse…ritennero che l’intero loro esercito fosse stato accerchiato dalla cavalleria nemica e dai disertori che si erano rivoltati. Quindi, volta la schiena ai nemici, si diedero alla fuga in gran disordine» (Gaillard 1998, pp. 18-19).

Libro VII, XXIV, 108-110: la rotta di Canne: «Questo fu l’esito della battaglia di Canne tra Annibale e i Romani: iniziata alla seconda ora del giorno, ebbe termine due ore prima della notte. La battaglia è ancora ricordata dai Romani perché nello spazio di qualche ora ebbero cinquantamila caduti con numerosi prigionieri…dopo due anni di guerra condotta da Annibale in Italia, i Romani avevano perso, sommando i loro effettivi e quelli degli alleati, circa centomila uomini» (Gaillard 1998, pp. 20-21).

Libro VII, XXVI, 111-112: dolore di Annibale Barca per i propri caduti a Canne, una nuova “vittoria di Pirro”: «Annibale ottenne questa grande, irrepetibile, vittoria grazie a quattro mosse tattiche messe in atto in un sol giorno: la giusta valutazione della forza del vento, la simulata diserzione dei Celtiberi, la fuga simulata e le imboscate nei dirupi. Finita la battaglia riconobbe i suoi morti: quando si rese conto che i più valenti fra i suoi amici erano caduti, si mise a lamentarsi e a piangere dicendo che non avrebbe più voluto avere una vittoria come quella. Si dice che Pirro, re dell’Epiro, disse le stesse parole al momento di riportare una vittoria di quel genere in Italia contro i Romani…» (Gaillard 1998, p. 21).

Libro VII. XXX, 128: la provocata defezione dei Celtiberi fra le file di Annibale Barca: «Dal momento che i cavalieri celtiberici, che erano al soldo di Annibale, erano ritenuti combattenti eccezionali, i condottieri romani in Iberia ne raccolsero un buon numero dai centri da loro controllati e li mandarono in Italia per combattere contro i loro concittadini. Questi, una volta raggiunto Annibale, si confusero fra i loro compatrioti guadagnandoli alla loro causa. Così, un buon numero di loro passò dalla parte dei Romani, altri disertarono il campo o ne fuggirono, i restanti non avevano più la fiducia d’Annibale, dal momento che questi ne diffidava, come del resto essi stessi facevano. La fortuna di Annibale cominciò a declinare da questo momento» (Gaillard 1998, p. 24).

Libro VII. XXXV, 148-152 – XXVI, 153: Metaponto ed Eracle passano ad Annibale Barca, che riprende le forze; atto di pietà verso i resti di Tiberio Gracco: «Gli abitanti di Metaponto, dal momento che il governatore [romano] aveva preso con sé la metà della guarnigione per portasi a Taranto, uccisero quei pochi uomini rimasti e consegnarono la città ad Annibale. Eraclea, che si trovava a metà cammino fra Metaponto e Taranto, seguì l’esempio di Metaponto, più per timore che per predisposizione nei riguardi di Annibale. E, nuovamente, la situazione di Annibale in Italia riprese ad essere buona…Benché gli fosse stato teso [a Tiberio Gracco] un agguato disonorevole, ammirandone il coraggio in quest’ultimo scontro, gli furono tributati onori funebri e inviate le ossa a Roma. In seguito, Annibale passò l’estate in Apulia, dove fece grande provvista di grano…» (Gaillard 1998, pp. 27-28).

Libro VII. XXXVIII, 164: Annibale Barca si accampa a cinque chilometri e mezzo da Roma: «Annibale si spostò velocemente attraversando un territorio abitato da genti ostili, fra quelli che non erano in grado di trattenerlo e quelli che non avevano il coraggio di combatterlo: pose il campo sul fiume Aniene, a trentadue stadi da Roma. presso il fiume Anio [affluente del Tevere]» (Gaillard 1998, p. 30).

Libro VII. XL 173: Annibale Barca non attacca Roma: «…Tuttavia, Annibale ritornò a Capua, sia perché una divinità l’avesse distolto come in altre circostanze, sia perché era timoroso della fierezza e della buona sorte di Roma, sia perché, come aveva fatto presente a chi voleva attaccare la città, non voleva condurre la guerra a quel punto estremo, nel timore che i Cartaginesi lo privassero del comando…» (Gaillard 1998, p. 32).

Libro VII. XLI, 176 – XLII, 182: un fallito stratagemma di Annibale Barca contro C. Claudio Nerone (?): «Allora Annibale comandò ai suoi conduttori indiani di salire sugli elefanti, di entrare nel campo di Fulvio attraverso i varchi aperti, e di scavalcare come potevano il terrapieno. Ordinò anche ai suonatori di tromba e di bùccina di seguirli da vicino: quando sarebbero stati all’interno dell’accampamento ordinò, inoltre, che alcuni fra loro corressero in tutte le direzioni, facessero un gran chiasso per far credere che erano in gran numero, mentre altri, parlando latino, gridassero a gran voce che Claudio, il condottiero romano, sollecitava l’abbandono del campo e l’occupazione della vicina collina. Questo era il piano d’Annibale. All’inizio tutto andò come aveva previsto: gli elefanti entrarono nell’accampamento, travolgendo le guardie, e i trombettieri eseguirono gli ordini. L’inatteso frastuono colpì i Romani che si levavano dal letto nell’oscurità, confondendoli…Ma Claudio, che si aspettava sempre che Annibale predisponesse qualche inganno, guidato dalla propria intelligenza o da un’ispirazione divina, o meglio avendo capito quanto accadeva grazie alla rivelazione di un prigioniero, diede disposizione che i tribuni raggiungessero e bloccassero la strada che portava alla collina, dicendo agli uomini che Annibale non il loro generale cercava di attirarli in una imboscata. Quindi rinforzò il presidio del terrapieno, per respingere ogni altro attacco e con gran seguito percorse rapidamente l’accampamento gridando a gran voce che non vi era nessun pericolo e che erano pochi i nemici introdotti con gli elefanti. E apparve così manifesto lo scarso numero dei nemici, che i Romani non ne tennero quasi conto, e passando dal timore alla collera, li uccisero facilmente, essendo così pochi ed armati alla leggera. Gli elefanti, non avendo spazio per ritornare in dietro, si trovarono intrappolati fra le tende e le capanne, divenendo un facile bersaglio per le frecce, sia per la strettezza dei luoghi sia per la loro mole. Resi furiosi per il dolore e impossibilitati a raggiungere i nemici, disarcionarono i conduttori e li schiacciarono sotto le zampe con furore, emettendo dei barriti selvaggi, e si precipitarono fuori dell’accampamento» (Gaillard 1998, pp. 32-34).

Libro VII. XLIII, 183: gli ozî di Annibale Barca in Lucania: «Dopo questo insuccesso, Annibale portò il suo esercito in Lucania, dove pose i suoi quartieri d’inverno. Là il feroce guerriero si immerse in un lusso inusuale e si dedicò ai piaceri dell’amore. E a far data da quel soggiorno la sua buona sorte lo abbandonò» (Gaillard 1998, p. 34).

Libro VII. L, 216: la pietà di Annibale Barca verso i resti di Marco Claudio Marcello: «Annibale venne a vedere il suo corpo [di Marcello] e vide che tutte le ferite erano al petto: lo lodò come soldato ma lo criticò come condottiero. Prese il suo anello, fece bruciare il corpo con grandi onori e inviò nel campo romano le ossa al figlio» (Gaillard 1998, p. 40).

Libro VII. LI, 218-220: fallisce l’inganno ordito da Annibale Barca contro Salapia: «[Annibale], irritato contro gli abitanti di Salapia, inviò loro un disertore romano con una lettera con il sigillo di Marcello prima che si diffondesse la notizia della sua morte: nella lettera si diceva che l’esercito di Marcello stava per arrivare e che Marcello ordinava gli si aprissero le porte. Ma gli abitanti di Salapia avevano già ricevuto messaggi da Crispino, che aveva avvertito tutte le città vicine che Annibale era in possesso dell’anello sigillare di Marcello. Così congedarono il messaggero d’Annibale, perché altrimenti rimanendo in città si sarebbe accorto di quanto accadeva, e promisero di seguire le istruzioni contenute nella lettera. Si armarono e, presa posizione sulle mura, attesero il risultato dell’inganno. Quando Annibale giunse con i suoi Numidi, che aveva fornito di armi romane, aprirono loro le porte come se intendessero fare buona accoglienza a Marcello. Quando i Numidi furono entrati e credevano ormai di essere padroni della situazione, richiusero le saracinesche e li uccisero tutti. A quel punto, quelli che erano rimasti sotto le mura furono crivellati di dardi e feriti. Annibale, avendo per la seconda volta fallito nell’intento di prendere Selapia, si ritirò» (Gaillard 1998, pp. 40-41).

Libro VII. XLII, 221-223: arrivo e morte di Asdrubale Barca in Italia: «Nel frattempo, il fratello di Annibale, Asdrubale, si dirigeva verso l’Italia con un esercito che aveva arruolato fra i Celtiberi. Fu ben accolto dai Celti, attraversò le Alpi seguendo la via che aveva aperto Annibale, percorrendo in due mesi il cammino che Annibale aveva coperto in sei. Arrivò in Etruria con quarantottomila fanti, ottomila cavalieri e quindici elefanti. Asdrubale inviò una lettera al fratello per informarlo del suo arrivo. Ma la lettera fu intercettata dai Romani e così i consoli Salinatore e Nerone ebbero piena contezza delle forze al suo seguito…Asdrubale cadde in mezzo ad i suoi uomini, e molti furono i prigionieri. Fu così che l’Italia fu liberata da un grande pericolo, perché Annibale non sarebbe mai stato vinto se avesse ricevuto in aiuto questo esercito» (Gaillard 1998, pp. 41-42).

Libro VII. LIII, 22]: le battaglie di Canne e del Metauro: «Ritengo che un dio abbia dato questa vittoria [del Metauro] ai Romani per compensarli della rotta di Canne: questa avvenne poco tempo dopo Canne e fu importante come quella. In entrambi gli scontri i comandanti persero la vita ed il numero dei morti e dei prigionieri fu lo stesso. I vincitori conquistarono l’accampamento dei vinti, insieme ad un grande bottino. Così la Città fece esperienza di una sorte ora favorevole ora contraria. Dei Celtiberi al seguito di Asdrubale che scamparono al massacro, alcuni ritornarono in patria, altri raggiunsero Annibale» (Gaillard 1998, p. 42).

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Veduta del fiume Metauro con il suo canyon (http://www.tdmitalia.net).

Libro VII. LIV, 225-226: difficoltà di Annibale Barca in Italia: «Annibale fu notevolmente colpito per la perdita del fratello e di un così gran numero di uomini, tutto a causa della poca conoscenza del territorio. Aveva perso tutto quello che aveva acquisito grazie alle faticose imprese che aveva compiuto in Italia dopo tredici anni di continui scontri contro i Romani: si ritirò dunque presso i Bruzî, il solo popolo che gli era rimasto fedele. Qui rimase tranquillo, in attesa di rinforzi da Cartagine. Da Cartagine gli inviarono cento navi mercantili con viveri, uomini e denaro, ma poiché non avevano rematori in numero sufficiente, le navi furono spinte dal vento verso la Sardegna. Il pretore romano dell’isola le attaccò con le sue navi da guerra, ne affondò venti e ne catturò sessanta. Il resto della flotta ritornò a Cartagine. Annibale, quindi, era in grande difficoltà e ritenne di non poter far più conto sull’aiuto dei Cartaginesi. Lo stesso Magone, che stava arruolato mercenari nei territori dei Celti e dei Liguri, non gli inviò nessun rinforzo, in attesa di vedere che piega avrebbero preso gli eventi…» (Gaillard 1998, pp. 42-43).

Libro VII. LV, 228-230: Scipione in Africa: «…Scipione andava dicendo al popolo che non si sarebbero mai cacciati dall’Italia Annibale e i Cartaginesi se non inviando un esercito romano in Africa e portando così danno nel loro territorio. Insistendo molto su questa necessità e convincendo alla fine quelli che esitavano, si fece eleggere come condottiero in Africa e partì senza indugio per la Sicilia…si imbarcò per l’Africa» (Gaillard 1998, p. 43).

Libro VII. L, 244-246: Annibale Barca e il saccheggio delle città italiche: «Non tenendo in nessun conto sia le città che gli erano da sempre alleate sia quelle che gli erano divenute in seguito nemiche, [Annibale] decise di saccheggiarle tutte, con lo scopo di rifornire così il suo esercito e fare così tacere, a Cartagine, quelli che lo denigravano. Ma, avendo vergogna di un tale affronto ai principi di lealtà, inviò l’ammiraglio Asdrubale, con il pretesto di ispezionare le guarnigioni. Questi, entrato in ogni città, ordinò agli abitanti di prendere con sé ogni cosa che potevano portare, essi e i loro schiavi, e di andarsene: dopo fece bottino di tutto quello che rimaneva. Alcune città, informate per tempo di tale prospettiva, attaccarono le guarnigioni cartaginesi prima dell’arrivo di Asdrubale: in qualche caso ebbero la meglio, in altri furono sconfitte. Fu un massacro senza quartiere, con violenze sulle donne e ratto delle vergini: si videro compiere tutti quegli orrori che abitualmente avvengono nelle città espugnate» (Gaillard 1998, p. 46).

Libro VII. LIX, 247-248: Annibale Barca e i soldati italici: «Annibale, ben sapendo che gli Italici del suo esercito erano soldati ben addestrati, cercò di persuaderli di accompagnarlo in Africa, facendo loro delle gran promesse. Quelli fra loro che si erano resi colpevoli di crimini con i loro stessi paesi, decisero ben volentieri di abbandonare l’Italia e di seguirlo. Quelli che non avevano commesso alcun crimine esitarono. Fatti raggruppare quelli che avevano deciso di restare in Italia, come se volesse con loro discutere o ricompensarli del loro servizio o dar loro delle istruzioni per il futuro, li fece accerchiare dai suoi uomini, ordinando che scegliessero tra loro chi volessero prendere come schiavi. Alcuni lo fecero, altri ebbero vergogna di prendere come schiavi dei commilitoni di tanti combattimenti. Annibale ordinò di uccidere quelli che restavano a colpi di giavellotto, affinché i Romani non potessero servirsi di un corpo così scelto di guerrieri. Nello stesso tempo fece abbattere circa quattromila cavalli e un gran numero di animali da soma, che non poteva portare con sé in Africa» (Gaillard 1998, pp. 46-47).

Libro VII. LX, 250 – LXI, 253: Annibale Barca lascia l’Italia: un bilancio della sua permanenza: «Ciò fatto, [Annibale] fece imbarcare il suo esercito approfittando del vento favorevole e lasciò a terra alcune guarnigioni…navigò verso l’Africa, dopo aver devastato l’Italia per sedici anni e aver inflitto danni gravissimi ai suoi abitanti: aveva più volte condotto Roma vicino alla estrema rovina e trattato quelli che gli si erano sottomessi e i suoi alleati con il disprezzo che si ha solitamente verso i nemici. Infatti, si era servito di questi per tutti quegli anni non per buona disposizione, ma per necessità. Così dal momento che non gli erano più di alcun vantaggio, non li tenne in nessun conto e li considerò come nemici. Quando Annibale lasciò l’Italia, il senato di Roma accordò il perdono a tutti i popoli italici che avevano collaborato con lui, votò un’amnistia estesa a tutti, tranne che ai Bruzî, che erano stati fino all’ultimo dalla parte di Annibale…Ebbe così termine l’invasione di Annibale in Italia» (Gaillard 1998, pp. 47-48).

Libro XI. IV, 15-16: Antioco III re di Siria incontra Annibale Barca: «Ad Efeso [Antioco] incontra il cartaginese Annibale, in esilio dalla sua patria a causa delle calunnie dei suoi nemici, che continuamente facevano presente ai Romani quanto egli fosse uomo animato da cattive intenzioni, amante della guerra, incapace di vivere in pace: era, infatti, il momento in cui i Cartaginesi, come alleati, obbedivano ai Romani. Annibale godeva di una fama mondiale in ragione del suo genio militare: per questo Antioco lo accolse con ogni onore nel suo seguito…» (Gokowsky 2007, p. 4).

Libro XI. VII, 25-29: il parere dato ad Antioco III da Annibale Barca sulla guerra contro Roma: «…Antioco, che progettava d’invadere in primo luogo la Grecia e di iniziare da lì la guerra contro i Romani, sottopose il suo piano al cartaginese Annibale. Questi gli fece presente che, per quanto riguardava la Grecia, l’impresa era agevole, poiché la regione era da lungo tempo spossata. Gli fece notare anche che la guerra è sempre difficile quando si conduce in patria, in ragione della carestia che si determina, mentre se la si fa fuori dei propri confini, è più sopportabile. Per di più, in Grecia, Antioco non sarebbe mai riuscito a piegare la potenza dei Romani, dal momento che questi disponevano in abbondanza di viveri e di armamenti. Lo esortava, dunque, dapprima a controllare una parte dell’Italia che gli potesse servire da base di partenza per condurre la guerra, in modo così da indebolire la posizione dei Romani sia all’interno che all’esterno. “ Io” – proseguì Annibale – “posso ricordarti la mia esperienza in Italia, dove con solo diecimila uomini ho potuto occuparne i punti strategici; posso anche scrivere agli amici che ho ancora a Cartagine di incitare il popolo alla rivolta: del resto il popolo è già scontento della sua sorte, non si fida dei Romani e acquisterà audacia e speranza quando verrà a sapere che nuovamente sono impegnato a devastare l’Italia”. Antioco fu lietissimo di sentire questi suggerimenti, considerando che fossero preziosi per la conduzione della guerra, e, considerando anche che sarebbe stato utile avere dalla sua parte Cartagine, lo invitò a scrivere immediatamente ai suoi amici di Cartagine» (Gokowsky 2007, pp. 6-7).

Libro XI, VIII, 30-33: il tirio Aristone inviato da Annibale Barca a Cartagine: «Ma [Annibale] non scrisse. Egli infatti riteneva che non si prospettasse ancora niente di sicuro: i Romani controllavano ogni cosa, e la guerra non era stata ancora dichiarata apertamente; a Cartagine si era molto esposto e l’attuale governo non si basava su niente di sicuro e di certo, e questa incertezza sarebbe stato appunto poco dopo causa della rovina di Cartagine. Tuttavia, inviò presso i suoi amici un mercante di Tiro, Aristone, impegnato apparentemente ad esercitare transazioni commerciali. Egli aveva questo incarico: indurre i Cartaginesi, quando lui avrebbe attaccato l’Italia, a vendicarsi dei mali che avevano subìto. Aristone svolse il suo incarico. Ma i nemici di Annibale ebbero notizia della presenza fra loro di Aristone e andavano a cercarlo in giro per la città come se dovessero sventare un complotto. Ma Aristone, per far sì che gli amici d’Annibale non fossero vittime di gravi e pesanti accuse, depositò di notte, di nascosto, davanti la sede del Consiglio uno scritto dove si diceva che Annibale esortava tutto il Consiglio a prendere le armi con Antioco per il bene della patria. Ciò fatto, si imbarcò. All’alba, gli amici d’Annibale furono liberati dai loro timori, dal momento che l’iniziativa di Aristone aveva operato come se il messaggio fosse stato mandato direttamente al Consiglio. Quanto alla città, questa era in preda ad una viva preoccupazione che si manifestava in diversi modi: nell’insieme, tuttavia, questi erano ostili nei riguardi di Roma, ma nello stesso tempo tenevano in conto che non sarebbero passati inosservati ai Romani» (Gokowsky 2007, pp. 7-8).

Libro XI. IX, 34-36: Annibale Barca ed ambasciatori romani presso Antioco III: «Questa era la situazione a Cartagine. Dal loro conto, degli ambasciatori romani (fra questi Scipione, che aveva fatto perdere a Cartagine la sua posizione egemonica nel Mediterraneo) erano stati inviati allo stesso tempo per sondare le intenzioni di Antioco e spiarne i preparativi: dal momento che il re era partito per la Pisidia, rimasero ad Efeso. Qui ebbero frequenti contatti con Annibale, dal momento che Cartagine era allo stato ancora alleato dei Romani ed Antioco non si era ancora dichiarato loro nemico. Gli ambasciatori rimproveravano ad Annibale di aver abbandonato la sua patria, dal momento che i Romani, tenendo fede ai trattati, non avevano promosso alcun provvedimento sia contro la sua persona sia contro qualsiasi altro Cartaginese. Con questo comportamento, essi si davano da fare per rendere Annibale sospetto al re in ragione dei continui e frequenti colloqui ed incontri. Di ciò non si rese conto Annibale, che eccelleva per le sue doti di generale, non rendendosi conto a questo punto che il re, informato di quanto accadeva, divenne sempre di più pieno di sospetti e meno disposto a fidarsi del Cartaginese. Tale predisposizione si andava ad aggiungere ad una sorta di gelosia ed d’invidia che si erano già fatte strada nel suo animo, poiché temeva che il merito delle azioni in corso fosse dato ad Annibale» (Gokowsky 2007, p. 8).

Libro XI. X, 38-42: Annibale Barca e Scipione su i più grandi condottieri dell’antichità: «Si dice che in occasione dei loro incontri nel ginnasio, Scipione ed Annibale, in presenza di un pubblico numeroso, ebbero un giorno una conversazione sul modo di esercitare il comando delle truppe, Avendo Scipione domandato ad Annibale quale fosse stato, a suo parere, il migliore condottiero, questi rispose: “Alessandro il Macedone”. A questa risposta, Scipione mantenne la calma, cedendo evidentemente il suo posto ad Alessandro, ma pose un’altra domanda: chi occupava il secondo posto dopo Alessandro? E Annibale disse: “Pirro l’Epirota”, tenendo in conto che l’audacia fosse la qualità principale di un condottiero. In effetti non è possibile trovare uomini dotati di un’audacia più grande di quei due sovrani. Allora, Scipione, pur essendo toccato sul vivo, avanzò un’altra domanda: a chi avrebbe assegnato il terzo posto, sperando vivamente di ottenere almeno il terzo posto. Ma Annibale rispose: “A me! Infatti, quando ero ancora giovane, mi sono impadronito dell’Iberia e sono stato il primo, dopo Eracle, a passare le Alpi con un esercito. Dopo aver invaso l’Italia, quando ormai avevate perso ogni fiducia, vi ho distrutto quattrocento città e vi ho costretto più di una volta a combattere nelle stesse vicinanze della vostra città, nonostante non ricevessi da Cartagine nessun aiuto sia in uomini sia in denaro”. Quando Scipione vide che non la smetteva di vantarsi, scoppiò a ridere e disse: “Ma a che posto ti metteresti, Annibale, se io non ti avessi vinto?” Allora, dicono, che Annibale, rendendosi conto della gelosia che suscitava, disse: “Avrei messo me stesso prima di Alessandro!” E così che Annibale, senza rinunciare alle sue vanterie, lusingò con discrezione Scipione, lasciandogli capire che aveva sconfitto un condottiero migliore di Alessandro. Alla fine della riunione, Annibale offrì a Scipione la sua ospitalità: Scipione gli rispose che avrebbe ben volentieri accolto l’invito, “se tu, Annibale, non fosti stato presso Antioco, la cui condotta suscita i sospetti dei Romani”» (Gokowsky 2007, pp. 8-9).

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Il confronto fra Annibale e Scipione l’Africano ha ispirato diversi romanzi storici, fra gli ultimi: Franco Forte, “Carthago. Annibale contro Scipione l’Africano”, Mondadori, Milano 2009.

Libro XI, XI, 43-44: morte di Annibale Barca: «È così che questi due grandi uomini, con modi degni del loro genio militare, riservavano la loro inimicizia ai periodi di guerra, a differenza di Flaminio. Infatti, qualche tempo dopo, quando Annibale fu vinto e Annibale, fuggiasco, errava in Bitinia, Flaminio, incaricato con altro mandato presso Prusia, anche se Annibale non gli aveva fatto alcun torto ed i Romani non gli avevano dato nessuna istruzione in quel senso e il fuggiasco non poteva più suscitare timori poiché Cartagine era ormai distrutta, Flaminio, dico, fece morire Annibale con il veleno servendosi di Prusia. Si dice che Annibale abbia ricevuto un giorno un oracolo che così diceva: “La terra di Libyssa ricoprirà il corpo d’Annibale” e che quindi egli ritenesse di dover morire in “Libia”. Ma esiste in Bitinia un fiume chiamato Libyssos ed una pianura di Libyssa, che trae il suo nome dal fiume Libyssos. Se ho proposto questo parallelo, è stato per ricordare la grandezza d’animo di Annibale e di Scipione e la pochezza d’animo di Flaminio» (Gokowsky 2007, p. 10).

Libro XI, XIII, 53 – XIV, 59: i disattesi consigli dati da Annibale Barca ad Antioco: «.…Dal momento che Annibale rimaneva in silenzio mentre si discuteva sul da farsi, egli l’invitò a dare un suo primo parere. Questi [Annibale] disse: “Non è difficile sottomettere i Tessali, sia che tu lo voglia fare adesso o dopo la cattiva stagione. Alla fine di un lungo impegno, questo popolo passerà dalla tua parte, poi, se la situazione cambierà, passerà ai Romani. Ma noi ora non possiamo contare su forze adeguate, spinti dagli Etoli, che ci hanno persuaso che i Lacedemoni e Filippo sarebbero stati nostri alleati. Ora sento dire che i Lacedemoni e gli Achei ci muovono guerra, mentre non vedo Filippo presso di te, lui che ha la possibilità di far pendere la bilancia, in questa guerra, a favore di quella parte che deciderà di favorire. Io non cambio parere: bisogna far venire al più presto l’esercito dall’Asia, invece di riporre le nostre speranze in Aminandro e negli Etoli, e quando sarà arrivato, devastare l’Italia, in modo che ogni loro attenzione sia rivolta alle loro difficoltà e che, temendo di più per i propri confini, non si sarebbero rivolti altrove. Ma tu non devi procedere come ti avevo prima suggerito: bisogna che metà della flotta devasti le coste dell’Italia, mentre l’altra metà resti agli ormeggi e resti come riserva in attesa di circostanze favorevoli, e che tu stesso, infine, con tutte le forze di terra, dispiegate davanti la Grecia in vista dell’Italia, dia da intendere ai Romani che ti prepari ad invaderla e che lo farai se mai te ne sarà data la possibilità. Dovrai inoltre cercare in tutti i modi di guadagnare Filippo alla tua causa, lui che in questa guerra può favorire l’uno o l’altro contendente. Se Filippo non si lascia convincere, mandagli contro, facendogli attraversare la Tracia, tuo figlio Seleuco, perché occupato anch’egli da problemi interni, non sia d’alcuna utilità per i nostri nemici”. Annibale non disse che queste parole, e di tutte le proposte la sua era la migliore. Ma gelosi della sua gloria e della sua intelligenza, i consiglieri del re, e il re stesso, temevano che risultasse alla fine che Annibale li superava in intelligenza strategica e che la gloria del successo non ritornasse sul re: essi non tennero in alcun conto quindi i suoi suggerimenti…» (Gokowsky 2007, pp. 12-13).

Libro XI, XV, 62: possibili ricadute della consuetudine di Annibale Barca con Antioco: «…[I Romani] nutrivano dei sospetti su Filippo di Macedonia, da loro di recente sconfitto, e temevano che, dal momento che Annibale era con Antioco, i Cartaginesi non avrebbero a loro volta tenuto fede a quella lealtà nei loro riguardi che era conseguenza del trattato di pace» (Gokowsky 2007, p. 14).

Libro XI, XVII, 74: Antioco si rende conto, ormai tardi, della bontà del piano di Annibale Barca: «…Antioco, resosi conto della situazione e spaventato per la rapidità degli eventi, fu preso da timore come accade quanto si verifica un inaspettato e rapido cambio di sorte, e si rese allora conto della saggezza del piano di Annibale…» (Gokowsky 2007, p. 16).

Libro XI, XXII, 101-104: navi cartaginesi al seguito della flotta romana di Livio: loro cattiva prova: «.…[Livio] partì subito con le sue navi…più altre navi che gli aveva dato Cartagine…Quando [l’ammiraglio di Antioco] si accorse che due navi cartaginesi avanzavano davanti alla flotta romana, inviò tre delle sue per intercettarle e le catturò entrambe, prive dei loro equipaggi; infatti i Libici si erano gettati in mare» (Gokowsky 2007, p. 21).

Libro XI, XXII, 108: Antioco coinvolge Annibale Barca nelle operazioni contro Roma: «Informato dell’esito dello scontro navale, Antioco inviò Annibale in Siria per fare allestire altre navi provenienti dalla Fenicia e dalla Cilicia» (Gokowsky 2007, p. 22).

Libro XI, XXVII, 134: combattimento fra due navi, una di Sidone ed una di Rodi: «.…Infine una nave di Rodi urtò una nave di Sidone, con tale violenza, che un’àncora si sganciò dalla nave sidonia e andò a piantarsi sul vascello rodio, in modo tale che i due bordi furono uniti, le due navi immobilizzate ed i fanti di mare si trovarono a combattere come se si trovassero sulla terraferma» (Gokowsky 2007, p. 27).

Libro XI, XXVIII, 138: Annibale Barca bloccato in Panfilia: «…Tutto si svolgeva contrariamente alle sue [di Antioco] previsioni. I Romani stavano vincendo sul mare, dove il re credeva di avere una notevole supremazia! I Rodii avevano bloccato Annibale in Pamfilia!…» (Gokowsky 2007, p. 28).

Libro XI, XL, 208: Scipione e il ricordo della vittoria su Cartagine: «…Poi quando [Scipione] arrivò a parlare di Cartagine, egli esaltò in modo particolare questa circostanza per colpire l’immaginazione dei presenti, e, mostrando un coinvolgimento emotivo che riuscì a trasmettere al popolo, disse così: “Oggi è il giorno in cui riportai la vittoria di cui vi parlo e vi consegnai Cartagine, amati concittadini, Cartagine che sino a quel momento era per noi motivo di grande timore”» (Gokowsky 2007, p. 41).

Libro XII, II, 10: Mitridate Evergeta alleato dei Romani contro Cartagine: «Il primo a concludere un trattato con i Romani fu Mitridate Evergeta εὐεργέτης, re del Ponto: nell’ambito di tale alleanza mise a disposizione delle navi e degli uomini per combattere i Cartaginesi…» (Mastrofini 1830, p. 451).

Libro XIII [17, 71], [19, 78]: il ricordo di Scipione vincitore di Cartagine: «Così Gracco, figlio del Gracco che era stato due volte console e di Cornelia, figlia di Scipione che aveva distrutto la potenza cartaginese, fu ucciso a causa del suo programma…Gli Italici, non sopportando questa situazione e la rapidità con la quale i triumviri giudicavano in questa materia, pregavano Cornelio Scipione, quello che aveva distrutto Cartagine, di farsi loro patrono contro le ingiustizie» (Gabba – Magnino 2001, pp. 81, 83).

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Philipp Friedrich Hetsch, “Cornelia madre dei Gracchi” (1794). Stuttgart, Staatsgalerie.

Libro XIII [24, 103 – 105]: la fondazione della colonia gracchiana di Cartagine in violazione della maledizione di Scipione: «Essi [Gracco e Fulvio] fissarono l’impianto della colonia sul luogo dove un tempo era stata Cartagine, senza curarsi del fatto che Scipione, quando l’aveva distrutta, aveva promesso con solenne imprecazione che sarebbe rimasto per sempre un pascolo. Delimitarono, inoltre, circa seimila quote, in luogo di quelle, meno numerose, stabilite nella legge, per legare a sé, anche con tal mezzo, il popolo. Ritornati a Roma convocarono i seimila da tutta Italia. Ma poiché coloro che ancora erano rimasti in Africa per fissare i limiti della città avevano fatto sapere che i lupi avevano abbattuto e rimosso i cippi posti da Gracco e da Fulvio, gli auguri dichiararono che la colonia era sotto cattivi auspici e il senato indisse un’assemblea nella quale venne abrogata la legge che la stabiliva (Gabba – Magnino 2001, p. 91).

Libro XIII [80, 368]: Gneo Pompeo e il re numida Iempsale: «Terminata la guerra Silla lo inviò [Gneo Pompeo] in Africa ad abbattere gli amici di Carbone e a restaurare sul trono Iempsale, scacciato dai Numidi…» (Gabba – Magnino 2001, p. 163).

Libro XIII [108, 508 – 109, 509]: Pompeo nell’attraversamento delle Alpi non segue la via di Annibale Barca: «Morto Silla e scomparso dopo di lui anche Lepido, [Sertorio] ricevette un altro esercito dall’Italia, quello che gli condusse Perperna, il luogotenente di Lepido, e probabilmente avrebbe portato la guerra in Italia se il Senato, spaventato, non avesse mandato in Spagna un altro esercito e un altro condottiero, in aggiunta a quello che vi era già: Pompeo. Questi era ancora giovane, ma già molto illustre per le imprese compiute sotto Silla in Africa e nella stessa Italia. Egli con grande coraggio scalò le Alpi, non per la via che era costata ad Annibale grandi fatiche, ma aprendone un’altra presso le sorgenti del Rodano e del Po…» (Gabba – Magnino 2001, p. 103).

Libro XIII [112, 522]: i Celtiberi vedono in Sertorio un altro Annibale Barca: «…Tuttavia l’esercito non abbandonava completamente Sertorio per i vantaggi che ne traeva: infatti allora non vi era nessun altro generale più abile e più fortunato. Per questo anche i Celtiberi lo chiamavano, per la rapidità nell’azione, Annibale, che essi ritenevano fosse stato il più ardito e astuto condottiero giunto presso di loro» (Gabba – Magnino 2001, p. 107).

Libro XIV [71, 294] – [74, 308]: l’opinione di Cesare sugli alleati di Pompeo: fra questi i Fenici: «Oltre ai Greci erano con Pompeo quasi tutti quelli che si incontrano navigando per mare verso oriente: Traci e genti dell’ Ellesponto, Bitini, Frigi, Ioni, Panfilii, Pisidi e Paflagoni, Cilici, Siri, Fenici, gli Ebrei, gli Arabi, i loro confinanti Ciprioti, i Rodiesi, i frombolieri Cretesi e tutti gli altri abitanti delle isole…[Cesare così diceva:] “…degli alleati [di Pompeo] non datevi pensiero, non metteteli in conto e, in genere, non combattete neanche contro di loro. Sono soltanto schiavi di Siria, di Frigia e di Lidia, pronti sempre a fuggire e a servire…”…» (Gabba – Magnino 2001, pp. 313-17).

Libro XIV [96, 401-402]: gli elefanti, i cavalieri numidi e l’esercito di Cesare in Africa: «Non molto dopo, quando ci si aspettava che arrivasse lo stesso Scipione con otto legioni di fanti e ventimila cavalieri, per la massima parte libici, e molti peltasti e circa trenta elefanti, unitamente al re Giuba, che da parte sua aveva circa trentamila altri fanti e ventimila cavalieri numidi, molti arcieri e altri sessanta elefanti, l’esercito di Cesare fu preso dal terrore e sorse nelle sue file tumulto sia per l’esperienza negativa che già avevano fatto, sia per l’idea del numero di quanti stavano sopraggiungendo e del valore in particolare dei cavalieri Numidi. Li colpiva anche la guerra con gli elefanti, che era per loro una novità. Ma Bocco, l’altro re dei Mauri, conquistò Cirta, che era la capitale del regno di Giuba, e Giuba appena gliene giunse notizia tornò subito con il suo esercito in patria, lasciando a Scipione soltanto trenta elefanti: allora l’esercito di Cesare riprese un tale animo che la quinta legione chiese di essere schierata contro gli elefanti e li vinse con molto coraggio; da quel momento sino ad ora sulle insegne di quella legione compaiono gli elefanti» (Gabba – Magnino 2001, pp. 345-47).

Libro XVI [33, 141]: tasse alle ricche donne romane durante la guerra contro Cartagine: «Presso tutte le genti la loro condizione [di donne ] le esenta [dai tributi]; le nostre madri, contro la loro condizione, pagarono una sola volta: quando rischiavate di perdere ogni potere e l’intera città era sotto la pressione dei Cartaginesi» (Gabba – Magnino 2001, p. 599).

Libro XVI [53, 226]: l’Africa di Cartagine e la Numidia: «I Romani chiamano ancora oggi Vetus la parte d’Africa che tolsero ai Cartaginesi; la parte, invece, che era di Giuba e di cui si impadronirono in seguito al tempo di Giulio Cesare, la chiamano, per questo motivo, Nuova, ma sarebbe la Numidica» (Gabba – Magnino 2001, p. 623).

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La natura e la complessità dell’opera di Appiano, una delle fonti più ascoltate sulla celebrazione della virtù romana e della sua vocazione imperiale, è all’origine della selezione forzatamente antologica delle sue antichità fenicie e puniche. Alcuni temi sono, fra gli altri, da segnalare, come la localizzazione dei famosi ozî annibalici non a Capua (come indicano fra gli altri Livio, Diodoro, Strabone, Valerio Massimo, Silio Italico e Zonara) (cf. da ultimo, Enrico Acquaro, Gli ozî [?] di Capua, in La memoria dei Fenici 1, Lugano 2014, pp. 48-50), ma in Lucania (Libro VII. XLIII, 183). Sulla fusione dei metalli preziosi che tanto irritò Annibale e ne procurò la feroce ritorsione (Libro VI. XII, 44-47), cf. Enrico Acquaro, Il rame e il piombo di Sagunto, in La memoria dei Fenici 4, Lugano 2016, pp. 15-17.

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Arriano (95 circa – 180 d.C. circa) (E.A.)

ΑΛΕΞΑΔΡΟΥ ΑΝΑΒΑΣΙΣ

Testi di riferimento: Arriano, Anabasi di Alessandro. Introduzione, traduzione e note di Delfino Ambaglio. Volume primo (libri I-III). Volume secondo (libri IV-VII). Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1994.

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Mosaico della battaglia di Isso. 100 a.C. circa, dalla Casa del Fauno di Pompei. Napoli, Museo Archeologico.

Libro II, 15, 6 – 24, 6: la campagna di Alessandro Magno in Fenicia: Biblo, Sidone e la presa di Tiro: «Mossosi da Marato prese Biblo, che si consegnò per resa, e Sidone, poiché gli stessi Sidonî l’avevano chiamato per odio dei Persiani e di Dario. Di là avanzò verso Tiro; per via gli vennero incontro ambasciatori dei Tirî, inviati dalla comunità, a riferire che i Tirî avevano decretato di fare ciò che Alessandro ordinasse. Egli, dopo aver lodato la città e gli ambasciatori (infatti appartenevano alla nobiltà di Tiro e fra gli altri c’era il figlio del re dei Tirî; il re stesso, Azemilco, navigava con Autofradate), ordinò che di ritorno riferissero ai Tirî che egli, entrato in città, voleva fare un sacrificio a Eracle. C’è infatti a Tiro il più antico tempio di Eracle fra quelli di cui si conserva memoria d’uomo, non dell’Eracle argivo figlio di Alcmena; Eracle infatti era venerato a Tiro molte generazioni prima che Cadmo, partito dalla Fenicia, occupasse Tebe e che a Cadmo nascesse la figlia Semele, da cui nacque anche Dioniso, figlio di Zeus. Dioniso…Anche gli Egizî venerano un altro Eracle, non quello dei Tirî o dei Greci…Quanto all’Eracle onorato dagli Iberi a Tartesso, dove si trovano anche le colonne dette di Eracle io credo che sia l’Eracle di Tiro, poiché Tartesso è fondazione dei Fenici ed è secondo il costume dei Fenici che il tempio è stato costruito all’Eracle di laggiù e si celebrano i sacrifici…Alessandro disse di voler sacrificare a questo Eracle di Tiro. Quando ciò fu riferito a Tiro dagli ambasciatori, per il resto fu deciso di fare qualsiasi cosa Alessandro ordinasse, ma di non accogliere in città alcuno dei Persiani né dei Macedoni, nella convinzione che per loro questo atteggiamento fosse il più giustificabile a parole in rapporto alla situazione presente e il più sicuro in rapporto all’esito ancora incerto della guerra. Come fu riferita ad Alessandro la risposta da Tiro, in preda alla collera rimandò indietro gli ambasciatori; radunati poi i Compagni, i capi dell’esercito, i comandanti dei battaglioni e degli squadroni, parlò così: “Amici e alleati, vedo che per noi il passaggio in Egitto non è sicuro, poiché i Persiani hanno il dominio del mare; quanto poi a inseguire Dario lasciandoci alle spalle proprio l’infida città dei Tirî e l’Egitto e Cipro, che sono in mano persiana, neppure questo mi pare sicuro in generale e specialmente in rapporto alla situazione in Grecia…Se invece Tiro fosse presa, l’intera Fenicia sarebbe nostra ed è naturale che la marineria più numerosa e potente della flotta persiana, quella dei Fenici, passerebbe a noi; infatti né i rematori né i marinai, una volta che le loro città siano sottomesse, accetteranno di affrontare pericoli sul mare per altri; in seguito a ciò Cipro o non farà difficoltà a passare dalla nostra parte o facilmente sarà presa con un attacco dal mare. E se noi percorressimo il mare con le navi dalla Macedonia e con quelle fenicie, dopo che anche Cipro si sia aggiunta a noi, terremmo con sicurezza il dominio del mare e al tempo stesso la spedizione in Egitto si svolgerebbe per noi agevolmente…”. Dicendo questo senza difficoltà li persuase ad aggredire Tiro; inoltre lo convinse un prodigio, poiché questa stessa notte in sogno gli parve di dare l’assalto alle mura di Tiro, che Eracle l’accogliesse e l’introducesse in città. E Aristandro interpretò questo nel senso che Tiro sarebbe stata presa con fatica, poiché anche le imprese di Eracle erano avvenute con fatica. E infatti l’assedio di Tiro appariva un’impresa poderosa. In effetti la città era un’isola ed era fortificata da ogni parte da alte mura e riguardo al mare il vantaggio allora sembrava essere dalla parte dei Tirî, perché i Persiani ancora dominavano il mare e agli stessi Tirî restavano ancora molte navi. Quando, nonostante tutto, egli ebbe raggiunto quella determinazione, decise di gettare un molo dal continente alla città. E la zona è uno stretto paludoso e là il mare verso la terraferma è basso e melmoso, verso la stessa città invece, dove il passaggio è più profondo, la profondità è di circa tre orge. C’era però molta abbondanza di pietre e di legname, che essi distesero sulle pietre, e senza difficoltà si piantarono pali nella melma e la stessa melma serviva alle pietre da cemento per tenerle insieme. Grande era l’impegno nell’opera dei Macedoni e di Alessandro, che in persona dirigeva ogni cosa e da una parte spronava a parole, dall’altra dava sollievo con premi a quanti si distinguevano maggiormente nella fatica. In realtà finché si costruì il terrapieno verso la terraferma, il lavoro procedette senza difficoltà, poiché si faceva la gettata su una scarsa profondità e nessuno si opponeva. Come però mossero verso la zona più profonda e al tempo stesso s’avvicinarono alla città, fatti oggetto di lancio dall’alto delle mura subirono danni, anche perché erano stati equipaggiati propriamente per il lavoro più che per la battaglia, e i Tirî navigando con le triremi ora da un lato ora dall’altro intorno al molo, dal momento che avevano ancora il dominio del mare, in più modi rendevano impossibile ai Macedoni la gettata. Allora i Macedoni sulla punta del molo, che era avanzato di molto nel mare, istallarono due torri e su queste macchine belliche. Come ripari le torri avevano coperte di cuoio e di pelli, perché gli uomini non fossero colpiti dai proiettili infuocati scagliati dalle mura e insieme per creare una difesa contro le frecce a quelli che lavoravano. Al tempo stesso quanti dei Tirî, avvicinandosi per mare, danneggiavano quelli che facevano la gettata erano destinati, essendo sotto tiro delle torri, a essere respinti senza difficoltà. I Tirî allora presero queste contromisure: dopo aver riempito di rami secchi e di altra legna infiammabile una nave per il trasporto di cavalli, fissarono sulla prua due alberi racchiudendoli in un cerchio il più largo possibile, così da poter ammassare là paglia e torce in gran quantità; inoltre vi misero sopra pece, zolfo e ogni altro materiale utile a suscitare un grosso incendio. Tirarono poi una doppia antenna fra u due alberi e vi appesero calderoni colmi di materia che, versata o lanciata, era destinata ad attizzare fortemente la fiamma, e collocarono dei pesi a poppa per sollevare la prua con la pressione esercitata sulla poppa. Quindi, avendo curato il momento in cui il vento spirava verso il molo, agganciata la nave con delle triremi, la trascinarono all’indietro, Quando ormai furono vicino al molo e alle torri, avendo dato fuoco al legname e insieme trascinando a tutta forza con le triremi la nave, la spinsero sulla punta del molo; quelli sulla nave che bruciava si erano ormai salvati a nuoto facilmente. E intanto la violenta fiammata investiva le torri e le antenne spezzate versarono sul fuoco il materiale preparato per attizzare la fiamma. Gli uomini delle triremi, arrestandosi vicino al molo, tiravano frecce sulle torri, perché non potesse avvicinarsi senza pericolo chi portava roba per spegnere la fiamma. E nel frattempo, mentre le torri erano avvolte dal fuoco, molti fecero una sortita dalla città, s’imbarcarono su scialuppe e le spinsero a terra in diversi punti del molo: così senza difficoltà sradicarono la palizzata costruita a protezione di quello e incendiarono tutte le macchine non raggiunte dal fuoco della nave. Alessandro allora ordinò di costruire il molo cominciando dalla terraferma su base più larga, perché accogliesse più torri, e agli specialisti di approntare altre macchine. Mentre si preparavano queste, egli, prese con sé gli scudati e gli Agriani, mosse verso Sidone, per raccogliervi quante triremi aveva, poiché la situazione dell’assedio sembrava senza via d’uscita sinché i Tirî avessero il dominio del mare. Intanto Gerostrato, re di Arado, ed Enilo, re di Bitinia, quando seppero che la loro città erano tenute da Alessandro, lasciato Autofradate e le navi che erano con lui, con la loro squadra raggiunsero Alessandro ed erano con loro le triremi dei Sidonî, cosicché si aggiunsero a lui circa ottanta navi dei Fenici…Non molto dopo approdarono a Sidone anche i re di Cipro con cica centoventi navi, poiché avevano saputo della sconfitta di Dario a Isso ed erano impauriti dal fatto che l’intera Fenicia era nelle mani di Alessandro. E a tutti questi Alessandro concesse l’impunità per il passato, poiché appariva che si erano schierati nella flotta con i Persiani più per costrizione che per decisione propria. Mentre si costruivano per lui le macchine e si preparavano le navi per un attacco e un tentativo di scontro navale, egli, presi con sé alcuni squadroni di cavalleria, gli scudati, gli Agriani [popolo della Macedonia] e gli arcieri, si diresse in Arabia verso la catena montuosa chiamata Antilibano; dopo che ebbe distrutto a forza alcuni centri e altre ebbe tratto dalla sua parte dietro accordo, in dieci giorni ritornò a Sidone e vi trovò Cleandro, figlio di Polemocrate che era arrivato dal Peloponneso e con lui circa quattromila mercenari greci, Una volta che la flotta fu sistemata, imbarcati in coperta quanti degli scudati parevano sufficienti all’azione qualora lo scontro consistesse non tanto nella rottura della linea nemica quanto nel corpo a corpo, salpato da Sidone, navigò verso Tiro con le navi schierate; egli stava all’ala destra, quella che si allungava verso il mare aperto, e con lui erano i re ciprioti e quelli di Fenicia, tranne Pnitagora [re di Salamina di Cipro, 351-332 a.C.]. Costui con Cratero teneva l’ala sinistra dell’intera linea. I Tirî dapprima avevano deliberato di dare battaglia navale se Alessandro li avesse attaccati per mare, ma allora, avendo visto del tutto inaspettatamente una moltitudine di navi (infatti non erano stati ancora informati che Alessandro aveva dalla sua tutte le navi dei Ciprioti e dei Fenici), e al tempo stesso poiché l’attacco avveniva in ordine perfetto (infatti poco prima di prendere contatto con la città le navi di Alessandro ancora al largo si erano fermate, se mai potessero provocare a battaglia i Tirî, poi dato che questi non si facevano avanti, sempre con lo stesso schieramento erano ripartite con gran rumore di remi) – vedendo questo, i Tirî si rifiutarono alla battaglia, ma con le triremi in massa, quante le imboccature dei porti potevano contenere, avendo ostruito gli ingressi, li presidiavano, per ché la flotta dei nemici non si mettesse all’àncora in uno dei porti. Allora Alessandro, poiché i Tirî non venivano avanti, attaccò per mare la città; rinunciò a forzare l’entrata del porto davanti a Sidone per la strettezza dell’imboccatura e insieme perché vedeva che l’accesso era ostruito da molte triremi con la prua in avanti; i Fenici, poi, lanciatisi su tre triremi ormeggiate molto al largo davanti all’imboccatura e assalitele con la prua in avanti, le affondarono; gli uomini sulle navi senza difficoltà si salvarono a nuoto sulla costa amica. Allora quelli di Alessandro ormeggiarono non lontano dal molo costruito nei pressi della costa, dove pareva esserci un riparo dai venti; all’indomani Alessandro comandò ai Ciprioti di bloccare con le loro navi e con l’ammiraglio Andromaco la città dalla parte del porto che guarda Sidone e ai Fenici di bloccarla dall’altra parte del molo che guarda l’Egitto, dove c’era anche la sua tenda. A questo punto, poiché erano stati radunati da Cipro e da tutta la Fenicia molti ingegneri, era stato costruito un gran numero di macchine, talune sul molo, altre sulle navi per il trasporto dei cavalli, che Alessandro aveva portato con sé da Sidone, altre ancora sulle triremi lente. Quando ormai tutto era stato preparato, spinsero avanti le macchine sul molo terminato e giù dalle navi che in punti diversi erano ormeggiati presso il muro e lo saggiavano. I Tirî allora costruirono sugli spalti davanti al molo torri di legno, per poter combattere da esse, e dovunque fossero spinte avanti le macchine si difendevano con giavellotti e scagliavano sulle stesse navi frecce infuocate, così che l’avvicinarsi al muro fosse motivo di paura per i Macedoni. Le loro mura dalla parte del molo erano alte cica centocinquanta piedi [45 m] e di spessore corrispondente, fatte di grosse pietre compattate con il cemento. Per le navi da trasporto dei cavalli e per le triremi, che accostavano al muro le macchine, non era agevole in quel posto avvicinarsi alla città, poiché molti massi gettati in mare impedivano loro l’attacco da presso. Alessandro decise allora di tirarli fuori dal mare; questo lavoro però si compiva con fatica, in quanto avveniva dalle navi e non dalla terraferma; per di più i Tirî, dopo aver corazzato delle navi, le spingevano accanto agli ormeggi e tagliando le funi degli ormeggi rendevano impossibile l’approdo alle navi nemiche. Alessandro, avendo corazzato allo stesso modo molte navi a trenta rematori, le collocò di traverso davanti gli ormeggi, per respingere da esse l’attacco delle navi. Ma anche così alcuni palombari tagliavano loro le funi sott’acqua. I Macedoni allora, servendosi di catene, anziché di funi per le ancore, le calarono giù, cosicché i palombari non ottennero più alcun risultato. Legando dunque corde intorno ai massi, dal molo li tiravano fuori dal mare; poi, alzandoli con macchine, li lasciavano cadere su fondali alti, dove erano destinati a non far più danno creando sbarramento. Una volta che il muro fu sgombro da ostacoli, ormai senza difficoltà le navi vi attraccavano. I Tirî, impacciati d ogni parte, decisero di muovere all’attacco contro le navi cipriote ormeggiate davanti al porto che guarda Sidone; poiché da tempo essi avevano steso delle vele sull’imboccatura dl porto perché non fosse visibile l’imbarco degli uomini sulle triremi, verso mezzogiorno, quando i marinai erano dispersi per le loro incombenze e proprio mentre Alessandro dalla flotta che stazionava dall’altro lato della città si ritirava nella sua tenda, avendo equipaggiato tre quinqueremi, altrettante quadriremi e sette triremi con ciurme il più possibile scelte e con i soldati meglio armati per combattere dai ponti e al tempo stesso più coraggiosi nelle battaglie navali, dapprima remando lentamente uscirono in mare in fila una nave alla volta, azionando i remi senza che fosse data a voce la cadenza; ma quando ormai volgevano contro i Ciprioti ed erano sul punto di essere visti, allora attaccarono con grande strepito, con mutuo incitamento e al tempo stesso con febbrili colpi di remo. Accadde che quel giorno Alessandro si era ritirato nella sua tenda ma, senza essersi trattenuto secondo il solito, in breve era ritornato alle navi. I Tirî, essendo piombati all’improvviso sulle navi ormeggiate e avendone trovate alcune del tutto vuote. Mentre altre a mala pena venivano armate dai presenti in mezzo al tumulto e all’attacco, subito al primo assalto affondarono la quinqueremi del re Pnitagora, quella di Androcle di Amatunte e di Pasicrate di Curio; distrussero le altre gettandole sulla spiaggia. Alessandro, come si accorse della sortita delle triremi tirie, ordinò che la maggior parte delle navi che erano con lui, via via che ciascuna era equipaggiata, si fermasse all’imboccatura del porto, perché non uscissero altre navi dei Tirî; egli, prese le quinqueremi che erano con lui e più o meno cinque delle triremi, quante in gran fretta aveva fatto prima ad equipaggiarsi, fece per mare il giro intorno alla città per affrontare i Tirî che avevano fatto la sortita. Ma gli uomini sul muro, avendo visto l’attacco dei nemici e lo stesso Alessandro sulle navi, con grida invitarono gli equipaggi delle loro navi a rientrar e, poiché non era possibile farsi sentire per il tumulto di quelli alle prese con l’azione, con ogni sora di segnali li chiamavano alla ritirata. Essi, poiché si erano accorti in ritardo dell’attacco delle navi di Alessandro, piombando sul gruppo, ne misero fuori uso alcune, mentre una quinquereme e una quadrireme furono catturate proprio all’imboccatura del porto. Non ci fu una grande strage fra i marinai: quando infatti si accorsero che le loro navi erano prese senza difficoltà si salvarono a nuoto nel porto. Poiché i Tirî non avevano più alcun vantaggio dalle navi, i Macedoni ormai accostarono le macchine al loro muro. Esse tuttavia, spinte innanzi lungo il molo, non ottennero alcun risultato di rilievo per la solidità del muro; altri dal lato della città rivolto a Sidone facevano avanzare alcune delle navi che trasportavano le macchine. Poiché però neppure da questa parte se ne veniva a capo, Alessandro si trasferì al lato del muro rivolto al vento del sud e all’Egitto, facendo saggiare l’opera da ogni parte. Allora, avendo persino gettato passerelle dove il muro era crollato, Alessandro provò per un poco l’assalto; ma i Tirî senza fatica respinsero i Macedoni. Due giorni più tardi, attesa una calma di vento e incitati all’azione i capi dei battaglioni, Alessandro mosse contro la città le macchine sulle navi. Dapprima demolì un vasto tratto del muro: quando la breccia parve sufficiente in ampiezza, ordinò alle navi che portavano le macchine di allontanarsi; ne fece avanzare altre due, che portavano le passerelle che egli pensava di gettare nella breccia del muro. Gli scudati presero posto su una delle navi agli ordini di Admeto, sull’altra il battaglione di Ceno detto dei Compagni di fanteria; lo stesso Alessandro con gli scudati si apprestava a dare la scalata al muro là dove fosse possibile. Ordinò che alcune delle triremi incrociassero davanti ai due porti, se mai potessero forzarne l’entrata mentre i Tirî erano impegnati con loro. Alle navi che avevano a bordo proiettili da scagliare dalle macchine o trasportavano in coperta arcieri comandò che, navigando tutt’intorno al muro, accostassero là dove fosse possibile e si fermassero a distanza di tiro, finché l’attacco fosse possibile perché i Tirî colpiti da ogni parte non sapessero più che fare nel pericolo. Quando le navi di Alessandro accostarono alla città e da esse furono gettate sul muro le passerelle, allora gli scudati su queste con impeto salirono verso il muro. In quel frangente Admeto fu uomo di valore: anche Alessandro li seguiva, sia prendendo parte con vigore all’azione vera e propria sia osservando chi fra gli altri per valore azzardava nel pericolo qualche gesto splendido. E per primo fu preso il muro dove Alessandro si era schierato, mentre senza difficoltà i Tirî furono sloggiati, dopo che per la prima volta i Macedoni ebbero a disposizione un punto d’accesso consistente e non scosceso da ogni parte. Admeto, che era salito per primo sul muro e incoraggiava i suoi a fare altrettanto, ferito da una lancia, morì sul posto; dietro di lui Alessandro prese il muro con i Compagni. Quando poi furono in suo possesso le torri e i tratti di muro fra le torri, attraverso gli spalti si aprì la strada verso la reggia, poiché là appariva più facile la discesa verso la città. Quanto agli uomini sulle navi, i Fenici che si trovavano ormeggiati davanti al porto che guarda l’Egitto, lanciatisi a viva forza e spezzate le barriere, danneggiarono le navi nel porto, speronandone alcune in mare, spingendone altre a terra, dal canto loro i Ciprioti davanti all’altro porto che guarda Sidone e che non aveva barriere, essendo entrati, subito da questa parte presero la città. La massa dei Tirî, come vide che il muro era preso, l’abbandonò e, raccoltasi presso il cosiddetto Agenorio [la cittadella intitolata a colui che si riteneva avesse fondato Tiro e Sidone], là si volse contro i Macedoni. Allora Alessandro, attaccati questi con gli scudati, fece a pezzi alcuni di loro che lottavano, inseguì quelli che fuggivano. Grande fu la strage, poiché ormai gli uomini mossisi dal porto tenevano la città e il battaglione di Ceno vi era penetrato. Infatti i Macedoni si gettavano con rabbia su tutto, esasperati dalla durata dell’assedio e dal fatto che i Tirî, catturati alcuni dei loro che navigavano da Sidone e fatti salire sul muro, perché si potesse vedere bene dall’accampamento, dopo averli trucidati li avevano gettati in mare. Caddero circa ottomila Tirî, fra i Macedoni perirono in quell’attacco Admeto, il primo a prendere il muro, che era stato uomo valoroso, e con lui venti scudati; durante tutto l’assedio quattrocento circa. A quelli che si erano rifugiati nel tempio di Eracle (c’erano i magistrati più importanti degli stessi Tirî, il re Azemilco e alcuni delegati cartaginesi giunti nella madrepatria a onorare Eracle secondo un antico costume), a tutti questi Alessandro concesse l’impunità; rese schiavi gli altri, e furono venduti circa trentamila dei Tirî e degli stranieri, quanti furono catturati. Alessandro sacrificò a Eracle e condusse una processione con l’esercito in armi; anche le navi sfilarono in onore di Eracle, e Alessandro organizzò una gara ginnica nel santuario e una corsa con fiaccole; dedicò poi nel tempio la macchina con cui il muro era stato abbattuto; la nave tiria sacra a Eracle, da lui presa durante l’attacco, pure fu dedicata a Eracle, e l’iscrizione apposta, o che fosse di Alessandro o di altri, non è degna di ricordo; perciò anch’io ho tralasciato di trascriverla. In questo modo fu presa Tiro sotto l’arcontato di Niceto ad Atene, nel mese di Ecatombeone [luglio del 332 a.C.]…» (Volume primo, pp. 197-223).

Libro V, 27, 1-7: la possibile spedizione contro Cartagine prospettata ad Alessandro Magno: «Ceno, figlio di Polemocrate, parlò così: “…da principio conduci un’altra spedizione, se lo vuoi, contro queste stesse genti indiane che abitano verso oriente, o, se preferisci, nell’Eusino, o magari contro Cartagine e le regioni della Libia oltre Cartagine…”» (Volume secondo, pp. 495-97).

Libro VII, 1, 2: secondo alcuni scrittori nei progetti di Alessandro Magno sarebbe rientrato la conquista della Libia e di Cartagine: «Taluni hanno scritto anche che Alessandro progettava di navigare intorno alla maggior parte dell’Arabia, della terra degli Etiopi, della Libia e del territorio dei Nomadi oltre il monte Atlante, fino a Gadira, dentro il nostro mare; così, dopo aver assoggettato la Libia e Cartagine a buon diritto sarebbe stato chiamato re di tutta l’Asia» (Volume secondo, p. 587).

Libro VII, 1, 2: secondo alcuni scrittori nei progetti di Alessandro Magno sarebbe rientrato la conquista della Libia e di Cartagine: «Taluni hanno scritto anche che Alessandro progettava di navigare intorno alla maggior parte dell’Arabia, della terra degli Etiopi, della Libia e del territorio dei Nomadi oltre il monte Atlante, fino a Gadira, dentro il nostro mare; così, dopo aver assoggettato la Libia e Cartagine a buon diritto sarebbe stato chiamato re di tutta l’Asia» (Volume secondo, p. 587).

Libro VII, 15, 4: ambasciatori cartaginesi inviati ad Alessandro Magno: «Mentre [Alessandro] tornava a Babilonia, lo incontrarono ambascerie dei Libî venute a felicitarsi e a incoronarlo come re dell’Asia; anche dall’Italia giunsero per gli stessi motivi delegazioni di Bruzzî, Lucani e Tirreni, Si dice che allora anche i Cartaginesi inviarono ambasciatori e arrivarono legati dagli Etiopi e dagli Sciti d’Europa, nonché Celti e Iberi a chiedere amicizia; allora per la prima volta Greci e Macedoni conobbero i nomi e gli abbigliamenti di costoro» (Volume secondo, pp. 629-31).

Libro VII, 19, 3-5: i Fenici uomini di mare ricercati: «A Babilonia, come dice Aristobulo, trovò anche la flotta, una parte (quella che era con Nearco) che dal mare Persico aveva risalito il fiume Eufrate, l’altra che era stata portata dalla Fenicia composta di due quinqueremi fenicie, tre quadriremi, dodici triremi, una trentina di navi a trenta rematori; queste, smontate, erano state trasportate dalla Fenicia all’Eufrate, alla città di Tapsaco, e una volta là rimontate, avevano navigato fino a Babilonia. Lo storico afferma che un’altra flotta fu fatta costruire da Alessandro, che fece tagliare i cipressi a Babilonia; nella regione degli Assiri c’era abbondanza di questi soli alberi, mentre essa era priva di tutto quanto serve alla costruzione di navi; come ciurme per le navi e gli altri servizi dalla Fenicia e dal resto della costa era giunta una folla di pescatori di porpora e di altri lavoratori del mare…Inoltre Miccalo di Clazomene fu mandato in Fenicia e in Siria con cinquecento talenti ad attirare con una paga e anche a comprare uomini di mare. Progettava infatti [Alessandro] di colonizzare la costa sul golfo Persico e le isole della zona, poiché gli pareva che quella regione sarebbe stata non meno prospera della Fenicia» (Volume secondo, pp. 641-43).

Libro VII, 22, 2-5: il diadema di Alessandro Magno e il marinaio fenicio: «…Mentre Alessandro navigava nelle paludi – si dice che egli stesso fosse al timone della trireme –, poiché un forte colpo di vento investì il suo cappello da sole e il diadema che c’era attaccato, il cappello in quanto più pesante cadde in acqua, il diadema invece, portato dalla folata, restò impigliato in una canna, una di quelle nate sul sepolcro degli antichi re. Anche ciò costituì un segno anticipatore di quanto stava per accadere, come il fatto che uno dei marinai, nuotando fino al diadema, dopo averlo tirato via dalla canna, non lo tenne con le mani, poiché a nuoto si sarebbe bagnato, ma, postoselo in testa, lo portò indietro che si salvasse la testa così. La maggior parte degli storici di Alessandro dice che egli donò un talento per il suo impegno, ma ordinò di mozzargli la testa, poiché gli interpreti avevano spiegato di non lasciare che si salvasse la testa che aveva cinto il diadema regale; Aristobulo, invece dice che egli ricevette il talento, ma prese anche delle sferzate per essersi messo in testa il diadema. Ancora Aristobulo dice che fu uno dei marinai fenici colui che portò il diadema ad Alessandro…» (Volume secondo, pp. 651-53).

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Angelo Michele Colonna – Agostino Mitelli, Particolare dell’affresco del “Trionfo di Alessandro Magno” (1634-1642). Firenze, Palazzo Pitti. Museo degli Argenti di Palazzo Pitti.

ΙΝΔΙΚΗ

Testo di riferimento: Lucio Flavio Arriano, L’India. Saggio introduttivo di Delfino Ambaglio. Introduzione, traduzione e note di Alessandra Oliva. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2000.

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XVIII, 1: i Fenici al seguito della spedizione di Alessandro Magno nell’Asia superiore: «Quando fu pronta la flotta sulle rive dell’Idaspe, Alessandro, raccogliendo tutti i Fenici, i Ciprioti o gli Egizî che avevano seguito la spedizione nell’Asia superiore, equipaggiò con loro le navi, scegliendo come marinai e come rematori quelli che erano esperti di navigazione» (p. 85).

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Fra le memorie fenicie e puniche dell’Anabasi di Arriano ha un posto di rilievo l’assedio di Tiro, condotto da Alessandro Magno dal febbraio al luglio-agosto del 322 a.C. (cf. fra gli altri, Manuel Martinez, La fine di Tiro, Mozia e Cartagine: dalla cronaca storica al topos, in E. Acquaro – D. Ferrari [edd.], Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture (= Biblioteca di Byrsa. Rivista semestrale di arte, cultura e archeologia del Mediterraneo punico, 5), Lugano 2008, pp. 55-68). Alcuni riferimenti sono volti esplicitamente a ingigantire le difficoltà incontrate e superate da Alessandro davanti a Tiro, come lo spessore inverosimile delle mura della città fenicia. Centrale è il sogno premonitore di Eracle, che in Arriano si rivolge ad Alessandro: Plutarco, Alessandro, 24, registra per il Macedone la stessa visione insieme ad una seconda che aveva come protagonista un Satiro. In queste premonizioni ancora Plutarco, nello stesso passo, ricorda che «a molti degli abitanti di Tiro sembrò in sogno che Apollo dicesse che egli si trasferiva da Alessandro perché non gli piaceva quanto capitava in città». Nelle due opere di Arriano sono messe in risalto la capacità e competenza marittima dei Fenici su cui da Isso in poi Alessandro Magno fece notevole conto, anche per le sue imprese in India. La memoria di Cartagine rimane sullo sfondo delle mai realizzate aspirazioni occidentali di Alessandro Magno, che si sarebbero poste come conclusione della conquista di quei mitici confini del mondo a cui si affacciò la stessa Tiro con il suo Eracle/Melqart (cf. Carlos G. Wagner, Tiro, Melkart, Gadir y la conquista simbólica de los confines del mundo, in R. Gonzalez Antón – F. López Pardo – V. Peña Romo [edd.], Los Fenicios y el Atlántico. IV Coloquio del CEFYP (Santa Cruz de Tenerife, 8-10 de noviembre 2004, Madrid 2008, pp. 11-29).

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Zenobio (117 – 138 d.C.) (E.A.)

Testo di riferimento: I proverbi greci. Le raccolte di Zenobio e Diogeniano. A cura di Emanuele Lelli. Rubbettino Editore, Soveria Mameli 2006.

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ΕΠΙΤΟΜΗ ΕΚ ΤΩΝ ΤΑΡΡΑΙΟΥ ΚΑΙ ΔΙΣΥΜΟΥ ΠΑΡΟΙΜΙΩΝ ΣΥΝΤΕΘΕΙΣΑ ΚΑΤΑ ΣΤΟΙΧΕΙΟΝ

Zenobio centuria IV, e le lettere fenicie: «45, Vittoria di Cadmo: di questo proverbio ci sono diverse interpretazioni. Alcuni lo impiegano per una vittoria inutile, per il fatto che Eteocle e Polinice dopo aver combattuto in duello perirono entrambi. Altri, per il fatto che i Tebani, vinti gli Argivi che facevano una spedizione al comando di Adrasto, vendicarono i loro padri. Altri per il fatto che Edipo capì l’enigma della sfinge e la vinse, ma ignaro sposò sua madre. Poi si accecò, e in questo modo la vittoria non gli tornò utile. Altri ancora, per il fatto che Cadmo, volendo che le lettere fenicie fossero trasmesse ai Greci, uccise Lino e colui che, mostrate le lettere, era stato cacciato dai cittadini. Certamente questo proverbio si dice di una vittoria che non torna utile a chi l’ha ottenuta» (pp. 165, 167).

Zenobio centuria V, e l’Eracle di Tiro: «48, Ecco un altro Eracle: Clearco spiegando il proverbio dice che un Briareo, chiamato Eracle, si recò a Delfi e preso uno dei tesori che erano lì consacrati secondo un uso antico, oltrepassò le cosiddette colonne d’Eracle e rimase a vivere tra gli abitanti del luogo. Passato del tempo, un Eracle abitante di Tiro giunse a Delfi per chiedere un responso all’oracolo: il dio lo chiamò “un altro Eracle”: e così si impose il proverbio» (p. 207).

Zenobio centuria V, e ancora l’Eracle di Tiro: «56, Una quaglia salvò il forte Eracle: questo proverbio non si trova in nessuno degli antichi. Si dice per coloro che sono salvati da quelli in cui non immaginerebbero. Dice Eudosso che Eracle di Tiro fu ucciso da Tifone; Iolao, dopo aver tentato con ogni mezzo di far risorgere Eracle, immolò una quaglia, che a Eracle piaceva moltissimo; allora dalle ceneri Eracle tornò a vivere» (p. 209).

Zenobio centuria V, il riso sardonico: «56, il riso sardonico. Eschilo, nei libri Sui proverbi riguardo a questa espressione afferma: “Gli abitanti della Sardegna, che erano coloni venuti da Cartagine, sacrificavano a Crono chi avesse compiuto i settant’anni: e questi ridevano e si abbracciavano l’un l’altro; infatti consideravano vergognoso piangere e lamentarsi. Dunque è chiamato sardonico il riso simulato”. Timeo dice che i Sardi, posti i genitori presso le fosse in cui dovevano essere gettati, li ferivano con le frecce e li gettavano giù. E quelli, morendo, ridevano per l’ingiustizia compiuta dai figli ed erano convinti di morire in modo sereno. Alcuni spiegano il proverbio dall’isola della Sardegna. Infatti qui cresce una pianta, e coloro che se ne cibano muoiono in seguito a convulsioni e riso. Altri dicono che viene chiamato sardonico il riso dovuto alla finzione, poiché in questo caso si spalancano i denti. Simonide dice che Talos prima dell’arrivo a Creta abitava in Sardegna, e lì uccideva molti degli abitanti, i quali ridevano morendo: da qui il “riso sardonico”. Riguardo Talos si narra questa storia: dicono che questo fosse della razza di bronzo: fu assegnato da Efeso a Minosse per la difesa dell’isola di Creta. Aveva una sola vena, che si estendeva dal collo fino ai piedi; un chiodo di bronzo fissava la vena sulla pelle. Talos custodiva l’isola percorrendola tre volte ogni giorno. Perciò quando verso Creta navigò la nave Argo guidata da Giasone, che tornava indietro dalla terra dei Colchi, Talos impedì alla nave di approdare. Ingannato da Medea, fu ucciso, come dicono alcuni, dai suoi veleni, che lo resero folle; secondo altri, Medea lo ingannò promettendogli che l’avrebbe reso immortale: così estrasse il chiodo e lo fece morire dissanguato. Alcuni dicono che morì colpito da Peante con le frecce ad un piede» (pp. 219, 221).

San Sperate (CA), Maschera “ghignante”, VI- V secolo a.C.
San Sperate (CA), Maschera “ghignante”, VI- V secolo a.C.

La raccolta di Zenobio contiene, oltre la memoria fenicia sull’introduzione dell’alfabeto in Grecia, altre due non sempre note al grande pubblico: una digressione sull’Ercole tirio (cf. Corinne Bonnet, Melqart. Cultes et mythes de l’Héraclès tyrien en Méditerranée (= Bibliothèque de la Faculté de Philosophie et Lettres de Namur, 69; Studia Phoenicia, 8), Namur 1988) ed un’altra sul riso sardonico, con i suoi possibili legami con il mlk, il “passaggio per il fuoco” cartaginese, su cui si è molto disquisito, dalla seconda metà dell’Ottocento (cf. Giovanni Spano, Sul volgare adagio Ghelos sardonios: il riso sardonico, in Bullettino archeologico sardo, ossia raccolta dei monumenti antichi in ogni genere di tutta l’isola di Sardegna VI Appendice [1860], pp. 189-97) sino ai nostri giorni (cf. Giuseppe Broccia, Riso sardanio e riso sardonio da Omero a Nonno. Una storia di destini incrociati, in Annali della Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Macerata 34 [2001], pp. 9-54; Sergio Ribichini, Il riso sardonico. Storia di un proverbio antico, Sassari 2003).

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Lucio Anneo Floro (prima metà del II secolo d.C.) (E.A.)

Epitomae de Tito Livio: Bellorum omnium annorum DCC Libri II

Testi di riferimento: Le Storie di G. Velleio Patercolo. A cura di Leopoldo Agnes; Epitomi e frammenti di L. Anneo Floro. A cura di Jolanda Giacone Deangeli, Unione Tipograficco-Editrice Torinese, Torino 1969; Lucius Annaeus Florus, Epitome of Roman History. With an English Translation by Edward Seymour Forster (= The Loeb Classical Library, 231). Haevard University Press, Cambridge 1984.

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II, XVIII: Prima guerra punica: 264-241 a.C.: «Vinta e sottomessa L’Italia, il popolo romano, all’età di circa cinquecento anni, avendo raggiunto veramente il culmine della sua giovinezza, incominciò senza dubbio ad essere robisto e giovana, se mai si può parlare di forza e di gioventù, quindi capace di misurarsi con il mondo intero. Così – fatto mirabile e incredibile a dirsi – dopo aver lottato in patria per circa cinquecento anni – tanta difficile era stato dare una capitale all’Italia – nei duecento anni successivi riuscì a percorrere l’Africa, l’Etiopia, l’Asia, infine tutta la terra con le sue guerre e con le sue vittorie. Pertanto, vincitore dell’Italia, il popolo romano essendo giunto fino allo stretto, si soffermò per qualche tempo a guisa di un fuoco che, dopo aver devastato con l’incendio le selve incontrate sul suo cammino, è interrotto da un corso d’acqua che gli taglia la strada. Ma poi, vedendo nelle vicinanze una ricchissima preda [la Sicilia], in certo qual modo portata via e quasi strappata alla sua Italia, tanto arse dal desiderio di averla che, non potendo unirla alla penisola con una diga né con un ponte, gli parve di dover congiungerla con le armi e con la guerra e renderla al suo continente, Ed ecco che il fato stesso spontaneamente gli aprì la via e gli venne offerta l’occasione quando la città sicula di Messina, federata dei Romani, ebbe a lamentarsi della prepotenza dei Punici. Sia questi che i Romani bramavano la Sicilia e nello stesso tempo ambedue con pari desiderio e forza aspiravano all’impero del mondo. Dunque, sotto il pretesto di aiutare gli alleati, in realtà attratto dalla preda, sebbene un po’ lo atterrisse la novità della cosa, tuttavia – tanta fiducia aveva nella propria virtù – quel rude popolo di pastori, popolo unicamente di terra ferma, mostrò che non c’è differenza per uomini di valore se si debba combattere a cavallo o con le navi, per terra o per mare. Sotto il consolato di Appio Claudio [Caudice, 264 a.C.] per la prima volta entrò nello stretto tristemente famoso per i suoi mostri leggendari e sconvolto dal continuo mareggiare, ma fu così lontano dallo spaventarsi che anzi accolse come un dono anche la violenza dell’impetuoso flutto, poiché se ne giovava la velocità delle navi sul mare e sùbito, senza indugio, vinse Gerone di Siracusa con tanta prontezza che egli stesso dovette confessare di essere stato vinto prima di aver visto il nemico. Sotto il Consolato di [Gaio] Duilio e di Cornelio [Gneo Cornelio Scipione Asina, 260 a.C. ] osò anche attaccare per mare; e pure allora la velocità stessa della flotta che era stata allestita fu auspicio di vittoria. Infatti entro sessanta giorni da che la selva era stata tagliata, stette sulle ancore una flotta di centosessanta navi [secondo Polibio, I, 20, 100 quinquiremi e 20 triremi]. Tanto che pareva non fossero state costruite dalla mano dell’uomo ma trasformate da piante e mutate in navi per un dono divino. Anche il modo del combattimento fu mirabile, poiché queste navi pesanti e lente afferravano quelle leggere e veloci dei nemici. Né essi poterono usare arti nautiche, ritirare i remi e schivare con la fuga i rostri. Infatti furono gettate sulle navi nemiche mani di ferro e solide macchine, che gli avversari avevano molto deriso prima del combattimento ed essi furono costretti a combattere come sulla terra ferma. Così vincitore presso le isole Lipari [presso l’isola in realtà fu sconfitto, ma vinse a Milazzo nel 260 a.C.], il popolo Romano, affondate o messe in fuga le navi dei nemici, riportò il primo famoso trionfo marittimo. E quale non fu la gioia, dal momento che il comandante Duilio, non contento del trionfo di un giorno, comandò che per tutta la vita, quando tornava da cena lo precedessero le luci delle fiaccole e il suono dei flauti, come se egli ogni giorno trionfasse! Al confronto di una sì grande vittoria apparve lieve il danno di questo combattimento [presso le isole Lipari], cioè il fatto che l’altro console Cornelio Asina cadde vittima di una imboscata: infatti egli invitato ad un finto colloquio e così soppresso, fornì una prova della Punica perfidia [cf. Polieno, VI, 16]. Sotto il dittatore [Aulo Attilio] Colatino [in realtà sotto il suoi due consolati, 258, 254 a.C.], i Romani cacciarono quasi tutte le guarnigioni dei Punici da Agrigento, Trapani, Palermo, Erice, Lilibeo. Solo una volta [nel 258 a.C.] si trepidò presso il bosco di Camerina. Ma per il gran valore di Calpurnio Fiamma, tribuno dei soldati, ci salvammo. Egli occupò con un manipolo scelto di trecento uomini un’altura tenuta dai nemici e ritardò i loro movimenti, finché tutto l’esercito si fu messo in salvo. In tal modo con uno splendido successo eguagliò la fama delle Termopoli e di Leonida, rendendosi tanto più famoso perché sopravvisse ad una così importante spedizione senza scrivere niente col suo sangue. Sotto il consolato di Lucio Cornelio Scipione [259 a.C.], essendo ormai la Sicilia una provincia suburbana del popolo Romano, poiché la guerra serpeggiava più in là, i Romani passarono in Sardegna e nell’annessa Corsica. Nella prima con la distruzione di Olbia, nella seconda con quella di Aleria atterrirono gli abitanti e cacciarono i Punici da ogni terra e da ogni mare tanto che alla vittoria mancava ormai nient’altro che l’Africa. Sotto il comando di Marco Atilio Regolo, già la guerra si dirigeva verso l’Africa, Né mancava chi veniva meno per il terrore al solo nome del mare Punico, anzi aumentava ancora la paura l’episodio del tribuno Nauzio a cui il comandante, minacciandolo con la scure impugnata, se non avesse ubbidito, ispirò il coraggio di navigare, incutendogli il timore della morte. Sùbito quindi i Romani si affrettarono a forza di remi e spinti dai venti; e tanto spavento generò nei Punici l’arrivo dei nemici che quasi fu presa Cartagine a porte aperte. La guerra cominciò con la presa della città di Clipea, la prima che appare dalla costa Punica come una rocca e un punto di vedetta. Questa e più di trecento città fortificate furono devastate. E si combatté non solo con gli uomini, ma anche con il mostri, poiché un serpente di smisurata grandezza, come se fosse nato per vendicare l’Africa, devastò gli accampamenti posti presso Bagrada [Valerio Massimo, I, I, 8 Ext., 19]. Ma Regolo, vincitore di tutti, avendo spar so ampiamente all’intorno il terrore del suo nome e avendo ucciso o presi prigionieri molti giovani con i loro stessi comandanti, mandò innanzi a Roma, la flotta carica di una gran quantità di preda e del bottino del trionfo. E già stringeva d’assedio la stessa capitale della guerra, Cartagine, e stava proprio vicino alle porte. In questo momento la buona sorte abbandonò per un poco i nostri, tanto perché vi fossero più prove del valore romano, la cui grandezza appare sempre nelle calamità. Infatti, voltisi i nemici agli aiuti esterni, avendo Sparta mandato loro il famoso comandante Santippo, ecco che noi siamo vinti da quest’uomo espertissimo di cose militari – brutta fu la disfatta e tale che i Romani ancora non ne avevano avuta una simile -: il loro valorosissimo comandante cadde vivo nelle mani dei nemici. Ma egli fu all’altezza di una sì gran sventura; infatti non fu piegato né dalla prigionia Punica né dall’ambasceria che gli affidarono. Poiché consigliò ai suoi di fare proprio il contrario di ciò che il nemico gli aveva raccomandato di ingiungere, cioè esortò a non fare la pace e a non accettare lo scambio dei prigionieri. La sua grandezza poi non è abbassata da quel volontario ritorno presso i nemici né da quell’ultimo supplizio vuoi del carcere vuoi della croce, anzi per tutte queste cose è maggiormente degno di ammirazione. Che alto fu se non vincitore dei vincitori e anche poiché Cartagine non era caduta, trionfatore della sorte? Il popolo romano tuttavia fu molto più animato e intento alla vendetta di Regolo che alla vittoria. Infatti sotto il consolato di L. Cecilio Metello [251 a.C.], mentre i Punici levavano alto il capo e la guerra era tornata in Sicilia, inflisse presso Palermo una tale sconfitta ai nemici che essi non posero più neppure mente a questa isola. Prova dell’importanza della vittoria il fatto che circa cento elefanti furono catturati, preda che sarebbe stata grande anche se tutti quegli animali fossero stati presi in una partita di caccia, non in guerra. Durante il suo consolato Appio [Publio non Appio] Claudio [Pulcro, 249 a.C.] fu vinto non dai nemici, ma dagli stessi dèi, di cui aveva disprezzato gli auspici. Infatti la sua flotta fu affondata proprio dove egli aveva comandato fossero gettati i polli che gli vietavano di combattere. Nel suo consolato [Numerio] Marco Fabio Buteone [247 a.C.] sconfisse sul mare Africano presso Egimuro [isola a 3 miglia da Cartagine] la flotta nemica che già spiegava le vele verso l’Italia. Qual grande trionfo allora andò perduto per una tempesta, quando la flotta carica di preda, spinta dai venti contrari, riempì dei resti del suo naufragio l’Africa e le Sirti e i lidi di tutte le isole che stanno in mezzo! Grande rovina, ma non senza una certa dignità del popolo principe, il fatto che la tempesta gli avesse portato via i frutti della vittoria e tutto ciò che doveva costituire il trionfo fosse perito in un naufragio. E tuttavia, mentre le prede tolte ai Punici fluttuavano su tutti i promontori e le isole, il popolo Romano trionfò anche in questo modo. Sotto il consolato di [Gaio] Lutazio Catulo [242 a.C.]infine fu conclusa la guerra presso le isole chiamate Egadi, né ci fu mai altre volte sul mare una battaglia più grande, poiché si trovava innanzi a noi una flotta di nemici carica di vettovaglie, di soldati, di macchine da guerra, di armi e su di essa c’era quasi tutta Cartagine. Proprio questo fu la sua rovina. La flotta romana pronta. Leggera, spedita e in certo qual modo simile ad una armata di terra, come in una battaglia equestre era guidata dai remi, quasi fossero briglie e i rostri, mobili a questo o quel colpo, offrivano l’aspetto di cavalli vivi. Così le navi dei nemici, dilaniate, in breve tempo, coprirono con i rest del loro naufragio tutto il mare tra la Sicilia e la Sardegna. Insomma quella vittoria fu così grande che non si discusse neppure di distruggere le mura dei nemici. Sembrò superfluo incrudelire contro la roca e le mura, quando già sul mare era stata distrutta Cartagine» (Deangeli, pp. 399-407).

Riproduzione della colonna rostrata eretta nel Foro Romano durante il trionfo di Gaio Duilio. Roma, Museo della civiltà romana.
Riproduzione della colonna rostrata eretta nel Foro Romano durante il trionfo di Gaio Duilio. Roma, Museo della civiltà romana.

II, XXII: Seconda guerra punica: 218-202 a.C.: «Dopo la prima guerra punica ci fu appena un quadriennio di tranquillità: ed ecco un’altra guerra, di minor durata invero – infatti non comprende più di diciott’anni – ma tanto più terribile per l’atrocità delle stragi, che, se si paragonassero i danni dei due popoli, sarebbe più simile a un vinto il popolo vincitore. Bruciava a quel famoso popolo l’aver perso il dominio del mare e delle isole, il dover versare i tributi che era solito riscuotere. Quindi Annibale ancora fanciullo aveva giurato al padre sull’altare la vendetta e non perdeva tempo. Perciò fu scelta come causa della guerra Sagunto, antica e ricca città della Spagna, grande, ma triste ricordo della sua fedeltà verso i Romani. Annibale, mentre per comune accordo la città era stata dichiarata indipendente, cercando cause di nuove lotte, la distrusse con le proprie mani e con quelle dei suoi abitanti per aprirsi la via verso l’Italia, dopo la violazione dei patti. I Romani mantengono la più scrupolosa osservanza dei trattati, quindi nel ricevere la notizia dell’assedio della città alleata. Memori del patto fatto anche con i Punici, non corsero subito alle armi, ma preferirono lamentarsi prima in modo legittimo. I Saguntini, frattanto, già da nove mesi stretti dalla fame, dalle macchine, dal ferro, voltasi infine in rabbia la fede, costruiscono nella piazza un immenso rogo, quindi buttandovisi con i loro e con tutte le loro ricchezze muoiono di ferro e di fuoco. Annibale viene accusato quale responsabile di questa grave sventura. Mentre i Cartaginesi tergiversano, il capo della legazione, [Quinto] Fabio esclama: “Che indugio è questo? Qui nel lembo della mia toga io porto pace e guerra: quale scegliete?” e siccome tutti gridavano “Guerra!” aggiunge “E abbiatevi dunque la guerra!” e, scosso alla curia il grembo della toga non senza orrore dei presenti, lo lasciò ricadere come se proprio in quel lembo portasse la guerra. La fine della guerra fu simile all’inizio. Infatti come se le ultime imprecazioni dei Saguntini avessero richiesto per loro questi funebri doni in quel pubblico suicidio e incendio, così i loro Mani ottennero vendetta con la devastazione dell’Italia, la presa dell’Africa, la morte di quei comandanti e di quei re che avevano fatta questa guerra. Quindi appena nella Spagna si mosse quella grave e luttuosa forza e tempesta della guerra punica e forgiò nel fuoco saguntino il fulmine già da lungo tempo destinato ai Romani, sùbito, trascinata come da un impeto, infranse la barriera delle alpi e da quelle nevi di favolosa altezza scese in Italia, come se cadesse dal cielo. Al suo primo assalto l’uragano scoppiò sùbito tra il Po e il Ticino con terribile fragore, Poi l’esercito, sotto il comando di [P. Publio Cornelio] Scipione, fu sconfitto: lo stesso comandante ferito, sarebbe caduto nelle mani dei nemici, se il figlio, ancor vestito della toga pretesta [non aveva ancora 17 anni], non lo avesse protetto, strappandolo alla morte. Egli sarebbe divenuto il famoso Scipione, cresciuto per la rovina dell’Africa, destinato ad avere il soprannome dai mali di quella regione. Al Ticino seguì la Trebbia. Qui si abbatté la seconda tempesta della guerra punica sotto il console [Tiberio] Sempronio [Longo, 218 a.C.]. Allora quegli scaltrissimi nemici scelto un giorno freddo e nevoso, dopo essersi riscaldati con il fuoco e con l’olio – terribile a dirsi! – ci vinsero con il nostro inverno, essi venuti dai paesi del sole. Il lago Trasimeno vide piombare il terzo fulmine di Annibale, mentre era comandante [Gaio] Flaminio [Nepote, 217 a.C.]. Qui ci fu un nuovo artificio della frode punica: poiché i cavalieri punici, coperti dalla nebbia del lago e dalle canne palustri, attaccarono improvvisamente alle spalle i nostri soldati mentre combattevano. Né ci possiamo lamentare degli dèi. Al temerario comandante avevano predetto l’imminente strage gli sciami posatisi sulle insegne, le aquile che non si lasciavano togliere dal suolo e un grande terremoto manifestatosi appena attaccata battaglia; se non produssero quel terribile scuotimento del suolo le evoluzioni dei cavalieri e dei fanti e il troppo agitar delle armi- La quarta cioè all’incirca l’ultima ferita dell’impero fu Canne [216 a.C.], sconosciuto villaggio della Puglia: ma divenne famoso per la grandezza delle sconfitte e si acquistò rinomanza per la distruzione ivi compiuta di sessantamila Romani. Qui si accordarono per la rovina dell’infelice esercito il comandante, la terra, il cielo, il tempo, insomma la natura tutta. Infatti Annibale non contento di aver inviato finti disertori che sùbito avevano colpito alla schiena i combattenti, mostratosi comandante scaltro anche in campo aperto, osservata la natura del luogo, poiché ivi il sole è fortissimo e c’è molta polvere ed Euro soffia sempre da Oriente quasi ad intervalli stabiliti, schierò il suo esercito in modo che, mentre i Romani erano esposti a tutte queste intemperie, egli poté combattere insieme con il vento, la polvere, il sole, tenendosi cioè favorevoli gli elementi. Così due grandissimi eserciti furono distrutti fino a che i nemici furono sazi, finché Annibale disse ai suoi soldati: “Riponete le spade”. Dei due consoli l’uno trovò scampo [Gaio Terenzio Varrone], l’altro [Lucio Emilio Paolo] fu ucciso. È dubbio quale dei due agisse con maggior coraggio: Paolo ebbe vergogna, Varrone non disperò. Testimonianze della strage sono il fiume Ofanto insanguinato per lungo tempo, un ponte fatto con i cadaveri sul torrente Vergello per ordine del comandante [Annibale], due moggia di anelli mandati a Cartagine ad indicare così, con una misura, le perdite subite dai nostri nell’ordine equestre. Non sarà dubbio quindi che quello sarebbe stato l’ultimo giorno per Roma e che entro cinque giorni Annibale avrebbe banchettato in Campidoglio, se, come dicono si esprimesse il famoso Punico Maarbale figlio di Bomilcare, Annibale avesse saputo sfruttare la vittoria così come aveva saputo vincere. Ma allora come si suol dire, o il fato della città destinata a comandare o il suo cattivo genio e gli dèi nemici a Cartagine volsero Annibale ad altre cose. Mentre avrebbe potuto usufruire della vittoria, preferì goderne e, lasciata Roma, volgersi alla Campania e a Taranto; dove egli stesso e il suo esercito persero il loro ardore, tanto che in verità si disse per Annibale Capua esser stata Canne. Poiché non vinto dalle Alpi, non domato dalle armi, si lasciò soggiogare – chi l’avrebbe mai creduto? – dal sole della Campania e dalle tiepide fonti di Baia. Frattanto i Romani cominciavano a respirare e quasi a risalire dagli inferi. Non c’erano armi: furono tolte ai templi. Mancava la gioventù: gli schiavi furono affrancati e arruolati. L’erario era povero: il senato spontaneamente offerse le sue ricchezze e nessuno si tenne l’oro se non quello delle bolle e gli anelli, non più di uno per ciascuno. I cavalieri seguirono il loro esempio e le tribù imitarono i cavalieri. In fine appena bastarono i registri, appena le mani degli scrivani, sotto il consolato [210 a.C.] di [Marco Valerio] Levino e di [Marco Claudio] Marcello, quando le ricchezze dei privati furono offerte al pubblico tesoro. E che più? Quale la saggezza delle centurie quando, nel creare i magistrati, i giovani chiesero consiglio agli anziani per l’elezione dei consoli! Perché contro un nemico tante volte vincitore e così scaltro bisognava combattere non solo con il valore, ma anche con il senno. La prima speranza dell’impero che ritornava in sé e, per così dire, rinasceva fu Fabio, il quale trovò un nuovo sistema per vincere Annibale: non combattere. Quindi gli fu dato un soprannome nuovo e salutare per la repubblica, il Temporeggiatore; e anche dal popolo gli derivò quello per cui era chiamato lo scudo dell’impero. E così per tutto il Sannio, i territori di Falerno e del monte Gauro macerò Annibale tanto che egli, non avendo potuto essere vinto dal valore, veniva indebolito dall’indugio. Quindi sotto la guida di Claudio Marcello i Romani osarono anche attaccare l’esercito cartaginese: lo accostarono e vinsero nella sua Campania e lo allontanarono dall’assedio delle città di Nola. Osarono poi sotto il comando di Sempronio Gracco inseguirlo per la Lucania e incalzarlo alle spalle mentre fuggiva, sebbene allora – o vergogna! – combattessero con un esercito di schiavi: infatti fino a questo punto li avevano condotti tante sventure. Ma quelli, ricevuta in dono la libertà, salvarono dalla schiavitù i Romani. O strana fiducia in tante avversità! Anzi, o singolare animo e spirito del popolo romano! In momenti così difficili e dolorosi che esso poteva dubitare della sua Italia, osò tuttavia guardare fuori dei suoi confini, e mentre il nemico vinto correva all’impazzata per la Campania e la Puglia e faceva del centro d’Italia una seconda Africa, nello stesso tempo riusciva a sostenerlo e mandava armi in Sicilia, Sardegna, Spagna, luoghi sparsi in diversi punti del mondo. La Sicilia fu affidata a Marcello e non gli resistette a lungo: infatti tutta l’Italia fu vinta in una sola città. La sua grande e invitta capitale, Siracusa, sebbene difesa dall’ingegno di Archimede, finì per cadere [212 a.C.]. Non le bastarono il triplice muro e altrettante rocche, il famoso porto marmoreo e la celebrata fonte di Aretusa; o almeno le giovarono solo fino al punto di far risparmiare le bellezze della città vinta, Gracco s’impadronì della Sardegna. Non le giovarono la ferocia delle sue genti né l’immanità dei monto Insani – infatti così sono chiamati –. Si incrudelì contro la città e capitale Cagliari per domare quella gente, testarda e indifferente alla morte, almeno con il rimorso di veder distrutto il patrio suolo. Gneo e Publio Scipione, mandati in Spagna, l’avevano strappata quasi tutta ai Cartaginesi, ma sopraffatti dalle insidie della punica frode, di nuovo l’avevano persa, tuttavia dopo aver colpito in grandi combattimenti la potenza punica. Ma le insidie puniche avevano ucciso l’uno con le armi mentre tracciava il campo, l’altro era riuscito a fuggire su di una torre, circondandolo di fuoco. Così per vendicare il padre e lo zio fu mandato con l’esercito [Publio Cornelio] Scipione [l’Africano], al quale i fati avevano già decretato l’importante soprannome derivato dall’Africa. Ed egli riconquistò quella Spagna guerriera, famosa per armi e uomini, dove spuntavano continuamente eserciti nemici, dove era stato allevato Annibale – incredibile a dirsi! – tutta quanta dai Pirenei alle Colonne d’Ercole e all’Oceano, non si potrebbe dire se più velocemente o felicemente. Quanto velocemente lo dimostrano i quattro anni, quanto facilmente anche una sola città lo prova. Infatti nel medesimo giorno in cui fu assediata fu presa, e presagio della vittoria africana fu il fatto che tanto facilmente fu vinta Cartagine di Spagna. Certo è tuttavia che a sconfiggere la provincia molto giovò la singolare santità del comandante, il quale restituì ai barbari i fanciulli e le fanciulle di esimia bellezza che erano stati fatti prigionieri e non volle neanche che gli fossero condotti innanzi per non sembrare di aver sfiorato anche con un solo sguardo la loro verginale purezza. Questo fece il popolo romano nei diversi paesi: tuttavia non gli riusciva di allontanare Annibale quasi attaccato alle viscere d’Italia. Molte città erano passate al nemico e quel fierissimo comandante si serviva anche delle forze italiche contro i Romani. Tuttavia lo avevano allontanato già da parecchie città e regioni, già Taranto era ritornata a noi [nel 209 a.C.], già tenevamo anche Capua [211 a.C.], quartiere e casa e seconda patria di Annibale, la cui perdita arrecò tanto dolore al comandante punico, che di lì si volse a Roma con tutte le sue forze. O popolo degno dell’impero del mondo, degno del favore di tutti e dell’ammirazione degli uomini e degli dèi! Spinto fino agli ultimi terrori non desistette dall’impresa e, ansioso per la sua città, non trascurò tuttavia Capua; ma, lasciata parte dell’esercito sotto il console Appio [Claudio Pulcro], parte avendo seguito [Quinto Fulvio] Flacco in città, combatteva sia di presenza sia di lontano. Perché dunque ci meravigliamo che mentre Annibale muoveva gli accampamenti dal terzo miglio gli stessi dèi – dico gli stessi dèi né mi vergogno di dichiararlo – si siano opposti una seconda volta? Una così violenta pioggia infatti si sparse ad ogni suo movimento, un vento così violento si levò che sembrava il nemico fosse allontanato per volere divino non dal cielo, ma dalle mura della città stessa e del Campidoglio. Fuggì pertanto, si ritirò e si nascose nell’ultima insenatura d’Italia, dopo aver lasciato la città di Roma. dinanzi a cui aveva trascurato di prostrarsi. C’è una cosa breve a dirsi, ma abbastanza efficace per dimostrare la grandezza del popolo romano: proprio nei giorni in cui Roma era assediata un podere in cui Annibale s’era accampato fu posto in vendita in città e, messo all’asta, trovò un compratore. Annibale volle a sua volta sperimentare se nei suoi uomini c’era uguale fiducia e pose all’asta le botteghe dei banchieri di Roma, ma non trovò neppure un compratore. Ciò perché si sappia che ci furono anche i presagi di quello che sarebbe successo. Ma nonostante tanta virtù. Tanto favore degli dèi niente era stato compiuto, se invero giungeva dalla Spagna Asdrubale fratello di Annibale con un nuovo esercito, con nuove forze, con un nuovo apparato di guerra. Per noi era tutto finito senza dubbio, se quel forte guerriero fosse riuscito a congiungersi con il fratello. Ma anch’egli appena sceso dalle Alpi, fu sconfitto da Claudio Nerone e Livio Salinatore, presso il Metauro [207 a.C.] mentre si accingeva a porre il campo. Nerone era nell’ultimo angolo d’Italia [presso Metaponto] a trattenere Annibale, Livio aveva volto le insegne in una parte del tutto opposta, proprio alle gole ove incominciava l’Italia [al Metauro]. Con tanto spazio infrapposto per tutta la lunghezza d’Italia, è difficile a dirsi con qual disegno, con quale velocità i consoli riuscirono a congiungere i loro accampamenti e ad abbattere il nemico, attaccando combattimento mentre quello non se l’aspettava: e Annibale non se ne accorse. Certo Annibale comprese tutto, quando vide il capo del fratello gettato nel suo accampamento. Esclamò allora: “Riconosco la rovina di Cartagine!” e fu questa la prima ammissione di quell’uomo, non senza presagio dell’imminente fato. Era ormai certo che Annibale, anche per sua confessione, poteva essere vinto: ma, pieno della fiducia proveniente da tanti felici esiti, il popolo romano stimava molto importante debellare quel terribile nemico nella sua Africa. Dunque, sotto il comando di Scipione, si volse con tutto il suo apparato bellico proprio verso l’Africa e prese ad imitare Annibale e a vendicare in Africa le sconfitte ricevute in Italia. O buoni dèi, quali milizie d’Asdrubale esso sconfisse, quali truppe di cavalleria del re di Numida Siface. Quali e quanto grandi accampamenti dell’uno e dell’altro distrusse in una sola notte, appiccandovi il fuoco con le fiaccole. E ormai non muoveva più dal terzo miglio, ma scuoteva assediandole le stesse porte di Cartagine. Così accadde che il popolo romano riuscì ad allontanare dall’Italia Annibale, che vi stava saldamente attaccato. Non vi fu in tutta la storia di Roma un giorno più importante di quello in cui i due comandanti più grandi di tutti quelli che vi furono prima e dopo di loro, uno vincitore d’Italia, l’altro della Spagna, mosse l’un contro l’altro le insegne, si trovarono di fronte. Tuttavia fra di loro ci fu anche un colloquio per addivenire a condizioni di pace e stettero a lungo presi da vicendevole ammirazione. Ma poiché essi non si accordarono per la pace, suonarono le trombe di guerra. Si sa per loro stessa dichiarazione che non si sarebbe potuto meglio schierare l’esercito, né combattere con maggior valore: ciò disse Scipione dell’esercito di Annibale e Annibale dell’esercito di Scipione. Tuttavia Annibale fu vinto [a Zama, 202 a.C.] e il premio della vittoria fu l’Africa e tosto il mondo intero seguì la sorte dell’Africa» (Deangeli, pp. 413-27).

Il lago Trasimeno: a Tuoro del Trasimeno fu combattuta il 21 giugno del 217 a.C. una delle più importanti battaglie della seconda guerra punica.
Il lago Trasimeno: a Tuoro del Trasimeno fu combattuta il 21 giugno del 217 a.C. una delle più importanti battaglie della seconda guerra punica.

XXIII, 1-4. Prima guerra macedonica: 214.-205 a.C.: «Dopo la caduta di Cartagine, nessuno si vergognò di essere vinto…La cosa cominciò col trattato per mezzo del quale Filippo [V] già precedentemente si era unito in alleanza con Annibale, che allora dominava l’Italia…» (Deangeli, p. 429).

XXIV, 5-12. Guerra di Siria contro il re Antioco: 194-183 a.C.: «Spinsero il re [Antioco III] a questa guerra…Annibale che, vinto in Africa, profugo e intollerante della pace, cercava in tutto il mondo un nemico per il popolo romano…La flotta regia, affidata a Polissenida e ad Annibale – infatti il re non poteva neanche sopportare la vista di un combattimento – fu tutta distrutta dal nostro comandante Emilio Regillo, aiutato dalla flotta dei Rodiesi [battaglia dell’Eurimedonte, 190 a.C.]» (Deangeli, pp. 433-35).

XXXI: Terza guerra punica: 149 – 146 a.C..: «La terza guerra combattuta contro l’Africa durò poco (infatti fu conclusa in un quadriennio) e, al confronto delle precedenti costò poca fatica (infatti non si combatté tanto con gli eserciti quanto con la stessa città); ma certo fu importantissima per la sua conclusione, poiché finalmente Cartagine fu distrutta. D’altra parte se si vogliono considerare i momenti di queste tre guerre puniche, nel primo fu attaccata guerra, nel secondo si combatté, nel terzo poi si pose fine alla lotta. Ma la causa di questa guerra fu che i Punici prepararono sì una flotta e un esercito per combattere i Numidi, tuttavia contro le regole del patto. In verità Masinissa faceva di continuo irruzione nei territori punici, portandovi lo spavento; ma a Roma si era favorevoli a lui come a un re buono e alleato. Essendovi in senato una seduta sulla guerra, si trattò della sua fine. Catone con odio implacabile diceva che Cartagine doveva essere distrutta, anche quando si discuteva di qualcos’altro. [Publio Cornelio] Scipione Nasica pensava che si dovesse lasciarla sussistere perché, tolto il timore della città emula la felicità non incominciasse a diventar lussuria. Il senato scelse una via di mezzo: Cartagine doveva soltanto cambiar luogo. Niente infatti sembrava preferibile all’esistenza di una Cartagine che non fosse da temere. Così sotto i consoli [Manio] Manilio [Nepote] e [Lucio Marcio] Censorino [149 a.C.], il popolo romano attaccò Cartagine e, dopo averle lasciato sperare la pace, fece ardere la flotta, spontaneamente consegnata, proprio sotto lo sguardo dei Cartaginesi. Poi, chiamati i principali cittadini, comandò loro di uscire dai territori dello stato, se volevano essere salvi. Questo fatto per la sua atrocità suscitò l’ira dei cittadini che essi preferirono l’estrema sorte. Dunque si fece subito una pubblica deplorazione e all’unanimità si gridò: “Alle armi!”. Prevalse il parere di combattere nuovamente in qualsiasi modo, non perché ormai rimanesse una qualche speranza, ma perché i Cartaginesi preferivano che la loro patria fosse distrutta dalle mani dei nemici piuttosto che dalle proprie. Quale sia stato il furore dei ribelli si può intendere anche da questo fatto, che essi tagliarono i tetti delle case per farne nuove navi: negli arsenali furono lavorati l’oro e l’argento al posto del bronzo e del ferro: le matrone portarono i loro capelli per le corde delle macchine da guerra. Quindi sotto il console [C. Ostilio] Mancino [luogotenente di Lucio Calpurnio Pisone Censorino, console nel 148 a.C. con Spurio Postumio Albino Magno], per terra e per mare ferveva l’assedio. I porti furono chiusi: il primo, il secondo e poi il terzo muro furono spogliati di difensori, mentre tuttavia resisteva ancora Byrsa (così si chiamava la rocca) quasi fosse una seconda città. Sebbene l’eccidio della città fosse ormai quasi attuato, tuttavia il nome degli Scipioni appariva necessario alla distruzione dell’Africa. Quindi la repubblica, rivoltasi ad un altro Scipione, reclamava la fine della guerra. Questi [Scipione Emiliano, Publio Cornelio], figlio di [Lucio Emilio] Paolo Macedonico, era stato adottato dal figlio del famoso Africano Maggiore proprio con questo destino, che il nipote distruggesse la città già scossa dall’avo. Ma come sogliono essere massimamente mortali i morsi delle fiere morenti, così ci fu più da fare quando Cartagine era semidistrutta che quando era intatta. Respinti i nemici in una sola rocca, i Romani avevano chiuso il porto anche dalla parte del mare. I Cartaginesi si costruirono un altro porto da un’altra parte della città e non per fuggire: ma per quel passaggio donde nessuno pensava che essi potessero neppure evadere, d’un subito balzò fuori una flotta quasi nata all’improvviso, mentre, nel frattempo ora di giorno ora di notte una qualche nuova mola, una nuova macchina, una nuova schiera di uomini perduti usciva come una fiamma improvvisa, sprigionatasi dalle ceneri di un incendio sepolto. Infine, giunti ormai alla disperazione, trentaseimila uomini si consegnarono, cosa che sembrerebbe incredibile, sotto la guida di Asdrubale. Quanto fu più forte di lui una donna, la moglie del comandante! Ella, presi i suoi due bambini, si gettò dalla cima della casa in mezzo all’incendio, imitando la regina che aveva fondato Cartagine. La grandezza della città allora distrutta, per tacere del resto, si può dimostrare anche prendendo in considerazione il perdurare degli incendi. Infatti per diciassette giorni continui non si riuscì a spegnere il fuoco che i nostri nemici avevano volontariamente appiccato alle loro case e ai loro templi, in modo che , siccome la città non si poteva strappare ai Romani, almeno il loro trionfo andasse distrutto dalle fiamme» (Deangeli, pp. 447-51).